Repertorio delle voci (IV) – Manuel Cohen

[MANUEL COHEN]

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VERZIERE
Gabriella Maleti, tra mimetismo e meticciato
    

I testi qui proposti rappresentano un ulteriore tassello del particolare e sempre rinnovantesi sperimentalismo che segna come uno stigma l’opera ultratrentennale di Gabriella Maleti, il cui tellurico esordio in volume, Famiglia contadina, Ed. Forum, risale al 1977. Anche per la Maleti, fiorentina d’adozione, che alla produzione in versi affianca opere in prosa (fino al recente Queneau di Queneau, Ed. Gazebo, 2007), si può parlare di tensione plurilinguista. E’, di fatto, autrice in lingua, in cui risulta costante l’adozione di particolari argots, inserimenti linguistici allotri, o di linguaggi settoriali, o, è il caso di queste pagine, il cimento nel recupero di dialetti d’area gallo-italica, quello d’origine, modenese, o nella varietà milanese.
     Ironica, caustica, corrosiva, la parola della Maleti affonda il bisturi nella realtà, al contempo, linguistica e sociale. Procedendo per scarti o variazioni, la pagina di semiprosa, penso a “Telefonico modenese”, in cui risalta la particolare mimesis del parlato: il procedimento mediante il quale reinventare linguisticamente una phoné popolare, o popolana, per, potremmo dire con Mengaldo, “sfruttare le potenzialità del dialetto”. Il flusso affabulatorio della narratrice-protagonista, libero e debordante, si tiene su una sequenza di veri (nel senso di ‘in presa diretta’) tic verbali; un intercalare variato e accresciuto (e il procedimento torna in “Leghista”, con il va bene reiterato, o in “Dotato emiliano”, con l’ossessivo hai presente?) come nel caso della avversativa ma, mo (mo cosa, mo perché, mo sì, mo alora, mo va là) che ha funzione di legare la sequenza paratattica e asindetica, e di introdurre le molte interrogative del testo.
     Ne deriva un monologo, o falso dialogo, assolutamente oggettivo, in cui la Maleti lascia che i personaggi parlino e si muovano in autonomia. Elementi, tra i tanti, assieme alla sostanziale stilizzazione della parlata popolare, che fanno riferimento al magistero di Carlo Porta (alla Ninetta del Verzè, o a Il lamento del Marchionn, per intenderci), come pure a una scrittura della nevrosi, nella pronuncia addizionale e teatrale delle interrogazioni, di un Raffaello Baldini. Così, “Dotato emiliano” e “Leghista”, sono variazioni su tema: laddove il rimarcare con caratteri corsivi talune espressioni dialettali è funzionale alla delineazione dei caratteri o tipi umani, in una mise en scène per nulla descrittiva, e sottesa a una più felice e radicale mise en abîme.

_____________________________

 

(due milanesi a naso in su)

“Varda là, là…”
“In dove?”
“Ma due te guarde! Guarda là, là,
chela roba che la sbarlusis!”
“Ah!”
“Te l’è vista?”
“Sì, sì, madona, varda che roba!”
“Diu signor, ma che roba l’è?”
“Mah!… El par un disco volante…”
“El po’ anche vess un angiul del signur!”
“Vacca, mel sbarlusis!”

 

(“Guarda, guarda là…”/ “Dove?”/ “Ma dove guardi! Guarda là, là, quella cosa che luccica!”/ “Ah!”/ “L’hai vista?”/ “Sì, sì, madonna, guarda che roba!”/ “Dio Signore, ma che cosa è?”/ “Mah!…sembra un disco volante…”/ “Può essere anche un angelo del Signore!”/ “Accidenti, come luccica!”)

 

(Telefonico modenese)

