L’imperfezione dei cardini – di Antonio Bassano

l'imperfezioneNarrazioni imperfette

La poesia di Antonio Bassano procede per accumulazione e sedimentazione di parole: l’autore, come già dimostrato nelle prove precedenti, sporadiche ma significative per presenza e riscontro critico sui maggiori blog, dispone del proprio linguaggio come se il tempo fermasse l’attimo del racconto (i capitoli che compongono L’imperfezione dei cardini sono vere e proprie narrazioni esistenziali), componendo dei fotogrammi di significato in cui il senso delle cose appare, ma senza disvelarsi del tutto. La caratteristica principale del libro è il tentativo di rendere l’idea di uno spazio materiale dove i confini fanno da perimetro alla sfuggevolezza delle cose: gli oggetti, le situazioni, i luoghi assumono la funzione di luce opaca, introspettiva, dove l’io leviga le proprie asperità liriche, si assottiglia e si trasforma in membrana ricettiva di altro. È nell’altro, dunque, che bisogna cercare le chiavi di lettura de L’imperfezione dei cardini, un libro che procede volutamente con moto incerto, ondivago a volte: tutto va e ritorna negli scatti narrativi compiuti da Bassano in un viaggio iniziatico a tratti fisico, spesso mentale, attraverso gli sprazzi di realtà che si offre allo sguardo, tanto che il paesaggio, l’incontro, la via di fuga prospettica assumono funzione di cornice e ciò che davvero vive è la consistenza di cosa manca o non si mostra, saldandosi a terra in modo incerto con la spinta di un calcagno o il cigolio di un cardine in grado di vincolare solo in parte il dato reale e renderlo così oggetto poetabile. L’imperfezione dei cardini, dunque, è luogo-di-altro, radicamento e scoperta di una materia che parla di vita: una vita che accade per errore di pronuncia, difetto, magari abbassata di un semitono, certo; ma pulsante, gravida.

La cifra tipica del poeta è quella di mettere in atto le inezie, gli scorni montaliani di un sistema in cerca di polarità, in una sceneggiatura continua, immediata, focalizzando in modo plastico i momenti che la compongono, fotogramma dopo fotogramma. La sensazione, insomma, è quella di abitare uno spazio concavo dove la prospettiva inganna e la descrizione di tutto ciò che è in atto subito si trasforma in momento passato, incombente ricordo, evanescenza. Le sezioni del libro si giustificano e acquistano unità proprio nel tentativo di esorcizzare l’illeggibilità del vivente mediante dei segni, delle cifre enigmatiche senza sviluppo se non attraverso uno sforzo di scomposizione molecolare, necessario per riprodurre l’unità di quanto erroneamente o inconsapevolmente avviene. Il merito di Bassano è dunque saper ricostruire per frammenti, con paziente lavoro di impasto, cesellando e smussando dove possibile gli angoli, cosciente del fatto che gli spigoli restano e lì si nasconde il fatto poetabile, l’incontro mancato, o lo sdoppiamento che porta alla luce la forza centrifuga della poesia.

(Ivan Fedeli, dalla Prefazione)

 

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Antonio Bassano, L’imperfezione dei cardini, prefazione di Ivan Fedeli, postfazione di Fabiano Alborghetti, illustrazioni di Stefano Buccarello, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, “Cantiere”, 2009.

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Testi

 

           Geografie

La vacanza

Con tutto questo mare davanti è meno banale guardare
e ne seguo le trame di luce, l’onda che è ridotta
a una linea a due passi, svelata geografia della mano.
Se anche ora diremo che la vacanza finisce,
rimani qui e guardalo come se tu fossi Doinel
in fuga, nel finale dei Quattrocento colpi, e pensa
un attimo solo, andando via, alle impronte
sottili dei gabbiani che continuano ad accumularsi.
Quelle resteranno ancora un po’ a dire di noi,
insieme ai frantumi di colore delle sdraio.
Poi saremo lontani e qui verranno le piogge,
allora sì, sulla sabbia non ci saranno più tracce.

 

Tracce

Giungerò lentamente fino a sfiorarti
in questa continua crescita di mare,
tenendoti testa nell’abbraccio, nell’incontro
tra anche e mani, tra le unghie, tremando
un poco nel ritrovarci per chimica natura diversi
e di nuovo uguali, indifferentemente io o te.
Quali tracce di noi nella liquida geografia del sogno?
Tu visibile per odore saldo nel folto delle pupille,
per il calcagno intravisto mentre indovino il resto
senza fatica, sapendoti ovunque in casa, tra veranda
e veranda, tra il bianco della vernice o in quel poco
che nel silenzio ci ritorna della navigazione sul mare.

