In luogo di profezia – Silvia Comoglio

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Di fronte a Canti Onirici non risulta agevole mantenere quell’atteggiamento di concentrata distanza propria del vaglio critico, poiché si è in presenza di un testo capace di coinvolgere il lettore in maniera assidua, tenace, non tanto sul piano dell’emozione esistenziale, quanto su quello di un’acutissima sensibilità linguistica.
Siamo al cospetto di un’estrema attenzione nei confronti del linguaggio non fine a sé medesima, bensì in grado d’insinuarsi, di offrire elementi tali da porre in essere proficui percorsi evocativi, affascinanti itinerari che nello spunto idiomatico trovano ineffabile origine.
E’ un procedere, un fermarsi, un soffermarsi secondo cadenze intime, profonde: la poetessa intende renderci partecipi dei suoi versi ricorrendo a una specifica persistenza poetica, quasi lo scritto imponesse un’adesione, un consenso, un esserci.
In siffatto contesto, le lancette dell’orologio non sono d’aiuto: siamo qui immersi in un tempo non suddiviso, istintivo (“il tempo / dei gechi dilatati”), sebbene non del tutto estraneo, che induce a prendere atto di una non consueta, ma reale, storia di noi stessi.
Si tratta, in sostanza, di un’attitudine a riconoscersi in dimensioni non artefatte, biologiche, promosse da originali usi idiomatici, efficaci nel dischiudere frontiere erette nei confronti di un mondo inedito eppure affine.
Silvia Comoglio non propone metafisiche opzioni, offre, al contrario, una realtà linguistica disponibile, vero e proprio invito a tenere conto dell’oltre e, nel contempo, di noi stessi. Perché l’umana parola molto, ancora, può fare.

                                             (dalla Prefazione di Marco Furia)

 

______________________________
Silvia Comoglio, Canti Onirici, Prefazione di Marco Furia, Forlì, Casa Editrice L’Arcolaio, “Il Laboratorio”, 2009.
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II. EURIDICE

 

                il sempre qui sopporta ógni  – nostra fine,
                e il frusciare  – próssimo –  del vento [ ]

                [ ]

 

Canto

Questa luce  – è enorme mondo
riposto in uno sguardo, paradiso
di tempo  all’infinito, a misura
di frattempo: álbero che nasce
sul varco  – dell’único tuo ingresso,
nel regno in cui potremmo
– dell’áttimo narrato –  amare
sempre tutto, fino – all’úl-tima parola

[ ]

 

1.

sottile  – la gola che si apre
déntro il cieco dire, un cupo
finire affranti  tra gli ultimi pensare,
nel márgine che tocca
ridotti  – témpi di respiri ―
grido che diventa
única sostanza, úrto di preciso
pianto a bisbigliare  – l’úl-tima parola,
il geco  – da disdire

[ ]

 

2.

                [la vostra barca
                fu l’último mio bene

 

il tuo guardarmi ―
è immágine riflessa  – di lunga spoliazione,
luce in cui dovremmo  – éssere ritorno
mássima di canto, éco  – di refoli segreti,
di rívoli che sono  – convesse
piante levigate, sere  – etérne –
e già mature nel fondo
sogno  – della bocca, “nel véntre
lénto  – delle stelle, rovi
– inscritti –  tra le dita

[ ]

 

3.

: → ho casa spoglia
perché il vento  – la redima
ánima dissolta  – perché il sogno
taccia il suo preciso  ―
moríre senza mondo, óltre
l’álbero di foglia
sémplice e leggera, nel cui vento
fui acqua già versata, corpo che si grida
in ignota  – lúce –  più profonda: letto
del rovo della terra
in fessura  recitato  di preghiera —

 

4.

→: me, amate me  in questa poca terra
di ánima lasciata óltre ―
il tronco e la ringhiera,
in albe  – nude –  della pietra: amate me,
il brivido davanti
al nome già tessuto nell’ultimo bacile,
nel pianto  che rese il suolo
lucido di vetro, istánte
mancato  – e silenzioso: me
stellina del mio faggio, esilio
di bacio assiderato, senza ombra
né  – significato

[ ]

 

5.

                ridirti  – è términe di avvio
                di nuovo giorno  – ruotato all’infinito ―
                témpo trattenuto dentro un solo sogno
                a órdine di fuga, di álbero totale

 

fui felice  – un lampo!
stretta al tuo palato: il canto ―
del córrere sospeso
sull’útero del tempo, inarcando
il mare  – immóbile e stupendo,
il mare nel cui fondo  – con labbra
piene a granchi!
–  i denti, i denti geleranno
all’ómbra  dell’álbero dell’Ade, nel castigo
– brusco –  del silenzio ―

______

 

6.