Mo hai sentito? Si dice che quella signora ha fatto fare le… le perle al suo bambino dentro a un vaso da sera! mo sarà vero? e poi ha adobato tutto il lavandino! mo cosa ne pensi? come? ci voleva un gatino? mo perché? dici che un gatino non è permaloso? mo sì, prende anche i topi se è per quello, cosa? erano troppo soli quei due disgraziati? capisco che la mancanza di un gabinetto in casa può provocare la solitudine, certo che un gatino fa una bella compagnia, mo tutti i nimalini la fanno, certo… poteva essere anche un’idea, mo sì, si è impegnata la mamma,, mo, di’ ben su, cosa poteva fare? metterla in una pentola e farla bolire? ah, ah! mo alora era melio metterla sui vasi di fiori come concime, non ti pare a te? è senza marito lei? mo va là, ma davero? adesso capisco, mo sì, cosa vuoi, in quelle condizioni, al bambino gli scapava… era un aviatore lui? l’ha lasiata? mo non era micca un capitano di fregata? non si sa? che pecato, il bambino? come vuoi che sia restato, sarà restato lì come un alocco, un stoccafisso a vedere cosa faceva la madre, mo stai atenta che il bambino se lo porterà dietro per tutta la vita adesso, avrà sempre quel barlume di sena davanti agli occhi, mo come no! certo! ti pare bello alora mettere al mondo dei figli per rovinarli in quella maniera? andava bene anche un papagalino? perché no, parla anche il papagalino! cosa dici? ah, così colorato eh? mo certo, il colore poteva darci anche un po’ di conforto, mo alora perché no anche un ciuaua, quel bel cagnolino giapponese, senza contare che la mamma poteva insenare che la sporcizia era dei nimalini, come? non regeva? è vero, era troppa… mo sai cosa era l’unica cosa da fare? l’unica cosa da fare era di ricaciare tutto nel sederino del bambino, ah ah! si fa per dire! cosa ha fatto lei dopo? S’è messa a piangere, davero? troppo tardi cara la mia signora! e l’idraulico: pensa te che figura proprio di cacca che ha fatto lei con l’idraulico! e poi certamente che le voci corrono, mo certo cosa si aspettava? e è stato un miracolo che lei non ha pichiato il figlio, cosa dici? l’ha pichiaaaato? ha pichiato il figlio? mo guarda mo che me la sentivo!

 

(leghista)

Perché, diciamo noi, una madre del nord, una forte e dura padana, a l’è ubligada a far fare al suo bambino i suoi bisogni grossi nel vaso da notte? Perché, eh? Perché non ha il gabinetto in casa! E perché non ha il gabinetto in casa? Dimmelo te! No, ansi, te lo dico io: perché i soldi per fare il gabinetto glieli ha mangiati quei teruni del Sud, Roma ladruna e porca e gli imigrati! Va bene? A noi ci suchiano i nostri dané tuta questa gentaglia, e lavora te, lavora! toh! che poi quei rubadané s’ingrassano le ciape con la tua fatica! Va bene? e lavora te: coglione! e lavora te: pirla! a cosa ci obbligano a noi padani del Nord? a cacare in cucina! ecu a cosa ci obbligano. Ve bene? E poi il lavandino non tira più: per forsa, il salario ce l’hanno mangiato tucc chi fac de merda là!, e le nostre donne de rasa pura padana sono costrette a piangere, le donne padane del Nord chiamano un trombaio, un trumbeé, e va bene, ma sfortuna vuole che poi si scopre che è un trombaio terone (come lo so? lo so e basta!) e che poi va in giro a dire a tutti che i nostri lavandini del Nord sono pieni di merda. Va bene? Ma perché sono pieni di merda? perché quei sudisti da Roma porcina in giù e tutti quei stracioni che adesso arivano sulle nostre coste, ma a Como non c’arivano, toh! (rumore di braccio celoduro che fende l’aria) ci succhiano il soldo. Noi sgobiamo, va bene? a lavorare, va bene? a tirare su i figli, va bene? e ce lo duriamo anchem va ben? e guarda te la sfiga: non c’è neanche un cesso che racoglie la nostra merda!

 

(Dotato emiliano)

Mo lo sai una cosa? Con questa proposide che mi ritrovo, se me lo diceva, la signora, mo ci andavo io a togliere il vaso da sotto il culetto del bambino. Ce la avolgevo, la proposide, atorno al manico del vaso da notte, hai presente? così, proprio nel buco, e ce lo portavo fuori, nel bel mezzo della notte, hai presente? se quella signora me lo diceva, ce la facevo vedere io, l’Africa a Milano, capisi?

 

***

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23 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (IV) – Manuel Cohen”

  1. Ciao Nadia, grazie. Grazie Francesco della bella sorpresa. Molto bella la foto: terribilmente bella. Un saluto caro a una bravissima Gabriella Maleti.

  2. Sono stato in dubbio se scriverlo, dato che non è un giudizio positivo, ma poi ho pensato di potermi fidare – che cosa conta la parola di un demente?
    Non mi piace, per nulla. Tirato per i peli del sedere, men che mediocre, pretestuoso e inutile.
    Mi rimane solo l’amara consolazione dei conti che, in un modo o nell’altro, tornano sempre.

  3. libero di apprezzare o meno. Ma dire non mi piace è non dire nulla, o per lo meno non è un giudizio. E comunque temo che i conti proprio non tornano, in ogni senso e specie senza nessun computo. grazie.

  4. Ormai, per tenere un blog, bisogna stare almeno sedici ore al computer. E forse non bastano nemmeno quelle, a quanto pare…

    Magari, pensare di tanto in tanto che la vita, coi suoi problemi “veri”, passa ben al di là dello schermo, non farebbe male.