 

Di ritorno

Infilando la chiave nella porta di casa
penso vai a capire perché a Sereni
in via Scarlatti di ritorno dalla guerra
con negli occhi i vincitori e gli sconfitti,
tutti oramai in ritardo con il loro tempo.
Qui però non è il numero civico 27 ma il 5,
Milano, anche svoltando l’angolo, è troppo lontana
e io ho fatto tardi dovendo attendere l’autobus
perché qualcuno, l’ho saputo dopo al notiziario,
si è gettato all’improvviso sotto il metrò.

 

           La casa

Lo specchio

Risalire oltre il ventre tra le linee spezzate del bagno,
dentro il rettangolo che si allunga dal pavimento
al soffitto fino a incontrare il lampadario,
lambendo l’ovale della vasca tra aritmie meridiane di luce.

Nello spazio tra le maree di palpebre
tastare ogni indizio di presenza, zigomi o mento che sia,
evitando però di continuo l’incrocio dei nasi
con quello lì nel fermo-immagine dello specchio.

Io sempre pronto a imbrogliare tutto: oggetti,
indumenti, carte: va a finire che poi trovo il coraggio
una volta tanto di prendermi il cantuccio libero all’angolo,
tutto questo spazio vuoto nello specchio.

 

I dubbi di Ulisse

Voglio rimanere nella parte più profonda della casa
dove il silenzio è lo stesso da sempre, dove è più forte
l’abbandono al ricordo, più forte del vento che s’alza,
dell’ulivo e del remo, della rabbia per il giardino incolto.
Per tornare a scoprire come siamo fatti ci vuole tempo
ma affinché il mio sfiorarti non sia un nuovo addio
bisogna che non ci sia più mare, che io non sia mai partito.

 

*

Che oggi sia maltempo come dici
o un sole che invita a uscire, poco importa.
Da un po’ la notte ho ripreso a sognare
anche se poco e male e mi accontento di vederti
nel dormiveglia sistemare con cura i capelli,
maneggiare la spazzola, guardarti allo specchio.
Continua a riferirmi della malattia dell’edera,
di improbabili fioriture della magnolia,
di previsioni meteo più clementi.
Trova alibi per raccontare ciò che la finestra propone.

 

           L’imperfezione dei cardini

L’alibi della pelle

Nel prendere sonno torniamo a essere bambini
e ti sorprendo a vestire bambole sull’orlo
del letto, a pettinargli silenziosamente i capelli.

Con uno sforzo metti a fuoco la pioggia sui vetri,
un punto qualsiasi del mio viso, la barba,
la linea del naso e lo fai non solo con gli occhi
ma anche con lo stomaco, con l’interno delle ossa.
Così voglio che ci ritrovi il respiro del ventilatore,
a scrutarci oltre lo scarto minimo, l’alibi della pelle
appena abbozzati col gesso nello spazio dell’intenzione,
immobili come le donne nella stampa giapponese.

Si sfaldano nello sguardo i margini: la macchina per cucire,
la bella stagione e noi due sul tappeto mescolati insieme
come il femminile e il maschile nell’onda di Hokusai.

E poi di seguito i colori, il rosso bruciato, il verde,
il blu sempre più rigido cui non riusciamo a dar forma.

 

Illusioni filmiche

Che fine ha fatto il signore del quarto piano
del palazzo di fronte, quello che vedevamo uscire
sempre puntuale alle dieci e un quarto la sera,
così sfuggente nell’alone di luce del portone
come il protagonista del Terzo uomo?
Se mi chiedi il nome proprio non lo ricordo,
neanche quando prese in affitto l’appartamento
o da quanto tempo non lo si vede più in giro
a portare a spasso il cane anche con la pioggia.
Me lo immaginavo però con strane abitudini,
uccelli impagliati sparsi dovunque in casa
o insonne, davanti alla tv, fino a tarda notte.

 

*

Forse si ricorda di me gli dico con cortesia
sapendo che di mano in mano l’occhio fa fatica
a tenere a fuoco, a distinguere i visi e per questo
è inutile la domanda e magari anch’io non lo conosco.
Potrebbe non essere una vecchia conoscenza
o un parente alla lontana per parte di padre
ma uno scambio di persona in questo sforzo
per avere una stretta di mano decisa senza sudore
non pensando alla memoria che ci tradisce
sulla fisionomia proprio quando non te l’aspetti.

