Nel solo poema del tempo – Paola Abeni

Bisognerà guardare
il rumore di una luce
tersa,
capace d’avere sete
nelle gole degli uomini

 

Paola Abeni
Nel solo poema del tempo
(2009, inedito)

 

Questo segno d’albero
schiuso al cielo
di settembre

dove le ore pendono
come semplici
desideri e chiedono

l’unicità dei colori
sporchi di sole,

il digiuno improvviso
delle strade.

 

Tolgo queste mani stanche,
fiuto come posso l’onda vaga del sole, l’acqua passata,
chiedo di un sogno, di un vuoto insicuro.
In cucina le lacrime cadono ed è meglio così,
viene l’ora d’invisibili mutazioni.

 

Quest’oggi di fate
appese per le ali

figure nel sole
fumoso di settembre

luminosi fogli
come incerti stupori

lasciati a sventolare.

 

Sono queste ore
imbevute di sole e
scuro frammento
cresciuto nella neve

mi aprono le sere
come fossi viva

contorno ai miei occhi
nell’umida desolazione

Mi aprono le sere
come ovunque il
vento nell’immobilità
del giorno.

 

Chi prende la mia voce, un vortice, sono leggera e muoio per le sere senza ritorno,
quando passando la strada capovolge immagini e getta rami così neri nella mente
e fragili. Un grido scava questo sbadiglio d’anime.

Scende a vestire i viali il fuoco amaranto di ottobre, conosceranno immagini
anche gli ultimi fiori. Avranno respiro.

Mi lascerò chiamare. Ai vetri rimani come nervo di luce.
Un colore tenuto vicino, un trascrivermi.

La memoria feroce del silenzio. C’è questo tepore oggi,
questo docile accostarsi.

 

Debolezza di fronde come sempre l’autunno. M’incammino per lucide scale di marmo e sola mi specchio.
Vederti con la mia speranza malata, poterti almeno sapere.
L’ardore del vento ammutolisce questi luoghi. Ho un volto incapace.

Il tremulo silenzio dispiega amore. Ultimi suoni di voci, carezze furbe alla vita.
Perdere i nodi di questa luce, andare.
Sono le porte qualche corpo desideroso, un disperato richiamo.
Così i miei occhi dissipati in questo verde di fiume.
Lasciarmi in divenire.

Sollevata da pochi attimi nel cuore, dove nulla è pulito e la bellezza è pura.
Nuove mani salveranno le mie.

 

Sorvolo questa bufera di luce
il moto del cielo mi sovrasta
come posso non sapere

pigri elenchi di morti
continue dimenticanze,

nel mio solo polso
fiutano i minuti
la durezza incompresa.

 

Sono vicine al tempo le cose della luce, cadono nell’anima.
M’imparano, mi vivono.
Evocano amore, trapassano.
Dentro questo nodo di cieli sono gli specchi.
Come fiumi di cenere le mie sere.
Questo venire nel fuoco del cuore.

 

Più vicina al tempo
che condensa questo
dubbio d’esistere
agli occhi incipriati
della terra

compio lenti presagi
nel nome di un volto

invoco il buio che
ripari gli scuri da
copiose verità.

 

Poche stille di luce
nel tuo fumoso
volere un nome

sconcerto che infiamma
un arido soliloquio

e le pietre riverse
compaiono come rose.

 

Così la cenere che viene nelle sere che non ho.
E sorvola, sconvolge i colori.
Arriva per tacere genuflessa e smunta.
Traccia nelle anime un sentiero, implode.

Per vedere che vedo imparerò i vostri occhi.
Anche ascoltarvi mi porterà distante.

Così la cenere dimenticata per voi.

 

Questo sapore d’autunno appena dentro le case,
stanchezza di terre arse, il lungo sentiero delle lune,

l’arido richiamo dei giorni e spesso un inconfondibile terrore di sogni;
fiutarsi vivi dai cuori di plastica,
dondolarmi per occuparmi del tempo che ansima
nelle sottili ombre d’erba,

forse il mio corpo comprenderà
l’indice perfetto dei passi.

 

 

Nei volti la neve e
nessuno sguardo

come nelle mani
avvolgo parole

che porterò alla foce.

 

Crescono oggi
steli sottili
di sole

l’anima di un autunno
esangue che
mormora da terra

solstizi privi
di cuore.

