La foglia, l’albero, la nuvola, il fumo – di Antonio Scavone

[ANTONIO SCAVONE]

La foglia, l’albero, la nuvola, il fumo

     “La foglia tornava all’albero e la nuvola al ramo”… potrebbe essere il primo verso di una poesia, o una di quelle frasi un po’ campate in aria che si presentano, non richieste né sollecitate da emozioni, alla nostra mente o al nostro umore mentre per esempio aspettiamo un treno, un figlio che esca da scuola, o la chiamata di un turno per un appuntamento, una visita, un responso. Potrebbe essere una di quelle frasi che non avremmo mai pensato di compitare, e che tuttavia giudichiamo necessaria, come se ne avessimo bisogno per ricavarne un’utilità. E, difatti, pur quando la vediamo apparire sull’irreale e fittizio desktop della nostra mente e ne avvertiamo immediatamente l’estraneità e l’incongruenza, non ce la sentiamo di cestinarla, anzi continuiamo a guardarla, a leggerla, infine a pronunciarla in sordina, forse per capire se davvero ci appartiene, così insolita ed eccentrica.
Intorno a noi – nella stazione, in un’anticamera, nel cortile della scuola – non ci sono alberi né nuvole né rami. Da dove mai sarà venuta fuori, quella frase così semplice ma anche così presuntuosa e bizzarra? Da dove sono sbucate quelle immagini reali eppure metaforiche della “foglia che tornava all’albero” e della “nuvola al ramo”? Non sono contrapposte, enigmaticamente stridenti una “foglia” con una “nuvola”?
     Cominciamo a pensare che sia un ricordo di scuola, ma non ricordiamo in quale scuola e soprattutto in quale anno l’avremmo studiata. L’abbiamo forse letta casualmente su un manifesto, come epigrafe di un evento, o su un invito alla lettura, per esempio da un dépliant pubblicitario per un convegno organizzato da qualche libreria: no, non è così. I manifesti li leggiamo appena, per strada, in fretta: è vero, restano impressi nella memoria volatile di un giorno o due ma non ci intrigano più di tanto. Quanto poi alla traccia, all’invito per un convegno in libreria, siamo fuori strada: abitualmente entriamo in una libreria all’inizio dell’anno scolastico con la lista dei libri per i nostri figli: li compriamo, li paghiamo e andiamo via. A dir la verità, i libri non ci dicono molto: saranno belli, edificanti ma non ci attirano perché ci suscitano subito il fastidio e la fatica di leggerli.
     E allora? Se non riguarda una nostra personale inclinazione, se non è il risultato di studi scolastici miracolosamente emersi da anni di incuria e disinteresse, se non fa parte per familiarità o contiguità del nostro lavoro abituale, vuol dire che che quella frase, che si è presentata da sola come una sorta di illuminazione, giaceva, era presente e preesistente nella nostra coscienza o nella nostra memoria in virtù di un’oscura e indefinibile attrattiva.
     Dovremmo chiederci da che cosa e per che cosa riteniamo di essere attratti, qual è la circostanza che ha sedotto la nostra attenzione ma dovremmo chiederci anche, e soprattutto, quando tutto ciò sia potuto accadere. Se non riusciamo a capire il perché, difficilmente arriveremo al quando ma, fra tutte queste lacune o imprecisioni o impossibilità, continuiamo a restare sorpresi per la folgorante, imprevedibile curiosità che quella frase ci ha suscitato.
     Forse riguarda la nostra storia personale, la nostra personale esperienza di vita: i sentimenti, i desideri, oppure le persone che ci hanno acceso quei sentimenti e quei desideri – genitori, fratelli, moglie, figli, amici – oppure, ancora, ci rimanda a circostanze perdute, a quella nostalgia che ogni tanto viene a scombussolare la nostra stabilità emotiva con i fantasmi del passato. Non ci siamo, è qualcosa di più: di più pregnante e, parimenti, di più fortuito. È un’occasionale certezza, è una consapevolezza involontaria, un meccanismo perfetto di cui però non riusciamo ad apprezzarne la destinazione d’uso.
     Cominciamo col dire che non l’abbiamo scritta noi quella frase, non è farina del nostro sacco, non ne saremmo capaci perché la farina del nostro sacco tende a diventare crusca in quattro e quattr’otto. Siamo uomini e donne semplici, noialtri, senza grilli per la testa perché ci bastano e ci soverchiano quelli che già ci portiamo dentro. E non l’avremmo scritta neppure per gioco o per ingannare la noia: nei rari momenti d’ozio non pensiamo a niente, sgombriamo la mente da ogni preoccupazione che non sia facilmente rimediabile.