 

*

Due maglie a rovescio e tre a dritto e poi si continua
ma bisogna farlo con precisione con i ferri giusti,
guardando davanti a sé come a mostrare sicurezza,
chiacchierando ma contando piano sulle labbra.
Così pure io ci provo anche se lo so che finirò
con lo sbagliare e alla fine invece di un maglione
verrà fuori una sciarpa, un berretto.
E allora con fiducia quattro maglie a rovescio
sulla tua schiena e poi altre due per le spalle e i fianchi.
Vado avanti intrecciandoti a volontà, in difetto o in eccesso
di lana e ogni volta come fosse la prima volta.
Come se improvvisamente fosse mia la tua nascita.

 

*

Sarà stato forse per quel ragazzo sparito in mare
che hanno cercato poi per giorni e giorni
ma d’improvviso abbiamo iniziato a nominare la morte
pesandone le sillabe prima, sporcando la pronuncia
infine decisi a parlarne come per altre cose fra noi
variando di continuo la messa a fuoco per dimenticarcene
come fosse minima attività da turisti: i panni da stendere
al ritorno dal mare, l’appunto per la spesa,
l’unto dei piatti ancora sporchi nel lavandino.

 

*

Talvolta sì, ti ho spiato a lungo dopo l’amore
e fingendo di abbandonarmi ai sogni intanto rubavo
quello che di te non conosci, quel movimento di spalle
che non sai di avere nel sonno, che si accorda al respiro
lungo gli snodi del corpo giù fino ai fianchi.

Sempre più spesso ora ti addormenti presso di me
tirando via con un gesto le anse di polvere dalle tende,
dal legno sverniciato degli infissi, riconoscendo al tatto
o per odore questa camera che è mia solo per abitudine,
dove ti perdo e ti ritrovo seguendo le orbite degli umori,
sbagliando la conta dei passi che ci sono dalla lampada al letto.

Percorro lo spazio come una crepa, dividendomi in una o due,
in mille piccole radici che scavano con furia alle tempie,
nel tentativo di risalire su di te, grumo di rimmel,
temendo di non farcela in salita, nei salti a vuoto della catena.

 

Il colloquio

Si apre al respiro, inghiotte saliva lento, più leggero
per la birra bevuta, un po’ smagrito forse ma sono sicuro,
lassù, un po’ più in alto lì dietro le case l’ho visto,
sparito dentro il budello di numeri civici. Qualcuno fa spallucce,
tira dritto e dire che ci avevamo provato a far la conta,
il bilancio di chi è restato, degli amici ma forse è il colloquio
a far difetto, con tutti quei volti che annaspano e fuggono.
Un’assenza appena pronunciata, presunta torna sempre
nei malintesi del respiro ma sta di fatto che ci rituffiamo dentro
perché abbiamo dimenticato di pagare il conto.

 

*

La televisione lasciata accesa a vuoto fino a tardi
guardata come un angolo qualsiasi del soffitto.
Pensando alla gioia solo di ieri o di ieri l’altro,
come se poi non ci fosse che aria tra noi o il silenzio
che ci può essere, stipato in un metro o poco meno,
troveremmo ancora spazio da occupare sul divano
ridotti a telecomando da percorrere con le dita
come in un cinema al buio, fuori o dentro l’inquadratura
fra file di sedie in un presentimento di febbre.

 

L’imperfezione dei cardini

Temevo lo svelarsi dell’unghia, continuavo a dirti,
i graffi sui polsi e sulle scapole nude,
il falso contatto delle dita con l’interruttore.
Certo che sono tutte fissazioni le mie
come chiudere a chiave la porta di sera
pur sapendo l’imperfezione dei cardini, delle giunture,
però il fatto è che me le vedo scritte sul palmo della mano
e avranno pure un senso queste linee che si intrecciano.
E poi vuotare il sacco fa bene, anche se dopo
penso sia meglio non scoprirsi del tutto, anche con te,
forse proprio con te che stai lì e mi ascolti
e di nuovo cambio gioco iniziando a imbrogliare
persino sul tempo che fa fuori o sull’età dei mobili.

