Taccuino Nero – di Nadia Agustoni

[NADIA AGUSTONI]

pg_011La materia prima di questo mondo-narrato-narrandosi, la conversione in parola di tutto ciò che ogni giorno resta rinchiuso nel silenzio e nella separatezza di vite che si negano a ogni apertura, a ogni dialogo, a ogni conoscenza di sé e degli altri, è quella di una memoria che va alienandosi, desertificata e poi rimossa, cancellata, dai meccanismi e dalle logiche dominanti della fabbrica totale, un universo concentrazionario che assorbe e fagocita esistenze, sentimenti e sogni, riduce a enfasi o a perversione la tensione naturale all’ascolto, la capacità di dire, di comunicare, offrirsi e amare, e li rilascia come merci pronte per il mercato globale dei miraggi, strabordante di oggetti e simulacri di ogni genere, omologati dal dis-canto opprimente delle macchine e dall’in-canto del marchio che ammutolisce, insieme al pensiero, la libertà di scegliere, di decidere, di rifiutare: uno spazio sempre aperto e accogliente, pronto ad ospitare moltitudini crescenti di anime penitenti senza più coscienza alcuna della loro colpa, schiere di esseri che lo attraversano con passi tutti uguali, senza soluzione di movenze e di espressione nell’assordante vuoto delle ore, nella ritualità stanca di volti e di gesti riflessi ripetuti all’infinito, dietro maschere e convenzioni che riducono ogni singolarità all’identico, estrema “parodia di insetti operosi, / muti e scolastici nell’apprendere”: un deserto inudibile nella sua intrinseca sofferenza, sempre rischiarato da bagliori festanti che mascherano a stento la maceria e i relitti vaganti che di tanto in tanto affiorano a pelo di lingua; un deserto dove approdano, per dileguare nel limbo informe che partorisce sempre nuovi sogni, gli ultimi grumi malati scaturiti dal fuoco freddo di desideri abortiti, misere macchie rapprese di voce e calore che durano il tempo di un respiro nel vortice delle stagioni condannate, in piena luce, a una perenne sera.

Il ritorno a una lingua originaria (la necessità di reimparare a nominare “in lingua di parole”, tralasciando “pronunce che sono spine in bocca / ortica che fa bolle”), ricostruita assiemando con fili lacerati di memoria i frammenti e i barlumi di esistenza strappati alla consunzione, alla negoziazione annichilente col ritmo innaturale dei giorni, permette al poeta di attraversare questi gironi infernali e di seminarvi, durante tutto il tragitto, il germe del dubbio che risveglia e fa rinascere al pensiero (“darsi agli altri in racconto di meraviglia / perché pagata una morte qualsiasi sia salva la vita”), l’attimo di una dimensione illuminata dal soffio della similitudine, dalla piena identificazione con tutto ciò che lo circonda, uomini e cose in cui riconosce l’immagine del proprio volto franato: l’attimo di una speranza concreta di ricomposizione da cui attingere l’istanza valoriale della più alta forma di resistenza al degrado morale e fisico di tutto ciò che esiste. Il compito del poeta è definito, dunque, dalla stessa realtà di cui è parte, è modellato sulle cadenze, ormai quasi inudibili, dell’immutabile, millenario “lavoro dell’alba”: “far su le cose con gesto grezzo e grande / che t’impari quel che è creato / t’impari un sonetto di silenzi”: è la piena corrispondenza della sua voce e del suo sentire con la nudità che lo specchio creaturale, alterato dalla reificazione, rimanda come un monito a chi è ancora capace di articolare, anche confusamente, piccole, commosse, partecipi ipotesi di futuro. La poesia, allora, diventa traccia di questa tensione e registra sostanza e forma delle asperità che sul sentiero del riconoscimento si oppongono alla realizzazione di quell’incontro.

(Dalla Prefazione)

 

Taccuino Nero

 

 

rogo-abbaglio

L’usura di chi non ha maschera ma è arlecchino
il fuoco e il tempo come due santi
e messe al tornio le cervella
sputano parole compiute.

Un rogo-abbaglio è la vita
le mie stanze con i forse imbiancati
e le parole nei libri assuefatte
o di più, o ancora, barchette di carta
e aeroplani

l’universo fermo.

