L’angelo aspetta segnali d’aiuto – Lara Lucaccioni

E i seni azzurri è l’opera prima di Lara Lucaccioni poeta, ma non è la prima espressione del suo operare tra le arti. Con una lunga formazione di attrice, con gli studi dottorali in storia dell’arte, con la sua attività di animatrice teatrale e letteraria, performer, poetry-slammer e sceneggiatrice di video-poesie, Lucaccioni arriva alla pagina scritta con la forza di un fare appassionato e molteplice, animata dal rifiuto delle frontiere convenzionali tra i generi, delle divisioni fittizie tra poesia ‘alta’ e cantare ‘popolare’, tra fulgida dedizione al verso e attivismo sociale, tra ricerca interiore e desiderio di condivisione. […]
Il luogo della sua poesia non è storico, ma interiore: è la stanza che sta tra la “pura mente” “e il sonno sotto”, tra l’eccesso di razionalità e di tecnologia e l’intorpidimento di chi vive inconsapevole. È il posto viscerale dove l’evento quotidiano di incontrarsi e cercarsi viene analizzato e drammatizzato. Anche nei suoi momenti più dolorosi la parola è impastata di passione, mai reticente a darsi. Essa protegge un sentire profondo, denuncia l’integrità spezzata della persona, sovente ridotta a “trottola, puntino, linea spezzata”, e della comunità, stordita da “chiacchiere da bar / e le ronde e l’ipnosi e il festivàl”. […]
Forte è l’alleanza della voce poetica con le forze ctonie, con gli elementi naturali, con il materno, ed ella invita l’uomo a entrare nel ciclo, nel “mondo perfetto dei ritorni / del cerchio che si chiude”, a farsi figura mitica primigenia, “uomo d’aria e fuoco”. In queste poesie, non casualmente piene di riferimenti a “clausure”, “avemaria”, “rosari”, “croci”, l’eros si confonde con l’anelito mistico, il comodino diventa “altare”, il letto è “consacrato”. […]
Lo spazio in cui accadono le poesie di Lucaccioni è governato da pulsioni che precedono l’ordine simbolico maschile, uno spazio in cui entra il corpo con la sua smodatezza. Dove l’intelligenza delle emozioni e il pensiero desiderante culminano in una ricetta quasi stregonesca, “occhio di terra, lingua di cervello”, per uscire dal mero ordine biologico e fare dell’io poetico una nuova padrona del linguaggio e delle sue forme. Ed ecco che “lui” diviene “mio strumento”, “mia notte”, “mio mare”, nome da anagrammare e riscrivere, oggetto da manipolare. […]

                                        (Dalla Prefazione di Renata Morresi)

 

Testi

Da: Lara Lucaccioni, E i seni azzurri, prefazione di Renata Morresi, Roma, Perrone Editore, “LAB”, 2009.

 

Ridammi la pelle

 

Anagrammo il tuo nome,
ne faccio combinazione, preghiera,
lo rendo palindromo, lo rovescio,
lo ascolto, lo viviseziono,
lo mordo a denti stretti, per fonema
fonema, lo annuso di terra.

Lo scrivo tra le pieghe della casa
a seminare fili nuova Arianna
ne diventa colata di memoria
di lettere marcate e stemmi e marchi
e scherzi della mente e poi amnesie
un mescolarsi di richieste e rese
e poi un ritrovarsi sempre ignoto
quando di scatto mi riscopro io
e altri te a sorprendermi di nuovo.

 

*

 

Si stringe la schiera delle domande
che non ti faccio che muoiono dentro
non sapere è la risposta più adatta
per sopravviverci e trasfigurare.

Solo la meraviglia ci consola
della sospensione cieca di noi
lo stare di un respiro solo nostro
la mano che mi sfiora e si ritrae;

me ne resto discreta a sorvegliarti
gli occhi a proteggerti senza pregare
tra la terra che pesa e ci sprofonda

noi galleggiamo lo stesso nell’aria
vinciamo i sorteggi col tempo ingordo
superstiti che contano le ore.

 

*

 

Chiedimi la cura delle lenzuola
caste, del pane che aspetta la lama,
del corpo cavo che lava l’abbraccio
nel censimento delle cicatrici.

Mi hanno offerto al banco delle risposte
a domande non formulate a fughe
di silenzi, come pensieri e colpe,
che mi svaporano e schiacciano ancora.

 

*

 

                   Perdona se vissi in pena,
                   e se poco ho gioito del sole.
                   Perdona, perdona quei troppi
                   scambiati per te

                   A. Achmatova

Anche il sentire distratto mi inganna
la notte che giunge di soprassalto
la voce di ieri che non ricordo
e il bianco imprevisto dei miei pensieri.