 

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Le sezioni -che scandiscono l’andamento uniforme della voce nelle poesie hanno un movimento disteso, fluido, discorsivo, il medesimo ritmo che si dispiega nei testi. Da Bassano non arriva infatti una poesia fondata sull’urlo, sulla ferita rabbiosa, ma una pacata consapevolezza, capace così di fare emergere la scissione, la doppia polarità di cose e persone o luoghi, appunto.
La raccolta, prima del titolo definitivo, era stata intitolata Geografie e già dalla prima lettura, quando ancora non c’era la forma attuale, era chiaro come l’atto della narrazione fosse lo sguardo: levigato, familiare, caldo, avvolgente senza però scadere nell’intenerimento affettivo, nell’ingenuità o peggio, in sbavature sentimentali di facile presa e senza costrutto.
Quanto è diventato poesia scritta è stato codificato con molta attenzione, lavorato internamente per evitare sovrabbondanze. L’autore usa un tono colloquiale compatto. Riesce ad essere eco senza però travestimento o rifrazione.

(Fabiano Alborghetti, dalla Postfazione)

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Antonio Bassano è nato a Roma nel giugno del 1976 e vive a Guidonia Montecelio. Dopo aver lavorato in una tipografia, attualmente lavora in una mensa ospedaliera. È socio fondatore e volontario dell’associazione Energheia di Colle Fiorito (Guidonia) che si occupa di promozione culturale e sportiva.
Suoi testi sono apparsi su varie antologie, fra cui Clandestini (a cura di D. Di Poce) 2003, Il segreto delle fragole (a cura di Silvia Caratti, Giovanna Frene e Mary Barbara Tolusso) 2004, Stagioni (a cura di S. Crema, V. Mascolo, A. Toscano) 2007, e Il segreto delle fragole (a cura di Giampiero Neri e Fabiano Alborghetti 2008, tutte edite da LietoColle; e su riviste e quotidiani, tra cui “Silere” (2002) e “Specchio”, settimanale de “La Stampa” (2002 e 2004). Un’approfondita presentazione del suo lavoro poetico è apparsa nel Maggio 2008 sul settimanale telematico TellusFolio, nella rubrica Cercando l’oro a cura di Fabiano Alborghetti. L’imperfezione dei cardini è la sua opera prima.

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23 pensieri riguardo “L’imperfezione dei cardini – di Antonio Bassano”

  1. Ho appena letto il libro. Avevo conosciuto qualche testo di Bassano in rete e mi aveva incuriosito, la raccolta intera è una bella conferma. Una scrittura che non cerca trucchi o artifici, ma sta in piedi sulle sue gambe, prosastica ma non semplice, distesa ma ugualmente coinvolgente e molto significativa.
    Grazie ad Antonio e fm, come sempre.

    francesco t

  2. Anch’io l’ho letto e concordo con Francesco, un bel libro. Onesto, scrittura che arriva al lettore con discrezione e sensibilità, senza alcuna sbavatura.
    Mi è davvero piaciuto molto.
    ciao
    liliana

  3. Dimenticavo: prefazione e postfazione all’altezza del libro. Bellissima anche l’epigrafe di Borges alla postfazione di Fabiano Alborghetti, che saluto, semmai leggerà questa nota.
    liliana

  4. Non vedo l’ora di leggerla. Devo dire che questo Premio (che seguo da pochi anni) non sbaglia un colpo, davvero. Fossero tutti così in Italia – e non solo – i premi di poesia, avremo meno poetuculi che per un “allorino” si pensano di aver vinto il Nobel. Complimenti ad Antonio Bassano.

    Un caro saluto

  5. intervengo anche se non dovrei -forse- essendo parte in causa. Antonio Bassano ha lavorato molto, tantissimo, per ottenere quello che è diventato un libro premiato e poi edito. E -mi ripeto- lo ha fatto leggendo, scrivendo, concentrandosi senza (bravo Liuk) cercare facili allori.
    E -citando Roberto Ceccarini- non sembra un esordio, affatto.
    Incontrare la sua poesia è stato un piacere, è stato un onore.

  6. In primis ringrazio Francesco per avermi ospitato nel suo blog poi Francesco Tomada, Liliana e Luca per i giudizi positivi sul mio libro.
    Fabiano poi è impagabile per tutto il supporto che mi ha dato…

    antonio

  7. quando ho letto questo libro (tutto d’un fiato) ho pensato alla scrittura di Francesco Tomada. ebbi le stesse “belle” sensazioni nel leggerlo.
    Bravo Fabiano per averlo scovato.
    E bravo Francesco per avercelo proposto, è stato quasi come un passaggio di consegne:da un premio Giorgi all’altro…
    un caro saluto a tutti
    r.

