Chi leggerà i silenzi? – di Ivan Crico

[IVAN CRICO]

Chi leggerà i silenzi?
Di lingue locali, contemporaneità e moralità.
Una lettera a Flavio Santi.

     Forse è una cosa un po’ insolita rispondere, dopo tanti anni, ad un testo (che riporto integralmente alla fine di questa mia lettera) in cui si è chiamati in causa. Si tratta di una risposta, molto interessante, da te data ad un lettore del blog “Nazione Indiana” nel luglio del 2004. Non volevo cadere nella rete pericolosa di immediate, poco meditate reazioni; e, soprattutto, nutro troppa stima (specie dopo aver ascoltato uno splendido commento ai romanzi di Giacomini) nei confronti del critico, preparatissimo, che sei: mi sembra più utile, invece, cercare di allargare il discorso, guardare queste cose anche da altri punti di vista. Qui non contemplati o affrontati, a volte, con eccessiva (ma comprensibile, vista la sede) velocità. Vorrei allora iniziare commentando – a modo mio, con delle note a margine necessariamente non esaustive – alcune affermazioni presenti nella tua analisi. Commenti che non vogliono essere critiche né i commenti di un critico, cosa che non sono, ma spunti, pensieri di chi scrive ormai da due decenni poesie nella sua lingua nativa che non è (né purtroppo né per fortuna) quella italiana. E che, intorno a questi temi, si è a lungo – spero non sempre vanamente – interrogato.

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     Cominciamo dall’affermazione che “col dialetto dei dialettali è peggio: quest’ultimo non lo si è mai parlato così”.  Un’affermazione tagliata con l’accetta mi sembra – quando vi sarebbe bisogno, piuttosto, di una sgorbia ben affilata da intaglio -, che non tiene conto (o non abbastanza) di quanto si è scritto e ancora si scrive nei vari dialetti o lingue minoritarie nel nostro paese. In primis – è più che ovvio e quasi inutile riaffermarlo -, nel momento in cui un autore scrive poesia, assistiamo quasi sempre ad uno scarto, più o meno acutizzato, rispetto alla lingua parlata. Il poeta vero, e questo vale anche per tutti coloro che scrivono impiegando parlate più o meno ufficiali, non è obbligato ad impiegare la lingua di tutti i giorni. Può farlo come non farlo. Qualsiasi triestino, ancor oggi, può leggere con tutta tranquillità un Giotti, ad esempio, mentre già l’alto trevigiano di Cecchinel, ricco di arcaismi e termini tratti dal lessico contadino di un tempo, è di probabile difficile lettura forse anche per le persone più anziane del suo stesso paese. Ma questo discorso può valere anche se facciamo leggere ad un non esperto un testo di Zanzotto. “Si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola / – ancora – per una minima e semiminima / biscroma semibiscroma nanobiscroma”. Chi ha mai parlato come il poeta di Pieve di Soligo? Ma la stessa cosa si potrebbe dire in fondo anche di Saba, anche se di certo la sua poesia e prosa è molto più vicina all’italiano parlato all’epoca. La scrittura parte dal parlato ma è sempre qualcosa d’altro dal parlato: nemmeno gli autori più popolari di romanzi noir scrivono come parlano, del resto, i loro milioni di lettori.
Non parliamo di registratori ma, bensì, di creatori.

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     La necessità poi, da te qui auspicata, da parte di una lingua, di rispecchiare il parlato vale dunque anche per le cosiddette “lingue nazionali” o solo per i cosiddetti “dialetti”? L’italiano di Dante o Petrarca, come quello di Leopardi o Manzoni, parlato da una piccolissima élite all’epoca, era in ogni caso una lingua artificiale, costruita a tavolino, in attesa di un popolo (quello italiano) che ancora non esisteva (e forse non esiste del tutto ancora). Lingua d’invenzione, di certo ancor più di quella di un Ruzzante o di un Belli che sono, certo, comunque anch’esse raffinate rielaborazioni da parte di autori smaliziati di una materia ancor grezza, inarticolata, questo sì, ma che in ogni caso rispecchiavano piuttosto mimeticamente dei linguaggi reali, linguaggi parlati all’epoca, a differenza dell’italiano, da una moltitudine di persone. Resta il fatto che solo partendo dalla lettura dei testi (scontatamente artificiosi) di autori che scrivono nei vari idiomi locali possiamo farci un’idea di come parlasse il popolo nelle varie regioni d’Italia nei secoli passati, cosa altrimenti impossibile attraverso la lettura di testi coevi in lingua italiana. Molto probabilmente, se pensiamo alla maggioranza della popolazione, Dante aveva meno possibilità di essere compreso allora di quanto possa essere compreso oggi un Franco Loi che scrive in milanese. Per cui, in fondo, fino all’arrivo della televisione, nulla è stato più distante dal popolo della lingua italiana e la lingua italiana poco o nulla centrava con ciò che, dalle Alpi alla Sardegna, la maggioranza delle genti parlava normalmente.
Per cui, al Tasso o all’Ariosto, all’epoca un critico avrebbe potuto dire, come oggi idealmente tu dici a Pierro: “Ma in Italia nessuno, a parte forse qualche toscano, ha mai parlato così”. E quando Montale adopera termini come “ergotante”, “diospero”, “belletta”, “palabotto” o “iemale” non si comporta in fondo anch’esso, come alcuni neovolgari (impiegando la definizione di D’Elia), che incistano all’interno del verso frammenti di parole desuete, forse davvero ormai da nessuno o da pochissimi ancora impiegate, ma ancora intrise – almeno per il poeta che le adopera – di una potente forza evocativa?

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     Se posso fare un po’ di storia personale, come fai tu del resto, io stesso, nato sul finire degli anni Sessanta del secolo appena trascorso, sono cresciuto in un contesto in cui tutti i miei famigliari e amici non impiegavano mai, nemmeno nei pubblici uffici e spesso nemmeno con gli insegnanti, l’italiano. Ancor oggi, anche se ormai l’uso dell’italiano è molto più diffuso rispetto a quarant’anni fa, nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, centinaia di migliaia di persone passano intere giornate – come capita a me – parlando soltanto in triestino, friulano, bisiaco, gradese, sloveno senza mai pronunciare una sola parola in italiano. Nei prossimi decenni, probabilmente, molte cose cambieranno. E in alcune regioni è già così, già l’italiano (o qualcosa che gli assomiglia) ha preso il posto della parlata che ha per lungo tempo contraddistinto quei luoghi. Ma equiparare oggi questi linguaggi ancor vivi in molte regioni – seppur in fase di declino o, a seconda dei punti di vista, naturalmente arricchiti da termini italiani o inglesi – a lingue morte come il latino o l’etrusco, appare come un giudizio fin troppo frettoloso.
Mi sembra che vi sia una certa differenza tra chi giace da secoli in fondo ad un sepolcro e chi, seppur zoppicando, magari molto malato, comunque cammina ancora per strada. Di cui si può ascoltare, magari seppur sempre più raramente, ormai, ancora la viva voce.

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     Certo, la lettura di questi testi spesso non è per nulla semplice. Nemmeno per coloro che parlano questi idiomi. Ma questo accade anche perché non ci è stato insegnato, a differenza dell’italiano, a leggerli. Poi, come si sa, pochi paesi al mondo sono costellati dalla compresenza di tanti diversi linguaggi come l’Italia: dipende se vogliamo considerare questa varietà come una ricchezza, un patrimonio culturale unico od un ostacolo da abbattere (come ha fatto a lungo il nostro sistema scolastico). Rassegnandoci, fin dall’inizio, al fatto che nessuno potrà mai capire tutto ciò che si parla e si scrive nel nostro paese senza il sostegno della versione italiana. La lingua italiana allora, potrebbe così finalmente assumere una funzione ulteriormente positiva, di aiuto alla sopravvivenza e valorizzazione di questi linguaggi, sfuggendo dalle mani di chi l’ha impiegata finora solo per reciderli, sradicarli. Fino a qualche anno fa, la stragrande maggioranza dei friulani non riusciva a leggere scritti in friulano. Quando si è iniziato a portare questa lingua nelle aule scolastiche, le cose sono decisamente cambiate, tanto che adesso esistono anche periodici in friulano che si possono trovare tranquillamente nei bar o nelle stazioni dei treni. Per cui se, come ha detto giustamente Santi, un tempo “i Porta, i Meli, i Belli si rivolgevano a una fascia ristrettissima, a quelli che potevano “leggere” appunto, e quelli erano innanzi tutto lettori in volgare: lo statuto del lettore li poneva come utenti privilegiati”, oggi la fruizione di poesia o prosa in questi altri idiomi potrebbe – attraverso la scuola o altri mezzi, volendo – abbracciare un sempre maggior numero di lettori. Volendo.