Ma tu arrivi e dichiari tutto il senso
squarci i dettagli mi riporti indietro
ritorno donna antica e mi ritrovo
corpo di fame a cui troppo è il digiuno.

 

*

 

Solo col freddo dello stare sola
delle parole che mi fanno altra
solo col tempo del commisurare
quello che è stato che non sarà più
solo col resto che non è successo
che nella testa ancora avviene e dura
sono chi sono e so chi non sarò
non quella che ti chiederà passati
né stanze dalle tende drappeggiate
solo un esserci di sorrisi e trame
intrecciate con fili di domani
l’ascolto ad occhi stretti quando piove
e spalancati avanti a lune nuove
ore e misture di silenzi e voci
e magma che si sente nella pancia

 

*

 

Un rigo cenere resta di noi
ho fatto linee con le tue carezze
diventate schiaffi, quasi aquiloni
senza padrone che hanno preso vento.

E allora spingo vite più lontano
serviranno altre mura, materassi,
rosari da sgranare lenti e slanci,
e altre canzoni e poi mitografie
e baci al freddo e risposte che andranno
dall’altro viaggio intercontinentale
all’acqua a risvegliare gli occhi sparsi

 

*

 

Non è fine l’occhio che mangia tempo
l’occhio che sputa ricordi.
Essere stati non conforta, non è,
segna il bisogno della stretta
la dimensione carnale di chi c’era
e non c’è, sullo scalino l’abbraccio
diseguale dell’arrivo o l’addio
senza indizio che resta, del fantasma,
vivo più della pietra che respira.
Mi riconosce, il fantasma, ricorda
che ero e non sono, senza segnale,
e non c’è chiave a riesumare quello
che non si può sapere, che ci inceppa.

 

*

 

L’angelo aspetta

 

Mi sta addosso un esercito di libri
la parola in rivolta della carta
sulla vita che lenta passa e muta
su me che non ho occhi per vederla.

Sento il passo deciso di chi sa
dove andare e ci va, senza fiatare,
io no, io resto ferma e forse arranco

o al massimo mi sposto per segnare
le mete altrui, le dita verso il cielo
e ancora le domande non risposte

 

*

 

L’angelo aspetta segnali di aiuto
disperazione di attimi, storte
Francesca che crede ancora alle voci
e poi sono vent’anni che non parla
a noi ai vicini alle domande
di lui che non si arrende all’evidenza
di averla persa ancora per la gente.
L’angelo aspetta pezzi di dolore
le ricorda dei pasti digiunati
di sole insalatine non condite
a diventare sempre più sottile
fino a sparire, a ritornare niente
come era come sembra pura mente

 

*

 

la differenza resta la paura
che tra finestra e mura mi ha lasciato
come da sola in anestesia
senza sentire niente neanche il germe
l’istinto a fare cose ad ascoltare

mi addormento per non sentire voci
che rassomigliano alla presunzione
di chi sa chi crede chi si fa bello
col saper fare che diventa fare
io non so fare, mi proteggo e resto
dentro alla bolla che mi sopravvive
tra le righe annerite per dispetto

 

*

 

In morte di Eluana

Chiudono la porta, si fa crepuscolo
smontano le pagine del programma
l’ordine del giorno si va a interrompere
ci si guarda la faccia sudaticcia.

Un padre si addormenta ancora padre
sotto lo scritto che non sbianca e spancia
la sfida della notte ad osservare
l’ora che passa sul viso che smagra.

E sono lame le luci che saltano
sul corpo a reclamare la distanza
e ancora un giorno che svecchia la faccia.

Domani ci sveglieremo sedati
dalle parole, parabole, leggi
di loro che non sanno stare zitti

 

*

 

             Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
             Chi legge le mie parole sta inventandole.

             J. L. Borges

Ecco, resto distante, come linea
di confine tra foto di passaggio,
scorre un silenzio, un brusio di lontano
un fastidio, la carta che rimane.

Non c’è dissoluzione dell’immagine
si va avanti per persistenze in retina
una dietro l’altra coi fotogrammi
delineati sopra la pellicola.