→: me, amate me,
per l’effímero mio tetto, e l’osso
che si spezza  – a volo –  dentro l’eco,
per l’unghia  – ritorta di paura,
e l’álbero che mostro  – al confine
con l’ultimo paese, piéde
nudo e già sbarrato, lucore
ricurvo  – tutto –  nel mio peso

[ ]

 

7.

Écco,  il braccio del tuo tempo
è perfetto  – e spaventoso, tordo che mi guarda
a síllaba spezzata. É l’álba
del vortice feroce, ramo dal tronco
appena nato, coi sogni  – ancora informi,
importati –  dal nugolo di insetti
per celia tutti sulla terra,  “a specchio
e sulla terra

 

8.

[mi diranno: nel bosco  – riposa il corpo
e tua insonnia  – ora è il bosco,
i cardi nel tempo ricomparsi
a réfoli di voci  – mózze
e senza lingua:  ómbre  – lunghe di pensiero –
al muro –  recitate,  in etérna
lí-quida cesura

[ ]

 

9.

→ uscì dal bosco  – l’álbero di pietra
guidando  – impávido silenzio
verso  il mucchio chiaro  di soglie conosciute,
di ómbre  – mani e serrature
– dure –  contro il tempo ―
e sulla lingua  – scavava già la riva
coniata  – a  lunganotte, cadeva
l’ángolo già bianco dell’último tuo dire:
il vento  – che mai risponde
filtrándosi nel sale, nel máre
diá-fano di sale

 

10.

qui si ascolta  – la porta
della casa, si guarda
la sabbia di presenza, cucendo
la notte già sonora
al radioso  – pállido riflesso
del labbro  – più profondo ―
ed è ruggito  quanto si racconta
perché l’ingresso  – è puro viale
gibboso  di paura, í-lare
paura

 

11.

                come se ti fossi
                ancora rannicchiata,

                come se dicessi: qui io corro
                effimera sui prati

 

invano, mio píccolo signore,
invano  – credi –  qui è l’oriente,
il principio  – tutto rivelato: la voce, mio signore,
è giostra solo spinta  – verso la sua eco,
è il corpo del lume che si affaccia
sull’último filare, ammaliando
quanto non vivremo del límite del bosco,
del témpo che si chiama  – límite del bosco —

 

12.

: → così  potremmo ancora amarci,
cóme  – soli cardi, là dove ancora è vivo
il corvo  – appena stato
sul fuoco  – del suo ramo, l’íncubo che dette
forza al bosco nudo, tastando nessuna bocca
nessuna cosa nessuna  – nessuna ombra
che indugia di memoria

[ ]

 

Turi Volanti - Orfeo e Euridice

 

______________________________

Cinque poesie inedite (2009)

 

                [davvero  ora non ricordo
                se fósse  – lívido il tuo volto
                o opulento  nell’arco del mio sogno ―
                se fosse  – última di stelle
                una luce che già scroscia
                a frammento di se stessa, di sua ―

                bellezza estrema

                —

 

*

Talvolta  – correndo –  in codesto mio silenzio
fu lárgo  corno crepitante negli anni della caccia,
maligni e timorati: il gran dire di greto ripiegato
sfrondando l’ómbra della casa, il lato del portale
píccolo di sogno. Fu la storia  – suprema e mai finita –
possibile nell’onda dalla brezza riforgiata: →  fu lasciarvi
sul ponte costruito in moltéplici finzioni, finzioni
poi riposte nel sigillo  – rosso –  dell’anello: filo
del luogo  che trasmuta  verso stelle  e voci  e così sia―

_____

 

 

          … la presenza  vasta della fronte
          è il blocco di partenza, il rombo  – che irrompe balbettando
          in certi monti  – e sogni –  ponderosi …

 

Puro tratto  – di corso che germoglia
galleggiando nel vento come ramo
è quésto téndere le stelle – físse – del mio corpo
fino al crocevia – di nude – mandrágore di sogno ―
quésto – téndere stupito l’estremo fascio delle voci
óltre dénse – máschere di pietra, felíce
del dédalo che sembra – l’intricato
chiarore a forma – di porta dopo porta, il moto curvo
dell’ál-bero stupendo ―

_________

 

 

                … la grazia  – è estrema e già dissolta
                nell’í-lare stagione dell’ómbra senza volto,
                è testa  – nel vento già spalanca –
                dell’úl-timo soffione: bósco  – a ritroso –
                nel suo corso …

 

