Nell’ora che l’incanto pare finito – Dome Bulfaro

2911984786_8277c5927d 2911984786_8277c5927d

nessuno s’era
accorto, nemmeno la sentinella accesa
nella cera ma è addosso alle porte e pulsa, pulsa
ed ha un nome che non porta, una piaga nella gioia
macera il seme macera
per questo si vive con la carne percossa

 

NERVOSO
ictus n° 12

Quasi
barbabietole
espiantate da un cittadino
addormentato sulle nostre mani
spianate come un tavolo d’obitorio
ricomporre da architetto nello stomaco
la fauna urbica e tutti gli edifici organici;
quasi una metafisica di fichi e altra frutta, la città
come una spogliarellista con l’estate nelle vene
dovrebbe donarci il suo fegato in tutta la sua arborescenza
e non la sua metastasi:
la città dovrebbe restituirci un nuovo Leonardo dal genio
rigenerante e non indurci
a credere che siamo tutta pelle e che le stelle metropolitane siano appese al cielo]
come bottoni scuciti, come funi di anime a cui non appendersi.
Sì, la città dovrebbe restituirci la luce come unità
di misura e non la sua luminosa
epilessia …

ruoti polsi braccia e testa salti e sbraiti su tutti i piedi

funzioni
involontarie
il lavaggio delle strade ed altre secrezioni
di notte mantengono quel minimo russare
una garanzia che la metropoli respira
ma dal mattino quando i nervi tranviari
agitano le prime dita fino all’estrema mobilitazione
il trasporto di impulsi lillipuziani, la forca caudina
paralizzano contemporaneamente
ruoti polsi braccia e testa salti e sbraiti
su tutti i piedi
collassi e rinvieni
rosso, vorresti il tuo corpo non fosse un viavai fra altri templi in decomposizione]
su tutti vorresti i nervi tornassero nelle tue mani
funi per issare mari, soprasotto alle strade in cattività
sbraiti un’altra inondazione
un’altra volta per garantirmi che nell’abitacolo respiro
vengo a pregare sotto il tuo seno in piena, Madonnina
Madonnina, fa che ogni Naviglio irrighi con metodo
l’abusiva sommersione, l’affogamento di ogni cittadino
in bicchieri dolci da gettare, fin quando tiratissimi come violini si udiranno]
i nervi frinire; nel respiro sott’acqua
ogni vibrato edilizio
con senso possa
sfinire:
contorce polsi/
torce braccia/
torce testa/
sfine

 

*

 

FABBRICA DEL RIPRODUTTORE
ictus n° 9

Vün  Cinch  Vot    Nöff   Ses  Cinch Quater
Set   Trì     Nöff        Set   Vot   Trì
sapevano, le croci nere sapevano,
avevano un allarme nelle traiettorie
nello sgombero del cielo – è alle porte – dicevano
soprattutto garriti gracchiate un vagito e schiene
di foglie resuscitate da mulinelli di fiato, lo preannunciavano con una pressione]
sulle piume nere, un celeste nel cuore bastonato cane nero guaivano – è alle porte -]
sembravano tamburi smembravano
la pioggia verrà col bastone,
il bastone ecciterà l’applauso delle ali
ogni colpo d’ali sarà sarà un tuono con l’erezione.
Poi la frenata di brutto/ gli artigli fucsia; sul ricamo di Candoglia;
la presa sicura del piccione; atterrato lassù, nella vetrata della Raza; saldato ai capelli]
trapanati dell’Angelo annunciante; l’annuncio col collo a scatti – è alle porte -]
tremavano vetrate tramavano
da lassù tubava in occhiate lampo tutta Milano: il traffico con le teste e basta se non]
qualche cappello, tette in terracotta con le paraboliche in piazza
bambini con le mani di mais e piccioni, scoppiate in voli di grigi, la Chiesa]
con la bocca farcita di fedeli, come accade solo la Domenica mattina alle 10, i consueti]
preparativi di nozze sulle terrazze dei palazzi con l’aperitivo
rosso da Disco, l’ombrellone la faccia edificata
in anni di terapia di gruppo, da quassù
scrocchiavano marmi screcciavano
questa città – rifletteva l’occhio coi nervi –
è inequivocabilmente il bersaglio legittimo per il culo dei piccioni
se ci osservassimo con gli occhi dei piccioni sul Duomo
avremmo meno psicanalisti un po’ meno di tutto
soprattutto meno gusci di uomo sparsi per i marciapiedi, sciatt con la cannetta di vetro]
meno scassi più scorbatt con la valigetta, la pelle tesa che rimbomba il battipanni nel cuore; ; ;]
scrofe semilunate che, sotto la loggia dei mercanti, dopo la solita
     parlera, si riscaldano con la morra Nöff Ses Vot
                                                   Trì   Set Vot

