L’opera non perfetta (II) – di Marco Ercolani

[MARCO ERCOLANI]

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[La prima parte dell’opera qui e qui]

Pensiero-immagine

Non dobbiamo sempre pensare gli organi sensoriali come altrettante porte attraverso le quali la vita circostante penetra in noi. (Eugène Minkowski)

Copia e segno

Il fisiologo Johannes Muller, nel 1825, elabora una tesi sulle sensazioni visive fantastiche che sgretola l’interpretazione idealistica della sensazione, così come è stata concepita nella Critica della ragion pura. Kant affermava che la sensazione è affine al sigillo impresso sulla cera; è Eindruck, impressione; copia, non originale. Quando Kant afferma: «È un’immagine», definisce il ‘regime inferiore’ in cui veniva collocata, dal punto di vista speculativo, l’attività dell’immaginazione. Muller, al contrario, ribadisce che i sensi agiscono secondo una modalità innata di ricezione ed elaborazione dello stimolo. Non sono Abbild, copia, ma Zeichen, segno.
La luce è qualcosa che sta nell’occhio, non nella sorgente visiva, come il suono è nell’orecchio e non nel movimento dell’aria. Muller elabora questa teoria, che chiamerà legge delle energie specifiche dei nervi, partendo da percezioni visive di non vedenti, da ‘allucinazioni della vista’. La sensazione è finalmente considerata come processo, non come copia; esperienza della soggettività e non risposta meccanica a stimoli esterni, fenomeno primario e non secondario a nessun ente metafisico.
Helmholtz, ne Il pensiero nella medicina, considera questa legge analoga, per valore epistemologico, alla legge newtoniana della gravitazione universale, perché «l’uomo è nell’essere, non nell’apparenza dell’essere». Come intuì Aristotele, nel III libro del De anima, l’uomo, pur immerso nella natura, può analizzarne i fenomeni senza considerarli riflesso di qualche superiore entità metafisica.
Dalla legge di Muller, e dal conseguente postulato dell’autonomia della sensazione, ha origine la moderna psicologia. Se la sensazione non è una copia ma un segno, se è una ‘lettera’ all’interno della parola, bisogna decifrare il significato di questa parola e indagare il rapporto fra stimolo e sensazione attraverso una nuova scienza: la psicofisica. Fechner, il filosofo della natura di cui Freud si considera discepolo, dimostrerà che occorre un abnorme aumento dello stimolo perché la sensazione aumenti o raddoppi o triplichi intensità. La quantificazione di Fechner conferma la legge di Muller: la sensazione è originale e indipendente dalla crescita dello stimolo.
Valorizzata l’autonomia della sensazione, la via di accesso alla psicologia del profondo è tracciata. La sensazione, nella sua totalità psicofisica, dalla percezione all’allucinazione, è analizzata in quanto singolare e irripetibile, interna al corpo che la produce, la ricorda, la interpreta e la collega con la realtà obiettiva in modo relazionale (vissuto, sentimento) o deformato (illusione, allucinazione). L’illusione è una parziale deformazione della realtà, l’allucinazione uno stravolgimento totale, ma entrambe concorrono a formare l’originalità della sensazione psichica – nucleo generatore della psicodinamica.