 

 

preghiera

Stasera la grandine ci ha sorpreso
ha fermato il tempo delle macchine e la calura,
il buio cavalca le finestre, i corridoi, le tettoie in lamiera
e un ramo staccato all’alberello
sta in mezzo al naufragio delle cose
e la fionda dell’aria

fa quasi silenzio…

I panni stesi in un cortile oltre il muro
son finiti come bandierine un po’ ovunque
e li raccogliamo sventolandoli come dei Robinson
riparando un cavo, spostando una cassa
urlandoci uno sputo di grazia
e di grazie.

 

 

la nostra cenere

La cenere è più vera di questi muri
un bruscolo soltanto riempie la morte
moriamo poco, ma poi non è vero
capita che moriamo di slancio tutto in una volta,
ci succede di pensarci tra giorno e sera
con piccole malinconie.

Cresce la nostra cenere fino a toccare il cielo
e lì che andremo ci è stato detto, ma intanto
ci perdiamo e perdoniamo in un gioco
in cui gli occhi ci seguono e non sanno più
chi siamo, chi siamo stati.

 

 

a fine tempo

Al posto degli occhi due buchi e folto
il fondo che raspano, quei graffi alla paura
che mostrano diritto e rovescio e vedono
tutto se vedono.

Abbiamo dalla nostra poco o niente
i giorni passano uguale a quando eravamo giovani
e si pensava ad andare via a non aver paese
ma sogni grandi per scriverli o averne indietro
il nome della tenerezza.

Siamo meno adulti di quando entrando dai cancelli
uscivamo a fine tempo, parodia di insetti operosi,
muti e scolastici nell’apprendere.

 

 

stanza

Incurante di me nell’ora che è stanza dell’io
in lingua di parole nomino il campo giallastro
e quasi acquatico, prato decenni fa,
ma senza lo bruciasse il puzzo di tangenziale
o il darsi a rovesci del cielo quand’è
neanche azzurro, ma lunare, lunatico di colore
che ti intristisce di novembre o d’agosto
per l’abbandono soltanto suo, zeppo di terra.

Qui i muri sembrano la groppa degli asini
portano i pesi di tutti, sono le chiuse sul mondo
che esplode di dentro e pizzica gli occhi
fino al dolore. Verrà una soglia per noialtri
che ci buscherà interi e saremo liberi
dal riso e dal pianto, che piangeremo vuoti
come il Signore Dio nostro.

 

 

i fatti spogli

Ma è difficile tenersi all’abbaglio
succedono a noi le cose, i fatti spogli,
a un corpo cui l’ombra si fa callosa
e c’è il disturbo degli occhi
il loro ammaestrarsi a vedere soltanto
l’ovvio.

Diventiamo soli e inventiamo
di stare in disparte, di non sapere niente,
perché niente collima con l’orda dei no
come se un’altra sostanza ci facesse umani
ma è lo stesso dirlo o lasciar perdere.

L’archeologia industriale ricostruirà
il gesto intero della vita,
ma non la brama del gesto,
non il morso nella carne, il contemplare
lo spazio.

 

 

a caso il caso

Talvolta non so cosa mi segue
o cosa ricordo a chi mi guarda
e se risente di me chi mi è vicino
quando nostalgia e brusio
sono casa.

Il lavoro è l’impronta digitale
e il piegarsi di canna vuota,
ma la fibra ottica
che inscrive i luoghi
non si ferma.

A caso il caso
rende visibile quello che ci forma
e le parole come il tempo
sono contate.

 

 

nel paradiso

Si muore bambini a volte
dimenticandosi i sogni e il filo di ferro
con cui nel labirinto si bucavano
i muri.

Si inciampa anche nel paradiso
ma l’azzurro ci toglie la vergogna
di aver timbrato i giorni
con l’infanzia dentro

e i nostri nomi.

 

 

angelus

Abbiamo ombre leggere che muovono sui meridiani
sui paralleli e scuotono la nostra cenere, quell’inondazione
senz’arca, senza desiderio di purezza, senza nostalgia
del nostro futuro.

C’è in questa terra un non appartenere che sfiora gli occhi
e che vedano o meno, imprimano o meno le cose, è nudità
senza speranza ad apprenderci il ritornello che lottar
è già giustizia
, è un timpano in cui si rinnova la parola,
il parlare senza se e senza ma e di bellezza
ma come se ci fosse all’angelus un timor di noi non di Dio.

