Il bello e il brutto – di Livio Borriello

Il bello e il brutto alle 11 di un mattino di questo millennio.
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Io mi ritengo alla fin fine un cultore della bellezza, tuttavia mi sento sempre più invaso da un eccesso o un’imposizione di bellezza che mi irrita, o comunque ritengo che per arrivare alla mia idea di bellezza – perché c’è bellezza e bellezza – a un’idea di bellezza che non si confonda con la melodiosità e la levigatezza, bisogna passare per una certa bruttezza, o comunque fregarsene altamente, sbattersene, disdegnare la bellezza.

La bellezza va infatti perdendo valore se non altro per una legge economica, quella della domanda e dell’offerta, per cui è inflazionata dal suo dilagare, in forma commercializzata e formattata, nel mondo. Io ho pubblicato – ad esempio, visto che il miglior esempio o quello che conosciamo meglio è sempre il nostro – un libro scritto piuttosto male, e anzi peggio, scritto apparentemente con un linguaggio ricercato e sofisticato, in una sintassi curata e talvolta perfino arabescata e fiorita, ma che profondamente, a un occhio fine, appare scritto male, o almeno per 3 quarti scritto male. Io infatti non sono né un vero scrittore né un vero poeta, non ho il senso profondo della forma, non “risolvo” la realtà con un gesto linguistico, non la “formulo” con un guizzo immaginativo. Io mi sento un esploratore delle percezioni, un missionario dei territori psichici, che si addentra in zone intricate e inaccessibili per parlare un nuovo linguaggio, portando dentro di sé una specie di senso dell’indicibile coltivato e curato in me, da piantare altrove, il prete di una religione perversa, panica e violenta, e insomma tutta una serie di cose lontanissime da uno che vuole produrre oggetti levigati e piacevoli, utili a passare una mezzoretta di relax quando non si ha la tv a disposizione, o poesiole bamboleggianti che ammiccano al lettore.

Il mio è un libro scritto male, in un mondo in cui tutto è sempre più bello, ma in una maniera sempre più sospetta. Il melos contemporaneo non è forse la tv? Nella tv tutto è ben scritto, le forme sono tutte “passate” e fluidificate, ridotte a purea, private dei semi e delle fibre dei tegumenti, tutte le vicine di casa che sembrano capitare casualmente in uno studio dove si regalano milioni a chi apre una scatola, o che inscenano più o meno finti rapporti umani nelle isole, le fattorie o le case senza mura dove tutto si manifesta oscenamente e insipientemente, per non parlare dei carrozzoni di cocottes del demi- monde berlusconiano, sono belle, ma non solo belle, hanno anche il non so che, sono belle persone, persone interessanti, persone armoniche, persone con la “fitness”, persone profondamente gradevoli , persone che una microfisica dei rapporti interpersonali e della comunicazione giudicherebbe ineccepibili, irresistibili. E anzi la loro non è più la bellezza casta e decente della tv degli anni 60 o dei programmi cattolici (se non quando quella purezza si offre come innocenza da profanare, quando è una proibizione da trasgredire più morbosamente, ovvero quando invita all’impurezza ), la bellezza composta e professionale che so di una Nicoletta Orsomando o una Gabriella Farinon. Quella bellezza era semplicemente un requisito necessario direi quasi a inscriversi decentemente nella cornice rettangolare dello schermo , a porgere allo spettatore in forma ordinata e confortevole, percettivamente comoda, un oggetto comunicativo, era una pettinatura somatica, una bella copia. Oggi le donne alla tv devono essere belle in un senso più subliminale e manipolatorio, devono rendere nei termini della nuova moneta del potere, che è la visibilità, l’attenzione, la fama, il successo. Ma quel che è ancora più sospetto, è che belle lo devono essere tutte, senza eccezione. Né ci si deve lasciare ingannare, non dico dagli in fondo quasi innocui reality, in cui la pacchianeria è già più dichiarata e evidente, ma dall’intrattenimento fintamente alternativo o dalle inchieste della tv di impegno: anche qui sono tutti belli (quanto più bravo e cool è l’autore), e quando non sono belli, ad es. quando si intervista la massaia o il disoccupato, sono una bella immagine della bruttezza, sono nel ruolo giusto, sono brutti quel tanto che si deve essere brutti in quella situazione. Deve essere bello persino il mafioso, che invece che un povero miserabile, ignorante, che la pochezza psichica e spesso l’ingiustizia sociale ha condannato a un destino squallido, a un sistema di vita prossimo a quello degli animali, diventa un personaggio estetizzato del Padrino, un boss aureolato dal fascino del potere, della trasgressione e persino dell’intelligenza, come se per far ruotare un dito in un grilletto fosse necessaria una qualche genialità del male.