poi le ali gettate al cielo le piume metallizzate della testa variopinta]
nella vetrata rotta con i cavalieri dell’Apocalisse nel lato destro
l’arresto nel tiburio vicino alle uova sigillate
nell’abside laterale il nido
di un rumore: cr,
come un crr,
un cribbio
di trave,
un profilo
di crinale
contratto
nella crepa del guscio…
le ramificazioni del lampo crescevano
in sé lo crebbero le guglie degl’alberi di marmo
prima che sventolassero le loro ossa prima dello scroscio dei doccioni /O/]
tutte le statue lo annidano fin dalla loro prima sbozzatura ce l’hanno scritto]
addosso: ormai è addosso alle porte, pulsa
come l’uva d’agosto al vino,
nessuno s’era
accorto, nemmeno la sentinella accesa
nella cera ma è addosso alle porte e pulsa, pulsa
ed ha un nome che non porta, una piaga nella gioia
macera il seme macera
per questo si vive con la carne percossa:
nella possibilità l’autunno tagli corto
lacera il seme lacera
non nasce ma potrebbe nascere ogni adesso
perché la terra sputa ciò che ingoia
ogni che il sangue s’infoia
e il bianco sconquassa -si resta incintacosì
si apprende che sei già in un’altra messa
-si resta incinta di un amore boia/-

La pianta di Milano sta schiudendo
Il figlio della fine sta arrivando
Correte lo spettacolo inizia ora
Nell’ora che l’incanto ‘pare orrendo

crac
la polvere sulla spalla,
la mano con sufficienza
come se di forfora si sbarazzasse,
il crrrac
la fiamma tra i capelli, c’è una crepa tra i capelli
e il cielo, c’è un ponteggio che nei ginocchi traballa, un gorgheggio]
del ginocchio a capofitto il crollo dell’impalcatura cazzo succede!?]
del restauratore ingiù dal trabattello, tutti gli occhi gettati in alto]
dell’uomo che eri, le braccia a squadra
di bestemmie sulle teste travolte, alcuni acini pigiati rotti con le urla]
a chiazzare di lava l’intarsio geometrico dei pavimenti oror! oror!
nelle navate i piloni Cristo succede?! gridano i santi ritratti nelle edicole]
del Duomo che impaura Milano dichiarati in errore! errore! in piazza]
tutti i volti increduli a cui crolla la facciata, dentiere, sgomente, un dibattito d’oltre tre secoli]
a ramengo, con la strage di falconi, piramidi e gattoni /O….O../ il linguaggio]
composito degli stili restituito ai milanes in macerie indifferenziate]
sante sfacciate dai parapetti, con bella vista dalla propria guglia
a contare la pioggia e a cuntà su di smog lifting dell’ultima moda il saliscendi]
di Piazza Affari e a montare pettegolezzi sui preti, di come è cambiata la gente, ma stà lì quiett!]
che tanto tutto va in vacca lo stesso, è un rebellott non si scepìca più niente capisce gambe]
mbega che strillano l’uscita, scital’ugole a urlar le strombature
levatevi di dosso porca bestia un panegirico di lingue chiu/
/ntro addos/ schia/ ahia! Bastardi! Don’t push! Don’t pù/
dagh adoss! dagh adoss! e ruza, ruza, al vusa
me un malnatt, dagh adoss! dagh adoss!

uomini marmorei a buttass giò da ogni piano
in frantumi con le falconature a spatasciare oss
o quaicoss dei corpi umani dagh adoss! Bestia
dagh adoss!! Cr/ p/ omoestenu P!/ crac morra!
Vün! Cinch! Vot!  Nöff! Ses! Cinch! Quater! …! Nöff! Nöff!
Set! Trì!     Nöff! Dü!   Set!  Vot!   Trì! …!       Nöff! Nöff!

Cosa resterà di questa eterna città?
ona camisa adoss e l’altra al foss
un geco sulla fronte di granito
nelle bocche tutte aperte terra
dei fanciulli cantori l’impreco:

Quel fiume confidato alla tua voce
Il tuffo che nel cielo cerchia l’eco
Di testa il suo impatto è troppo forte
Sepolto con la bocca scrivi morte

con la croce che balbetta ad ogni domanda
tutte le non risposte del crocifisso; sospese da secoli; catalogate negl’interstizi;]
tra le mattonelle; la muratura che dà il crac al trionfale brano di morte finale]
una stonacatura sul collo torto
del piccione travolto dal bel
vis de la Madonnina
l’aureola d’oro
con appresso
tutto il vergine
quintale
in picchiata
sull’altare maggiore un patatrac
il cielo di Milano col collo spezzato – quanto più t’innalzerai Duomo]
e non piccione, tanto più la tua polvere solleverà il boato! – Nella cripta “confessione”]
un uomo senza umiltà schiacciato da oltre quattro metri di Mariae Nascenti]
in rame a mordente dorato mio figlio sarà così
come io sono: un fracco d’ossa
cadute male in terra?
male in terra?

