L’orizzonte non lascia scampo – Gabriela Fantato

teresa_maresca01
(Opera pittorica di Teresa Maresca)

Da: Il tempo dovuto. Poesie (1996-2005), prefazione di Mauro Ferrari, Roma, Editoria&Spettacolo, 2005.

La città sparita

Forse è sparita nel cappotto
o in sandali d’estate
la strada che teneva stretta
l’infanzia nel cuscino.
Non c’è più l’acqua dei navigli dove
ci s’incontrava a notte
in un presente tutto da smontare.

E’ l’insonnia a riparare il danno?

Resta la fine intuita nei reni,
– attesa nell’asfalto che pulsa l’andata
e sempre un ritorno
                           ci attende.
Una traduzione lenta
di ombre in corpi
mi restituisce i bordi del mattino
tra i platani magri.

Un cielo senza rughe non sa
                                   la differenza.

 

Una mattina di nebbia.

Torna ancora una mattina di nebbia,
ogni bocca assomiglia
a un paese dove correvano i bambini.
Nei cortili qualcuno spera
guarigioni, il tempo che si riga
tra i fili della biancheria.

Mia madre ha ancora
il suo sorriso di ragazza
spalancato nell’addio.
Un tempo ci assomigliavamo
– occhi sgranati nella festa
   e la durezza di Milano.

Oggi il bianco affoga tutto il male
dentro ai gradini.
Inseguo il coraggio della pietra,
il poco che resta.
Le labbra sanno intatto
il perdono.

 

In memoria

Accadeva un pomeriggio
nello sbiancare del grigio.
Il balzo, poi nulla.
Una schermaglia e l’aria la prendeva
– lei scende.
C’era quel rosso del vestito
nel vorticare e il rosso, dopo.
Sangue e le braccia a croce.

Non lo dire a tua madre, bisbigli,
non farle capire quel tonfo,
     la morte è una divagazione
dentro la logica dell’anno.

Nascondo la crepa dentro al cassetto
delle stoviglie e il dolore sa le sillabe
e il rosso.
L’eversione è non urtarsi,
fare piano
          con la punta del coltello.

 

La porta a sud

Bisognerà rifare i conti,
quel battere preciso
dentro gli anni e la ferita.

Adesso la finestra sta aperta
il cielo scivola dentro,
porta il vento
e uno stridere di denti.
Attorno il confine si è fatto
coro – lingua di molte voci,
stanze nella promessa di una terra.

Bisognerà ascoltare l’allarme
tra un abbraccio e la paura
dentro la ninna-nanna.

Al centro – non più un tavolo
e piatti bianchi per l’abbraccio.
Senza la porta,
il confine segna il sud da dove
viene il mare e la storia,
quel muoversi di sogni
nel passare.

 

***

 

Da: Codice Terrestre, prefazione critica di Milo De Angelis, Milano, La Vita Felice, 2008.

 

Città in sotterranea

I.

Sotto, proprio qui sotto il metallo
sutura la pelle – gli strati non riparano
dal freddo.

La città – un disegno di strade
a perdere,
senza nulla che mondi dal nero
dentro gli occhi.
Non la resa delle bestie a primavera,
non la terra aperta dal vomere,
la terra tagliata tra le mani.
Qui sotto non c’è l’ombra
a fare i corpi meno soli, vedi?
batte il ritmo di un’infanzia
rubata
con il gesto semplice che strazia.

 

II.

Dov’è la parola?
La radice selvatica che unisce
il tronco con le mani,
la punta al taglio nel mio fianco
e fa una linea esatta – solo per metà.
Una dolcezza dentro il bianco
per ogni volta che perdiamo
                               l’abbraccio.

 

III.

Fuori resistono i gerani al davanzale,
l’edera al cancello,
esistenze mai cresciute nella gioia,
mai venute alla sfida
                            di un amore.
Tengono la casa, la tengono dove
il giorno è polvere e l’occhio
non decifra
la legge nelle stagioni.

Qualcuno prega – la pietà,
senza saperla, senza averla mai avuta.
E’ un vizio la pietà,
una crepa nel battito cardiaco
prima che la lama dica il male.

 

IV.

Sotto, qui sotto la partenza è
viaggio nella specie – perdersi
di cunicoli e ombre nella pancia di Milano
dove dici – mare, quel sogno
nel cuscino.

Sotto si agita un’acqua gonfia,
sotto il cemento, dentro i navigli
interrati come una serpe
– sale, vedi? adesso sale l’acqua.
Arriva sino al cielo.