Dipsichismo e polipsichismo

Una delle prime fonti da cui si svilupperà il concetto di psicodinamica è stata la riflessione della filosofia romantica sull’immaginazione: con il termine ‘immaginazione’ si comprendeva un campo eterogeneo di fenomeni, dai sogni alle visioni alle idee fisse alle fobie agli stati di possessione o di trance. Gli Urphanomen, descritti da Friedrich Schelling come fenomeni primordiali oggetto di continue metamorfosi, sono un arcaico concetto di inconscio come misterioso legame fra vita umana e movimenti cosmici della natura. Questo legame, rimosso dalla ragione cosciente, si intensifica in certi stati anomali come l’estasi mistica, l’ispirazione poetica e il sogno. «La natura è spirito visibile, – scrive Schelling – lo spirito natura invisibile». In Psyche (1850), Carl Gustav Carus abbozza un’ulteriore definizione dell’inconscio. Polarità fondamentale che si oppone alla coscienza, l’inconscio è prometeico e plastico, rivolto al futuro e al passato, inconsapevole del presente, inesauribile e sano, in possesso di una innata saggezza comunicabile a tutti gli individui. Ha funzioni conservative: ricorda, percepisce, trattiene immagini, accumula memoria. Ma anche funzioni dissolutive: ospita i frammenti scissi dell’io, le personalità multiple e «alternanti» che possono comparire in momenti crepuscolari della coscienza, in sogno, in delirio, sotto ipnosi, in stato di trance. E funzioni creative e mitopoietiche; fantasie romanzesche e architetture fantastiche irrompono nel campo della coscienza attivando l’immaginazione sub-liminale inconscia (di cui parlano, da Mesmer a Flournoy, gli studiosi delle ‘personalità multiple’).
Carus scrive: «Il sogno è l’attività della coscienza nell’anima ritornata alla sfera dell’Inconscio». Il sogno non è dunque solo una fantasia notturna ma possiede una funzione coscienziale. Questa definizione anticipa, profeticamente, la metapsicologia freudiana e la teoria junghiana del Sé, e propone un concetto di immaginazione attiva, produttrice di forme reali, lontana dal concetto di fantasticheria passiva, serva di sensazioni informi. «L’anima, nel sogno, scegliendo le immagini corrispondenti a certi sentimenti, procede come il poeta desto, che ugualmente evoca e cerca di condurre alla massima limpidezza immagini il più possibile adatte ai sentimenti che si agitano in fondo all’anima». Con parole che echeggiano quelle di PseudoLongino in Del sublime, il filosofo descrive l’adeguatezza della parola all’impulso emotivo. Sono le prime lucide intuizioni della filosofia occidentale sul ‘racconto’ del sogno, sulla ‘dicibilità’ dell’evento onirico e poetico. «Il progresso della coscienza sarebbe contrario alla durata stessa della vita se l’Inconscio non intervenisse per rituffare periodicamente l’essere nelle sue profondità creatrici. Il “sentimento”, con i suoi alti e bassi, risospinge senza posa l’anima nell’inconscio e ripone così l’accento sull’elemento duttile, vitale, malleabile, di sé». Carus vede, nello scambio incessante tra coscienza e inconscio, una discesa ciclica dell’io nelle parti infere di sé. Il mondo sotterraneo, rivelato dalla phantasia e dal sogno – per Giordano Bruno inesauribile attività dell’immaginazione, per Carl Gustav Jung matrice arcaica di simboli e miti -, equivale al concetto di inconscio collettivo. Dentro questo crogiuolo la passione particolare e individuale, l’impulso insopprimibile dell’inconscio personale, consente alla coscienza di confrontarsi con le sue parti rimosse. Per i romantici, come osserva Benjamin, il processo riflessivo è ‘la cellula germinale di ogni conoscenza’: pensando se stesso in una costante attività autoriflessiva, abbatte ogni barriera fra soggetto e oggetto e mostra una realtà totale, dinamica, che assorbe sempre nuovi piani di conoscenza.
Heinrich Von Schubert, agli inizi del XIX secolo, teorizza una triplice natura dell’uomo: Anima, Spirito, Corpo vivente, che preannuncia i classici concetti della topica freudiana, Io, Super-io, Es. Von Schubert distingue inoltre un ‘amore dell’io’, molto simile al futuro concetto di narcisismo; e in un libro fondamentale e dimenticato, Il simbolismo dei sogni, analizza le immagini oniriche, definendole un tipo di algebra superiore, un ‘pensare per immagini’ che contrasta con il linguaggio verbale dello stato di veglia.
Due concetti si contrappongono. Da un lato, la psiche umana sarebbe costituita di due stratificazioni diverse, ognuna delle quali costituita da catene complesse di associazioni: una coscienza superiore e una coscienza inferiore, un Io primario e un io secondario, separati da una barriera, come i sotterranei di una casa sono separati dalle stanze visibili: tanto nei sotterranei quanto nella casa la vita scorre autonoma, come in due regni differenti, uno doppio dell’altro. È il modello statico del ‘dipsichismo’, da cui deriva la psicologia di Janet e il concetto freudiano di inconscio come somma degli impulsi e dei desideri rimossi, opposti alla coscienza. Dall’altro lato, la psiche è un arcipelago di ‘sub-io’, sottoposti alla gerarchia di un Io coscienzale, ma simultaneamente presenti e fluttuanti – pietre oggi sommerse dall’acqua come scogli e domani emerse dall’acqua come isole. La seconda teoria presuppone una psiche inconscia di tipo ‘aperto’, che al concetto di ‘barriera’ sostituisce quello, mercuriale, di ‘porta’. Da questo ‘polipsichismo’ deriverà la teoria junghiana dell’inconscio, in cui psiche dell’individuo e inconscio collettivo degli archetipi entrano in reciproco rapporto di scambio, attraverso la facoltà dell’immaginazione.
Freud ha accennato all’inconscio come radice del principio di non-contraddizione, però non ha sviluppato questa parte strutturale, limitandosi a sistematizzare concetti che già Von Schubert, Carus, Nietzsche, Schopenahuer avevano utilizzato a partire da una prospettiva filosofica. Il suo sistema clinico, nato da un patrimonio psichico che appartiene all’irrazionalismo romantico, nonostante un relativismo molto ampio intorno ai concetti di inconscio e di coscienza, arriva a definire il processo primario e il processo secondario come categorie rigide e distinte, attraverso le quali la logica simmetrica della coscienza si contrappone al caos asimmetrico dell’emozione. «Come possiamo arrivare a conoscere l’inconscio? Naturalmente lo conosciamo soltanto in una forma conscia dopo che ha subito una trasformazione o traduzione in qualcosa di conscio. Il lavoro psicoanalitico ci fa sperimentare ogni giorno che una traduzione del genere è possibile». L’inconscio, come «pura simmetria», per Freud non è dicibile: lo diventa solo attraverso letture trasversali, che provengono dalla nostra coscienza e la arricchiscono attraverso continue ‘traduzioni’. La coscienza vive, si trasforma, rinasce, in quanto è nutrita dall’inconscio e non in quanto afferma un suo dominio razionale, una sua monotona e oppressiva verità. Il sogno ne è il massimo esempio: una gestalt composta di scene familiari, di persone note, di spazi abituali, ma deformati dalle pulsioni del sognatore. Un contesto apparentemente comprensibile, ‘l’arredo del sogno’, viene traversato da contenuti illogici, spostamenti, condensazioni, alterazioni dello spazio e del tempo, che rendono la realtà raccontata traduzione deformante della realtà invisibile.
Quando Freud scrive: «Dove era l’Es, deve subentrare l’Io», accenna, in modo cifrato e prudente, alla funzione di traduzione che la coscienza assume verso l’inconscio. La funzione di traduzione – in definitiva la funzione simbolica – è l’immagine riflessa di qualcosa che in sé non ha forma e struttura ed è indefinibile, pur contenendo potenzialmente un numero infinito di forme. Al concetto statico di rimozione – che suppone un inconscio rigido, sepolto oltre una barriera, inaccessibile alla ragione cosciente – subentra il concetto dinamico di traduzione, come formazione di aperture che facilitano l’accesso dall’inconscio al conscio, in una necessità mercuriale di scambi dove fenomeni, stili, opere, sintomi, pensieri, interagiscono senza confondersi. Come suggerisce Henry Maldiney: «Non si danno mai, in nessun dominio d’esperienza, percezioni integrali. L’idea di completezza contraddice l’essenza stessa della percezione. […] La percezione è costitutivamente inadeguata a causa dell’inesauribilità dei profili della cosa». Il paesaggio psichico, come l’esperienza fenomenica, sono incompleti, inesauribili. Ogni tentativo di irrigidire la potenzialità del vivente è un sistema difensivo che prima o poi mostrerà le sue crepe.