*

Che succede  – nel bosco
piegato  – nel suo bosco, nel troppo
o troppo poco –  bisbiglio
appena stato? l’ultima tua ronda, mio píccolo tesoro,
è ormai tempo, témpo di dormire,
ninna  – e solo ninna –
per fianchi contro fianco, “per l’orto
caparbio di confusa sí-
llaba a silenzio ―

________

 

 

                … intonse, le cose intonse
                áprono di peso terre a profezia
                di stelle  – mai finite, sono voce ―
                di essenze fuori bordo, nótti ad álbero di fuoco
                sénza un solo segno di pena ereditata,
                di sguardo che somigli a ómbre
                a metafora redente …

 

*

il luogo,  Altezza,  è ricoperto
di faggi e caribù, del drago  – nel tempo –  appena asperso.
è il filo del suono che prolunga
anábasi di voli  sorpresi nella stanza: chiodo
di vostre  – private guerre
rimaste indecifrate, e lisce e levigate
in bássa  – luce –  di presenza, in pianta
ignota    della casa ―

________

 

 

                … eterno, etérno il trascinarsi
                dell’álbero per campi,  il rumore –  immóbile di luce –
                acúto nell’ úl-timo pronome?

                    *

                 … è in terre, amore,  del tutto immaginate
                 il corale istante di álberi congiunti
                 sul muro dell’oriente,  in cui tútto
                 a iosa si trapianta di sí-llaba e menzogna,
                 di ómbra   – e ignota –  mú-sica sonora …

 

*

Un   suono, amore, di órdini serali   córse
di guerra in guerra fin verso il mínimo guardarsi.
Fu luce  – entrata di traverso –  nel punto
détto di richiamo. Le stanze  – restate chiuse –  in altezze
cosciénti  – di respiro.

___________

 

***

11 pensieri riguardo “In luogo di profezia – Silvia Comoglio”

  1. Grazie infinite a Francesco che sempre, e con generosità, ospita in modo perfetto la mia casa editrice e i miei amatissimi autori. Un grazie di cuore all’affermazione di Carmine Vitale. Le sue parole sono proprio capaci di entusiasmare chi, da questa attività, trae la linfa per vivere l’esistenza con passione. Caro Carmine: ti chiedo l’indirizzo; vorrei mandarti qualche omaggio.
    Della mia Silvia, che dire! Il suo libro, così come i suoi inediti, tocca le guglie di una lenticolare esattezza. Quale esattezza? Per me, quella che dispone del nostro “profondo”, che ci consente di essere vissuti dalla stessa poesia.

    Di nuovo un abbraccio di riconoscenza a Francesco.
    Vostro Gianfranco

  2. Quella di Silvia è una poesia in perenne movimento.

    Silvia sa trasformare i segni in segnali, le parole in passi, i versi in percorsi.

    Nella sua poesia non c’è un solo elemento che non inviti a esplorare, a muoversi, a mettersi in marcia.

    Bellissima!
    roberto

  3. Grazie Francesco per l’ospitalità e per l’immagine intensa e delicatissima che hai scelto a commento delle poesie del ciclo Euridice.
    Un grazie poi a Carmine, Natalia e Roberto che si sono messi in gioco e hanno colto aspetti fondamentali del mio fare poesia: la cadenza ritmica, la ricerca di musicalità, il muoversi in esplorazione continua.
    E un grazie infine a Gianfranco per aver creduto in Canti onirici, in questa avventura poetica.
    Silvia Comoglio

  4. ridirti – è términe di avvio
    di nuovo giorno…

    davvero una poesia musicale e affascinante che si getta nel profondo a esplorare.

    un saluto a Silvia e a Gianfranco

    antonio bassano

  5. molto interessante l’aspetto prosodico ritmico: una scrittura pausata in cui la metrica irrompe a scompaginare la sintassi, e pure il senso. Molto belle, con versi che colpiscono per la loro intensità e per la loro eleganza. Complimenti a lei e all’editore che sta tirando fuori dal cilindro autentiche preziosità.

  6. Grazie Silvia, e grazie a tutti gli intervenuti.

    Ho apprezzato molto il libro e la ricerca di cui è espressione matura e compiuta: estranei, lontanissimi, per fortuna, dall’ovvio e dal ribollito che tracimano senza ostacoli negli ultimi tempi.

    Complimenti.

    fm

  7. Altro libro interessante, senz’altro non vi è nulla di “ovvio e ribollito” qua.
    Titolo azzecato, pure.
    Complimenti a Silvia e a Gianfranco, che coccola i suoi autori come nessuno.
    A Francesco, sempre attento.

    ciao
    liliana

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