Marco Furia nella lettura di Rosa Pierno

[ROSA PIERNO]

Rosa Pierno – Nota critica su Pentagrammi di Marco Furia.

pentagrammi

Per qual motivo ci sembra di sapere con precisione ciò di cui Marco Furia sta parlando nel suo “Pentagrammi” (Edizioni L’Arca Felice, tavole di Bruno Conte, nota introduttiva di Mario Fresa, Salerno, 2009)? “Qual ribelle silenzio / pur sonori / leggeri tratti, effimera / sì lieve / musica (subitanea / armonia muta / mai acustico cenno?”. Ancorché l’abbia indicato, non è infatti oggetto che esiste se non come unicorno esiste. Che sia la sonora armonia inudibile proveniente dalle celesti sfere non può che essere pretesto per un poeta aduso a sfidare i limiti del linguaggio e mostrarci che è possibile anche descrivere ciò che non si è mai visto o udito. Allora, l’oggetto, che si va formando durante la lettura nella nostra immaginazione, è appunto quello che il poeta sfidando le convenzioni assonnate e i meccanismi consolidati ci offre all’ascolto. Intendiamoci subito, gli artifici della retorica (chiasmi, sinestesia, ossimori) non possono nulla se non sono innervati da magnifica visionarietà: “sparse trame / né leggere, né grevi / d’incolori / ma cromatici tratti”. In uno scandaglio delle interiorità siderali, l’occhio tenta di acuire la vista, di vedere meglio ciò che è impossibile vedere. Come può l’universo risuonare? Lo si può evincere solo guardando? L’analisi della sostanza, nel senso presocratico dell’investigazione, ci offre una realtà di tutta evidenza: fulmini e cieli tersi, dense nubi e lucenti veli. E’ già una materia indivisibile (nel senso che se la si privasse di aggettivazione la si disosserebbe) dalla percezione e, dunque, dalle sue caratteristiche percepite sensorialmente e mentalmente, non essendo mai sopita nella coscienza del poeta la vera materia di tanto studio: il linguaggio: “Insolita, consueta / dolce frase / aspra, fattezze labili / caduche / pur tenaci, discorde”. Materia non si dà senza lingua attraverso la quale viene definita. Non è un partito preso delle parole, è sapere che possiamo esperire la materia solo attraverso i nostri limiti fisiologici e mentali.

Sono le ritmiche, martellanti accelerazioni di aggettivi: “sì solerte pigrizia / alacri, ignave / temerarie ma pavide / loquele / mimiche, lineamenti / gesti muti”, che strutturano la sintassi personalissima di Marco Furia, è essa che costituisce la vera rete di rimandi che abbaglia e lega, che distanzia e riavvicina entità apparentemente inaccostabili. E che in fondo, consente di “vedere” attraverso la mente il “suono” delle sfere. L’accelerazione dell’aggettivazione è anche ossessivo ritornare, ritmico anch’esso come il suono che si dovrebbe individuare. Potere degli aggettivi, della loro metamorfica capacità di adattarsi a materie diverse, di negare e di affermare una contraddittoria qualità per la medesima sostanza: “tersi, cupi / atmosferici tratti / (forse buia / nitida, lustra tenebra? / baleno / eterno sprazzo?), labili / tenaci / dissolti, umidi ritmi”. In questo tour de force, straordinario ed eroico, la poesia di Marco Furia mostra il suo più splendente risvolto. Al di là della questione di ciò che è reale e ciò che è mentale, qui il ruolo centrale viene assunto dalla meravigliosa plasmabilità della materia quando si trovi nelle mani dell’artefice poeta e venga sottoposta a una metamorfosi delle apparenze. L’elasticità delle sostanze è in realtà elasticità del linguaggio. La lingua del poeta è l’unica che sopporti tale arditezze, e in queste pagine si raggiunge la soglia miracolosa in cui pare assolutamente naturale al lettore tale contorsionismo. Chi oserebbe tanto nel nostro stringato e asfittico linguaggio quotidiano?