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     In ogni caso, per completare il discorso, non bisogna dimenticare qui la dimensione orale, uditiva. Pochissimi hanno letto i testi del Goldoni o del geniale triestino Cecchelin (sempre ricordato dal nostro grande attore Paolo Rossi), ma moltissimo sono stati ascoltati, invece, quei testi. Lo stesso accade anche per molta poesia scritta nei vari idiomi locali, in cui la forma scritta non è meno importante, a volte, di quella orale. Molti autori che impiegano queste parlate, alla pari di attori o cantanti, scrivono con l’idea precisa di andarle poi a leggere in pubblico, quelle poesie, sapendo benissimo che molte volte quel pubblico non capirà (o capirà solo in parte) quelle parole. Se vogliamo spingerci oltre, del resto, anche chi scrive delle canzoni, quando si reca in un paese straniero, sa in partenza che la comprensione del proprio testo passa in ultimissimo piano rispetto alla capacità dei suoni, come accade anche con i colori, di trasmettere qualcosa che va al di là del significato letterale di quell’insieme di parole. Molti di noi ascoltano, provando grandi emozioni, Springsteen o Cohen – o, come me, il pakistano Nusrafat Fateh Ali Khan – senza capire nulla o quasi nulla di ciò che dicono, e allo stesso modo mi è capitato diverse volte di vedere persone entusiasmarsi ascoltando poeti che scrivevano in romagnolo o piemontese che non conoscevano, non capivano e di cui non era stata ancora letta la versione italiana. Senza conoscerne il significato, il suono delle parole, a volte, comunica al di là di ciò che quelle parole dicono realmente: mi chiedo sempre, a proposito, cosa si staranno dicendo il merlo o il verdone che fischiano, cinguettano, trillano tra le fronde degli alberi davanti alla mia casa. Una musica di assoluta bellezza, per me; ma, chissà, magari loro stanno solo lanciando centinaia di insulti o minacce ai vicini… Così di fronte ad un testo in una lingua che non conosciamo.
Chi ha assistito in questi ultimi decenni ad incontri di poesia con autori che scrivono nei vari volgari italiani sa dunque che la battuta di Brevini, anche se assai simpatica, che riduce i fruitori di poesia in questi altri idiomi ormai al «pubblico un po’ frustrante dei filologi» dice, allora, una parte di verità. Non tutta la verità.

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     Scrivi ancora: “si possono rivendicare tutti i motivi (lo statuto di letterarietà, l’artificio, ecc.) ma si ritorna sempre al punto di partenza landolfiano: perché non l’aramaico allora, se «unico giudice competente» ha da essere l’autore stesso?”. Anche qui ci si chiede: ma è possibile pensare che sia solo l’autore dei testi l’unico, ormai, a comprendere e poter giudicare in modo competente la lingua che impiega? In alcuni casi possiamo anche accettare, in parte, questa affermazione quando ci riferiamo a varietà molto marginali o a idiomi ormai scomparsi. Ma, se ci riferiamo al veneto o al sardo, solo per fare qualche esempio, parliamo di lingue parlate o conosciute nel mondo ancor oggi da alcuni milioni di persone, tra cui troviamo illustri studiosi di letteratura, filologi che insegnano nelle maggiori università, scrittori, poeti. Chi impiega questi idiomi, pur nelle loro varianti più marginali, sa bene che vi sono moltissime persone ancora in grado di giudicarlo con cognizione di causa. In ogni caso – allargando la visuale – di ogni lingua al mondo, ancor viva o scomparsa, esistono ormai ovunque profondi conoscitori ed è praticamente impossibile impiegare in modo del tutto arbitrario questi linguaggi senza correre il rischio di essere, prima o poi, smascherati. Può accadere nel racconto di Landolfi, da te citato, nella realtà mi sembra una cosa piuttosto improbabile.
Ma, anche qui, aprendo una parentesi: non dovrebbe ogni artista essere libero, non credi, di esprimersi come vuole, dall’antico egizio a qualche scomparsa parlata lombarda? Magari reinventandoli? Perché porsi dei limiti?  Saranno sempre alla fine i fruitori dell’opera a decretarne, con il trascorrere degli anni, la validità. A dire se quella poesia o quel racconto sono ancora capaci di emozionare o far riflettere – anche tradotti – al di là della lingua in cui sono stati inizialmente concepiti. Alcuni versi di Bandini in latino, ad esempio, mi sembrano molto più profondi e capaci di parlarci nel tempo (per non dire più comprensibili) di tanta poesia moderna in lingua scritta in quegli stessi anni. Voglio dire che ognuno deve avere la libertà di scegliere la lingua che gli sembra più adatta per esprimere ciò che sente, se poi ciò che vuol dire non è interessante, non lo salverà certamente il fatto di aver scritto in inglese. Se, invece, ciò che ha scritto è valido troverà, com’è successo per il gradese di Marin – lingua sommamente marginale, parlata solo da poche migliaia di isolani – anche chi si curerà di tradurlo e farlo conoscere in Cina

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     Andando avanti: “Per di più si creano paradossi inquietanti, ossimorici: immaginiamo un lettore piemontese di fronte a un testo siciliano. Si può assistere all’impossibilità di addentrarsi in un testo di grande e immediata chiarezza semantica (si pensi alla poesia di Buttitta, di Nino De Vita), perché per il processo di lettura e di decodifica il testo diventa addirittura più complicato (o altrettanto) di uno di Zanzotto o di Celan: richiede “molte competenze”. Non si può darti torto, ma questa “impossibilità di addentrarsi” nelle pieghe di un linguaggio diverso dal nostro non la viviamo di continuo, senza per questo definirla “inquietante”, quando ci troviamo di fronte ad una poesia scritta in arabo o in giapponese? Lì diamo per scontato che con la traduzione perdiamo sicuramente una parte molto importante di quei testi ma non per questo non li leggiamo o ci permetteremo di invitare quei poeti, come spesso si fa invece con chi scrive in calabrese o ligure, ad abbandonare la loro lingua madre per impiegare un linguaggio maggiormente comprensibile ai più. Noi che viviamo a pochi chilometri dalla Slovenia – a differenza di un piemontese dalla Sicilia – conosciamo bene questi problemi. Un italiano che non sa parlare lo sloveno non ha alcuna possibilità di capire nemmeno una parola del discorso più semplice tra bambini. Gli scrittori della comunità slovena in Italia, se vogliono essere letti dagli italiani (tra cui i loro famigliari a volte e vicini di casa), devono per forza tradurre i loro testi. Potrebbero, alcuni dicono, scriverli direttamente in italiano. Ma a me sembra una bestialità. Perché dovrebbero rinunciare alla loro lingua? E perché, in nome di una maggiore comprensibilità o leggibilità, chi come me si è ritrovato ad avere come propria lingua madre non l’italiano, ma il bisiaco o l’occitano o il molisano, dovrebbe comportarsi in modo diverso?
Non c’è forse, qui, un pregiudizio di fondo in molti di noi, anche nelle persone più colte, un pregiudizio basato sulla supremazia della lingua nazionale, lingua imposta con ogni mezzo – anche violento, ricordiamolo sempre – negli ultimi centocinquant’anni da uno stato ancor oggi del tutto incapace di pensarsi come un’unione di voci differenti? In Italia, ai cosiddetti poeti in dialetto (anche se in realtà, all’infuori del toscano e del romanesco moderno, non esistono dialetti dell’italiano ed è dunque errato definire in questo modo chi scrive impiegando i vari linguaggi storici della penisola), si continuano a fare domande, difatti, che nessun critico si permetterebbe mai di fare ad un poeta che scrive, che ne so, in lussemburghese (trecentomila parlanti!), in armeno, eccetera. Lingue che hanno una diffusione, nel mondo, uguale o a volte anche molto minore del sardo, del veneto o del friulano. Lingue che, a volte, sono del resto anche prive di autori assolutamente prestigiosi come possono essere, ad esempio, Goldoni o Pasolini che in veneziano e nel friulano casarsese hanno realizzato opere di immenso valore, rappresentate e tradotte ancora in tutto il mondo. Eppure anche oggi, se qualcuno si mette a scrivere in veneziano o casarsese, nell’arco della propria vita dovrà rispondere a questo tipo di domande almeno qualche centinaio di volte. C’è da scommetterci.