Ma abbiamo davvero bisogno di tutta questa bellezza, o di questo tipo di bellezza? Se il mondo va piuttosto a scatafascio, il che un po’ si dice tanto per dire, un po’ è proprio vero, se si pensa solo alla crescita inarrestabile dell’inquinamento e la sovrappopolazione , all’incontrollabilità assoluta dei fenomeni di aggressività, quali sono esemplificati dal conflitto arabo- israeliano, che sembra ormai diventato un paradigma del male e della condizione umana, e del prodursi di tutto ciò nel quadro di un’ingiustizia sociale talmente abnorme e mostruosa, talmente generalizzata e al momento talmente insolubile da concentrare i nove decimi della ricchezza in poche centinaia di persone, da far coesistere in uno stesso villaggio globale Warren Buffett, detentore di un capitale di un centinaio di miliardi, con milioni di abitanti del Burkina Faso il cui reddito medio è di un dollaro al giorno, come se un uomo potesse valere 100 miliardi di volte un altro uomo (…e io non credo all’uguaglianza degli uomini… ma arrivo massimo a pensare che qualcuno possa valere un 30-40% più di qualche altro) – se le cose stanno così ed anzi peggio tendono irresistibilmente a questo, allora forse tutta questa bellezza non serve a granché, questo culto dell’apparire anche nelle sue forme più nobili e avvedute non porta a niente di buono, e la cultura che da 30, 100 o 2000 anni pone a proprio ideale patente o latente la bellezza non agisce sul mondo come vorrebbe.

Tornando al piccolo, dopo questa arrischiata zoomata, io mi chiedo allora se non sia necessario “decidere” che la bellezza vale un po’ meno, e che valgono di più che so lo sforzo, che è parente dell’etica, o la profondità, che è cugina dell’analisi e dunque attiene al livello a cui si risolvono i problemi, o magari anche la distanza, che ci permette di inscrivere nel nostro spazio vitale e decisionale un numero maggiore di cose e processi. Questi almeno sono alcuni dei valori a cui credo, nella scrittura come nella vita. Se la bellezza ci rende immediatamente il piacere, questo tipo di valori ci promettono, forse, un sentire più pieno, radicale e violento, e una possibile felicità.

Perché io dunque credo che sia necessario opporsi a un certo tipo di edonismo strisciante che si insinua anche fra i meglio intenzionati, che diventa legge, camuffato da formalismi e purismi, anche negli ambiti più avanzati della cultura e che adopera in generale come parametro di giudizio (letterario, scritturale) non l’efficacia e la necessità della parola, ma una sorta di masticabilità e digeribilità della stessa, o una sua luccicanza e nitore, o un suo blasone formale? Perché io credo più, che so, alla documentaristica violenta e nobile di Herzog o dei film di Debord, che a qualsivoglia macchinismo americano, perché ritengo che la grande scrittura del 900 sia la filosofia dei pensatori francesi, i Levinas i Foucault ecc ecc, e non le fiacche riproposizioni romanzesche o i funambolismi ludici e calligrafici dei neo-avanguardisti, perché amo più Saviano che Wu-ming, e d’altra parte più Handke di Pizzuto, perché amo più la tensione grandiosa e esasperante di Wagner che la compiutezza appagante di Verdi, perché apprezzo l’ultimo Magrelli che complica e arrischia il suo innato nitore lessicale con le opacature e le denaturazioni del pensiero e dell’etica?

Non sono cose tanto disparate, come sembra. Questi lavori agiscono tutti nel senso di ripercepire il mondo, e dunque di crearne nuovi volumi, di approfondire, elevare, spostare il punto di vista su di esso, di attuare altri potenziali , di guadagnare e annettere all’umano nuovi territori del possibile, di abitare altri assetti psichici, di esercitare altre posture neurali, di abilitare altri ormoni, neurotrasmettitori, complessi proteici, flussioni elettrochimiche, di indurre e rendere dominanti nuovi processi associativi, nuovi abiti motori che ci permettano di porci di fronte all’oggetto in una maniera diversa, più adeguata al nostro presente, e alla nostra nuova consapevolezza, di produrre altro mondo.

