Effrazioni e simulacri – di Giuseppe Zuccarino

[GIUSEPPE ZUCCARINO]

Arret%20de%20mort1Effrazioni e simulacri

Fra gli scritti narrativi di Maurice Blanchot, L’arrêt de mort è forse quello che esercita una maggiore attrattiva sul lettore (su un certo tipo di lettore), unita però a un notevole effetto intimidatorio. I due aspetti sono già stati segnalati da tempo dalla critica: l’opera appare magistrale sotto il profilo letterario, ma molto complessa, tanto che, dopo tutti i tentativi di decifrazione che ne sono stati compiuti, conserva ancora un carattere misterioso. Certo, esistono narrazioni blanchotiane ancor più enigmatiche di questa, ma non si può dire che la superino per intensità emotiva. È forse lecito ravvisare in ciò una conferma dell’impressione suscitata dal racconto in Bataille: quella che l’autore sia stato costretto a scriverlo. Una lettura di esso, specie se contenuta in un ristretto numero di pagine, dovrà subito confessare i propri limiti, sia rinunciando a seguirlo punto per punto, sia tenendo conto solo in minima parte di ciò che è stato detto dagli studiosi precedenti.
     Di fronte a L’arrêt de mort, ci sono almeno due domande che tornano spesso, quasi in via preliminare. La prima riguarda il senso del titolo (lo si deve intendere nell’accezione di «la sentenza di morte» oppure in quella di «la sospensione della morte»?) e l’altra la struttura (si tratta di un unico racconto diviso in due sezioni oppure di due racconti distinti?). Tuttavia, se si va a leggere la prière d’insérer, cioè il foglietto informativo che accompagnava la prima edizione del libro blanchotiano, entrambi i dubbi sembrano dover essere fortemente ridotti. Il foglietto comprende due brevi scritti, il primo dei quali, siglato M. B., è disposto sulla pagina come una sorta di epigrafe: «Indubbiamente non vi è nulla di comune tra questi due libri, Le Très-Haut, L’arrêt de mort, che vengono pubblicati nello stesso tempo. Ma, a me che li ho scritti, sembra che l’uno sia, in certo modo, presente dietro l’altro, non come due testi che si implicano a vicenda, ma come due versioni inconciliabili, e tuttavia concordanti, di una stessa realtà, ugualmente assente da entrambe». Segue un secondo brano, anonimo ma ancor più significativo: «Questo è forse un racconto strano, ma riferisce, in piena chiarezza, eventi di cui tutto lascia credere che abbiano avuto luogo realmente, e che continuino, ancora adesso, ad aver luogo. Poe ha narrato, in un celebre racconto, la cupa storia di un essere che non aveva potuto rassegnarsi a morire. Ma Poe, ossessionato dal ricordo di sua madre, morta giovanissima, e che egli vedeva rivivere in tutte le donne da lui amate, nella mirabile resurrezione di Lady Ligeia non ha espresso altro che l’ossessione del proprio sogno e del proprio faccia a faccia con la morte. Cosa accadrebbe se colui che muore non si abbandonasse completamente alla morte? Cos’è accaduto, in verità, il giorno in cui, per la più grande e più seria delle ragioni, qualcuno che era già entrato nella morte, di colpo ha arrestato la morte? Questa storia non è un sogno, non ha avuto luogo in un mondo di sogno; è iniziata pochi anni fa, mercoledì 13 ottobre; si è svolta in mezzo a noi; e può darsi che non sia ancora finita, ma forse ciò dipende dal fatto che non può avere fine. Poiché è anche questo, la morte». La voce che parla in queste righe somiglia già a quella che si rivolgerà ai lettori nel corso del racconto; sembra escluso, infatti, che considerazioni del genere siano attribuibili a un redattore della casa editrice. Dunque è come se il racconto (nella prière d’insérer lo si indica al singolare) cominciasse subito, prima ancora della pagina di apertura, a narrare la storia di una morte sospesa.