  8. Accanto al lavoro di talent scout di Fabiano, mi piace ricordare anche quello di inquadramento critico e di analisi dei testi operato dal sempre più bravo Ivan Fedeli.

    fm

  9. un saluto al buon Red e mi ritengo onorato di avergli comunicato le stesse “belle” sensazioni di Francesco Tomada, visto quanto apprezzi io la sua poesia.

    grazie dell’augurio Francesco e mi hai tolto le parole dalla bocca.
    volevo proprio sottolineare il “lavoro” di Ivan Fedeli, tra l’altro uno dei primi ad apprezzarmi (devo ricordare anche Fabrizio Bianchi, persona speciale, seria, rara) e incoraggiarmi nella scrittura di questo libro.

    antonio

  10. La raccolta di Bassano l’ho ricevuta poco fa, ma già leggendo i testi di questo post sento un poeta che, per essere al suo esordio, è di una maturità sorprendente. Bravo Antonio, leggendoti mi è sembrato di sfogliare un catalogo di opere di Hopper, stesso senso di una solitudine che ci chiama a noi, che ci chiede il perché di ogni sentimento. Fabio F.

  11. Non ho ancora letto il libro, lo farò presto. I testi qui proposti mi sono piaciuti molto, perchè “dicono” e regalano, come dice Red, “belle” sensazioni.
    Complimenti sinceri ad Antonio Bassano.
    Un caro saluto a tutti
    stefania c.

  12. grazie Fabio e devo dire che sentendoti accostare alla mia scrittura le opere di Hopper sono trasalito. in effetti la sua pittura la sento vicina, le immagini urbane o d’interno silenziose, uno spazio reale ma quasi metafisico. E poi la solitudine emergente come dici tu o l’impasse della comunicazione, l’incomunicabilità.
    così come ho subito il fascino delle nature morte, degli oggetti di Morandi.

    antonio

  13. Davvero molto belle le poesie qui proposte. Non so perchè, mi vengono associazioni con Tomada come già detto da altri, ma anche con Pusterla e Fedeli stesso. Mi arrivano con quella forza misurata, che è la migliore in poesia, con quel controllo della parola e del significato, che raramente si trova oggi.
    Coplimenti ad Antonio, a chi lo ha aiutato in questa avventura e a Francesco
    sempre attento promulgatore di buone cose.
    Un saluto, vincenzo celli

  14. Il libro ho in programma di leggerlo presto, queste che sono qui mi sembrano poesie sincere. ci leggo il quotidiano e la fatica del vivere, un sussurrare le nostre “imperfezioni” e accettarle nonostante ciò. Mi complimento con l’autore. antonella

  15. condivido appieno gli accostamenti fatti da Vincenzo Celli. Faccio i miei complimenti a Bassano per questo esordio notevole, e all’editore, Fabrizio Bianchi: un’altro tiro a segno!

    Senti Antonio, Mi telefona un amico dal lontano veneto (? …-) )e mi dice che io e te abitiamo praticamente a pochi metri di distanza! Che ne dici di metterci in contatto? Magari la mostra di Hopper andremo a vederla insieme in primavera nella capitale! un caro saluto.

  16. ti ringrazio Manuel.
    era forse Giovanni Turra Zan a chiamarti dal lontano Veneto? ho avuto il piacere di conoscerlo a Sasso Marconi.

    come no! dimmi come fare, lascio un email?
    non so effettivamente quanti sono i metri comunque io sto dalle parti pasoliniane di Rebibbia, Ponte Mammolo.
    e la mostra di Hopper è sicuramente da non perdere.

    ciao

    antonio

  17. io da qualche anno risiedo nel comune di Guidonia! in una località chiamata ‘Pichini’. Ogni tanto da ponte Mannolo prendo lo 041 che mi porta verso casa. Puoi chiedere il mio indirizzo e-mail a Francesco Marotta. Ciao.

  18. allora era Fabio Franzin!

    quindi abiti ai Pichini e considerando che i miei stanno a Colle Fiorito i metri sono davvero pochi. chiederò a Francesco il tuo indirizzo e-mail.

    ciao ciao

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