 

 

con vista sul tempo

Ma sparire? Essere una feritoia con vista sul tempo
sull’uguale che si fa pazzia e ci sembra peccato
avere pianto? Tradirsi è non essere più con chi ci parla,
finito il prodigioso e non c’è pensiero a consolarci
né la litania del così è.

Infine non la parola a dire di noi ma quel dono
di chiaroveggenza o il sedersi a una tavola
di primavera e inghiottire la luce, perché
c’è un vangelo mai detto che non uno
tralascia di imparare.

 

 

c’è il morire senza luoghi

Cosa sono quegli occhi che sembra roncolino il buio?
Agito una bottiglia con la nave dentro: “ quello è il mare,
la bufera, il maestrale, è il tartagliare delle dita miracolanti
alfabeti, chiuse che s’infogano d’acqua e s’avvinghiano a
terra, polvere, erba”.

Com’è che nei posti non metti radici?
C’è il morire senza luoghi l’essere frangivento,
zolla ricreata per dirmi cielo, ala,
scialo di luce e sera se in me creo speranza.

 

 

______________________________
Nadia Agustoni, Taccuino nero, prefazione di Francesco Marotta, note di Fabio Franzin e Francesco Tomada, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, “Materiali”, 2009.
______________________________

 

***

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37 pensieri riguardo “Taccuino Nero – di Nadia Agustoni”

  1. Un libro incisivo, che trasfigura i “fatti spogli” per dar conto e canto a un’innocenza ribelle, sconfitta ma tenace; ricca di spunti anche la tua introduzione Francesco, augurandomi che questi testi così autenticamente vicini al crudo del quotidiano raggiungano quanti più lettori possibili, V.

  2. Grazie, Viola: “Taccuino nero” è un gran libro.

    Sarà presentato a Milano il 19 novembre nel corso di un reading inserito nell’ambito della Rassegna “I GIOVEDI’ DI SUD” (a cura di Francesca Genti e Anna Lamberti-Bocconi), presso il Circolo Culturale SUD, via Corsico 5.

    Per ulteriori notizie sulla rassegna, cfr. qui:

    https://rebstein.wordpress.com/bacheca/

    fm

  3. Poesia alta e prefazione illuminante.

    Mi ha colpito il ricorrere nei testi qui proposti del gesto dell’interrogazione, con i corollari dell’ascolto e del dire, in un teso corpo a corpo con le parole.

    Grazie a Nadia e a Francesco, e un grandissimo in bocca al lupo a questo libro. Con un arrivederci a presto: cercherò di esserci, il 19.

  4. qui è davvero tutto perfetto,titolo poesia poetessa
    credo che nadia abbia alzato ,e di molto il livello della grande poesia
    il suo tempo orma migra verso altri confini
    di spazio tempo materia
    e quel non appartenere stimola una resistenza fortissima
    a non demordere,combattere,vivere
    in piena purezza
    straordinaria
    magari riesco a venirci a milano il 19 chissà?
    un saluto a tutti
    c.

  5. Vi ringrazio tutti. In particolare Francesco Marotta che tanto si è speso per questo libro.

    Un saluto caro a Viola, Francesco t., Natalia, Giorgio, Marco, Carmine.

  6. Nadia carissima, che dire? Sei grande, coraggiosa, presente e grande. Grazie di queste poesie, di questo regalo di un “nero” luminoso, in tempi davvero neri-neri. E grazie anche all’amico Francesco, per questo indispensabile post. Adesso aspetto, aspettiamo il libro. Un abbraccio, carissima, carissimi, anche da parte di Gabriella. Mariella B.

  7. Nadia, i tuoi versi, col passare del tempo, acquistano sempre più uno spessore incredibile. Se questo è “l’assaggio”, so già che leggerò pagine che mi cattureranno sicuramente.
    E a Francesco che dire per la prefazione? meglio tacere in “religioso” silenzio.

    Un grande abbraccio di cuore a entrambi.
    jolanda

  8. brava a nadia, la cui limpidezza poetica riesce ad attraversare il nero. peccato che il tuo reading non coincida col mio passaggio milanese.

    complimenti e in bocca al lupo
    lisa

  9. Prima di andare a dormire che domani ho il turno presto vi mando un saluto.
    Grazie Roberta (di cui ho letto con piacere le belle poesie in rebstein) e grazie Lisa; peccato non ci sarai, magari un’altra volta a un prossimo reading.