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     Scrivi, poi, parlando della crisi dei dialetti negli ultimi decenni: “un’ottima cartina al tornasole può essere la narrativa, che si comporta volentieri da misuratore dell’entropia linguistica; la produzione dialettale degli anni  Cinquanta e Sessanta fu infatti accompagnata da fenomeni analoghi in prosa: Pasolini, Gadda, Mastronardi, Testori, Rea, Meneghello, le Autobiografie della leggera di Montaldi, ecc. La più recente e giovane proposta dialettale ha nella controparte narrativa un vuoto assoluto (a parte alcuni casi di tipizzazione gergale e pseudo-dialettale: Giuseppe Ferrandino, Marco Franzoso, Claudio Camarca): per contro dominano trame rigorosamente urbane e metropolitane, concessione massima allo slang giovanile, totale oblio del mondo contadino e vernacolo”.
Tutto vero. Non si può obiettare nulla ma vorrei guardare queste cose anche da altri punti di vista. Innanzitutto la poesia conserva, ancor oggi e forse oggi più che mai, una libertà d’azione che la prosa non ha (o a volte preferisce non avere), pur nel tempo di Internet. Mi spiego. Magari generalizzando molto e me ne scuso in anticipo. I poeti, viste le vendite dei libri di poesia in Italia, sanno già in partenza che, al di là di un po’ di fama, al di là di qualche centinaio di euro raccattati attraverso qualche lettura o premio letterario, con la poesia non si arricchiranno mai. E molto, molto difficilmente potrà mai diventare un vero e proprio lavoro con cui vivere e pagarsi un giorno la pensione. Almeno se continuano a vivere in Italia. Per cui se ad un poeta piace l’idea di scrivere nella propria parlata nativa, perché non adoperarla? O se vuol scrivere della poesia sperimentale, che leggeranno solo pochi amici, perché non farla? Se per poter scrivere si rinuncia al proprio tempo libero, sapendo che non se ne trarrà altro profitto all’infuori del personale diletto, allora la scelta è obbligata: si fa solo ciò che piace veramente. Diverso, più complesso mi sembra il discorso della prosa. La prosa richiede un grande impegno, anche fisico, la stessa differenza che ci può essere tra dipingere un acquarello (tecnica difficilissima ma che puoi eseguire seduto sulla riva di un fiume sorseggiando una bibita) e scolpire per centinaia di ore, nella polvere, un monumento da un blocco enorme di marmo armato di scalpelli, raspe, carta abrasiva. La prosa richiede inoltre, spesso, per poter essere pubblicata, un maggior investimento dal punto di vista economico. Particolare non trascurabile. Il mercato, poi, richiede certe cose e chi vuol partecipare al banchetto deve, a parte qualche rara eccezione, indossare gli abiti richiesti. Non è un giudizio moralistico, si badi: chi vende non può non tener conto di chi compra, seguendo le sue richieste oppure portandolo a desiderare ciò che gli propone. É un binomio inscindibile. Gli editori fanno questo e, negli ultimi anni, molti autori – spesso in cerca di notorietà e facili guadagni – hanno scelto di assecondarli supinamente proponendo opere in cui la ricerca formale è passata del tutto in secondo piano per lasciar posto a storie in cui il grande pubblico potesse, con tutti i suoi limiti, identificarsi o soddisfare la propria voglia di intense emozioni, dal sesso alla paura, come quella, forse ancor più forte, di evasione.  Non occorre fare nomi.

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     In questo contesto piuttosto desolante, che posto potrebbero trovare questi altri idiomi, legati ad aree geografiche così limitate? Ma questa domanda potrebbe valere, paradossalmente, ormai per ogni lingua: perché scrivere in francese se ti capiscono solo i francesi, o in nigeriano? Uno scrittore sardo può idealmente contare su di un maggior numero di lettori di molti piccoli stati del mondo mentre chi scrive in inglese, di un numero di potenziali lettori infinitamente più alto del più famoso scrittore italiano. Scrittore che, tra l’altro, se vuol diventare davvero famoso nel mondo, è obbligato a farsi tradurre, alla pari di uno scrittore kossovaro, mongolo, o come il dialettale quando vuol farsi conoscere al di fuori del proprio paese. La tua stessa perplessità (anche comprensibile) di fronte al poeta che scrive in un linguaggio parlato da poche persone potrebbe provarla anche uno studioso cinese o americano nei confronti di chi si ostina a scrivere in italiano e che, senza traduzione, non ha alcuna possibilità di poter circolare oltre le Alpi o Lampedusa. O si sceglie una lingua valida per tutti, dunque, oppure dobbiamo accettare che, per mantenere viva la varietà di linguaggi diversi nel mondo, è necessario convivere con l’idea che molte letterature non le conosceremo mai in tutte le loro più segrete sfaccettature. Ma solo così questi linguaggi, e non parlo solo dei dialetti, possono sperare di rimanere vivi.
Vi sono, ovviamente, a livello locale ancora molti scrittori che scrivono racconti o romanzi nelle varie parlate, anche se si tratta di una produzione spesso di scarso valore, anche se vi sono luminose eccezioni, legata soprattutto al ricordo del passato più che al nostro presente. Un autore come Stefano Moratto, però, ha pubblicato qualche anno fa un intero romanzo in friulano scritto in un linguaggio che egli stesso definisce “caraibico” (un misto di varie varianti di questa lingua mescolato a termini estrapolati da altri linguaggi) che racconta molto bene, in un tono visionario e allucinato, con una lingua piena di torsioni e innesti sonori stranianti, le vicissitudini di alcuni giovani che potrebbero essere benissimo i giovani di qualunque altra parte del mondo. Si tratta di opere pubblicate spesso, come questa, senza alcuna versione in lingua italiana, ed è un grande limite perché così si condannano da sole ad avere pochi lettori; ma sono ugualmente opere che potrebbero portare forse, se solo vi fosse un po’ più di attenzione verso questi autori che lavorano in silenzio e con grande impegno, nuovi stimoli ad un mondo, come quello della nostra editoria, più impegnato ormai a trovare il prossimo fenomeno mediatico che veri scrittori degni di questo nome. Mi chiedo allora: se domani dovesse arrivare alla Mondadori o alla Rizzoli un romanzo geniale scritto, che ne so, in lombardo o romagnolo, pensate forse che verrebbe preso in considerazione? Nelle grandi collane di poesia autori che impiegano le loro parlate native trovano ancora, è vero, qualche spazio ma, anche se si tratta di opere di grande valore come quelle di Loi o Baldini, l’impressione è che a volte siano percepite come tocchi di colore per ravvivare un insieme spesso un po’ grigio, monotono più che per vera convinzione. D’altra parte, si sa che ormai le grandi casi editrici tengono in vita le collane di poesia solo per una questione di puro prestigio poiché, dal punto di vista economico, sono un completo fallimento e le vendite non coprono nemmeno, nella gran parte dei casi, le spese di stampa. Per cui se un’opera vende o meno non è poi in fondo così importante. Una fortuna notevole per chi scrive poesia nei vari idiomi locali della nostra penisola.
Molto meno fortunato, di certo, è chi li adopera per scrivere prosa.