Pathos e logos

«L’immaginazione consiste nell’espellere dalla realtà diverse persone incomplete per ottenere, mettendo a profitto le potenze magiche e sovversive del desiderio, il loro ritorno nella forma di una persona interamente soddisfacente. È, allora, l’inesauribile reale creato». René Char descrive l’immaginazione con i tratti evidenti del delirio: frammentare il reale, sostituirlo magicamente con altre immagini e soddisfare così, in modo inesauribile perché rigorosamente personale, un desiderio non realizzato. Il ‘fantasma’ deforma il reale, stravolge l’esperienza cosciente, si colloca nel regno ‘immobile’ dell’allucinazione, contrapposto al dato obiettivo dell’esperienza razionale
Ma la forma ‘mobile’ in cui l’immaginazione può essere percepita, la sua Gestalt, si riassume con maggiore intensità nel concetto di Wahnstimmung, la ‘tempesta emotiva’ dove trova forma simultaneamente il desiderio di allontanarsi dall’io conosciuto e il bisogno di compenetrazione nell’altro. Questo ‘perturbamento’ – passione ermeneutica per un ‘oltre’ che metta in scacco l’esistente – ha dei tratti comuni con il concetto di ‘passione’. Platone distingue tra pathos e logos, privilegiando il logos come momento fondante della filosofia occidentale. Ma il momento iniziale di ogni dinamica psichica è l’energia della manìa (da mainestai, ‘essere in preda a follia’). Ancora Platone: «La follia è superiore alla mente sana perché questa ha un’origine soltanto umana, quella, invece, divina». Il divino, nella sua immanenza, è la necessità tutta umana di oltrepassare i limiti umani: è uscire da uno stato di quiete per entrare in una felice e infelice turbolenza, in uno ‘stato d’amore’ che offusca i sensi. «Si può dire che la mente ha due poteri. Uno è la visione della mente sobria, l’altro è la mente in stato d’amore; quando, ebbra di nettare, perde la ragione, entra in uno stato d’amore, effondendosi nella gioia; ed è meglio per essa impazzire così che restare lontana da tale ebbrezza» (Plotino).
L’ebbrezza, come equilibrio paradossale di una nuova coscienza, è proprio tanto lontana dal senso profondo del logos? In leghein (da cui logos) convivono due significati diversi, ‘dividere, separare’ e ‘legare, raccogliere, narrare’. Solo chi separa l’invisibile può vedere con maggiore chiarezza. Ma solo chi raccoglie parti dell’invisibile, lo custodisce e ne può narrare. Il ‘raccontare’ è già mettere insieme, ricordare, rimodellare, ritrovare nessi, re-immaginare.
Secondo le teorie tradizionali, l’immaginazione non ha né l’immediatezza della sensazione diretta né la coerenza del pensiero astratto, ed è confinata in un regno intermedio, legato alla fisiologia corporea. La tradizione filosofica sospetterà di debolezza ontologica questo mondo di apparenze e lo marchierà come ‘vacanza’ o ‘infanzia della mente’. Ma le forme dell’immaginazione – le diverse e molteplici ‘immaginazioni’ – sono legate a movimenti affettivi. Se volessimo pensare un’analogia biologica, queste forme ci riportano ai sistemi complessi della fisica contemporanea, sistemi di non-equilibrio che generano paradossali equilibri, dove prende forma un continuo scambio fra cellula e habitat della cellula. Quanto è innato non esiste in modo autonomo, come caratteristica a priori del genoma cellulare, ma è soggetto a modificazioni che arrivano dall’ambiente esterno, a mutazioni perturbanti e strutturali. «L’io biologico non esiste in se stesso e per se stesso: è sempre immerso nella vita (Minkowski)». Ogni cellula intreccia relazioni con una cellula altra da sé. La vita, in questo senso, è dinamismo teleonomico, dove le forme non sono mai conservate per se stesse ma all’interno di una metamorfosi che ne garantisce la sopravvivenza.
L’immaginazione è il potere di rappresentare queste forme: esistono aree mentali in grado di intuire un campo formale anche prima del dato sensibile dell’immagine. Kant chiama queste aree mentali forme preformanti. Potremmo aggiungere: ‘forme del possibile’ in assenza di immagini del reale. L’immaginazione, prima delle figure e delle visioni che produrrà, è sospensione della realtà e sua messa in scacco, sua vertigine. È inappagamento, Entwerfen, dove il prefisso Ent, che significa sradicamento, rimanda alla dinamica della metafora e alla psicodinamica del sogno.
L’immaginazione non è soltanto gioco dell’immaginario, bizzarro divertissement, ‘licenza di follia’, come nelle feste carnevalesche del Medioevo: esige la sua centralità nell’esistenza umana come area ludica, superflua, “vacante”. Il gioco esiste al di là della ragionevolezza pratica, e non ha nulla a che vedere con l’utilità, il dovere, la verità: è esperienza di transizione fra io e non-io, spazio creativo per l’attività immaginativa, che da fantasia passiva si trasforma in potenzialità immaginativa.
Il substrato innato dello spirito, Gemut, si divide in Sehnsucht e Gefult, struggimento nostalgico e sentimento. Il primo tende verso il basso, a forme indefinite e inafferrabili. Il secondo verso l’alto, a forme adeguate e dicibili. Sono i due momenti che si intrecciano nel sentire umano. L’immaginazione si lega indissolubilmente ai modi del sentire, irriducibili a una regola logica valida in assoluto. «La metafora è radice dell’avversione contro qualcosa che ha l’aria di essere stabilito per sempre» (Musil). Ciò che scrive Musil della metafora può essere applicato alla facoltà immaginativa, che costruisce/decostruisce il mondo percepito in altre immagini possibili, che erodono quell’unica verità e ci parlano nella lingua del sogno. Non si tratta di immagini in sé ma di funzione immaginativa, di come l’immagine onirica può essere percepita e vissuta da persone diverse, in epoche e notti diverse; non un archetipo inconoscibile, ma la relazione di quest’archetipo con la storia dell’individuo, non il significato occulto di un simbolo ma il rapporto che quel simbolo intreccia con la vita della persona e le sue caratteristiche psicologiche. «È vera l’immagine in quanto tale, in quanto fascio di significati, mentre non lo è uno solo dei suoi significati oppure uno solo dei suoi numerosi piani di riferimento (Mircea Eliade)».

