Poesie inedite di Renata Morresi

La folle divisione
non sorprende il pubblico
ondeggiare, la polla dove
ci ammassiamo per la secca.

 

Da Cuore comune (2009)

 

1.

Non ci sono cose
senza evento in questa casa

come: contenitori,
cubi, coperture.

Il letto si allunga a terra

girata sulla sinistra ne sento
meglio il cuore comune.

Da parte a parte cambiano
l’aria, la luce

venendo dall’incavo
dell’appartamento

come fosse nato ora
dall’interno

 

2.

Sto dormendo, un evento
condiviso
        come la domenica.

È domenica ecco è pomeriggio

verso le sette le persone
tornano dal giorno fuori
in giro per contrade,
deluse dalla pioggia,
seccate al ristorante
con la televisione sullo sfondo.

Li sento scalpicciare lentamente
ricordare l’esistenza di canzoni

dalla finestra un’aria d’opera
piena di luce dopo il temporale.

La pura gioia meteorologica
è chiara quanto la smania
incomprensibile.

Ma non siamo tutti malati
non siamo tutti incompresi.

 

3.

Ti penso, campagna,
mi arrivi nel sonno
protetta dal vetro dell’auto

lui guida cantando Graziani (“vivo
in un paese che confonde”)
io ringrazio passeggera
ogni albero che passa,
che resta,
mitemente assoluto
in lento dialogo
col resto.

 

4.

Erompe una battuta netta
da fuori, da un telefono
come se la pioggia di poco prima
battesse ancora nella mente.

Non siamo tutti nello stesso tempo.

 

5.

Avendo raggiunto il limite
di parole, soltanto il rollare basso
dell’ascensore è ammesso
o il clic minuto della chiave.
Il passo sul pianerottolo
comprenderà tutto
– gran finale –
comprendere tutto
da quell’unico pezzo
ripetuto –

museo del rumore
palazzo degli uguali.

 

6.

La folle divisione
non sorprende il pubblico
ondeggiare, la polla dove
ci ammassiamo per la secca.

Nel consumo d’aria da giardino
ci si incontra uno più una
forme di persona con gli occhi
neri come tazze,
sorrisi fermi in lische.

 

7.

L’ora di uno
è un’era nel vaso.
Sull’autobus vuoto
è un uomo del ’21
un progetto sul viso
che ritorna dal circolo
al momento singolare.

Resistere un millennio
ancora per poco.

 

8.

Tra gli infissi sessanta cose
tra sedia, radio, mais, cipolla
e discreta importanza di tavola
cose intessute sul motivo
ripetibile, della tovaglia.

Scansi facile le molliche
scrollandola dal davanzale
con un gesto che ci lega
a tutti i pranzi
a tutti gli avanzi riposti.

Forse domani
davanti al frigo
la stessa sillaba.

[…]

 

 

Da La terra distesa (2009)

 

Forme uniche della continuità nello spazio

a A. R.

Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.

Dante, Purg., I

L’importante è che sia stata
una splendida giornata.

V. Rossi

“La vita si occupa di ciò che fa
la vita”, e glielo chiede, ci penso
da un po’ a questa cosa onesta
e illimitata, come un pomeriggio
che viviamo normalmente,
nella sua attesa grata, nella sua ansia
veggente.
              Eppure mi pare che ripeterlo
di volta in volta cambi la giornata
in giallo più giallo di paglia e oro,
nascondendo congiunzione o innesto
in tavolozza grande mescolando
ogni taglio o trapasso, oppure,
in seconda istanza, serva a distrarla,
come quando si legge non per leggere
ma per dormire, o si dorme in treno,
viaggiando in cerca d’avventure.

O ancora a guardare la terra distesa,
apparecchiata di circostanze e profonda
di strati su strati di circostanze, certe
molto contorte, come stanze finali
certe più mobili, tipo radici,
per via del domani che richiede
numerosi posti, posti in piedi,
vari elenchi possibili, evenienze

che qualcuno saprà, no dico,
volendo, un po’ fare e formare

in pezzi di sé abbastanza liberi
di fremere e sbattere e non preoccuparsi
d’avere o meno il posto, la corsa
molto chiara, e andare come di altra
persona molto amata, e insomma un altro
paesaggio interiore uscirà dalla crepa,
verso sera, tra cartocci di fucsia,
un porpora di ferita o contusione
e ci farà mostruosamente stanchi
e innamorati, appunto, della vita.