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     Continui: “Che fare? Ora, si può elaborare una soluzione anti-storica, petrarchistica, fare finta cioè che niente sia cambiato (…) Isolarsi dal mondo non è più permesso. Lo potevano fare Virgilio Giotti o Biagio Marin perché storicamente motivati e investiti, ma oggi, in quella che Marc Augé chiama la surmodernità (la vulgata postmodernità), è impossibile. Innanzi tutto moralmente impossibile”.
In primis forse non è del tutto esatto giustificare gli autori citati per le loro scelte stilistiche. In fondo Marin e Giotti continuano ad impiegare imperturbabilmente, per tutta la loro vita, le stesse forme metriche del Tasso o di Leopardi mentre Tzara, negli stessi anni, scriveva poesie dadaiste o Picasso realizzava sculture in plastica fusa. Più antistorici di così. Mi sembra, sinceramente, che oggi anche la produzione più “petrarchistica” o, meglio, più esplicitamente legata a certi modelli del passato, dei maggiori poeti che impiegano le loro parlate native oggi in circolazione sia comunque – a differenza di Marin o Giotti – davvero molto più attenta a ciò che succede nel mondo poetico contemporaneo. E credo sia anche questo il motivo per cui oggi, a differenza di quanto avveniva un tempo nei confronti di Marin o Giotti, molti poeti contemporanei in lingua seguono con grande interesse le ricerche portate avanti da poeti che scrivono impiegando i loro idiomi.
Proseguendo. Il nostro mondo non è certo più quello in cui sono cresciuti Biagio Marin o Virgilio Giotti ma molti dei temi con cui essi si sono confrontati, dalla natura alla religiosità, dai rapporti tra le persone ai drammi o alle gioie che la vita riserva ad ogni individuo, continuano a rimanere temi con cui molti, nel mondo, sentono il bisogno di confrontarsi. Perché se è vero che oggi abbiamo a disposizione tecnologie impensabili solo cinquant’anni fa, nella vita di ogni giorno siamo comunque obbligati per vivere a compiere le stesse azioni e funzioni corporali di un cavernicolo.  Le pubblicità, in modo molto patinato ma spietato, ci ricordano di continuo di che pasta siamo fatti. Molto è cambiato ma forse non così tanto, se valutiamo l’evoluzione interiore delle grandi masse in base ai loro comportamenti. Inoltre noi tendiamo a ritenere la nostra società industrializzata (che diventa l’immagine stessa del “presente”) come l’unico possibile modello con cui dover confrontarsi ma le nostre tecnologie, i nostri soldi, non ci rendono migliori o più degni di attenzione delle tribù di indigeni dell’Amazzonia. Anzi. Visti i danni incredibili che abbiamo arrecato e continuiamo ad arrecare all’ambiente e ad altre popolazioni, queste genti – che sanno ancora vivere in armonia con la natura e gli altri uomini – mi sembrano, alla fine, molto più sagge e meno primitive di noi (anche nella loro volontà di rimanere isolate dal nostro mondo). Prendere le distanze da ciò che non condividiamo perché dovrebbe essere un male? Nei Vangeli si scrive che noi siamo nel mondo ma non del mondo. Possiamo partecipare ai suoi riti come starcene in disparte. Ed il mondo, di sicuro, è troppo grande, in ogni caso, perché qualsiasi filosofo possa pensare di abbracciarlo con le proprie limitatissime (mai incontrovertibili) definizioni, dai “non luoghi” alla “surmodernità”. Abiti comodi per qualcuno, forse, strettissimi per altri.
Per alcuni può essere di fondamentale importanza utilizzare la poesia, dunque, per parlare del “qui ed ora”, della televisione, della mafia e di politici corrotti, di discariche e cibo contaminato, di ragazzini demoniaci e dei loro cellulari, serial killer o escort, di psoriasi e prozac. Ogni scelta è rispettabile. Il mondo è questo ma, anche, molto altro. Certo che c’è una bella differenza tra Ungaretti che scrive versi pieni di speranza tra i corpi smembrati dei suoi compagni di trincea e chi si lamenta oggi di ogni cosa mentre, comodamente, si divide tra la tastiera del computer e lo zapping da un canale all’altro. Senza poi farsi nessun problema se chi si critica (o, meglio, si fa finta di criticare) è anche colui da cui si dipende economicamente: pseudo rivoluzionari che fanno la fila per farsi pubblicare da chi contestano sui blog o nelle piazze. Si urla sempre più forte perché, spesso, non c’è niente di interessante da dire. Come una tempesta di sabbia che, finché dura, nasconde la vista del deserto.
Ci sono poi, certo, persone che soffocano in appartamenti invasi dallo smog delle tangenziali, immigrati che vegetano in condizioni disumane dentro case occupate ( e uno è liberissimo di parlarne) ma ci sono anche nel mondo milioni di persone che vivono, nello stesso istante, in posti dove la natura ha trovato persone disposte a proteggerla, che si impegnano per vivere civilmente, dove quando apri la finestra puoi ancora vedere una specie rara di uccello o di pianta selvatica (molto più degni di nota, per me, di tutta la televisione prodotta negli ultimi cinquant’anni). Sono momenti del mondo ugualmente reali e presenti e che hanno, credo, lo stesso identico diritto di essere nominati.  Perché uno non dovrebbe parlarne? Va bene parlare di immondizia e non va bene parlare dell’acqua verde di una sorgente? Perché? Ricordo un’intervista del grande scultore Melotti che, parlando di Bacon, pittore che come me ammirava moltissimo, si chiedeva al tempo stesso: “Ma è proprio sempre necessario, per dire quelle cose, farlo stando seduti sul water?”. Melotti scherzava, ma fino a un certo punto. Bacon è un pittore eccelso ma Matisse, che ha dipinto per tutta la vita colombe, fiori, volti sorridenti e danze, mentre in Europa e nel mondo stavano accadendo massacri orribili, ha detto forse cose meno profonde? Meno importanti per la crescita interiore dell’umanità?
E non può essere che isolarsi dal mondo non sia proprio, invece, il ridurre il mondo soltanto a ciò che l’uomo (e soprattutto l’uomo d’oggi) pensa e fa? La Yourcenar, meditando su un giardino, ha detto cose mirabili e profondissime. Altri autori hanno raggiunto i medesimi vertici espressivi parlando, come Levi, di torture inumane.  Non sento, ancor oggi, la prima meno contemporanea ed attuale dell’altro. Ognuno deve poter scegliere come e di cosa vuole parlare. E così, Marin che scrive versi di tipo ottocentesco nel Novecento, dove non si parla mai di politica, di questioni sociali, bombe atomiche o ministri, ma solo della sua ininterrotta meraviglia di fronte al mistero della creazione, o il Pasolini un po’ decadente delle “Poesie a Casarsa” con le sue descrizioni così vive di paesaggi, ambienti, dei desideri e delle paure della giovinezza, continuano ad essere letti ancor oggi da molti giovani che li sentono molto più vicini e attuali di tanti poeti d’avanguardia (di cui dopo vent’anni a stento spesso ricordiamo il nome), così contemporanei e calati nel loro tempo da rimanere in esso, molte volte, per sempre sprofondati.

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     Non commento l’ultima parte della risposta, non perché non contenga degli spunti interessanti, ma perché richiede competenze ben superiori alle mie. Vorrei invece (ma solo perchè chiamato direttamente in causa) scrivere alcune righe riguardo ai miei testi. Di cui si parla in modo – più che lecitamente, è ovvio – piuttosto critico. Mi lasciano invece piuttosto perplesso, ma posso ovviamente sbagliare, i punti in cui si parla di “soluzione anti-storica” o di un atteggiamento “moralmente impossibile” nei confronti di quella che è la realtà attuale.
Io scrivo soltanto di cose che conosco bene. Nei miei versi parlo di certe cose perché sono parte del mio mondo, sono il mondo in cui sono nato e dove ho scelto (particolare fondamentale) di continuare a vivere. Tra la natura, in un paese piccolissimo fatto di case antiche e persone che si salutano e, se ti manca il sale, basta bussare alla loro porta.  Con il cellulare, internet, i centri commerciali a pochi chilometri. Non parliamo quindi delle Galapagos. Con tanti piccoli problemi che non sono certo quelli, ben più gravi, di chi vive in una metropoli, tra il traffico e lo smog, con il rischio di incappare in gente che ti deruba per strada e spacciatori. Un mondo (fatto di esperienze da tramandare, rapporti diretti con le persone, paesaggi e specie da difendere) per cui lotto ogni giorno, prima che con le parole con azioni concrete. Partendo dal basso, in silenzio. Perché è inutile lamentarsi della violenza tra gli uomini, come tutti fanno, mentre poi a casa non ci si cura di chi ci sta accanto, mettendo da parte il nostro orgoglio, rinunciando al nostro tempo libero per capire ed aiutare i propri genitori, figli, conoscenti. Anche e soprattutto quando sbagliano. È inutile criticare il mondo capitalistico e poi comprare, come più volte ho sentito o visto, scarpe o prodotti di multinazionali (che sfruttano il lavoro minorile) perché sono comode o alla moda, costano poco e si fa bella figura con gli amici. La carta si lascia scrivere; ma, se vogliamo davvero cambiare, cambiare veramente, come ci ha insegnato Gandhi, bisogna partire rivoluzionando la nostra vita fin nelle sue minime espressioni, prestando attenzione a tutto ciò che si fa: decidendo di non comperare ciò che può arrecare danno a ciò che ci circonda, evitando di mangiare prodotti nati dallo sfruttamento del mondo animale e vegetale, non regalando i propri soldi a coloro con cui non siamo d’accordo – come troppi fanno – solo perché non sappiamo resistere alla tentazione di guardare un telefilm sulle loro reti televisive. Coltivando, di giorno in giorno, per essere più liberi, la forza di saper rinunciare.