L’emozione e l’immagine

Questo invisibile ‘sentire’ genera aree formali – che chiameremo ‘possibilità espressive’ – attraverso i quali può diventare visibile. Di queste aree ci parla Ignacio Matte-Blanco, che al tradizionale sapere psicoanalitico aggiunge la prospettiva di una logica non tradizionale. Per il filosofo e psichiatra brasiliano la psicoanalisi tratta un materiale le cui radici non appartengono alle categorie della logica e dell’epistemologia ma alle forme dell’inconscio e dell’emozione. Forme dove la sospensione del senso e l’inadeguatezza della ragione generano l’idea di sublime e il concetto di perturbante. Massimo Carbone, accennando alla celebre Lettera a Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal, osserva: «È dunque con il silenzio che ha inizio la vera esperienza di Chandos. La lettera che ci rimane è l’enunciazione ultima di un morto al linguaggio, che compartecipe si inabissa nel questo, nel così, nel qui, nell’ora della cosa. Meglio, nell’aver luogo della cosa».
Nonostante la teoria tardiva di un inconscio non-rimosso (1921), Freud aveva considerato l’inconscio prevalentemente come il magazzino segreto dove viene scaricato quanto resta inaccessibile alla coscienza. Pur accettando il concetto ‘penoso’ e ‘negativo’ di un perturbante che risveglia «idee di dolore e di pericolo» (Burke), Freud ha cercato di contenere con strategie interpretative l’abisso dinamico di un’emozione ‘infinita’ e ‘indefinita’. Il sintomo psicopatologico diventa così una formazione di compromesso fra contenuti rimossi e forze difensive dell’io – un sistema finito dove l’energia tende a scaricarsi seguendo le regole della degenerazione entropica.
Per Matte-Blanco, invece, il concetto di inconscio si trasforma in modello logico, ma permeato di una logica che non ha nulla in comune con un pensiero sistematico ed esaustivo, tentando al contrario di definire a se stessa il concetto di ‘infinito’. Lo psicoanalista parla di un inconscio bi-logico, dove convivono una logica asimmetrica e una logica simmetrica, in proporzioni più o meno diverse, dove si intende per logica simmetrica l’inconscio inclassificabile, magico, immerso nella copresenza di tutti i possibili, vincolato a emozioni assolute, quello che si potrebbe definire come il «regno arcaico dell’immaginario» e per logica asimmetrica il pensiero della differenza, della separazione, della coscienza, della logica, dell’esperienza ermeneutica razionale.
Matte-Blanco non distingue in modo netto un sistema inconscio da un sistema cosciente, e in questo senso, come Jung, abolisce il concetto di preconscio. Trasforma la tripartizione topologica freudiana descrivendo un Sé potenzialmente dotato di tutte e tre le funzioni: Io, Es, Super-Io. La sua attenzione è rivolta all’inconscio come momento strutturale piuttosto che energetico e al rapporto inconscio-coscienza. Dell’inconscio evidenzia due principi logici. Il primo, il ‘principio eterogeneo di asimmetria’, è la logica bivalente classica, che sta alla base del conoscere e riconoscere il mondo. Secondo questa logica, l’inconscio tratta una cosa individuale come elemento di una classe che contiene più elementi, distinguendo così la parte dal tutto: su questo principio si basano le funzioni di spazio-tempo, la differenza, la generalizzazione. Il secondo è ‘il principio omogeneo di simmetria’ che, all’opposto, ignora il primo e, quando e dove viene applicato, fa sparire lo spazio, il tempo, le distinzioni fra parte e tutto, fra individuo e classe, tra individui e cose singole; e dissolve il principio di non-contraddizione. Il pensiero ‘eterogeneo’ tenta di risolvere l’’omogeneo’ mondo inconscio in tre modi: esprimerlo all’esterno, cercando un possibile dominio della ragione; venire a patti con esso, modulandone l’incomprensibilità in una sequenza di manifestazioni comprensibili; infine, cercare di pensarne la natura impensabile, di tradurne l’essenza.
Quest’ultimo modo, prediletto da Matte-Blanco, distingue il suo concetto di ‘infinito’: un pensiero asistematico e circolare, privo di una base precisa dove costruire il suo edificio logico, legge l’omogeneo come infinito e l’eterogeneo come strumento che tenta l’ipotetica, impossibile descrizione di questo infinito.