    Così, solo di tanto in tanto, mica sempre.

    fm

  5. Ritornando allo specifico del post.

    Io credo che provarsi in forme e registri inusuali, rispetto a quella che è la cifra che abitiamo da sempre, sia compito essenziale dei veri poeti.

    E ciò espone a rischi. Ma i rischi, a mio parere, sono il pane di cui si nutre qualsiasi poeta. Vero.

    fm

  6. eh già, Francesco, bisogna saper rischiare con la curiosità di conoscere e misurarsi con le diverse forme d’espressione, o si diventa cloni di se stessi, chiusi in un castello di vetro che si riflette sempre uguale.

    un abbraccio a te e Manuel e David.
    n.

  7. Gli esperimenti, come tutti gli esperimenti, sono necessari ma anche, al tempo stesso, pericolosi. Con risultati talvolta illuminanti ma che spesso, quasi sempre, si riducono a minime variazioni sul tema. In questo caso i testi proposti, se devo essere sincero, non mi convincono troppo. Ricchi, vivaci, anche divertenti, sì, ma sempre un po’ in bilico sull’abisso dei luoghi comuni. Nobile l’intento di denunciare un uso scorretto degli idiomi locali, nel pubblico come nel privato, ma si tratta di un mondo che forse necessiterebbe di essere scandagliato più a fondo. Se un critico finissimo come Manuel ha pensato di proporli, vuol dire che dobbiamo immaginarli all’interno di un contesto più ampio, dove questa pluralità di voci, molto probabilmente, assume una forza ben diversa. In ogni caso, aggiungo, non condivido per nulla commenti sarcastici o volgari, in nessun caso, ai testi che di volta in volta presenta Francesco. Il suo blog è uno dei luoghi più civili e belli della rete e, se qualcosa non piace, non occorre offendere: siamo qui per crescere, insieme, non per diminuire gli altri.

  8. ho letto i testi, ma non sono così particolari e innovativi, nel taglio dello sguardo e nella forma.Personalmente mi è parso di vedere riciclata una qualunque delle tante gags che andavano di moda tempo fa, quando ancora guardavo la tv. Ora non l’ho più e non so cosa facciano dentro quello scat(t)oletto. Le considerazioni riportate nei testi, mettono in luce ciò che tutti cospirano ad innestare-innescare nella gente semplice e finiscono con il prendere di mira proprio quelle persone che hanno meno mezzi per difendersi da una sproloquiante e manipolante politica da meno di due soldi.
    Non riesco a ridere per certe battute, mi addolorano indicibilmente, significa che la tanto vagheggiata cultura alle masse non è arrivata che come pietra, un sasso non digeribile o digerito ed è a favore di questo, di una digeribilità allargata, che ci si dovrebbe “sprecare” attraverso i mezzi a disposizione e non lasciare sempre e solo alla risata il diverti-mento.
    In ogni caso grazie per la panoramica.fernanda

  9. a me personalmente (= di gusto mio) non garbano le intemperanze/escandescenze, siano esse d’odio (tipo anfiosso o di costanzo) o d’amore (tutti qui commenti-dediche che par d’essere a radiocapodistria).

  10. Questo post non è un contenitore di gags e non è stato pubblicato per far ridere, qui è in gioco non il linguaggio televisivo ma la mimesi di un linguaggio delle radici che scivola inevitabilmente verso la parodia di se stesso. La nota introduttiva è esplicita.

    Resta il fatto che:

    – le espressioni bello/brutto, mi piace/non mi piace sono ridicole;
    – sul blog ci sono più di diecimila commenti, almeno la metà potrebbe essere utilizzata per mettere su una ragguardevole galleria critica;
    – lasciare un cenno di saluto o un grazie, da parte mia o di chiunque, è un segno di civiltà e di rispetto per l’altro, non un commento;
    – non ho mai obbligato nessuno a frequentare il blog: non vedo perché chi ha familiarità e frequentazione abituali con la “Metacritica della gnoseologia” o con “Fenomenologia delle catarsi esulceranti scariche ancestrali aprioristicamente propulse nelle proprie frustrazioni seminconsce” debba perdere tempo sui testi che propongo.

    fm

  11. il libro di Gabriella Maleti, che ho avuto la fortuna di leggere, è davvero ottimo; è forse un testo ‘unico’, e cerco di spiegarmi, bisogna includerlo in un contesto, in un a priori, in una situazione concreta da cui l’autrice parte per definire un percorso di vita e di scrittura.
    non credo debba far ridere come allatv (o altro), ma è il sorriso amaro e duro di Gabriella, di chi ha anche vissuto una vita per poterne poi scriverne, di chi sa che l’espressinismo non è solo una tendenza letteraria.
    è sicuramente molto di più, e mi scuso della pochezza delle mie parole.
    un grazie a Manuel e a quasi tutti, preché a volte quando uno sta zitto (o non scrive niente) sembra (dico: sembra) molto più intelligente.