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     Le nostre parole rimarranno sempre deboli, anche se gridate, se non riusciamo prima a trovare, dentro di noi, lo stimolo per rendere il mondo, attraverso le nostre azioni di ogni giorno, qualcosa di diverso e migliore di ciò che è.  Uno spazio, dico, dove tutto ciò che opera contro il bene dell’uomo e della natura non abbia nessuna chance di manifestarsi ed emergere in alcun modo.
Personalmente poi, come ho fatto più volte, mi sembra molto più efficace scrivere una lettera su un quotidiano o un blog molto frequentato, dove so per certo che la mia denuncia arriverà in poche ore a migliaia di persone e, soprattutto, al politico o all’amministratore a cui mi preme di dire qualcosa. A parte che non ne ho mai sentito l’esigenza, ma la poesia, oggi come un tempo (a differenza di un film o una canzone) non mi sembra tra gli strumenti più efficaci per parlare di queste cose. Anche perché, di solito, chi si vorrebbe denunciare non leggerà, nel novantanove per cento dei casi, mai il nostro testo poetico. Non gliene importa proprio nulla. Al politico importano i numeri. E la poesia, con i grandi numeri, non va molto d’accordo. Non dico che non si possa fare: dico soltanto che sono cose che non fanno per me e preferisco altre forme di lotta. Più immediate. Dirette. Dure. Capaci di incunearsi con forza nel cuore dell’attimo.
Lo spazio della poesia continua a rimanere, per me, qualcosa verso cui nutro un assoluto rispetto. Ed in questo spazio non desidero dar voce a ciò che disapprovo ma solo a ciò che, mi sembra, sia degno di attenzione, d’ascolto.  Tacere su qualcosa è comunque, anche, un modo per parlarne. Indirettamente condannandola, come merita, all’oblio. O per preservarne – intatto – il mistero.
Ma, come scriveva Marin, “cu leserà i silinsi, / tra nota e nota?”.
Quanti, oggi, sono disposti a leggere i silenzi?

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Qui di seguito il testo di Santi apparso il 4 luglio 2004 su http://www.nazioneindiana.com:

In difesa della Minkiata Galattica
(ovvero: il dialetto è morto?; ovvero: il dialetto è poi così inutile?)
di Flavio Santi

(Flavio Santi mi invia una sorta di replica a un commento circostanziato indirizzato al suo testo. Più che una replica mi sembra una postilla necessaria alla sua scelta di scrivere in friulano. Gli irritati dai dialetti – o dalle lingue minori – avranno pane per i loro denti. La sua riflessione tocca anche la prosa, e spero che ciò possa fungere da innesco per i prosatori. Andrea Inglese)

Caro videolettore che hai definito il mio Friûl-’srael-Palestine (messo in rete il 2 luglio) una “minkiata galattica”, può darsi che tu abbia ragione (mai sopravvalutarsi), ma può anche darsi (mai sottovalutarsi) che il tuo ispirato giudizio (se solo i critici di professione avessero un decimo della tua sincerità…) rispecchiasse un disagio o una perplessità suscitati da quella poesia messa lì così a brillare dal tuo video.

Non posso certo leggere nella tua mente, ma se fra i tuoi pensieri c’era qualcosa come “Ma che senso ha oggi scrivere in dialetto?”, lascia che ti risponda. Poi mandami a ’fanculo cento, mille volte.
Il discorso sarà articolato in due parti: una distruttiva, l’altra costruttiva, propositiva.
Cominciamo dalla distruttiva. Dietro l’assunzione del dialetto nella letteratura italiana del Novecento si cela forse uno dei più terribili bluff, un falso perfetto alla maniera di un De Hory o di un Van Meergeren, squisiti e sapientissimi falsari. Vediamo come e perché.
La pratica del dialetto è geneticamente orale. Fino all’Ottocento il dialetto ha avuto una funzione sociale e politica, nella duplice veste di comunicazione e di alterità, nella dialettica alto-basso, interno-esterno, integrato-marginale. Lo si parlava, non lo si leggeva, per motivi vari: basso livello di alfabetizzazione, dominanza del latino e del volgare negli apparati statali e loro prestigio connesso a determinate scale di valori, a determinati oggetti e beni ecc. Motivi soprattutto sociali. I Porta, i Meli, i Belli si rivolgevano a una fascia ristrettissima, a quelli che potevano “leggere” appunto, e quelli erano innanzi tutto lettori in volgare: lo statuto del lettore li poneva come utenti privilegiati, mentre il carattere del dialetto era l’assoluta fruibilità da parte di tutta la comunità. Ontologicamente: e non sembri un eccesso idealistico. Lo spettro poi era talmente mutevole che si può dire che ogni parlante aveva un suo dialetto, le cui sovrapposizioni di tratti comuni, che erano in prevalenza, garantivano lo scambio fra persone. In ogni caso ciascuna comunità (borgo, paese ecc.) aveva il suo dialetto. Certo, per i poeti l’esecuzione orale poteva rivelarsi primaria insieme con la gestualità, come ha mostrato Pietro Gibellini, La scrittura ‘orale’ di G. G. Belli, «La ricerca folklorica», 1987, n. 15: peccato che i beneficiari fossero ricche signore e nobili papalini nel caldo dei salotti buoni. Dunque oralità seconda, secondo Walter Ong: quella che discende da una cultura letterata. Probabilmente la forma più vicina al popolo (inteso come «Volk ohne Buch» per dirla con Rudolf Schenda: pura essenza vocale) è stata la commedia dell’arte; si è fatta carico cioè di soddisfare una richiesta mimetica, e non puramente o primariamente estetica. Ha soddisfatto ciò che il dialetto era: ethos, Antigone (contro Creonte), le ragioni del cuore. Un cardioletto, insomma.
Col Novecento – o giù di lì – le cose cambiano. La sollecitazione estetica viene da Rimbaud (che fu squisito verseggiatore in latino): «trovare una lingua»; seguirà Hofmannsthal con la Lettera di lord Chandos: i primi segnali di un secolo che ha letto tutti i libri e non sa più dove metterli. Il primo secolo assolutamente di secondo grado, dove è il corpo a essere proiettato dall’ombra. Sono i risultati della Reproduzierbarkeit dell’opera d’arte: la sua tesaurizzazione borghese. Le cinque sterline di marxiana memoria hanno fruttificato… Negli scrittori dialettali si è così verificato uno choc che congela, blocca. Un nanismo cronologico, in fondo. Lo choc ha poi lo schema di un complesso di Edipo: storicamente il dialetto è la radice materna, umida, ghiandolare, testimone della lallazione e della suzione.
Ora come ora, non si può che scrivere in dialetto dandosi la rituale zappa sui piedi.
Il dialetto affinato da chi scrive, a parte il lavaggio e l’apprettatura dei grafismi e delle griglie ortofoniche, è un idioletto, morto al dialetto del vocante. Con rischi altissimi: stabilitone il carattere artificioso, altrettanto legittimo sarebbe scrivere in aramaico o in antico egizio. Caduti i tratti aletici la letteratura è menzogna. In ogni innocente si nasconde un piccolo Hitler (Saba). Il dialetto si adagia sotto il patronato del racconto Dialogo dei massimi sistemi di Landolfi, in cui si narra come un tale Y abbia composto tre poesie in una lingua inesistente, di pura invenzione, e come riesca a sottoporne una all’attenzione di un critico, giungendo infine a concludere che «unico giudice competente [è] il loro stesso autore». L’immersione nella civiltà contadina, o comunque in una società altra (si dice subalterna – certo non ha fatto la Storia – ma è stata dominante: il popolo), potrebbe del resto valere tanto quanto una presunta nel miceneo o nel mandarino di Pao-ting, se tale lingua per il singolo fruitore assume valore e significato pregnanti. Il tursitano di Albino Pierro, in fondo, ha per un lettore la stessa distanza, appunto, del miceneo, del mandarino o che. Con l’aggravante che quel tursitano probabilmente non è mai stato parlato così da nessuno, mentre il miceneo, il mandarino o che, godevano o godono di parlanti e scriventi. Si potrebbe obiettare che il miceneo, il mandarino di Pao-ting o che, non hanno alcun rapporto storico, culturale ecc ecc. con l’Italia; sì, allora proponiamo in sostituzione il celtico, il bizantino, l’etrusco, l’osco, che vengono invece dagli strati più intimi delle nostre radici. I termini del discorso non cambiano.
In tal senso una nicchia è stata conquistata dal latino (da Pascoli fino a Bandini, a Sovente). Anche il latino non si parla più. Anche qui però col dialetto dei dialettali è peggio: quest’ultimo non lo si è mai parlato così. Si possono rivendicare tutti i motivi (lo statuto di letterarietà, l’artificio, ecc.) ma si ritorna sempre al punto di partenza landolfiano: perché non l’aramaico allora, se «unico giudice competente» ha da essere l’autore stesso? Per di più si creano paradossi inquietanti, ossimorici: immaginiamo un lettore piemontese di fronte a un testo siciliano. Si può assistere all’impossibilità di addentrarsi in un testo di grande e immediata chiarezza semantica (si pensi alla poesia di Buttitta, di Nino De Vita), perché per il processo di lettura e di decodifica il testo diventa addirittura più complicato (o altrettanto) di uno di Zanzotto o di Celan: richiede “molte competenze”. In ultima istanza, il vero destinatario (vero in quanto “alfabetizzato”) assume i connotati del «pubblico un po’ frustrante dei filologi» (Brevini).
E il poeta? Vive la situazione di chi pur avendo una moglie, un’amante e quant’altro può offrire la selva femminea, non disdegna di masturbarsi (del resto Groddeck dice che il coito è un surrogato della masturbazione).
Ma allora che fare? passo alla parte costruttiva, ovvero: il dialetto come virus.
Quelli come me venuti al mondo negli anni Settanta, la prima generazione televisiva, come ricorda Aldo Nove, sono nati in un contesto di smantellamento delle forze dialettali, di suo netto spegnimento, esaurimento: il paesaggio da “rurbano” diventava implacabilmente urbano; l’avvento della televisione, l’uniformazione linguistica, la scolarizzazione si sono rivelate sottili battaglie, non dette e involontariamente ideologiche, contro il dialetto. In casi di questo genere un’ottima cartina al tornasole può essere la narrativa, che si comporta volentieri da misuratore dell’entropia linguistica; la produzione dialettale degli anni Cinquanta e Sessanta fu infatti accompagnata da fenomeni analoghi in prosa: Pasolini, Gadda, Mastronardi, Testori, Rea, Meneghello, le Autobiografie della leggera di Montaldi, ecc. La più recente e giovane proposta dialettale ha nella controparte narrativa un vuoto assoluto (a parte alcuni casi di tipizzazione gergale e pseudo-dialettale: Giuseppe Ferrandino, Marco Franzoso, Claudio Camarca): per contro dominano trame rigorosamente urbane e metropolitane, concessione massima allo slang giovanile, totale oblìo del mondo contadino e vernacolo.
Che fare? Ora, si può elaborare una soluzione anti-storica, petrarchistica, fare finta cioè che niente sia cambiato: per esempio penso che Ivan Crico (un giovane neodialettale) abbia fatto e faccia così col suo bisiàc, antica variante di Monfalcone. Certo gli esiti sono molto belli ma i risultati presentano spesso l’effetto vetro di Murano: costruzioni fragilissime, molto belle a vedersi (a leggersi, in questo caso), ma eccessivamente levigate, miniaturizzazioni di qualcosa di già stato. Isolarsi dal mondo non è più permesso. Lo potevano fare Virgilio Giotti o Biagio Marin perché storicamente motivati e investiti, ma oggi, in quella che Marc Augé chiama la surmodernità (la vulgata postmodernità), è impossibile. Innanzi tutto moralmente impossibile. A questo punto farò un discorso che non ha alcuna base scientifica ma muove da suggestioni paramediche o parascientifiche piegate all’esigenza di un’estetica e di una poetica.
William Burroughs dice che il linguaggio è un virus venuto da un altro pianeta. Ebbene: il dialetto è un virus, la sua valenza è eminentemente virale, se non addirittura tumorale. Un oncoletto. È un’escrescenza formatasi nel cervello, e in ciò anticipatore è stato il film Videodrome di David Cronenberg: cioè pensare l’immaginazione come diretta produttrice di materia, e quindi la possibilità che il cervello reagisca a input esterni con la creazione di una bava, un filato, un tessuto, un testo. Così le pulsioni esogene, le sollecitazioni autobiografiche, evenemenziali, circostanziali, ecc. (vivere comunque in una situazione di dialettalità per quanto lassa essa possa essere, percepirla, udirla, sfiorarla, o averlo fatto in passato), tutto questo s’incista nella corteccia cerebrale, fino a intriderne la massa, fino ai più fondi tegumenti. Una lingua mia usata (o sempre più raramente di fatto), ma ascoltata, che si è depositata nel cervello. Quasi radiazioni di una lingua altra che insedia, insemina la massa cerebrale. A questa valenza oncologica del dialetto affido le mie speranze. Oggi di dialetto si muore.
(Questa suggestione farà accapponare la pelle a qualcuno, ma lo sfido a spiegare a un giovane vissuto nell’insulina televisiva, nella fiducia che il reale sia catodico, a cosa possa servire ancora il dialetto e in particolare in poesia, se non lo si vede come una delle tante fasi terminali di quella lunga malattia chiamata lingua.)
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23 pensieri su “Chi leggerà i silenzi? – di Ivan Crico”