Il pensiero dell’emozione

In questa descrizione è fondamentale definire l’emozione. L’emozione, per Matte Blanco, è un fenomeno psicofisico. Nelle sue principali componenti psicologiche, è composta da due fenomeni distinti: la sensazione-sentimento e il pensiero. La pura esperienza sensoriale di partenza genera un’immagine e si sviluppa fino a diventare un’esperienza percettiva, organizzata sulla base di esperienze passate, grazie al lavoro dell’immaginazione e della memoria, strettamente collegato allo stabilirsi di nessi e di relazioni, cioè al pensiero. Il pensiero lavora, strutturalmente, all’interno dell’emozione.
Jean-Paul Sartre scrive: «Si può comprendere l’emozione solo se vi si cerca un significato. Questo significato è di ordine funzionale. Ci troviamo dunque a dover parlare di una finalità dell’emozione. Ora possiamo intendere cos’è l’emozione: è una trasformazione del mondo. Quando le vie tracciate diventano troppo difficili o quando non scorgiamo nessuna via, non possiamo più rimanere in un mondo così pressante e così difficile. Tutte le vie sono sbarrate. Allora tentiamo di cambiare il mondo, cioè di viverlo come se i rapporti delle cose con le loro potenzialità non fossero regolate da processi deterministici, ma dalla magia […] Non bisogna vedere nell’emozione un disordine passeggero dello spirito, che verrebbe a turbare dal di fuori la vita psichica […] L’emozione è un modo di esistenza della coscienza, una delle maniere in cui essa comprende (nel senso heideggeriano di verstehen) il suo essere-nel-mondo». Maria Zambrano osserva: «Non è pensabile che all’inizio della conoscenza il capire e il sentire vivessero separati; e il fatto di contemplarli separati misura la distanza del filosofo contemporaneo da una visione integrale dell’uomo. Unirli richiede una certa arte, basata sulla fiducia nella non irrazionalità del sentire e sulla docilità dell’intelligenza». Per Flavio Ermini dovrebbe esistere «una maniera di conoscere non concettuale» e «convenire che il mondo non è una docile provincia delle nostre idee. Accettare che l’esistenza non sia qualcosa di spiegabile esclusivamente nei limiti del tempo e dello spazio. […] Pensare il sentire. Aderire al pensiero nel suo stato nascente».
Trovare il ‘pensiero dell’emozione’, cogliere un ‘sentipensare’ in cui la struttura divagante del sogno e il pensiero logico della veglia si compenetrano, sarebbe la strada da percorrere. ‘Sentire’ e ‘capire’ sono uniti da una conoscenza poetica che non si limita solo ai principi della logica ma conferisce al capire un sentimento e un pathos da cui lasciarsi pervadere. L’emozione è il solo modo di sperimentare la tensione di questa compresenza. Essa possiede, infatti, due aspetti differenti: da una parte, protesa verso il regno oscuro della mente, viene sentita e non vista; dall’altra, protesa verso il mondo della ragione, si rappresenta nelle immagini e nei fenomeni.
Un oggetto è vissuto, a livello psichico, in entrambi i modi. La luce simmetrica-inconscia è scura, chiusa nel regno dell’ombra. La luce asimmetrica-conscia è chiara, aperta alle articolazioni del discorso. Ma la luce interna è più intensa, nella sua inesauribilità, del calore esterno. Entrambe sono cariche di logica e di energia – energia come dinamica vivente non di un oggetto finito e decifrabile, ma di un oggetto infinito, inesauribile, dove nessuna energia ha il predominio su nessuna logica e viceversa.
L’attività poietica e creativa è questo ‘leggere’ l’inconscio inestinguibile, i suoi ‘stati immaginali’ (Nicolaidis), in un continuo atto di estrazione e di scavo, sempre fallito e sempre rinnovato. Mentre l’emozione può riflettersi nel pensiero, poiché questo le garantisce una dimensione simbolica, il pensiero si rispecchia nell’emozione come un traduttore nel testo da trascrivere. «La notte nutre il giorno, il giorno affina la parte nutrita» (René Char). Ma il pensiero non può che fermarsi quando l’emozione diventa percezione simultanea, magica, intraducibile – evento definibile non tanto come dissociazione di affetti o esplosione di passioni quanto come «eccesso di realtà» della percezione stessa. Questo eccesso è lo scorticamento delle maschere logiche, delle difese minuziose e ossessive che rendono l’uomo normale, se si suppone la normalità come un opportuno vedere e sentire ‘di meno’, come una fisiologica intermittenza. La follia si mostra nella sua vera natura come eccesso ingestibile, surplus simultaneo di emozioni/pensieri. I ‘colpi di sonda’ attraverso cui l’arte esplorerà la follia sono, simultaneamente, il desiderio di attingere alla sua ricchezza e la ricerca di una forma estrema che sostenga, esprimendolo, il suo strazio. Solo allora il concetto plotiniano della ‘mente in stato d’amore’ si trasformerà in un atteggiamento non di estasi da cui dipendere passivamente ma di abbandono rappresentato e voluto proprio attraverso e con le nostre finzioni – pensieri di immagini, immagini del pensiero, visioni.