D’altronde quando un bel sogno
mattutino esce da noi come una foto
del primo maggio ’79,
come i boccioli nuovi nuovi
che si spaccano pian piano per sbocciare,
un poco, di solito, fa male.

 

Del tempo

Dover discutere ancora del tempo
quando l’evidenza del dove,
il posto rigato dai no, il corso
tagliato dai pini, spaccato dai dopo,
ha pena di noi e nasconde ridicoli
via del Crocifisso e gli ailanti ossessionati
le palazzine alte di via Ricci, tanto che si vede
il budello di oriente e cemento dove siamo
cresciuti un po’ piccoli, o via Rossi, là
monchi e sdentati, ci siamo fatti male,
strappati la fronte fino a notte fonda
fino a farci frutta occhiuta
per le botte, ma goffe, noi corte
dei miracoli, anche i meglio, gli studiati
le impiegate, i netturbini, i sindaci, le cuoche
e le nostre automobili parlanti come anime
che rombano in segreto sotto casa a vuoto.

Fa l’effetto di un occhio insaccato allo spioncino,
rametti d’occhi dietro le serrande,
parlare del tempo.

Dover parlare in tempo, esatto, ed eternamente
quando dove vedo vedo viene vero
e ripetibile il quartiere, il municipio,
ad ogni metro quadro uno strato
d’ossa di soldato, una fredda partoriente,
i teschiucci dei poveri cristi a farci da zoccoli
a tenere uniti i nostri stupidi secoli.

 

Il viale

se così si può chiamare quella discesa spaccata
d’inverno e d’estate…

R. Pagnanelli

Rientrando a casa l’altra sera
l’auto incideva la linea del viale
come un laser scagliato dallo spazio.
Spiego così quel verde
più giallo cedro rame che verde,
un colore di linfa lenta-densa
che colava da quel taglio che io ero.
Col mio cyborg rugginoso aprivamo
la cerniera nel buio della terra
l’ultima striscia virente nel nero di nulla.

Dov’erano finiti torrioni, merli, catacombe,
tutte le mura turrite, le torri merlate,
tutte le stanze scavate nel colle, le celle,
i francesi, i conventi e i feti aggrappati
ai cantucci di pietra? E le camere
iperbariche cogli ibernati umani,
gattini e altri amati a spiare dagli oblò
le vendette delle selve che in assalto regolare
staccheranno la corrente?
Un no muto suona uguale da ogni corpo,
oblungo come un loculo di Poe.

Tra statue di sale, ex-persone,
locuste, ulcere, gramigne e rane,
tutto era già avvenuto e l’eterno pediluvio
riavviato verso nuove mutazioni.
Cosa ci facevo io, post-galattica eroina
senza manco una tutina di neoprene
a ritornare a casa
come se la terra fosse immune
come se sterpaglie e barricate non crescessero
col ritmo di un contagio all’ora.

Forse era solo il sogno
di me rinchiusa nel pianeta,
nelle asme del pianeta,
nelle sue stive nodose,
nelle tane di formiche del pianeta,
insieme ai cento milioni ripieni
d’unguenti e scongiuri
a ripetere l’ultimo sogno comune,
l’ultima comune linea
che ci tiene insieme,
il mio viale, il tuo viale.

 

Nel traffico

What do we know? We’re just drivers.

Che ne sappiamo? Guidiamo solo, noi.
L’autista

Anche noi abbiamo visto il quartiere
a modo nostro riunito
le auto per colore e una maglietta
con le righe, con uno sforzo enorme
per comprendere gli avverbi
richiesto ai presenti d’esser tutti
attenti abbastanza a non mischiare
le immondizie, osservato la distesa
di pavimenti e porte
(terreno accidentato, comune
di cui non ricordiamo il patto)
la spaventosa fiducia riposta
nel film preferito, nel giudizio
spellato o la reazione a pelle,
la nostra intelligenza ornamentale.