 

Non ho inverno per le
sere traversate dalle
cure ineguali degli occhi

rimanere tra siepi
infreddolite e rade,

fondersi al nodo
di qualche orma.

 

Tutto rimane ancora senza desiderio nè fiamma,
come un ghigno lungo le ore il polso afferra, esamina
rare tempeste, ansima e non muore.
Le note amaranto coprono l’anima, cedono i sogni come
puntuali sentenze. Rimango a fare il niente delle cose migliori.
Come sfinirmi di tempo nelle fessure della mente.

(Nel fiume rovesciare affanno, benedire l’angoscia del perdono.)

Essere questo nodo di terra per un nuovo sangue. Fresche risacche
curvano più vicine alla paura. Nemmeno l’ombra delle sere dimentica
il rumore. Questa solidità di movimento senza resa.

 

Questa luce oggi
mi solleva per vedere
l’esanime volto del cielo
poco oltre la collina,
qualche fragore alzarsi
nelle strade di neve.

 

 

Bisognerà guardare
il rumore di una luce
tersa,
capace d’avere sete
nelle gole degli uomini,

diversa nelle case
dove gemmano corpi
nelle teche d’amore.

 

Sopra il corpo
adoro l’esile
composto
fruscio di vene

sotto parole liquide
il canto ermetico
del sè

tenera frattura
nel tempo.

 

Ancora il rumore serafico dellla salvezza,
decomposta sopra i volti, curva nel vento

quando muovono scie di uomini
le risolute notti del caos

andarmene come fumo,
provarmi corpo.

 

Porge la fronte ai vetri
il mattino impigrito d’azzurro
così muovendosi i volti
da nebulosi richiami,

il viale ramato che afferra
una moltitudine d’ore.

 

Parlano i nomi
come terra frantumata
le sere a lasciarci

così teneramente vivi
nel coagulo del buio che
scansa il non detto

e arrivo deforme a
stringermi nel tempo
nell’angoscia immune
dei corpi.

 

Vuotarmi del dono
acerrimo della poesia

come scuotere il passo
delle pallide città

traversandone il senso
illusorio dei corpi.

 

Nella danza dei respiri
mi raccolgono i vostri
occhi,
allargo il mio cuore
alla triste morte.

 

Com’è solo il bosco
sfigurato dalla
felicità che orienta
l’invisibile caduta

rimanere tra foglie
ancora se stessi

impararsi nel niente
delle preghiere.

 

Nello sgombero del tempo
questo sogno diventa
sogno incompreso

come sete docile
nel petto lo scongiuro
dell’attesa

semine che nel dolore
avvengono.

 

Tenere questo
crampo di vita-
lo vedi il niente?-
teso per sentire
nel freddo e chissà
se vivere è cambiare
con teneri colpi il cuore
se pensare è fruire
d’altri sprechi e
somme come lievi
vincoli e di nevi
nel riverbero.

 

Ditemi l’uguale angolo
che mi chiude in
solitarie sfide
e altrettanti lutti

così fini rimangono
i rami a premere
sul dovuto nervo

tante volte sfasciato
per improbabili schemi.

 

Farsi sera nel chiuso
petto di un suono

dover scordare oltre
questo tacito figlio

sistemato con i giochi
a dirsi contento

per qualche giorno
sono aghi insensati.

 

Poche lune mi dico
per portare fiori

ai corpi mangiati ancora
e per sempre queste

siepi scure a
mutilarne il canto.

 

Questa sera di niente
nel solo poema del
tempo e lontana

da sentirne il lamento
incompiuto che viene

e non sembra che neve
e pallore d’intenti.

 

______________________________
Nota biografica

Nata nel 1974 a Brescia (Bs), Paola Abeni si è laureata nel 1999 in Pedagogia presso la locale Università Cattolica. Dal 2001 insegna nella scuola per l’infanzia.
La sua produzione poetica è quasi tutta inedita, tranne alcuni scritti apparsi sul blog di Mario Benedetti e su quello di Viola Amarelli.
______________________________

 

***

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6 pensieri riguardo “Nel solo poema del tempo – Paola Abeni”

  1. “Questa solidità di movimento senza resa” riassume forse le tonalità di questa ricerca poetica, che batte una strada propria rivisitando con secchezza montaliana temi e figurazioni alla Verlaine, un caro saluto a Paola e Francesco, Viola

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