  1. Occorrerà un po’ di tempo per riflettere e rispondere attentamente sulle parole molto ponderate di Ivan. Ha impiegato anche lui del tempo per formulare risposte e quesiti.

    Quanto alle mirabolanti sollecitazioni di Santi, che sicuramente hanno sortito attesi e prevedibili effetti di sconcerto (almeno così immagino, non avendo avuto la possibilità di seguire l’inevitabile dibattito che deve esserne venuto nel 2004), resta da chiedersi sempre se chi la spara più grossa abbia poi ragione. Come poi ci si dovrà interrogare (ovviamente rispettandone le scelte di campo) sul fatto che lo stesso Santi, come Villalta, ma pure altri autori ‘stranamente’ tutti afferenti al Nord-Est , a un certo punto abbiano deciso di mollare il dialetto, e riprendere l’italiano….penso pure, anche se in maniera più intermittente, a Bressan, a Cappello.

    Sarà pure da chiedersi se l’istanza che li aveva mossi precedentemente, o successivamente, rispondeva a motivazioni autentiche, o non, piuttosto, a esercizi di bravura o stile, prove di forza… è, ovviamente solo un dubbio che (mi) pongo.

    Santi ama provocare, anche ragionando per paradossi o per immagini estreme: pensare al dialetto come a un cancro, è ovviamente ribaltare una qualche concezione salvifica, lenitivo-curativa, che vorrebbe il dialetto come antidoto ai mali della modernità globalizzata.

    Ma questa provocazione mi sembra oltremodo inutile, se non dannosa.
    Un fuoco pirotecnico sul terrazzino di casa mentre tutt’intorno brucia la foresta.

  2. “… non avendo avuto la possibilità di seguire l’inevitabile dibattito che deve esserne venuto nel 2004”

    Non preoccuparti, Manuel, non ti sei perso assolutamente niente.

    fm

  3. Mi riferivo al “dibattito”, Manuel.

    Lo scritto di Santi, condivisibile o meno, ha una sua logica e sviluppa tutta una serie di considerazioni che, al di là del “tono”, si prestano a ulteriori discussioni e approfondimenti.

    Esattamente quello che fa Ivan con la sua puntualissima replica.

    fm

  4. piccoli spunti o imput di ritorno

    ‘Oggi di dialetto si muore’. E poi: ‘una delle tante fasi terminali di quella lunga malattia chiamata lingua’: bé, se a pronunciare queste frasi fosse un profeta apocalittico, potrei anche accoglierle, ma dette da uno studioso di letteratura, un filologo, francamente, mi suonano incomprensibili.

    Avrebbe potuto tranquillamente scrivere: ‘quella lunga malattia chiamata vita’, piuttosto, anche in relazione alla sua maturata specializzazione in patologia medico-oncologica. E nella coscienza che la vita (singola) prima o poi finisce, e la sua materia si trasforma in natura.

    Volutamente Santi non tiene conto della costante ‘lunga’ trasformazione della lingua, delle lingue, in sé e in altre da sé. Non è utile al suo ragionamento, teso a porre le distanze tra il versificatore neodialettale e le giovani generazioni. Teso, quasi compiacendosi, a isolare l’autore in versi dialettali dal mondo…

    Oggi di dialetto si vive, questo mi sentirei di ribadire, di confermare, di sottoscrivere. E non importa, se non fino a un certo punto, se la comunità dei parlanti non corrisponda più alla particolare phonè, o all’idioletto dell’autore.

    Non ha più alcuna importanza se, come può accadere, idioletto e socioletto non corrispondano, anche se poi quando si parla di dialettali da qualche tempo si fa l’impossibile per dimostrare che sono avulsi da contesti e da consessi umani, e non è , va da sé,tutto vero. Non è così per il siciliano Nino De Vita,il pugliese Lino Angiuli,il friulano Ivan Crico,il veneto Fabio Franzin, il romagnolo Francesco Gabellini, l’abruzzese Giuseppe Rosato, il laziale Pier Mattia Tommasino, il lucano Salvatore Pagliuca e tanti altri… tutti vivono e si nutrono di particolari comunità di parlanti.

    Sappiamo bene come i dialetti nelle loro varietà persistano e siano praticati, vissuti a livello endemico, dalla lucania al friuli, dalla sicilia al veneto. E’ molto figo pensare che parliamo tutti in Inglese, navighiamo per il web, giriamo il mondo e siamo nutriti con la stessa farina da Calcutta a New York, da Banckok a Stoccolma.. evvivva evviva come siamo Glocal! Ma è pure onesto riconoscere individuare e seguire le proprie trame, le proprie lingue, le proprie memorie in divenire o identitarie.