Guidando attorno al blocco
su una giostra super-grande
scordando dove andiamo al non lavoro
girandoci distratti da un pino
e da un tiglio o da un tiglio
e da un pino e gli altri vecchi
cittadini, continuatori del continuo
ed invidiati a vuoto, galleggiamo
sul cervello aggrappati alle scritte
sul muro come “sn morta”
o “tu sei il mio placebo”.

Vediamo il cantiere potenziale
ormai abraso, quasi sacro
messi in salvo da miracoli sfuggenti
le voci non previste dei passanti
che si cercano più umane: “siamo tutti
mezzi mezzi”, dalla solita canzone
che ci faccia dire ah, che ci faccia dire eh,
passare quasi candidi o schiantare
come gatti, rimasti a lingue secche
con le orbite sfondate per volere
più visione. Pensiamo come pazzi
e più generalmente ci perdiamo
senza uscire dal Comune
dal traffico e da questa
incorruttibile corruzione.

 

 

______________________________

Renata Morresi (Recanati, 1972) è dottore di ricerca in letterature comparate e docente a contratto presso l’Università di Macerata. Si occupa di letteratura americana, critica culturale e femminista, poesia. Nel 2005 ha curato con Marina Camboni la raccolta di saggi e traduzioni poetiche Incontri transnazionali: modernità, poesia, sperimentazione, polilinguismo, Le Monnier, Firenze. Nel 2007 è apparsa la sua prima monografia critica, Nancy Cunard: America, modernismo, negritudine, Quattroventi, Urbino. Al momento gode di una borsa postdottorale di ricerca su modernismo transnazionale e scrittura delle donne.
Suoi testi poetici sono presenti nelle antologie Nodo sottile 4, a cura di V. Biagini e A. Sirotti (Crocetti, Milano, 2004); Lo stormo bianco (D’if, Napoli, 2004); L’opera continua, a cura di G. Vincenzi (Perrone, Roma, 2005).

______________________________

 

***

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29 pensieri riguardo “Poesie inedite di Renata Morresi”

  1. versi che mi pare cerchino la comune condivisione o forse l’evasione anche dal “traffico” (testo particolarmente apprezzato) che, per l’appunto ci accomuna, come comune è il tempo, immondo, incorruttibile e ingannatore.

  2. “La vita si occupa di ciò che fa
    la vita”, e glielo chiede, ci penso
    da un po’ a questa cosa onesta
    e illimitata”

    Si leggono col bisogno di tornarci su per seguirne le immagini. Belle.
    Un abbraccio.

  3. “come quando si legge non per leggere
    ma per dormire, o si dorme in treno,
    viaggiando in cerca d’avventure”

    Grazie, cara Renata, per questi tuoi testi stupendi. Non mi sono mai addormentato in treno, ma ultimamente leggo gialli non per leggere, ma per farmi trascinare via dalle storie, dalle parole, via, via anche da me.
    Grazie. con affetto. Fabio F.

  4. Sempre sorprendente la tua poesia, Renata, con parole acuminate e versi gremiti da situazioni quotidiane e oggetti capaci di dire la condizione che viviamo. Mi sorprendono sia le poesie brevi, fulminanti, sia quelle più lunghe, dove c’è un respiro più ampio e un andamento più meditativo.

  5. *cuore comune* è grande, è lingua – è poesia perché ha forma, finalmente – e parla delle cose dando loro una forma, non una prosa tagliata – io non so dire meglio di così

    e poi si sente il cuore, il cuore, il cuore – *senza intensità, nulla*

    la poesia senza il cuore e senza stile è soffocante

    a volte il cuore distrugge lo stile, e si è retorici; altre volte, c’è solo stile, e si è statue – dirlo ferisce chi odia il mainstream, come se la coppia cuore-stile fosse mainstream

    [è per questo che NON scrivo più in un blog, in nessun blog – solo una volta, a fine estate, anonimo ma riconoscibile…: perché ogni parola chiara sembra una ferita a chi non la condivide – non ne posso più]

    [ragionando così ho perso metà dei miei primi amici, il mio primo amico, il mio mentore poetico e il mio secondo maestro. tant’è. ma chi ha scritto la poesia 8 può andare tranquillo, solida nelle sue inquietudini: nessuno le toglierà lo stile, e con lo stile in corpo e in testa si può andare – il problema è di chi è invaso e hanté dalle cose e non ha uno stile, ha solo una lingua piatta per raccontarle, e ne muore. il discorso sulle forme è *vitale*]

    e poi – con il sole già da giorni in Sagittario : *buon compleanno*!