     Forse è il verso di una canzone. Sì, potrebbe essere il verso di una canzone che ci è rimasta particolarmente impressa, dieci o quindici anni fa. Potrebbe essere la canzone di un cantautore un po’ defilato nel panorama della musica leggera, un po’ sfortunato: non è stata incisa da altri, non ha vinto festival, non è stata in testa alle vendite, non è stata neppure scaricata con eMule o ascolatata con YouTube. Indubbiamente con quel verso tra la foglia, l’albero, la nuvola e il ramo non poteva avere successo: peccava di abbondanza ricercata, di riferimenti impervi, di allusioni caotiche. Una canzone dev’essere di facile presa sul pubblico, anche se adopera immagini inconsuete o metafore ardite. E poi, ragionando, che canzone sarebbe se non riusciamo a ricordarne il motivo? Ricordiamo una canzone con le parole e la musica perché la canticchiamo, perché l’abbiamo immediatamente e facilmente memorizzata: qui, invece, non c’è un motivo più o meno orecchiabile, non c’è armonia, non c’è niente. No, non può essere una canzone.
     Non riusciamo a definirla, a collocarla, a darle un senso ma ormai ci è entrata in testa e spande tutt’intorno il suo accattivante bagaglio di fascino e malìa. Di una cosa siamo sicuri: faceva già parte del nostro personale repertorio di parole-segno, di immagini-guida, di frasi fatte ma inesplorate, abbandonate. Nascosta in qualche anfratto dimenticato della cosienza o del ricordo, quella frase o quel verso o quel ritmo (sì, effettivamente ha un suo ritmo intrinseco) ci avranno accompagnati con discrezione e in silenzio chissà per quanti anni fino a sbocciare, in un giorno qualsiasi, davanti ai nostri occhi, nelle orecchie, sulle labbra. La foglia che tornava all’albero… la nuvola al ramo… che strano: solitamente, naturalmente, è la foglia che lascia l’albero, staccata dal vento o quando l’autunno la ingiallisce e la nuvola, poi, se pure torna al ramo, se vi si avvicina, non riuscirà mai a toccarlo o a nasconderlo perché sarà sempre il ramo che si staglierà imperioso nel cielo spezzando e scompaginando l’esile pulviscolo di una nuvola.
     Stava dentro di noi, dunque, la frase della foglia e della nuvola che tornano inspiegabilmente alle loro origini o alle loro abitudini: dentro di noi che non siamo né poeti né cantautori, librai o studenti, artisti o letterati: dentro di noi che, a dispetto delle apparenze e delle consuetudini, abbiamo tenuto in vita questo rigo, questa frase, senza capirne il perché e senza preoccuparci di intenderne il significato. Ci basta così, ci sta bene così com’è: limpida, ritmica, densa di intenzioni imperscrutabili. Non ne cogliamo il messaggio sotteso, quello che dovrebbe farci riconoscere il principio e lo scopo, l’inizio e la fine di questa coinvolgente captazione ma, pur nella sua insondabile insensatezza, ci fa riconciliare con gli altri che non siamo, con quelli che sanno parlare e argomentare mentre noi ci limitiamo ad ascoltare senza interesse, con quelli che ti trasmettono il piacere di una lettura, con quelli che ti persuadono che anche una frase così può aiutare chi si trova in una situazione di disagio o di incertezza, che insomma una frase come questa può essere addirittura terapeutica.
     Ci sentiamo risollevati, liberati da un peso, dal timore di dover subire un discredito, un disprezzo, una sbrigativa disistima: ci rende superiori, questa frase, ci eleva sui binari di una stazione per un treno che arriverà in ritardo, nel cortile della scuola dove fra tanti ragazzi non scorgeremo ancora il nostro, nell’anticamera di un laboratorio per un esito che temevamo irrimediabile e che forse invece sarà fausto. Possiamo dire allora, in tutta onestà, che davvero la foglia tornava all’albero e la nuvola al ramo, che è possibile e lecito questo strano andirivieni, questo procedere a ritroso che si manifesta come la più coraggiosa delle avventure.
     Sicuramente qualcuno ha scritto quella frase o quel verso e ne ha avuto il merito che gli si doveva ma noi che non l’abbiamo scritta né pensata abbiamo anche noi una piccola soddisfazione: di averla trattenuta tra le nostre parole e di averla ritrovata e riconosciuta come un progetto per i viaggi che prima o poi intraprenderemo, per i figli che impareranno a trovare da soli la strada, per le risposte che, nonostante tutto, ci sapremo dare.