 

La forma della vita

Cammini sul ciglio della strada
dove non c’è riparo, né contatto.
Tutto è compiuto
in questa città che ha la forma
di ogni altra città a venire.

Cola la notte dentro gli uomini,
strade a corridoio
dove scivola il gesto che sa
e tace – la ferita.

Sarà questa l’ora di dirlo
il tempo immacolato e crudele?
L’ infanzia orfana,
la casa – una guerra nella pelle
che tiene la memoria.

Le luci, le luci sono troppo alte
per vedere l’ombra,
la vostra – la mia e il sangue
nel canto taciuto ai figli
dentro la pagina.

I corpi hanno perso il sogno
nel tanto spaccare la vita
con le unghie, sino in fondo,
nel dirlo ogni volta – estinto
il sogno
come fosse per davvero,
per sempre.

Cerco l’abbraccio nelle piazze
smagrite, lo trovo la notte,
lo inseguo nel piano inclinato
degli occhi.

Ho scavato una grotta
per la solitudine e la preghiera
non scordata mai, non saputa
se non nel grido.

Sotto, più giù dentro i cunicoli,
nel nero che assedia
le ginocchia
si chiude il cerchio, la parola
consumata all’inizio
– non ho più occhi.

Tengo stretta la mia, la tua ora
quella che sola ci appartiene
dove diciamo – amore
e ci credi e lo tieni
come l’ospite, l’ultimo.

 

Ai pochi

I.

Anche oggi il sole ha aperto il cielo
e dato forma alla collina,
sopra e sotto – il mondo davanti.

Ieri è stato tutto un lavorìo di tagli
e incastri nel fondo del baule.
La vita un farsi estate e aspettare
dentro la paura.

Nella fatica del paesaggio resta
un bianco ostinato
e la fuga verso est dove cresce
il tempo primo dell’invocazione
– segno a puntasecca, come se infinito.

 

II.

Resta una fedeltà ai pochi
a fare il perimetro
e un giardino selvatico prima del bosco,
oscuro quanto quello.

La strada – la strada è rossa,
dritta verso l’infanzia dove
                       sei sempre stato.

Non sapresti dire se era vero
quel tanto girare di spalle,
non sai trovare il nome – la piega
dove la foce attende
il sangue come un’acqua che viene
e slitta, vedi s’avvicina

 

III.

Il sorriso copre l’assenza dei volti
   –  non tirare le somme,
non sarà un numero a dire la gioia,
un azzardo nel bianco.
L’addio improvviso come il freddo.

Resta un patto senza abbreviazione
  –  la tua storia.
Un bordo dentro gli occhi.

Solo nel taglio esatto
a volte riposo

 

***

 

Parking America – in tre passi (inedito, 2009) *

a Teresa M.

I.

Viene avanti, si allarga la distesa
con la tenacia dei muri bianchi
che non sanno la fine.
Un neon si spalanca all’alba dentro
     –   fuori dalla roulotte.
Nella lamiera dorme un uomo
grosso più di quel che pensi
e questo dice tutto di noi.
Il nome, un’esistenza semplice.
La sosta al motel, questo va bene.
Nel nero di questo Middwest assetato
un letto a tenere la paura
dentro le ciglia.
Vedi, sono scomparse le facce,
tutte le facce attorno
e le mani non sono più quelle.
Prendere e dare, questo sanno.

 

II.

Una stanza è quadrata, così nuda da fare
freddo alle ossa, così uguale
da implorare una casa
nel temporale che sa di ferro.
Di nero.
Viene, viene verso di noi e si scivola
piano come i sogni tagliati.
Il bianco sul fondo ha allagato le ombre,
il bordo nel tetto dove c’è l’ultima porta
non aperta, come tutte le altre.
Il cielo oltre le spalle trema,
spacca le finestre.
                         Una vastità.
Dove vanno queste luci così gialle,
più sole di come si possa
essere nati un giorno?

 

III.

Tu ti lasci di spalle – l’azzardo,
la fuga, un abbraccio
non avuto e l’altro rimasto nelle coperte.
Resta un film senza fine,
ancora e ancora dentro la tua testa.
Il verde, tutto il verde dei prati
è perduto.
La vita – un’ eco dell’ultimo viaggio.
Chi scrisse la storia, dimmi,
chi il paesaggio
nella verità di cavalli bradi
e fucili?