  6. Molto belle queste poesie dense di cose che disegnano quadri inediti eppure familiari del nostro tempo; poesie sostanziate spesso da un pensiero vigile e acuto, che impone riletture e abbandono alle stratificate prospettive di senso. Un quotidiano che si addensa spesso in tratto epocale, in condizione umana.
    Complimenti, Renata.
    Un caro saluto.
    Giovanni

  7. Il “dialogo con il resto”, l’attraversamento dello “scarto” dove la voce si agita in cerca dei suoi accenti essenziali, in un tempo che la precipita in uno spazio più prossimo all’origine, trasforma ogni “cosa” in “evento”, sostanza di stupori inaspettati nella tramatura pietrificata del “consueto” e della “riproducibilità” dell’esistenza.

    Lo “stile” detta la cadenza dei passi – “è” il ritmo stesso dei passi, in moto circolare come i versi che si richiamano a specchio: l’immagine di un corpo di parole che ri-prende la sua prima pelle, o, più semplicemente, l’inizio di una lingua nuova, che è sempre ricerca di un alfabeto “comune”, di un seme primigenio da cui ramificare. E’ una poesia che fa del passato “del sentire e del senso” la cifra e la misura sotterranea del suo manifestarsi, il materiale da costruzione con cui sedimenta il “recupero” elementar/l/e delle forme (cioè la consapevolezza che solo lì, in quel “fare/dire”, può risiedere, se non la certezza, almeno la “possibilità”, di ogni forma ulteriore), il motore della sua ricerca: lasciando sul foglio/sentiero “miti” e “s-chiarite”, ma persistenti, ipotesi/tracce di futuro.

    Grazie a tutti per i commenti e l’attenzione.

    fm

  8. oggi è stata una dura giornata
    incisiva
    profonda

    poi torni a casa e trovi queste forme di scrittura profonde carsiche che ti scavano per la loro sospesa semplicità
    come tutte le cose più vere
    quelle che ti fanno sobbalzare
    ti inchiodano alla sedia più della stanchezza che ti fanno pensare a quanta strada c’è da fare
    per scoprire la bellezza i passaggi che nella penna di renata diventano emozioni
    purissime
    straordinaria Poesia questa
    grazie ,di cuore
    c.

  9. vorrei portarmi Renata Morresi, le sue poesie dentro a un suo libro, in borsa, aprire la borsa prendere il libro di poesie di Renata Morresi e leggere, ancora, le poesie che mi sono portato lieto, e curioso, dietro e a spasso. Esiste un suo libro? Buonanotte. G

  10. grazie delle letture preziose, grazie dell’ospitalità in questa accogliente dimora

    come dicevo a francesco, avevo bisogno che questi testi prendessero ‘aria’, andassero fuori da me – solo quando vanno fuori si capisce che posto veramente occupano dentro

    sono testi che nascono nello sfinimento e nella clemenza – nella ricerca di un equlibrio tra protezione e apertura al mondo che, ahimé, troppo spesso ci lascia sfondati

    oggi leggevo una pagina di hanna arendt che amo molto, mi pare che risuoni così tanto nell’oggi, in quello che potrebbe accadere (accade?) nel paese, e in quello che potrebbe accadere (accade?) a noi, seduti davanti a questi quadrati di luce:

    “la distruzione del mondo comune…è di solito preceduta dalla distruzione della molteplicità…questo può accadere in condizioni di radicale isolamento, come avviene nel caso di una tirannia. Ma può anche accadere nelle condizioni di una società di massa o di isterismo di massa…In entrambi i casi gli uomini sono divenuti totalmente privati, cioé sono stati privati della facoltà di vedere e di udire gli altri, dell’essere visti e dell’essere uditi da loro. Sono tutti imprigionati nella soggettività della loro singola esperienza, che non cessa di essere singolare anche se la stessa esperienza viene moltiplicata innumerevoli volte. La fine del mondo comune è destinata a prodursi quando esso viene visto sotto un unico aspetto e può mostrarsi in una sola prospettiva.”

    avrei tante cose da dire a ciascuno, ma troppe sagitte mi porterebbero lontano, per ora basti dire grazie e – è importante continuare

    un saluto caro,
    r

    ps:
    sì, il libro c’è, è solo da stampare, e prima o poi troverò anche un editore

    pps:
    m, ti aspettiamo per festeggiare!