    Buona serata

  10. Grazie a tutte le belle donne intervenute ieri.

    Il libro merita davvero l’attenzione che sta suscitando, a iniziare dalla bella recensione di Francesco Tomada pubblicata stamattina su LPELS.

    fm

  11. mi associo a tutti i complimenti più entusiastici letti fino a qui, sono davvero molto emozionata di leggere questi splendidi versi di Nadia Agustoni (poeta che avevo “scoperto” tanto tanto tempo fa attraverso Gazebo e L’area di Broca e che sempre ha il potere di colpirmi) e molti complimenti anche a Francesco- mi ripeto, lo so, ma anche lui si ripete- per quella sua introduzione che illumina ed esalta il lavoro di Nadia
    lucetta

  12. seguo nadia agustoni da un “frego” di tempo. su NI, su Lpels, ora qui. bravissima in tutto. una donna che sta dentro le cose, dentro la vita di ogni giorno, nel mondo del lavoro duro, come un altro poeta di grande valore, Fabio Franzin.

    nadia colpisce, segna; le sue parole arrivano, tornano, fanno anche male.

    ringrazio francesco marotta per la sua prefazione bellissima, come è bellissimo (in senso figurato, eh?) lui.

    come direbbe pippo baudo: “evviva nadia agustoni!”. e lo dico anch’io con ammirazione.

  13. Celebrata dal paradiso del cinema, paradossalmente la classe operaia è finita prima in un limbo di non-considerazione, poi in un inferno di precariato e sfruttamento. Non vedo l’ora di leggere per intero il libro di Nadia, ma so già,che, per altre vie e per altri versi da quello di Franzin, è e sarà un libro importante: un libro su cui varrà la pena impegnarsi tutti per la sua diffusione e per una seria discussione, a partire dalla poesia, e uscendo dalla poesia. Un grande augurio, con grandissima considerazione.manuel

  14. Nadia carissima,
    il mio grazie al tuo gentile invio di Taccuini nero, è tutto nelle emozioni che ho avvertito dentro e fuori pelle mentre percorrevo le pagine così composte e forti della tua poesia.
    I tuoi versi raccontano mondi-luoghi-persone coniugati al passato, al presente, a un futuro oscuro nel senso dell’umanità.
    Niente è superfluo, e già ti sapevo in questa tua pacata assenza di frange e ghirigori. Sia che tu dica in versi o in prosa ( perchè quei dubbi sui Frammenti? ) vien voglia di rileggere subito un dettato di parole vere, presenti al nostro tempo di uomini in attesa di rinnovati se stessi.
    E anche se, come dici, ” sogniamo ancora questa scemenza/di un mondo migliore,/di gente che ama la gente. ” è pur vero che il percorso va fatto tutto intero cercando tra labbra e terra la parola che sia senso alto per una memoria che ci contiene, per la forza, naturale, da opporre a ogni qualsivoglia lassismo o prevaricazione.

    Sappi che ormai saprei riconoscere tra mille la tua eleganza spoglia ma eloquente, il distacco sapiente che interponi fra te e le cose, un pudore velato nel dire la parola, un verbo, un sentimento, un affresco di mura diroccate, un filo d’erba che odora di passato.

    Ed è molto poco questo mio dire per un libro che sfoglierò ancora, ogni qualvolta mi verrà voglia di leggere, oserei dire toccare, una poesia di vita e non solo di parole.

    So che giovedì sera a Milano sarai in ottima compagnia e ti prego di abbracciare per me gli amici comuni, io, seppur da lontano, sarò con te per condividere la gioia e gli applausi meritatissimi per il tuo Taccuino nero.

    Un grazie anche a Francesco per la prefazione, non oso aggettivarla!
    Un grazie a Fabrizio Bianchi per la pubblicazione.
    A te, Nadia, il mio affettuoso abbraccio.

    jolanda

  15. Cara Jolanda,

    prima di tutto grazie di questa lettura così partecipe.
    I dubbi sui Frammenti sono difficili per me da spiegare, forse lì ho aperto più che altrove la porta dei ricordi, forse anche sono diffidente verso la prosa…
    Invece vedo che li amano quanto e più delle poesie: l’immediatezza e la semplicità dei discorsi nel loro raccontare tante cose…e un certo restituire un mondo.
    Questo è anche un libro duro, certo.
    Domani sera a Milano avrò vicino degli amici che han creduto e credono nel libro. E’ molto e concludo, ringraziandoti.
    Un saluto

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