In fondo, persino il pentagramma su cui si trascriverebbe tale musica è un oggetto esistente e redatto secondo altro codice, ove, fra l’altro, gli strumenti della visione e della percezione umana fanno tutt’uno con la materia osservata: conosciamo, infatti, di Furia la sua profonda curiosità per i traguardi scientifici e la sua volontà di lavorare proprio sulle soglie di confine tra i due versanti, poiché anche la scienza utilizza il linguaggio e lo fa con modalità differenti da quelle poetiche, pur dovendo affrontare i medesimi problemi.
Se musicale si contrappone a tacito (“sonore / repliche (melodiosi / musicali / taciti contrappunti?)”) fino a coincidere, in un totale rovesciamento, è perché forse i limiti del linguaggio il poeta li travolge, li trasforma e li rovescia, ne allontana la raggiungibilità. Lavorando sul linguaggio ottiene di farcene dimenticare le limitazioni o di fatto le sposta realmente. La sensazione finale sarà che, al chiudere le pagine di questo incantevole libro, noi sapremo con certezza d’avere udito tale celestiale musica.

 

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Testi

 

Da Pentagrammi 1

Qual ribelle silenzio
pur sonori
leggeri tratti, effimera
sì lieve
musica (subitanea
armonia muta
mai acustico cenno?
Forse stile
forestiero, difforme?)
nulla voce
zitta, assorta sembianza
repentina
inerzia, solitarie
integre frasi
tacite, discontinue
linee opache
pentagrammi, riverberi
baleni
lustri, pallidi impulsi
(ignoto idioma
non sondabile indugio?)
incerte tregue
ritmi d’eco, barbagli
attimi fiochi
fulgidi, poi dissolte
gemme, gioie
caducità melodiche
improvvisi
statici dinamismi,
lampi bui.

 

*

 

Da Pentagrammi 2

Acquei attimi ritmici
baleni
lustri, fluidi sussulti
repentine
effimere cadenze
scie (di buio
rilucente riverbero?)
leggiadre
pur zitte filastrocche
(qual canzone
tacita?), sprazzi, lampi
cenni schivi
tratteggi, illesa, integra
sonora
mai acustica eco
scaglia, trama
brillio umido, secco
poi ostile
sì gravida minaccia
aerei, tetri
non flemmatici nembi
lesto, cupo
protervo d’ombra abbraccio
nullo lume
dissolta impronta fulgida
foriere
di turbinosi flutti
già folate
aromi di tempesta,
ovunque effusi.

 

*

 

Da Pentagrammi 3

Illese, tenui luci
delicate
forse musica, cenni
silenziosi
lustri, aerei barbagli
sciolte gioie
tremiti, tersi veli
zitti, schive
disperse, fluide perle
gemme mute
cromatico dissolversi
sonoro
tacito, persistente
non baleni
né turbini, leggiadra
brezza lieve
vaghi, incerti riverberi
sì aroma
effimero rimando
d’assopita
rosea ed azzurra volta
scaglie (frasi?)
atmosferici arpeggi
inconscia tregua
soave umida alba
(qual misura
sì nullo pentagramma?)
mattutino
desto sonno, risveglio,
canto quieto.

 

***

5 pensieri su “Marco Furia nella lettura di Rosa Pierno”

  1. Spine di poesia ,gli aggettivi che saettano tra le righe del pentagramma di sentimento esprimono tratti dell’anima quasi fotografati nei vari momenti e Marco Furia emerge con tutto il movimento che lo fa muovere nel mare della vita
    Originale ,nuovo,profondo.
    AnnaMaria Immesi

  2. quel che a me sembra proprio perché “effimera/sì lieve” qui una diluviana sonorità delle sfere in silenziosi “ritmici/baleni” più di presocratica armonia, quasi una rottura di palle – insomma una pluralità di schianti (la medesima) a “cenni silenziosi” e fulminanti di innumerevoli gocce di pioggia su questi penta-grammi quasi de-finizioni

  3. Vero quello che dice Annamaria. Spine di poesia, quelle di Marco Furia, “ritmici/baleni”, dove la poesia si avvicina molto a impressioni visive, scatti fulminei, puntillismi. Giustamente il libro ha “commenti” visivi di notevole intensità.
    Grazie, Marco

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