  11. davvero interessanti queste poesie di Renata.
    Uno scrivere per togliere da dentro e al tempo,
    cercare dentro gli altri, fino a riconoscersi.
    Ecco , penso che la poesia, sia anche riconoscerersi
    e in queste di Renata io mi riconosco.
    “nessuna cosa che scrivo è vera
    finchè non viene letta”
    vincenzo celli

  12. Apprezzo molto “forme uniche nella continuità dello spazio”, a parte il titolo, ma d’altronde sono tutte degli ottimi componimenti,a mio parere, con in più il giusto equilibrio, pittorico, di chiusure e punti di fuga come intravisti, percorsi passati o briciole scrollate dal davanzale. Grazie delle poesie e buona fortuna nella ricerca dell’editore.

  13. Grazie, grazie ancora –

    Vorrei solo ricordare che “Forme uniche della continuità dello spazio” è un testo scritto su ‘commissione’ (il titolo, infatti, era imposto) per il Workshop di composizione musicale dell’università di Melbourne di quest’anno (un progetto a cui hanno partecipato diverse autrici italiane, Rosaria Lo Russo, Elisa Biagini, Laura Pugno, e diverse altre che ora – mi perdonino – non ricordo)

    un caro saluto,
    rxx

  14. Questa ampia scelta di testi, come altri che ho avuto la fortuna di leggere negli ultimi due anni, più tutta una serie di considerazioni che ora evito, mi fanno ritenere che sia giunto il momento per Renata di pubblicare un libro. E so che è un libro importante, con una scrittura molto consapevole avvertita e significativa. Personalmente credo e punto molto in lei, sono certo della sua forza e della qualità della proposta. Un abbraccio a tutti.

  15. Complimenti, Renata, per la levigatezza della lingua e per il modo quasi “lavato” di offrire le tue immagini.
    Vi trovo un minimalismo, ma non compiaciuto, un’eleganza istintiva che si concreta maggiormente nelle poesie lunghe, dove appunto la struttura ingloba più mondo, aggiunge più carne diciamo, per lavorio o logorio su ciò che è anche nostro. Nelle brevi è come tu avessi fretta, o le hai scritte anni prima?
    Sono contenta di averti letto! ciao, Cristina.

  16. Ciao Cristina, è sempre un piacere leggerti qui.

    Spero che la tua presenza, insieme a quella dei tanti amici intervenuti, invogli ancora di più Renata a dare “corpo” al libro.

    “E’ tempo che sia tempo”.

    fm

  17. Il corpo c’è, eccome, e l’editore spero non tardi, caro Francesco, non la faccia precedere da troppa carta inutile. La carta è buona e resta solo se canta E la carta di Renata canta bene, originalmente, dà piacere a leggerla.
    Insieme dà anche l’idea di una forza fresca, personalmente parlando, di
    tanta strada che farà con entusiasmo. Questa era la fretta cui alludevo, e la intendevo, in parte, come virtù: c’è ansia di fare e di fare nel modo giusto.
    Cristina.

  18. Ciao Cristina, il tuo intervento mi è molto caro – in realtà i primi e i secondi testi nascono in contemporanea, credo che siano due tipi diversi di forza applicata alla stessa materia.
    Ecco, come vedete sono ancora in officina, ma grazie, Manuel, Francesco, Cristina e tutti, grazie sinceramente dell’incoraggiamento.

  19. belle Renata, sempre più lontane dallo sperimentalismo dei testi di nodo sottile, con cui ti avevo conosciuta. C’è un ritmo ampio, di diario e di racconto… ma sono una pessima lettrice online. I miei occhi non resistono a lungo. Concordo con Manuel: aspettiamo il libro!

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