Tutto ciò è nell’uomo sempre e profondamente il risultato di un processo culturale, se l’uomo è un essere di parola, e la parola è il materiale che costituisce la sua essenza. E questo deve essere il compito primario della cultura, e di quella sua area più radicata biologicamente che possiamo chiamare letteratura.

L’errore politico di Berlusconi, io credo, non è quello di togliere o mettere l’Irap o l’Ici, ma quello più radicale e inevitabile di credere che una mela è una mela. Finchè il sistema percettivo di Berlusconi e di tutta la sua ganga, di tutta la sua accolita di pregiudicati e puttanelle, sarà limitato a una percezione della mela così elementare, convenzionale e ristretta, finchè egli resterà così inchiodato all’apparenza, altro non potrà pensare che il meglio da fare nel mondo sia costruire un ponte grande grande, visibile visibile, luccicante luccicante, invidiabile invidiabile, e dunque costruirà il ponte di Messina, e non, che so, quello che salda l’idea di politica all’idea di giustizia sociale, o a quella di bellezza, e finchè la sua idea di bellezza sarà limitata agli isomorfismi delle carcasse impiastricciate che costipano il suo angusto immaginario o al cromatismo chimico delle sue piscine, egli non percepirà la bellezza profonda dell’idea di libertà, che lui confonde col permesso e il comodo, e non potrà indignarsi dell’ignobiltà, ovvero della bruttezza profonda, di un’idea della vita come consumo del mondo, e come reciproco consumo, idea da cui deriva ogni prevaricazione contro l’altro, contro le cose o contro gli dei. Finche il suo primitivo sentire, finchè il “mondo percepito” suo e dei suoi sarà nutrito, o solo coinciderà in minima parte, o semplicemente sarà compatibile col mesto spettacolo di pochezza e atrofia interiore che offrono le sue tv, egli non potrà che confondere i sentimenti con i dogmi, o con pochi valori istintuali e tribali, come quello della famiglia, e altro non potrà che fingere di indignarsi per le presupposte sofferenze di qualche cellula fecondata, o di qualche infelice ridotto a una vita men che vegetativa, senza aver mai pronunciato in vita sua, ad esempio, mezza parola di compassione per le reali e innegabili sofferenze di milioni di animali, massacrati e dilaniati vivi ogni giorno in nome della sovranità umana. In realtà la differenza che sussiste fra destra e sinistra, come fra ogni fazione, è solo estetica e percettiva, ed è di queste percezioni che si dovrebbe discutere in parlamento, piuttosto che dei loro indecidibili corollari.

Bisogna imparare a percepire la mela, non più come una mela, ma come l’ultima propaggine, manifestatasi nel gonfiore rosseggiante e levigato della sua drupa, di un processo cosmico che sommuove incessantemente le cose, bisogna fondare la mela nella sua indefinibilità ontologica, nella sua incomprensibilità e inappropriabilità, nella sua segretezza, bisogna immaginare il flusso di linfe e minerali che trasmigra e trasvena dai filamenti delle radici al suo turgore, ma anche il processo infinitamente più profondo e complesso che la getta nel mondo, che fa sì che il suo rosso sia rosso, e che sia rosso il rosso che non è, ma in un’altra sacca del possibile; bisogna porsi, bergsonianamente, di fronte alla sua apparizione come di fronte a un ventaglio di possibilità infinite; bisogna percepirla nella sua differenzialità, quale oggetto che spicca dal non-mela, da tutto ciò che mela non è, in virtù dei rapporti strutturali (qui bisogna aver letto e amato Jakobson, Lacan e Levi-Strauss, per dirla in soldoni) che la rilevano nel mondo e la rovesciano nella retina, bisogna considerarla nella funzione simbolica, emblematica, stemmatica che essa assume nello spazio delle altre mille immagini infisse nella materia del nostro corpo, bisogna rimuovere gli infiniti strati di mela collettiva, di mela degli altri, di mela gregaria, che ne fanno una mela interscambiabile e irreale, una mela ormai perduta a se stessa e al mondo – e così via.