    Ma anche se così fosse, cioè se i dialetti e i dialettali vivessero una qualche condizione di separatezza, ebbene, mi pare che la cosa sarebbe analoga a quella vissuta dai poeti in lingua, rispetto alla comunità italiana dei parlanti: non risulta a Santi una tale separatezza? Da chi sarebbero oggi ‘investiti’ i De Angelis, i Neri, le Insana? Da una qualche comunità di riferimento? dai lettori del Manifesto o dell’Avvenire? Non mi pare, nè mi pare che leggiamo questi poeti, o altri (da Conte a Mussapi, da Sanguineti a De Signoribus) ponendoli e ponenodo la loro lingua in relazione con l’italiano parlato…Dunque, perché farlo con il dialetto? Sempre due pesi e due misure?

    Santi accenna al fatto che la più recente proposta neodialettale abbia nella controparte narrativa un vuoto assoluto: è probabilmente vero, anche se non del tutto: mi risultano vari esempi di scritture in prosa (racconti, narrazioni, scritture teatrali: dal Baldini postumo, a tutta la produzione teatrale in romagnolo di Nevio Spadoni, al romanzo in siciliano di Salvatore Paolo Garufi), senza dimenticare che le esperienze narrative dialettali ricordate da Santi sono riconducibili a specifici campi di sperimentazione e neorealismo…la qual cosa,francamente oggi avrebbe poco senso… pensare ancora alla lingua come a una espressione mimetica della realtà, potrebbe produrre esiti modesti, o scimmiottamenti ruffiani di slang o argot giovanilisti, di cui non si avverte la necessità.

  5. E aggiungo: la vera “malattia mortale” della poesia, oggi, è tutta riconducibile alla (pseudo) prospettiva “generazionale” (sia per quanto attiene agli impianti teorici di riferimento – quasi del tutto assenti -, sia per (la stragrande maggioranza de) gli esiti).

    fm

  6. Piccola riflessione su Santi lettore di Crico:

    Francamente, liquidare una proposta come ‘moralmente impossibile’, mi sembra esageratamente fuori luogo, e fuori strada. Ridurre in maniera grossolana e trombona l’esperienza di un autore a una istanza morale, questo sì è inaccettabile. Come appenderla a un qualche chiodo, issarla a slogan: mi pare una assolutizzazione eccessiva e non da lettore consapevole. Neppure se si facesse sociologia (spicciola) della letteratura.

    ( Certo, sono poi ben conscio che dietro c’è tutto un discorso molto massimalista e molto à la page sul fatto che la lirica sia out…ma non saranno le direttive editoriali a far sparire i lirici)

    Ben altra cosa, ma non dovrò insegnarlo io a Santi, è l’ethos. E ben altra considerazione, riguardante congruità, pertinenza, autenticità della proposta.

    Stando ancora al gioco, ammesso che i versi di Crico siano fragili come vetri di murano, bene, credo che preferirei quella bellezza e quella fragilità a tutte le lingue di plastica che vedo e leggo frequentemente.

  7. Ringraziando Ivan, per la sua precisa, e circostanziata lettera di risposta, e Manuel, per i suoi altrettanto precisi interventi, dico che ognuno deve essere libero di scrivere con la lingua che ha (Achille Serrao dice: “non è il poeta che sceglie la lingua in cui scrivere, ma è la lingua che sceglie per lui) e che ama, con le sillabe, le parole e i nomi della sua anima, del suo mondo, angusto o vasto che sia; ci sono dei poeti stranieri fenomenali che noi abbiamo letto e fatto nostri, in traduzione, che hanno scritto le loro opere in uno dei vari dialetti sparsi per il pianeta, una delle tante lingue sonore parlate da popoli o da tribù; moriranno sì, i dialetti, come morirà l’italiano, e poi l’inglese, e poi chissà… ma è assurdo cantarne in anticipo la nenia funebre, come è ingiusto usare una lingua e poi abiurarla e poi pretendere di essere seguiti solo per l’illusione di connquistare più lettori. Nel mio dialetto, così ricco di proverbi poi usati in tutta la penisola, si dice: “mèjio pochi, ma boni”. Ciao, Fabio F.

  8. Premetto che non al problema del dialetto non mi sono mai profondamente interessato, pur amando le poesie in serrese di paolo Bertolani e la bellissima lingua mistoitaliana di Scataglini. Però quella poesia la amo perché è un enigma musicale, una vera e propria ipnosi della lmìngua, un modo di catturare il lettore con certi incantesimi che sono ormai proibiti alla lingua italiana. Credo che certe anche ingenue poesie sulla natura, sull’amore, sulla madre, possano essere lampi commoventi in dialetto più che in lingua. E la frase di Marin “cu leserà i silinsi / tra nota e nota” resta un vero incantamento della parola, da ripetere comne una nenia nei momenti di dolore. (Grazie, non li conoscevo) Quindi concordo con Ivan: occorre scrivere nella lingua della propria anima, quale che sia il modo di farlo. Solo attraverso questa fermissima sincerità si potrà lavorare contro le omologie della lingua, contro i normali omicidi della parola che vengono perpetrati ogni giorno dalle pietanze inodori della prosa.
    Ciao e buon lavoro. Marco

  9. Quando si comincia almeno a lambire l’impossibile allora una chance della poesia c’è, eccome. E poi la “sovranità” del poeta (e non solo) è una cosa che ammiro. Tanti ragionamenti sembrano veramente alla ricerca della ritualità. Scusate ma resto, come dissero i potenti dfi turno, un irritaule.
    Ciao Ivan
    augusto

  10. Manuel Cohen esprime con chiarità il suo pensiero da risultare quasi
    chiaro-veggente, senza la sfera.Grazie, Manuel!
    Talmente inutile è il dialetto che, persino sulla piattaforma di Facebook, (la più frequentata sul web)esso è servito per-fino come anello di congiunzione!
    Ho assistito e verificato, con soddisfazione, quante persone che sulla Rete si sono ritrovate o semplicemente incontrate, hanno utlizzato il dialetto dei loro avi, per comunicare…Non cito solo i veneti o i genovesi grandi navigatori(!)
    ma anche i campani,i calabresi, i lucani.
    Non a tutti è dato conoscere la lingua inglese.Anche e nonostante la convinzione di Santi il quale afferma che l’isolamento non è più permesso ed è moralmente impossibile. Sarà compresa una parte di verità in questa affermazione imperativa, tuttavia, pur avendo studiato una o più lingue straniere, molti riescono a comprendersi nella comunicazione scritta o verbale con l’utilizzo di certi idiomi (dialetti o lingue ci porterebbero alla Treccani !) fissati dalla chimica e dalla biologia nella scatola della memoria.Tanto più
    nell’espressione lirica.
    Io che sono sarda e capisco e parlo (anche se non perfettamente) la
    lingua Logudorese, sono riuscita a comprendere ed a farmi meglio intendere, stabilendo un contatto epistolare attraverso la mediazione del dialetto..con amici di lingua spagnola e portoghese.Non emigranti!
    So che questo mio modesto esempio è solo una piccola parte delle obiezioni che potrei muovere all’ oncologo Santi, il quale, forse, ha troppo imbibito le sue connessioni sinaptiche, di nozioni anatomo pato-logiche ed, aggiungo, una discreta dose di esibizionismo.
    Non mi spiego diversamente la profusione di nomi, scuole, e citazioni colte
    quando Ivan Crico,poeta bisiàc, afferma molto semplicemente:” Scrivo di ciò che si muove intorno a me,nel mio mondo e delle sue realtà visibili e non. ” ).
    Quello dunque, per Santi, rappresenta l’ isolamento?
    Non saremo più isolati noi che, vivendo nel groviglio ordinato delle grandi città,
    non abbiamo il tempo, nè forse la voglia, di sollevare la testa dall’ asfalto che calpestiamo e guardare ad un passaggio di nubi o alla danza ad otto di uno sciame di api?
    Non potremmo..
    I palazzi, la fretta e l’ansia di arrivare ce lo impediscono.
    E così pure altri steccati che poi producono l’isolamento.. nella massa.
    Grazie in -finite a Ivan Crico,a Francesco Marotta che con il suo non-dire,è
    per me assordante, a Fabio Franzin sintetico e asciutto ma efficacissimo, ed ancora a Manuel Cohen che, se non esistesse, bisognerebbe inventarne Uno, tanto importante è il suo apporto.
    In termini di competenza, di sapienza, di modestia e umanità.
    Saluto tutti con affetto.Marlene

  11. Le mie riflessioni non nascono “contro” qualcosa o qualcuno ma tendono, sempre spero, “verso”. Verso il rispetto dell’altro, di ciò che pensa e fa. Per cui dò spazio, luce, spazio e luce che chiedo anche per me, quando ne sento la necessità. Anche se non siamo d’accordo con ciò che si scrive bisogna dare a tutti la possibilità di esprimere il proprio pensiero, se nasce dal desiderio di comprendere, dal desiderio di fare chiarezza, oltrepassare i preconcetti, i luoghi comuni. Poi ognuno si giudica da sé. Non c’è proprio nessun bisogno né la necessità, da parte mia almeno, di giudicare gli altri. I percorsi sono tanti: vi sono persone che sono partite dalla poesia in lingua e sono passate poi per sempre al loro idioma nativo (vedi Scataglini), altre, come Zanzotto, che continuano ad impiegare tutte e due le cose, ed alcuni (come il citato Villalta) che ad un certo punto, dopo ottime prove, adesso (ma magari non per sempre) non sentono più quell’urgenza di dirsi nella propria lingua materna. Così, ringrazio Santi qui (avendo perso i suoi numeri) per avermi dato la possibilità di riflettere meglio su ciò che ho fatto e ciò che sono, sperando di migliorare, e tutti coloro che partendo da queste note hanno deciso di approfondire l’argomento a me, a Manuel, Fabio e tanti altri, così caro.