Il vento secco, la voce aspettata
il riso stanco dei panni di ieri
nei quali non mi so trovare ancora

ci ricordiamo dei vetri appannati
le dita a contornare i segni noti
e il nome rimasto sotto l’alone

 

*

 

E sono scesi liquidi che tagliano
gli occhi, tutti c’erano proprio tutti
a rovistare tra le ciglia e il nero
che ancora scola e spande un solco pieno

mi aspetto che piova presto, che cambi,
conto i capelli rimasti e le tasche
del carnevale, del gioco di ruolo
in cui sono nessuno o chi rimane

chi va è già andato, ha preso il largo e naviga
a vista o in alto mare si rovescia
spuntone di giornata o notte insonne

la tastiera sulle cosce, lo specchio
che allarga l’altra fronte e la deforma
il collo che mi stinge e non respira

 

***

12 pensieri su “L’angelo aspetta segnali d’aiuto – Lara Lucaccioni”

  1. Poesia classica e forte, questa, di Lara. Il tono serio, ma di una pensosità che conquista l’attenzione. Non è un caso la citazione da Achmàtova. Certi toni addirittura portano a un Tjutcev moderno, intimo ma solenne. Poesie come un Largo. Da annotare molti versi. Un augurio e un abbraccio. Marco

  2. “ e i seni azzurri ”
    anche il titolo è sospeso. Forse soprattutto lui, di mezzo a quelle virgolette che fin troppo ricordano le piccole ali dei putti. Tutto è sospeso, sembra quasi un quadro di Magritte, un ‘sense- non sense’ che si accartoccia su se stesso e tenta di guardarsi la schiena. Eppure ogni cosa è proprio lì, al suo posto, e da nessun’altra parte, quasi fosse ineluttabile le sua presenza, una pressanza, un peso.
    “ e i seni azzurri e il quadro e il sonno sotto ”
    c’è tutto, è tutto lì, appeso ad una realtà di cui è rimasta soltanto una struttura. Sbarre che vanno e che vengono, ricordano un cantiere edile in costruzione. Una prigione. E per di più, sovraffollata.
    La vicinanza è pressante quasi fosse una cosa lei stessa. La mia pelle è’l confine lontano con l’altro, ma danza con esso e vi si mescola, quasi fosse’l mare sul bagnasciuga. In questa fusione una gran confusione… e la ricerca. Ricerca di un orizzonte sicuro “ e i seni azzurri ” seppur lontano.
    Ed ogni passo è conoscenza, miscuglio, graffio, ferita. In ognuno trovare un barlume di sé e scanzare via il velo, per poi scoprire che nulla è vero. “Anagrammo il tuo nome” ed i connotati, ti faccio Picasso e rimescolo ancora. Bambina impunente che gioca col mondo e ne fa confusione. Curiosità infinita e desiderio di arrivare fin nel profondo del senso di questo gioco immenso.
    Scene strappate alla quotidianità e riportate per filo e per segno, nemmeno l’audacia di un verso, nemmeno la sospensione assoluta della sgrammaticatezza informale, nemmeno l’assenza del vincolo e del puntiglio della punteggiatura, riescono a purificare questi momenti così intensamente vissuti.
    Esperimento riuscito, Lara, veramente, un testo magnifico, peccato il tuo io più profondo ne esca sconfitto.
    Sconfitto e null’altro avrebbe potuto. Perché nel tentativo d’innalzar, con la magia della poesia, il dolore dell’assenza di senso fino all’estremo infinito e purificarlo, così da guadagnarne qualcosa, anche fossero state lacrime amare, soltanto ne resta, rarefatto, quel gabbione tremendo di parole incrociate che ancora non si son sciolte nel nulla del senso. Il poeta è nuovamente sconfitto perché combatte contro se stesso e quel dono, illustre condanna, che’l cielo gl’ha fatto: una sensibilità senza pari.

    Maudit.

    Di sfrenate passioni
    soffro.

    Malattie congenite
    questi maledetti
    pensieri.

    Ebbro di sogni
    vomito.

    E di verità
    m’uccido.

  3. Mi complimento molto con questa nuova poeta dall’andamento classico- con un orecchio musicale che trascina. Una bella poesia davvero!
    E grazie a Francesco che sa cogliere la vera poesia-quando c’è- come pochi.
    lucetta

  4. la differenza resta la paura
    che tra finestra e mura mi ha lasciato
    come da sola in anestesia
    senza sentire niente neanche il germe
    l’istinto a fare cose ad ascoltare

    mi addormento per non sentire voci

    Stupendi i tuoi versi, cara Lara, versi che sento molto, molto vicini. Che sento fratelli, vicini al cuore. Con affetto. Fabio F.

  5. ho avuto il piacere di presentare il libro di Lara a Roma. Ne ho tratto una impressione ottima, d’avvero. Un caro saluto a lei e un augurio per tutto.