Qui è tutto enorme,
il silenzio, un foro nel bicchiere
e la carta dopo il pic-nic.
L’orizzonte non lascia scampo,
sceglie la strada a picco
nel bianco.

 

______________________________

(* Il testo ha vinto il primo premio – sez. inediti – alla Biennale Anterem, Premio Lorenzo Montano, Verona, 2009)

______________________________
Nota Biobibliografica

Gabriela Fantato, poetessa, critica, saggista. Suoi testi, anche in traduzione inglese, francese, spagnola e araba, compaiono su riviste e antologia italiane e straniere. Raccolte poetiche: Fugando (Book Editore, 1996); Enigma (DIALOGOlibri, 2000); Moltitudine, in Settimo Quaderno di Poesia Italiana, a cura di F. Buffoni (Marcos y Marcos, 2001); Northern Geography, traduzione inglese di E. Di Pasquale (Gradiva Publications, 2002); Il tempo dovuto. Poesie 1996-2005 (Editoria&Spettacolo, 2005); Codice terrestre, pref. di Milo De Angelis (La Vita Felice, 2008). Ha curato con Luigi Cannillo il libro di interviste La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti italiani (Joker edizioni, 2006) e ha collaborato a varie edizioni di Almanacco di poesia, edito da Crocetti, a cura di G. Oldani. Dirige la rivista di poesia, arte e filosofia “La Mosca di Milano” e la collana di poesia, saggi e traduzioni SGUARDI (La Vita Felice, Milano).

______________________________

 

***

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7 pensieri riguardo “L’orizzonte non lascia scampo – Gabriela Fantato”

  1. L’orizzonte non lascia scampo – scrive Gabriela. Il verde perduto, la vita come eco. Siamo di fronte a una poesia mai sentimentale ma ferma, sbalzata, vibrante, che si compone di affetti che entrano in corrispondenza con il linguaggio poetico creando nuovi cortocircuiti. E’ per me una gioia leggerla anche in questa sede.
    Un abbraccio a lei e a Francesco. Marco

  2. Un saluto a Gabriela, di cui leggo Parking America, isolitamente scritto, e parlato..con stacchi paratattici e belli, dove si muovono linee diverse, così sembra, dall’ultimo libro poematico.
    Grazie a Francesco, e felicitazioni a Gabriela.
    MPia Quintavalla

  3. Le linee “nuove” a me sembrano chiazze di colore in movimento che innervano la ricerca sui suoni e sui ritmi del “Codice”.

    Un saluto a voi.

    fm

  4. leggendo mi viene avanti il bianco,
    ( il bianco della biancheria, il bianco “dove affoga tutto il male”, il bianco delle stoviglie, dei piatti, “bianco/per ogni volta che perdiamo l’abbraccio” e così via, in quasi ogni poesia qui postata)
    e su questo in bianco quelle “chiazze di colore” delle quali scrive fmarotta, che io vedo più come shanghai, come linee di schizzo, o meglio, di taglio, punta, segno (che sono le altre immagini delle quali è disseminata questa poetica, almeno per quello che trovo in questo post:
    “il tempo che si riga”, “le rughe”, “la crepa”, “la puntadel coltello”, “il confine”, “l’orizzonte”, “gli strati”, “la terra tagliata fra le mani”, “la punta al taglio”, “il ciglio”, “la piega”, “il bordo”, “il segno a puntasecca”)
    il segno appunto.

    molto vivido.

    complimenti
    ciao

  5. con grande piacere rileggo qui i versi di Gabriela, poetessa che stimo in modo particolare. Ma “Parking America” non la conoscevo proprio e la leggo per la prima volta. E la trovo straordinaria per la concentrazione dello sguardo, lucido e perfetto. Magistralmente Gabriela sa “raffreddare” l’emozione che è sempre forte e vibra sotto la cenere…e la sua parola si offre come cristallo dopo un’operazione alchemica.
    Molto bello il commento precedente di Margherita ealla con la sua annotazione del bianco in GF. del segno e del taglio. Aggiungerei anche il verso dei “sogni tagliati”…
    Grazie, Francesco
    a presto
    lucetta

  6. belli questi versi
    limpidi e asciutti come il paesaggio in un giorno di vento. Tracciano contorni con la precisione di una mano fanciulla e poetica, senza freddezze geometriche. Il sentimento di meraviglia è quello di chi tiene gli occhi ben spalancati…
    Grazie,
    ciao

    roberta b.

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