Questa nuova mela, questa mela elaborata dalla lingua, non sarà più una mela, e invece sarà, paradossalmente, una mela più mela, una mela più vicina alla mela inesauribile di cui abbiamo percepito un barlume, perché più fondata, più estatica e più densa. Afferrando questa mela, ne faremo un uso più etico, scambiando questa mela, le attribuiremo un valore più adeguato, non più distorto da quei meccanismi gregari che stanno alle radici delle ingiustizie del mondo, introiettandola nel corpo, triturandola e spalmandone l’emulsione sulle papille, ne avvertiremo più pienamente, estesamente e intensamente il sapore (trovando ad es. assai poco sopportabile quello della mela meno mela del supermercato o di quella cosparsa del cerone mediatico).

Con tutto ciò, io non voglio rinunciare alla bellezza, ma credo piuttosto che si debba approdare a un’altra idea di bellezza, o meglio che essa approderà a noi, con la grazia inaspettata e dapprincipio irriconoscibile di ogni vera bellezza. Poiché la bellezza non può mai stare al nostro fianco, non può mai corrispondere alla nostra aspettativa, ma deve sporgere sempre un limite fuori dalla nostra consapevolezza, in quel che non sappiamo.

***

essere di sinistra nel 2009

essere di sinistra nel 2009 significa essere un po’ malmessi

essere di sinistra nel 2009 significa ascoltare il coro di pellegrini del tannhauser col braccio destro teso, pensando alla patria – per “capire” i nazisti

essere di sinistra nel 2009 significa avventurarsi come uno speleologo nell’interiorità, rinnegare il visibile

essere di sinistra nel 2009 significa, ogni volta che si pensa una cosa, pensare anche la cosa: “e se ho sbagliato tutto?”

essere di sinistra nel 2009 significa non pigliarsela con berlusconi, che non c’entra proprio nulla

essere di sinistra nel 2009 significa vedere più spazio di quanto ne contenga lo spazio

essere di sinistra nel 2009 significa lavorare, guadagnare poco

essere di sinistra nel 2009 significa sforzarsi quel minimo di provare a rispettare le leggi, ma anche quando il nostro caso ci sembra proprio un’eccezione

essere di sinistra nel 2009 significa non credere a fiorello anche quando si dice di sinistra, non credere a ciò che ci piace

essere di sinistra nel 2009 significa non credere ai buffoni del re

essere di sinistra nel 2009 significa aver pensato spesso di mike bongiorno: ma perchè non gli prende un colpo, ma poi, quando gli è preso, essersi detto: però esisteva

essere di sinistra nel 2009 significa, stringi stringi, trovare più bella la giustizia che il successo

essere di sinistra nel 2009 significa vedere il mondo psichico fra due antipodi: emilio fede e richie havens a woodstock

essere di sinistra nel 2009 significa chiedersi, quando bertinotti dice che la vita umana è impagabile, perchè quella dei polli poi vale 3 euro

essere di sinistra nel 2009 significa sognare ogni tanto, ma non dirlo, e perciò non lo dico

essere di sinistra nel 2009 significa rimpiangere un po’ il 68, il 77, sapere che c’era sì del buono. fare un pool per il recupero del tesoro affondato nel naufragio

essere di sinistra nel 2009 significa essere un po’ seri

essere di sinistra nel 2009 significa credere al corpo, al molto corpo in noi, e a una sua possibile felicità

essere di sinistra nel 2009 significa non lasciarsi andare

***

14 pensieri su “Il bello e il brutto – di Livio Borriello”

  1. “Poiché la bellezza non può mai stare al nostro fianco, non può mai corrispondere alla nostra aspettativa, ma deve sporgere sempre un limite fuori dalla nostra consapevolezza, in quel che non sappiamo. ”

    sottoscrivo questo inno alla resistenza estetica,insieme a tutto quello che può significare dentro di noi essere di sinistra oggi
    sognare sperare mordere resistere sottoscrivere queste parole
    c.

  2. “più bella la giustizia che il successo”.
    Concordo, naturalmente.
    Essere di sinistra nel 2009 significa non essere mai di destra in nessun anno prima e in nessun anno dopo.
    Apparteniamo tutti al pool per il recupero del tesoro naufragato.
    Marco

  3. in questo pezzo mi pare ci siano molti articoli, alcuni meriterebbero di stare su riviste specialistiche che non ci sono, altri meriterebbero la prima pagina dei giornali che ancora si dicono di sinistra.
    intanto è bene che queste parole stiano qui.
    grazie a livio e a francesco.