Fare e disfare

La foglia tornava all’albero e la nuvola al ramo,
il ricordo coronava le vecchie case,
il sangue abbandonato faceva piangere,
si muravano nuove case, altre opere,
leggi dolorose guidavano la città.

Nel museo brilla la fiala delle tombe e la cenere
che il vento agita agli acrotèri
È delle guerre spente, ma è già seme.
Si mutano invisibili i pensieri,
storia e speranza inseieme è quanto fu attimo e pianto,
dall’incertezza nasce la determinazione,
ma dalla volontà buona la voglia di non essere
e dal piacere di morte la tenera foglia.
Tutto sopporta tutto e si vorrebbe
cedere, uscire, non essere più.

Ma ancora dieci passi prima della scarpata,
prima del piombo in cuore,
ancora dieci attimi prima della corsa ultima
nella luce del fosforo,
ancora dieci anni per chiedere la pietà.

Ma anche per rivivere e lavorare,
e disperare per rivivere
morire per lavorare,
disperare per morire,
lavorare per rivivere.

(1951)

FRANCO FORTINI, Poesia ed errore, Feltrinelli, Milano 1959

***

4 pensieri riguardo “La foglia, l’albero, la nuvola, il fumo – di Antonio Scavone”

  1. Bellissima riflessione, bella anche perché fatta di trasparenza, immediatezza, senza il timore di dover nascondersi dietro alcunché. Sono parole in cui, nel poco che spesso siamo, si disvela il tanto che, nella speranza, possiamo essere. Il testo di Fortini, poi, è un testo davvero importante. E, più passa il tempo, queste sue parole -come incise su di una pietra dura, con pazienza, fatica – si rivelano necessarie e sempre più presenti, cariche di futuro.

  2. Già, Antonio, forse quella frase aspettava da tempo la tua analisi, per restituirci una tra le più belle e struggenti pagine della tua arte.
    Commozione, gratitudine, speranza, questi i sentimenti che si sono avvicendati e poi mescolati mentre scorrevo un testo che, come altri tuoi, mi sembra un dono che elargisci a piene mani per quanti si accostano alla tua fertile scrittura lasciando da parte gli orpelli letterari di cui prima si erano nutriti.
    E’ una pagina scritta, oltre che con sapienza, anche, e soprattutto, con amore, amore per la letteratura, amore per la vita, amore per gli altri.

    A volte, ciò che riteniamo “errore”, può, a lungo termine e con giuste riflessioni, mutarsi invece in un progetto che non credevamo potesse appartenerci, ma che era dentro di noi, in un cantuccio del nostro io, proprio come quella frase da te citata o mille altre ancora che ogni tanto fanno capolino nella nostra mente e, volenti o no, coscienti o no, mutano l’errore in percorsi nuovi dove avventurarsi con una frase dentro, una frase che ci ha accompagnato e che, una volta compreso il senso, forse ci accompagnerà ancora tra le pagine scritte con l’inchiostro e quelle scritte col sangue della vita.

    Grazie davvero, e grazie anche per Fortini i cui versi, mi sembrano sempre di una attualità, oltre che bellezza, sconcertante.

    A te, Antonio, e a Francesco, dico che alcune pagine, oltre che terapeutiche, sono davvero necessarie, e chiedo scusa se qualche lacrima di commozione ogni tanto bagna questa Dimora insostituibile.

    Vi abbraccio entrambi con affetto.
    jolanda

  3. E’ un testo veramente splendido, una riflessione che mobilizza tutti i circuiti di cui ancora disponiamo (e difendiamo).

    Un saluto a tutti, in particolare a Elisabetta che leggo qui, con piacere, per la prima volta.

    fm

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