  12. con ordine:

    @FRANCESCO MAROTTA: sia chiaro che non c’è nulla di personale che mi muova contro Flavio Santi (che non ho neppure avuto mai il piacere di incontrare). La questione è semmai rivolta a una ‘attitudine’ diffusa tra i critici, alquanto liquidatori nei confronti degli autori neodialettali, e spesso animati da quello che Mengaldo chiama ‘un pregiudizio pigro’, di disattenzione o incuria, piuttosto che da un effettivo contatto o lettura. E non è comunque questo il caso di Santi che di dialetti, per averne praticato in proprio, comunque dovrebbe saperne.

    Semmai, di Flavio Santi, come generalizzando inevitabilmente, della generazione a cui appartiene, rilevo una certa tendenza massimalista, a estremizzare le posizioni, a liquidare facilmente l’altro da sé, (memoria, cultura poetica, lirica, esperienze dialettali ).

    Molto spesso a Roma sento qualcuno che dà del ‘provinciale’ a chiunque la pensi diversamente da lui… Spesso si tratta di persone che parlano con molta enfasi o trasporto del più metropolitano dei luoghi della terra, dell’importanza di avere una cultura planetaria (Pasolini l’avrebbe chiamata ‘tragedia della mondializzazione’ ,’omologazione’, ‘universo orrendo’).

    Per queste persone è molto chic raccontare dei costumi in uso (turistico) nelle Asturie, o della visita a una fazenda sudamericana… salvo poi inorridire se a cena offri loro polenta e fagioli, o gli gnocchi della nonna!

    Ecco, per intenderci : la questione è nel grado di esperienza del mondo: sono vari gli esempi di autori che parlando del loro mondo, della loro couche geo-antropologica, ci hanno insegnato la vita,(Marin, Pierro) e il rispetto del mondo.

    Se a un poeta romano parli della campagna urbinate delle Cesane: ti può anche dire che sei un troglodita, un bifolco, un incolto…e la cosa per anni è stata detta pure di tanti poeti che dicevano del loro mondo di natura.

    I poeti romani sono cresciuti nelle batterie d’allevamento degli istituti di filologia, hanno frequentato teatri d’avanguardia e locali installati in siti di archeologia industriale: sanno tutto sul Gasometro, sulle ultime mode del giallo americano, su chi vincerà il prossimo Nobel. Scrivono facendo autentiche fusioni a freddo, anteponendo ogni artificio retorico a tutto, persino al senso (di tutto). Scrivono di un’era glaciale, con versi algidi, scaldati artificiosamente con la bibita più in voga. Si sentono al centro del mondo, come una volta, al centro di un impero. Tutto il resto è barbarico, o gallico: proprio come molte delle varietà linguistiche italiche.

    Fare gli emancipati a ogni costo, svendendo le radici e le culture, è da provinciali. Ignorare esistenze e esperienze particolari, o periferiche, o non alla moda, è da provinciali. Sentirsi tutti dei piccoli Mark Strand o Simon Ermitage, perdendo di vista il luogo da cui si viene o in cui si vive, forse è da provinciali.

    @MARCO ERCOLANI:

    Caro Marco, condivido molto quello che dici. Anch’io penso spesso a ‘Seinà’ e a ‘Carta laniena’ proprio come a partiture musicali: la prima cosa che mi colpì, giovanissimo, dei dialettali che iniziavo a leggere, Marin, Bertolani, Scataglini, era proprio una innata istanza di melicità, che antecedeva il canto. E’ stata la prima cosa, pure inconscia o immotivata, che me li ha fatti amare. Poi scopri che c’è tutto un mondo, dietro ognuna di queste singole esperienze, e ne sei rapito dalla ‘elementare’ complessità.

    @FABIO FRANZIN:

    Apprezzo il tuo intervento, anche perchè in fondo, con le debite differenze, siete pure vicini, tu e Ivan. Vicini e diversissimi, comunque autentici entrambi. E comunque, ripeto, non vorrei aver acceso la miccia di una qualche polemica.

    @AUGUSTO DEBERNARDI:

    essere irrituale è una virtù, una chance, speriamo ci sia sempre per la poesia.

    @MARLENE CARBONI:

    ti ringrazio per gli apprezzamenti personali, che fanno sempre piacere, anche se, sul serio, non so quanto io li possa meritare. E comunque, scrivo solo noterelle a pie’ pagina!

  13. Caro Manuel, ho stima del Flavio Santi critico e poeta, ma ciò non toglie che su questo pezzo (fermo restando che va considerato anche il contesto in cui è nato) la penso esattamente come te, e credo di averlo detto chiaramente.

    Un saluto a tutti.

    fm

  14. la ‘risposta’ di Ivan Crico non è solo una presa di posizione sul dialetto, ma mi sembra di ritrovarci -in senso più ampio- una sorta di “difesa” della poesia. di come la poesia abbia senso -prima, adesso e poi- nella, sulla e -soprattutto- dalla lingua (quale essa sia).
    bellissime riflessioni.

    un abbraccio

  15. Penso che Alessandro Ghignoli abbia individuato il nodo della questione. Ho riletto ancora una volta queste pagine di Ivan Crico, e, al di là di ogni possibile spunto o argomento, quello che più emerge è, proprio la ‘difesa’ della poesia, delle sue ragioni, quelle remote e intrinseche, quelle meno assoggettate alle esigenze della letterarietà trionfante, la sua richiesta di senso, la ricerca di senso, la ricchezza di senso. La via percorsa da Ivan è lontana dalle mode e dai riflettori che ci sono anche nel piccolo orticello della poesia. Ma non per questo non è una via praticata o praticabile. Non si capisce perchè alcuni sentieri sarebbero legittimi ed altri da delegittimare: come lettore di poesia evito la accademica (anzi: scolastica) nozione di ‘attualità dell’opera’: che vuol dire attuale per un autore in versi? nulla, assolutamente nulla. E’ attuale chi racconta la vita nel suburbio metropolitano, ma pure chi ci dice della propria vita in una comunità in cui natura e ‘vicino di casa’ hanno ancora valore. E’ attuale chi ci racconta le trasformazioni in atto, ma pure chi ci dice di una vicenda inalienabile, è attuale chi usa il Suv ma pure il cicloturista.

    Se la voce dei poeti avesse ascoltato le sirene e le fanfare del proprio tempo, di ogni tempo, oggi probabilmente non fruiremmo di quei tesori che chiamiamo Iliade, La Tempesta, il Canzoniere, il Paradiso di Lezama Lima.

  16. la bellezza, o almeno una bellezza della poesia è la sua “libertà”; dici bene Manuel, l’attualità della poesia ha davvero poco senso; e le mode poetiche sono… mode.
    allora mi sembra che le riflessioni qui esposte (commenti inclusi) sappiano valutare il ‘senso’ dell’atto poetico, il suo andare incontro al dire. la poesia non si può ‘fermare’ a un pensiero su come dire qualcosa, deve -inevitabilemente, e a volte anche facendosi male- andare dentro e superarlo.

    un abbraccio

  17. Sì, Alessandro, dici bene: ‘UNA bellezza’ (poichè sono molte e divaricate le possibilità ) è la sua libertà’: detto da te, ha un valore aggiunto, proprio per quel tuo percorso di ‘libertà stilistica’ che produce alcuni esiti molto alti, che per taluni potrebbero pure apparire ‘arretrati’, non alla moda. Eppure così pieni di senso, come nel tuo recente ‘Amarore’, dove ricercare è sentire ed è pensare.

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