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Tratto da: Marco Ercolani, L’opera non perfetta (Note tra arte e follia), 1999-2009, inedito.
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19 pensieri su “L’opera non perfetta (II) – di Marco Ercolani”

  1. Valorizzata l’autonomia della sensazione, la via di accesso alla psicologia del profondo è tracciata. La sensazione, nella sua totalità psicofisica, dalla percezione all’allucinazione, è analizzata in quanto singolare e irripetibile, interna al corpo che la produce, la ricorda, la interpreta e la collega con la realtà obiettiva in modo relazionale (vissuto, sentimento) o deformato (illusione, allucinazione). L’illusione è una parziale deformazione della realtà, l’allucinazione uno stravolgimento totale, ma entrambe concorrono a formare l’originalità della sensazione psichica – nucleo generatore della psicodinamica.

    ma se tutto è “legato alla singolarità”, del singolo intendo, tutto diventa anche “singolare” e non ri-feribile, forse solo com-patibile, ma non com-prensibile da parte di nessun altro e il percorso si fa isolato,sempre, distanza da tuttoe tutti e perciò, a seconda delle capacità di ciascuno, annichilente o (s)travolgente.
    Il percorso è interessantissimo.Ringrazio Marco Ercolani e Rebstein per averlo portato.Lo salvo, in attesa della pubblicazione cartacea.fernanda

  2. Cara Fernanda, riaffermando la singolarità della sensazione mi premeva soprattutto sottrarre la sensazione-emozione da “griglie esterne” che potessero deformarla. Il vero percorso isolato e non ri-feribile è quello “concretizzato” dal folle che non sa più “dipanarlo” perché è diventato un pezzo reale del suo corpo e ha perso le funzioni simboliche. Ma ogni comunicazione vera e autentica è legata, per me, a questa profonda intimità originale del “sentirsi” e non a cose-concetti presi a prestito da altre entità che non siano quelle umane. In realtà, in tutto il libro io esploro concetti che rimandano all’immanenza del dio dentro di noi, al continuo vibrare dell'”oltre” dentro i “limiti”. Provo anche un certo piacere nel leggere io stesso il mio libro a puntate, così i concetti e i problemi vengono visti volta per volta, capitolo per capitolo, e analizzati anche da altri occhi.
    Grazie della lettura.
    Marco

  3. L’opera non perfetta è quella vera. Mi scuso per la definizione, che tale non vuole e non può essere. Solo ammirazione (non ci può essere inflazione, per certe opere?) per Van Gogh e per Masini. questa pagina oggi è fatta per essere guardata.

  4. Ma è vera, Paola. “L’opera non perfetta è quella vera”. Il senso di imperfezione felice che arriva dalle immagini di Van Gogh e Masini è anche la perfezione, però, della pagina web che crea Francesco, dove il dettaglio iconografico si sposa al testo perché il testo riesca a catturare il lettore. In molti saggi più lunghi Francesco mette l’immagine delle prime edizioni dei libri di cui si va parlando, restituendo al lettore la sensazione d un viaggio personale nella verità dei singoli testi. La “pagina guardata”.
    Marco

  5. Molto interessante. Davvero.Spero di non sparare le mie solite c., insomma volevo lasciarti una piccola traccia della mia lettura, che poi sono le associazioni a caldo che mi vengono
    (tieni conto della domenica di autunno).

    La prima è il “Fiat lux”: da qui il mondo.
    Quando scrivi, relativamente al “Trovare il ‘pensiero dell’emozione’, cogliere un ‘sentipensare’ in cui la struttura divagante del sogno e il pensiero logico della veglia si compenetrano, sarebbe la strada da percorrere”, che: “La luce simmetrica-inconscia è scura, chiusa nel regno dell’ombra. La luce asimmetrica-conscia è chiara, aperta alle articolazioni del discorso.”
    metti in evidenza che l’ombra definisce la luce e viceversa
    “se sono due, son due come lo sono / le ritte aste gemelle del compasso” (uso in modo improprio J.Donne),
    anzi, meglio,come scrivi tu citando Char «La notte nutre il giorno, il giorno affina la parte nutrita» la “nutre”, direi aiuta ad incarnarla. Cos’altro se no vorrebbe dire quel “nutre” che rende bene il senso di un processo, di un divenire tralaltro vitale (capace di generare e anche morire)-
    “La notte nutre”, dunque è necessaria, perché, lo sappiamo bene per esperienza, se la luce è troppo intensa non si dà alcuna visione o immagine, anzi tutto collassa in un punto scuro-buco nero, ingoio.