     Aggiungiamo però che, a nostro avviso, le due domande che abbiamo ricordato in precedenza non hanno il medesimo statuto. Quella relativa al titolo è pressante per chi deve tradurre il testo in un’altra lingua, e si trova obbligato a scegliere una delle accezioni del vocabolo arrêt, ma non lo è per il lettore, che ha modo di constatare come, nel racconto, si parli sia di una sentenza di morte, sia di un’interruzione della morte. Invece la seconda domanda, quella che concerne la struttura dell’opera, non può essere lasciata nell’incertezza. Pierre Madaule, vari decenni fa, ha scritto un libro, a metà strada fra l’autobiografia e la riflessione critica, per spiegare il suo forte legame personale con L’arrêt de mort. Ma evidentemente le molte riletture dell’opera blanchotiana non sono bastate a togliergli il dubbio riguardo all’unicità o duplicità del testo, spingendolo, assai più tardi, a interrogare direttamente l’autore. Questi gli ha risposto in maniera perentoria, dicendo che «le due parti […] non vivono e non muoiono che una attraverso l’altra e all’interno dell’altra», dunque sono «ribelli ad ogni scissione». Il suo interlocutore, però, deve aver avanzato ulteriori dubbi in proposito, visto che due anni dopo Blanchot ha dovuto ribadire la propria affermazione: «Torno alla domanda (è proprio una domanda?) sui due racconti distinti. Le faccio una confidenza: Paulhan fu il primo lettore di questo scritto. “Commosso e turbato”, secondo la sua espressione, mi chiese se avrei accettato che egli pubblicasse il primo testo in Les Cahiers de la Pléiade […] aggiungendo (e questo è proprio nel suo stile) “ma so che lei rifiuterà”. In effetti ho rifiutato, tuttavia la proposta di Paulhan mi lasciò sconvolto, perché in tal modo presi coscienza che, persino per un simile lettore e malgrado la sua prudente riservatezza, la scissione era possibile – e anche che L’arrêt de mort era un libro». Da queste parole emerge di nuovo con chiarezza come per Blanchot l’opera sia unitaria, inscindibile, e che solo una lettura distratta (che egli non si sarebbe atteso da un grande critico, e amico, come Paulhan) possa far sorgere dei dubbi al riguardo. L’arrêt de mort è «un libro», e non la giustapposizione di due racconti.
     Proviamo a riassumerlo in maniera rapida e sommaria, accontentandoci di evidenziare e commentare, qua e là, qualche singolo tratto. L’inizio è di tono realistico: il narratore precisa subito che gli eventi che si appresta a ricordare si sono svolti in un anno ben preciso, il 1938. Aggiunge che più volte aveva pensato di esporli in forma scritta, e aveva persino attuato il proposito, distruggendo però il manoscritto dopo averlo riletto. Ora, a nove anni dai fatti (dunque nel 1947), è intenzionato a dare compimento a quel progetto. Pur con qualche allusione oscura, inizia a parlare della famiglia della donna su cui verte la storia. Si tratta di una famiglia borghese, di condizione economica non florida, specie dopo che il marito è morto e la moglie si è risposata. Le due figlie sono diverse per temperamento: J. (il suo nome viene indicato sempre con la sola iniziale) è caratterizzata da una grande forza di vivere, pur avendo seri problemi di salute, mentre sua sorella Louise è una donna più frivola. Il narratore dichiara di possedere «una prova “vivente”» dei fatti accaduti, ma esige che nessuno si avvicini ad essa finché è vivo e, dopo la sua morte, che le persone che gli vogliono bene la distruggano.