  4. Gli occhi servono per guardare l’invisibile. Non c’è bellezza vera se non guardiamo le persone, il cielo, gli alberi, percependo ciò che li anima e che non può essere visto. La bellezza esterna non può essere distinta da una bellezza interna. Le cose che ci mostrano ogni giorno sono nella gran parte false, vuote, intimamente brutte anche se possono sembrare belle. Perché non sono. Non hanno vita dentro. Sono escluse dalla bellezza e dalla grazia della vita.
    Grazie per questo appassionato contributo.

  5. Wallace Stevens nella traduzione di Damiano Abeni

    I
    Opusculum pedagogum.
    Le pere non sono viole
    nudi o bottiglie.
    A nulla assomigliano.

    II
    Sono forme gialle
    costituite da curve
    bombate alla base.
    Tocchettate di rosso.

    III
    Non sono piatte superfici
    dai contorni ricurvi.
    Sono tonde e
    s’assottigliano alla sommità.

    IV
    Per come son modellate
    vi sono frammenti d’azzurro.
    Una foglia appassita pende
    dal picciolo.

    V
    Il giallo brilla.
    Brilla di gialli diversi;
    gialli cedrini, arancioni e verdi
    sbocciano sulla buccia.

    VI
    Le ombre delle pere
    sono glomi sul panno verde.
    Le pere non vengono viste
    come a chi le osserva piace.

  6. grazie dei commenti, su rebstein si respira una buona aria, qualità senza cadute modaiole e esibizionismi, potrebbe essere uno degli avamposti per il recupero del tesoro (grazie a ercolani per la disponibilità), una buona ombra per ammirare mele e pere (assai bella la poesia di stevens… morto suicida se non sbaglio…), per ritrovare la grazia di cui dice crico, e seguire gli inviti di cui dicono vitale e arminio.
    preciso che l’allegato sulla sinistra è un d’apres da aldo nove.
    io davvero sono convinto che il problema politico attuale è un problema estetico e percettivo.

  7. Corrige
    va be’, ho fatto una pubblica gaffe… conoscendo poco wallace stevens e david foster wallace (innumerabili sono gli scriventi…) li ho confusi… pardon a viola e ai lettori… in fondo non ci interssa la paternità della parole, ma la loro progenie…

  8. “I pensatori come stilisti” – La maggior parte dei pensatori scrive male, perché ci comunica non solo i suoi pensieri, ma anche l’atto di pensare i pensieri” (F. Nietzsche)

    … La mela di Borriello come atto.

  9. Salve, Livio, sono la “lucifero” un po’ salmone della volta passata, torno a riconfermarle la mia stima per il suo pensiero e la sua intensa ma “fresca” scrittura.
    Essere di sinistra oggi? oltre ad essere difficile, quasi masochistico e da costante ulcera al duodeno, sì, significa resistere, amare la giustizia molto più del successo… appunto difficile, ma qui tra queste parole e queste “mura” aeree, se ne respira il senso.
    indi, grazie.

  10. grazie a natalia, di cui ho letto e apprezzato qualcosa in giro sul web, e a la fu, che ricordo bene bazzicare sempre intelligentemente e vivamente su nazione indiana (anzi mi chiedo sempre chi cavolo sia). sul mio libro (si chiama “mica me”) … fortunata ad averlo trovato (in rete, credo), purtoppo ha poca distribuzione, pur essendo stato abbondantemente e piuttosto ben recensito dagli sparuti lettori. bella anche la citazione di lallabai… io credo però che bisogna comunque puntare al pensiero o ad altre sostanze … a voler scrivere cose belle, inevitabilmente si ricicla. nel tempo è il senso estetico che va a conformarsi alla sostanza, che è più dura, e non viceversa.

  11. Grazie Livio, e grazie a tutti gli intervenuti.

    Robinson inizia a ricostruire a partire dal recupero di una cassa. A noi serve molto di più (cioè: molto meno), perché non di naufragio si tratta, ma di catastrofe. E non c’è nessuna riva dalla quale rimirare il paesaggio disastrato: il nostro volto è una scheggia di quel cumulo di macerie: guardarla senza chiudere gli occhi, è già un passo per ricominciare, per ri-comporre.

    fm

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