    Poi, poi anche si dà l’illuminazione, che forse è proprio la sintesi (sublime?) fra pensiero ed emozione, il tuo “sentipensare” alla n-esima potenza, a darsi (forse) scevra da ogni declinazione analitica.

    Torno un attimo all’inizio del tuo post, non riesco a comprendere a fondo questo assunto “La luce è qualcosa che sta nell’occhio, non nella sorgente visiva, come il suono è nell’orecchio e non nel movimento dell’aria”, mi sembra un po’ perentorio rispetto al riconoscimento “della sensazione considerata come processo, non come copia; esperienza della soggettività e non risposta meccanica a stimoli esterni”,
    laddove il “non meccanica” lo leggo come non predeterminata, non preformata, cioè non fissa nell’effetto percettivo data la causa-stimolo),
    “stimolo” che cmq viene riconosciuto esterno.

    Ma forse mi sto facendo delle pippe, qui semplicemente per “luce” o per “suono” si intende in effetti la loro manifestazione (gradazione), il loro rendersi cioè visibili-udibili nella percezione.
    Mah, scusa, mi incanto come un disco (mi impunto) perché mi interessa molto il tema.
    Così immagino (è proprio il caso di dirlo in questo contesto :)) il “processo” come il passaggio dello stimolo (es. la luce) nel prisma percettivo dei sensi a creare lo “spettro” delle sensazioni (delle visioni). Tale spettro (e la parola contiene in sé proprio il rapporto chiaro-scuro di cui si diceva), consisterà sia di sovrapposizioni, cioè di possibilità di condivisioni di banda/gamma percettiva, sia di “parti” diverse, proprie per ognuno (non necessariamente abbiamo la stessa lunghezza d’onda fra l’infrarosso e l’ultravioletto percettivo).

    Ci sarebbe altro, a partire dall’ottimo titolo e poi dentro le parte centrali. Ma insomma, mi sa che tedio.
    ciao

  6. Margherita, se vuoi continuare a tediarmi, io sono d’accordo. Come sono d’accordo con le tue osservazioni sulla luce. Sì, quella di cui parlo è sempre la “percezione” della luce, il nostro essere persone terrene che sentono, vedono, sognano dentro e oltre questo essere. Talvolta certe frasi mi scappano perentorie ma la mia poetica è semplice. Sognare dentro il reale e scoprire che il sogno è reale e che la follia, come la notte, ci nutre, a patto che ci entriamo dentro con il nostro ritmo, con il nostro battito
    Ciao, Marco

  7. Sebastiano, spero che il libro esca presto. Ma chissà. Vedremo. Non ho fretta ma neppure vorrei che giacesse nel mitico cassetto ancora per anni. Già questo suo venire alla luce, così, a frammenti, grazie a Francesco, mi convince che il lavoro può funzionare.
    Ciao, Marco

  8. Nota a margine:
    Scrive G.K.Chesterton, in La vie de Robert Browing: “Le cose morte hanno un tale potere di impadronirsi dello spirito vivente che mi domando se è possibile a qualcuno leggere il catalogo di una vendita all’asta senza trovarvi cose che, bruscamente astratte, non facciano colare lacrime elementari”.
    Ciò (la possibilità che la percezione ci sollevi all’intensità dell’emozione risvegliando l’eco profonda della nostra interiorità), commenta G. Bachelard, “dipende dalla sensibilità del sognatore”.
    Il “significato” dell’emozione di cui parla Sartre ( con il solito linguaggio da obitorio, che brutta l’espressione “ordine funzionale” per indicare la vibrante e ancora imperfetta sintesi a cui l’emozione tende) è per Bachelard la reverie, l’essere-per-il-sogno, che ci permette di gustare ( o anche solo ri-gustare, in seconda battuta) il principio generativo da cui la cosa percepita è nata e nasce. Che ci permette insomma di esserne il padre e la madre, almeno putativi. E chissà ,da questo punto di vista il “folle” può sentirsi più prossimo di chiunque altro alla natura vera del padre e della madre, annullando ogni distanza; giungendo a identificarsi quasi con l’elemento fecondatore primordiale, fino a bruciare della sua stessa energia?
    complimenti a Marco, sempre bravissimo
    roberta b.