     Rivolge poi ad essi un’esortazione: «Li supplico di non buttarsi all’improvviso sui miei rari segreti, di non leggere le mie lettere se ne troveranno, di non guardare le mie fotografie se ne compariranno, e soprattutto di non aprire ciò che è chiuso: distruggano tutto, senza sapere cosa distruggono, nell’ignoranza e nella spontaneità di un vero affetto». Se uscissimo per un attimo dal racconto, potremmo leggere queste righe come il vero testamento di Blanchot, un testamento che ha già cominciato ad essere disatteso. Ma occorre segnalare che il testo presenta analogie con le intenzioni espresse da Kafka riguardo ai propri inediti che, com’è noto, egli aveva chiesto all’amico Max Brod di distruggere. Citiamo solo alcune righe kafkiane: «La mia ultima preghiera: tutto quello che si trova nel mio lascito […], diari, manoscritti, lettere, di altri e mie, disegni ecc., bruciarlo interamente e senza leggerlo, come anche tutti gli scritti e i disegni che tu, o altri a cui tu dovessi chiederlo a nome mio, possedete. Chi non voglia consegnarti delle lettere, dovrebbe almeno impegnarsi a bruciarle di persona». Blanchot, nelle sue vesti di critico, ha già spiegato tutto ciò, parlando in anticipo per se stesso: «La gloria dello scrittore, in fretta, si fa potente, e presto onnipotente. Gli inediti non possono rimanere tali. È come una forza avida, irresistibile, che va a scavare nelle profondità anche meglio protette, e poco per volta tutto quel che Kafka ha detto per sé, di sé, di coloro che ha amato, che non ha potuto amare, è consegnato, nel massimo disordine, a un’abbondanza di commenti, disordinati anch’essi e contraddittori, rispettosi, sfrontati, infaticabili».
     Torniamo al racconto. Il narratore fa un nuovo riferimento all’oggetto in suo possesso, aggiungendo: «Alla fine del 1940 qualcuno, per mio errore, ha avuto un assai vago presentimento di quella “prova”. Poiché non conosceva quasi nulla della storia, non ha neppure potuto sfiorare la verità. Ha soltanto intuito che qualcosa era chiuso nell’armadio (a quell’epoca abitavo in albergo); ha visto l’armadio, ha fatto un gesto per aprirlo. Ma in quel momento venne colta da una strana crisi. Caduta sul letto, non cessava di tremare; per tutta la notte tremò senza dire nulla». Notiamo che il tentativo di violazione del segreto da parte di una donna rinvia alla seconda parte del racconto, e anzi più oltre verranno forniti indizi per capire l’effettiva natura della «prova» racchiusa nell’armadio. Dopo questa anticipazione, il narratore ci riporta alla data che già conosciamo, mercoledì 13 ottobre 1938; in quel periodo egli si trovava lontano da Parigi, ad Arcachon, pur sapendo che la sua amica J. era gravemente malata e forse prossima al decesso. Il dottore, infatti, le aveva dato poche settimane di vita (è questa la principale delle varie «sentenze di morte» che compaiono nel racconto), ed era stato proprio il narratore a comunicarlo all’interessata. Egli manifesta infatti nei suoi confronti una sincerità quasi cinica, giungendo persino a consentire all’ipotesi, da lei formulata, del suicidio, cosa che ferisce J. Ciò dipende dal fatto che la ritiene inattaccabile dalla morte – per il coraggio e la decisione con cui lotta contro la malattia – e che non prende troppo sul serio la diagnosi del medico. Questi infatti aveva già formulato in passato un’analoga previsione funesta anche per lui. Il narratore spiega che i diverbi che ha avuto con J. sono stati talvolta delle «scene violentissime», precisando però che, se la donna avesse minacciato effettivamente di ucciderlo, glielo avrebbe impedito, per non causarle poi dei sensi di colpa. Del resto aggiunge di essere sopravvissuto, qualche anno prima, a un tentativo di omicidio da parte di un’altra ragazza, che gli aveva sparato con una pistola. Tutti questi episodi di folle aggressività vengono evocati con indifferenza, e senza mai indicare le motivazioni di comportamenti tanto estremi, come se essi fossero da considerare parte integrante della vita quotidiana. (…)

(Continua a leggere l’intero saggio in Quaderni delle Officine II)

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