Il guado dopo il tuffo della voce
Latrato che si può col fiato corto
Di quando il tuo cammino steso a lato
Ha smesso di scoprirsi viso morto

prima del padre eri un uomo alto, cresta rampante, un braccio
solo portava quattro borse zeppe di spesa, il soffitto della gola
non ti deflagrava e gl’archi acuti non si conficcavano al suolo;
prima del padre eri una verticale con planimetrie infinite
e un alzato rigoglioso di pose statuarie coi crolli nel pene
il pene sempre nelle mani a oscurare il cuore, non eri
pronto alle tue macerie, alla tua voce sotto
le macerie che domandano daccapo tu chi sei?
Sono il becco da cui sfuggi, l’uovo per cui deponi la corona
quello che dal sesto al mese nono è l’acuto
con le porte a pochi passi, la mosca
nella tua goccia di morteamore,
la riconfigurazione della
tua prima torsione
di suono, il primo larvale
Ichthùs nella Fabbrica del riproduttore

Il Duomo di Milano è frantumato
Il tempo di quell’uomo è tramontato
Correte lo spettacolo inizia ora
Nell’ora che l’incanto ‘pare finito.

 

______________________________
Tratto da: AA.VV., Pro/Testo – Versi, a cura di Luca Ariano e Luca Paci, introduzione di Mimmo Cangiano, Rimini, Fara Editore, 2009.
______________________________

 

***

Annunci

8 pensieri riguardo “Nell’ora che l’incanto pare finito – Dome Bulfaro”

  1. “la città dovrebbe restituirci un nuovo Leonardo dal genio
    rigenerante e non indurci
    a credere che siamo tutta pelle e che le stelle metropolitane siano appese al cielo”

    ho grande stima di Dome Bulfaro, della sua poesia civile che suona come una disperata preghiera dinanzi all’orrore di questo freddo andare senza tregua, perdendo ogni briciolo di vera umanità, stritolati nell’ingranaggio della grande fabbrica degli interessi, che annulla, obnebula con finti miraggi, la vista all’uomo.
    Lei parte da Milano, dal grigiore, dall’osservazione di un Duomo che si staglia in alto a osservare freddo ed incurante il marasma di gente che si accalca come folla di formiche che vanno senza precisa direzione… frastuono, confusione, corsa, vanificata umanità
    ichthùs
    ma da Milano il cancro si propaga per tutta la spina dorsale del paese, fino al suo tacco, fino al profondo ventre scarno d’un maiale che grugnisce le sue pene e continua a spartirsi gli avanzi delle ghiande.

    un abbraccio Dome! ad maiora… semper.

    sono di parte… ma Pro/testo è un gran bel libro :-)

    1. molto centrata la tua lettura natalia . mi coinvolge molto il ritmo di dome . complimenti . e complimenti a francesco per il suo lavoro preziosissimo . s

  2. Grazie a Natàlia, Stefano (bentornato) e Ivan.

    Dome è, oltretutto, un eccellente performer dei suoi lavori. Al contrario di tanti improvvisati e sciagurati imitatori di “spoken poetry”, si è dedicato a uno studio serio e approfondito della materia (voce, corpo, suono, oralità, oratura, dimensione teatrale del testo), confrontandosi, sempre, con la lezione dei maestri riconosciuti, italiani e stranieri, del genere, e arrivando a una sua sintesi originalissima e di grande impatto.

    Immaginate questi testi performati col corredo di due voci in controcanto e l’accompagnamento sonoro di un’orchestra di percussioni che disegna un tappeto ritmico di forte fascinazione. Uno spettacolo indimenticabile.

    fm

  3. Io, però, ho la sensazione che nei versi di Dome Bulfaro ci sia qualcosa di “troppo”. Quando i propri temi sono espressionisti e quasi apocalittici, la forma dovrebbe fare un passo in meno, quasi “silenziarsi”, per rendere più intensa la tragedia di cui dice, per inventare il chiaroscuro che attrae e persuade. E’ un mio parere personale, ovviamente.
    Marco

  4. Un gran bel rilievo, Marco. Spero che l’autore abbia la possibilità di risponderti; è una persona, tra l’altro, che apprezza particolarmente questo tipo di sollecitazioni.

    Io una risposta l’avrei, ma conosco Dome da troppo tempo e preferisco lasciare il campo a lui o ad altri.

    Semino, comunque, un paio di indizi:

    1) la dimensione “teatrale” del testo; 2) il rapporto “dialettico” “ictus”/segno vs “Ichtus”/Segno.

    Ciao, grazie.

    fm

  5. Quando ho sentito per la prima volta gli ictus di dome ho pensato che la sua presenza scenica fosse la forza segreta del suo testo. Ora dopo averli letti sulla pagina parecchie volte mi rendo conto di come i testi di dome siano forti indipendentemente dal rendimento vocale. Sono poesie curatissime nel ritmo , nella scelta semantico/fonica, nella grafica.
    un abbraccio a voi
    luca

  6. Grazie Luca, è sempre un piacere vederti da queste parti.

    Sì, concordo, Dome è, all’interno di quella specifica e importante linea di ricerca poetica, uno dei pochi autori i cui testi reggono, allo stesso livello, la prova della pagina scritta e quella performativa.

    fm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.