  9. Vero, Roberta. La reverie. L’essere-per-il-sogno. Il folle, sì, brucia del principio della nascita e della morte. Li sente fisicamente, corporalmente, fino a morirne e esserne annullato. La sua malattia è un nodo filosofico che diventa per lui solo sintomo. Grazie della citazione di Chesterton, bellissima.
    Ciao, Marco

  10. poi nella nota del titolo: “Note tra arte e follia” e nella parte centrale avverto, e il bellissimo commento di roberta e la tua conseguente risposta mi danno il la in tal senso :), tutto il lascito greco del rapporto fra Apollo / Dioniso
    (“i sapienti […] danno alla trasformazione del dio in fuoco il nome di Apollo a causa della sua unicità, […] Quando poi la trasformazione del dio dà luogo all’aria, all’acqua, alla terra, agli astri,alla vita delle piante e degli animali, i sapienti occultano questo processo sotto i simboli della lacerazione e dello smembramento. Essi lo chiamano con il nome di Dioniso […] Insomma ad Apollo assegnano costanza, ordine e una serietà senza scarti, a Dioniso un’irregolarità mista di scherzo, di insolenza e di follia” Plutarco Dialoghi Delfici – l’ε di Delfi)

    così che quando accenni al “segno”, all'”indicibile”, a “L’essere-per-il-sogno”, “al dio che è in noi”, alla follia. ecc, mi viene di pensare a Hölderlin (“un dio è l’uomo quando sogna”) anche.

    mi fermo.
    ciao

  11. Friedrich, naturalmente. Il dio che è in noi. E non solo. Ma anche Benjamin quando, nei “Passages”, dice che occorre dissodare il bosco della follia con le asce della ragione. Non è che questo il nostro compito. Ma il filo del coltello che usiamo deriva direttamente dallo smembramento di Dioniso, è forgiato alla sua molteplicità, e se si parla di ragione, si parla di illuminismo della lacerazione. Chi si identifica con la ferita poi non ne parla più, e si arrende alla psicosi.
    Grazie, Margherita, del tuo passaggio. La tua citazione di Plutarco, che avevo dimenticato nelle mie annotazioni, è splendida.
    Ho letto sul web il tuo nome associato a quello di Paolo Gera. La coincidenza è singolare. Conosco alcuni racconti di Gera grazie alla mia amicizia con Giuseppe Zuccarino, suo amico.
    Ciao, Marco

  12. poi mi sono accorta di essere al solito un po’ brusca e di non averti ancora fatto i complimenti. sorry :). rimedio (spero).
    grazie davvero, mi passa ancora per la testa, ma dovrei mettere più a fuoco (non altra carne sul fuoco eh :), scherzo naturalmente).
    Mi ha proprio colpito.
    Grazie di nuovo ciao

    PS speriamo che Paolo Gera nn si accorga che mi faccio “bella” sfruttando il suo nome associato al mio :)

  13. Grazie ancora, Margherita. Di passaggio, ti scrivo una mia libera associazione, appena tornato, un po’ deluso, da un corso di scrittura per psicotici, che coordino nel Servizio di Salute mentale dove lavoro. Non è che essere folli faccia scrivere meglio, se non si ha vera voglia di scrivere: al limite, è una buona attività sedativa e distraente. E’ vero il contrario: che scrivere in modo autentico avvicina lo scrittore alla follia, alle forze del caos, e talvolta mette a dura prova la sua lucidità logica.
    Ciao, Marco

  14. gran bella questa tua ultima associazione-osservazione! ma allora ti dico la mia:)
    cioè non ti dico la mia in conseguenza alla tua, è che
    sai quella frase “La luce è qualcosa che sta nell’occhio, non nella sorgente visiva,”
    ci ho pensato un po’ su
    potrebbe essere non così perentoria come mi è sembrata a prima vista (è proprio il caso di dirlo :))
    cioè posso immaginare la luce che sta nell’occhio come ad uno stagno di acqua calma e alla percezione

  15. oh cavolo, mi è partito l’invio.
    continuo dicevo dello stagno calmo che dunque non si percepisce in sé (credo che la percezione avvenga per differenza di “stato”) se non quando l’acqua- luce si increspa, per qualche vibrazione dei sensi ( magari per un bel mattone che arriva ai sensi dall’esterno e crea appunto i cerchi della sensazione (la variazione di stato)) e dunque iil processo della percezione, dell’esperienza di tale percezione (soggettiva, senz’altro).

    e, saltando un po’, (in effetti molto) arrivo a quel bel “‘sentipensare’ in cui la struttura divagante del sogno e il pensiero logico della veglia si compenetrano”
    ecco lì ho pensato ad un effetto moirè (la combinazione di due ritmi diversi a creare un sonar (completo) anche per l’umano (l’umanità) cieca
    (se sia una lanterna o addirittura un faro, o solo iil lanternino di Demostene “cerco l’uomo” non so)-
    beh tutto qui
    arriciao

  16. Bella, Margherita, l’osservazione sulla “vibrazione della luce”, che mi trova complice, e sull’effetto moiré, a cui non avevo affatto pensato, e che mi fa venire in mente una sensazione di nero luminoso, di un ossimoro della percezione che a volte ci fa sospettare della “ragione” dei nostri stessi sensi. Nelle parti successive del libro ci saranno delle precisazioni circa il “sole nero”, la natura dell’allucinazione e del modo con cui si forma, precisazioni che hanno sempre qualcosa a che fare con la normale percezione, acustica o visiva che sia. Paradossalmente è Michaux uno dei più ostinati indagatori delle dinamiche fisiologiche dell’allucinazione, superando in precisione anche la psichiatria fenomenologica.
    Approfitto di questo commento per comunicare, a chi legge e soprattuto a Francesco che segue con tanta attenzione la mia opera, che è uscito OGGI il nuovo libro, mio e di Lucetta Frisa, “Sento le voci” (La Vita Felice), in cui assolute protagoniste sono le “voci” dei miei matti che “sentono le voci”.
    Ciao, Marco

    Grazie e ciao, Marco

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