    un abbraccio

  12. Ha ragione Ghignoli: credo proprio che si tratti, come del resto avevo anche presentito, di una serie di testi che probabilmente, isolati dal loro contesto originario, rischiano di apparire, a volte, per ciò che non sono. Una lezione (per me, almeno) sulla necessità di non lasciarsi andare troppo in fretta a commenti poco meditati. Comunque, per rispondere a jd, non capisco bene le sue affermazioni: in questo blog io personalmente ho letto commenti di altissimo spessore – a testi di Derrida o Blanchot o Char -in questi mesi. Poi se qualcuno, in velocità, non scrive sempre capolavori mi sembra più che accettabile, vista la natura del mezzo. Io qui mi sento tra amici e non voglio, nemmeno lontanamente, quando lascio un commento, pensare di dover essere giudicato per ciò che scrivo. Rinnovo comunque la massima stima al curatore del blog e a Manuel, per il loro disinteressato – e provato – amore per la poesia e l’arte in genere.

  13. Trovo che questo luogo sia, grazie al lavoro di Francesco Marotta e di chi collabora, come qui Manuel Cohen, uno dei blog di maggiore spessore dell’attuale panorama italiano, e per fortuna direi anche di maggiore civiltà. E’ vero, innegabile, che a volte si passi per lasciare complimenti più per affetto che per reale convinzione; però ci sono anche commenti di spessore notevolissimo. E poi, senza pretendere di “fare cultura”, anche lasciare un semplice saluto mi sembra un gesto quantomeno di gentilezza che in certi casi si sente necessario.
    Non è che poi debba piacere tutto quello che viene pubblicato qui, ci mancherebbe, però leggerlo con attenzione e rispetto è un atto di fiducia per chi ha scritto e per chi lo propone. Poi si può e si deve discuterne, serve a tutti.

    Francesco t.

  14. Devo precisare che la scelta dei testi di gabriella Maleti è stata fatta specificatamente per una rivista di scritture neodialettali (‘Il parlar franco’ n.8-9, 2009): è una scelta che purtroppo esclude molti dei registri di una scrittura narrativa molto più ampia e di respiro, e che ha prodotto un libro di assoluto rispetto e valore : ‘Queneau di Queneau, ed. Gazebo 2008).

    Francesco Marotta, ha risposto anche per me a qualche critica ricordando che la particolare operazione di mescidazione in cui qui si produce l’autrice è nell’esercizio pienamente riuscito di una mimesi con il linguaggio della realtà. Di certa realtà. Un caro saluti a tutti gli intervenuti, grazie.

  15. Credo proprio che a questo punto mi procurerò il libro. Non si può parlare se non si conosce bene né giudicare l’insieme riferendosi soltanto ad alcuni particolari. Qualche volta forse è possibile, altre volte no. Grazie Manuel, grazie Francesco. Esco da questa esperienza con qualcosa in più di prima.

  16. Avevo letto, a suo tempo, “Queneau di Queneau” di Gabriella e mi era piaciuto molto. (Questo,ovviamente, non è un giudizio, solo un apprezzamento di chi, come me, non è in grado di commentare in modo pertinente e si esprime su quanto legge,per intuizioni). Quindi questo mio passaggio è solo per lasciare una testimonianza.Per il resto, mi associo a quanto scritto da Alessandro Ghignoli e aggiungo che il rischio assunto da Gabriella è stato notevole- e solo per questo già degno di ammirazione e di un giudizio positivo, visto il panorama sciatto in cui ci troviamo e il livello degli “sperimentalismi” linguistici- che si è rivelato “vincente”, almeno per me e per chi qui ha commentato.
    GRAZIE a Francesco e alla sua preziosa “dimora”.
    lucetta

  17. Caro Ivan, ti ringrazio molto per i tuoi interventi e per il tuo interessamento. La Maleti ne sarà molto contenta. Tu ed io sappiamo bene quanto sia fondamentale affrontare il diverso da noi, quelle scritture che apparentemente sembrano così lontane dalle proprie. Per una deformazione di matrice culturale, penso sempre, come a un monito a due parole della cultura ebraica: FRATELLO e ALTRO: bene, in ebraico queste parole hanno una radice linguistica comune….

    Grazie a Lucetta Frisa per il suo passaggio. E grazie per la sua competenza in umiltà, per quando scrive che ‘non è in grado di commentare in modo pertinente’. Bè, un esercizio di modestia che ammiro molto, come pure la sua serietà di autrice.Grazie.

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