  6. Un grazie sentito a Francesco, che ha ospitato i miei testi in questo blog, creando un percorso un po’ diverso da quelli soliti, e a tutti quelli che sono passati di qua.
    Marco caro, grazie moltissimo per le parole di stima. Mi colpisce ogni volta leggere i commenti di chi non conosco. Le poesie scelte da Francesco non sono quelle che solitamente si trovano in rete (prevalentemente estratte dalla prima sezione del libro – quella del canzoniere d’amore), ma quelle più intimiste e sofferte, probabilmente.
    Matteo ha messo in risalto molto bene la frattura e lo scarto tra poesia e vita, la divisione interna che c’è dietro la mia poesia. Non a caso il libro si doveva intitolare Scismi.
    Ringrazio molto, poi, Lucetta per quello che ha scritto.
    Sono davvero onorata per le parole di Fabio, che stimo tantissimo. Grazie di cuore, sono estremamente emozionata di sapere i miei versi così contigui ai tuoi.
    E poi il caro Manuel, che mi ha donato una presentazione romana perfetta e tutto l’incoraggiamento possibile (e il primo libro è sempre un essere molto delicato, bisognoso di grandi cure). Grazie di cuore, Manuel, grazie.

  7. Grazie a tutti per i commenti, in particolare a Lara per essere intervenuta.

    Il libro è veramente bello e, detto francamente, non sembra affatto un’opera prima – tale la cura e la padronanza stilistica dell’intero progetto; tale la capacità espressiva nel dare forma coerente a una materia poematica non sempre facilmente addomesticabile; tale l’autonomia dimostrata nell’attraversamento dei modelli (come attesta anche la splendida introduzione critica di Renata Morresi), senza nessuna concessione a facili suggestioni o a straripamenti lirici non controllati.

    Ho scelto questi testi, tra tanti altri di pari valore, seguendo il filo di una mia “impressione” di lettura. Mi sembra, infatti, che in essi più marcata sia (anche dal punto di vista di impercettibili cambi di ritmo e di tono, spesso all’interno della stessa trama strofica) la tendenza del “dire” a sporgersi oltre il margine del verso, a lasciare qualche accento sospeso, qualche apertura sghemba, sfuggente, non perfettamente dominata – quasi presagendo, e facendo a tratti intravedere, un paesaggio “altro”, fuori controllo, al di là dello spazio riconoscibile dove il sé incontra il reale dissociato col quale si confronta nel tentativo di superarlo.

    Ed è un pregio, a mio modo di vedere – perché indirizza la ricerca verso un “territorio inesplorato”, la cui mappatura è tutta compresa nelle possibilità di questa “voce” già ampiamente riconoscibile nella sua cifra peculiare.

    fm

  8. Cara Lara, ti sarei grato se mi spedissi una copia del tuo libro.
    Marco Ercolani, Viale Pio VII 18/5 16148 GENOVA.
    (…mi addormento per non sentire voci…)
    dovrei consigliarlo a una mia paziente…
    Ciao, Marco

  9. Caro Francesco,
    ti ringrazio moltissimo per le tue parole. Forse quello che intravedi in nuce nel percorso che hai individuato sta cominciando a prendere forma, piano piano, nelle nuove cose che sto scrivendo.
    Sono arrivata a “E i seni azzurri”, come ha ben sottolineato Renata, attraverso un lungo percorso di ricerca, che ha interessato anche altre forme di espressione, ma credo che la poesia sia quella a me più congeniale, alla fine.
    Caro Marco, di sicuro ti inserisco tra le persone a cui spedirò prossimamente. Sono proprio curiosa di sapere cosa ne penserà la tua paziente…

  10. Anche secondo me, caro Francesco, non sento questo libro come un’opera prima. Lara ha dimostrato di essere un poeta di stile, caparbietà e ricerca. Nessuna concessione al “lacrimevole sfogo”, fortemente dominato, o forse meglio dire: pausato… Perché c’è tanta musica in questi testi.
    Ed io la sento echeggiare ovunque.
    Inoltre, un particolare che mi sta molto a cuore, è l’uso del lessico. In Lara ci sono passaggi sublimi dove la “parola”, singola e spesso arcaica (“svecchia”), dice tutto. Un esempio?
    “In morte di Eluana”, poesia che lascia senza fiato.
    Grazie a Lara per questo dono. Per la sua dolce umiltà, per la voglia di viaggiare in territori angusti, dunque più pericolosi e scomodi, della letteratura.
    Un saluto caro a te, Francesco, e a Renata con la sua toccante, bellissima introduzione.

    Nina

  11. Nina carissima, che bellezza leggerti qui! Ti ringrazio di cuore per le tue parole, sai bene quanto tengo al tuo pensiero. “In morte di Eluana” è una poesia alla quale sono molto legata: è stata scritta la sera della sua morte ed è venuta di getto, con poche modifiche a freddo. Sono molto contenta che la reputi una delle migliori.
    Ti abbraccio fortissimo

    Lara

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