Piazza Fontana: una strage lunga quarant’anni

Nota editoriale

(Casa Editrice Odradek, ristampa della controinchiesta La strage di stato, 2001 e sg.)

La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d’Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti – senza alcuna eccezione – fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.
Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d’ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso ’68-’69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell’inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.
Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto?
Con l’inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una controinchiesta, più precisamente.
Ma andiamo con ordine.
Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l’Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corteo le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle allenze o anche solo nell’immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C’è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del ’47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel ’69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell’immaginario popolare.
Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi, tramite il proprio quotidiano, l’Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda”.
Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l'”inchiesta” poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si erano indirizzate “a colpo sicuro” sugli anarchici.
L’altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all’interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola una ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato” che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il ’68-’69 – sotto l’infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell’intelligenza politicamente orientata ma niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte di Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l’ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all’interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage).
Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all’impunità dei funzionari dello Stato, all’ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l’archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D’Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico -, non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell‘iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto da un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.
La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l’attenzione alla verità per come è.
Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”. Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c’è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un’eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella subcultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”, cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno “Stato buono” che conviveva conflittualmente con quello “cattivo”. Lo Stato era ed è soltanto uno: l’apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell’apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionati onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell’azione generale dell’apparato.
Senza teoria del “doppio Stato” non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel ’69, ma con in più una fetta consistente dell’ex Pci) e un ministro dell’interno ex “comunista” non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l’inattendibilità stessa della “teoria”. In questo senso La strage di Stato è un libro sull’irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione.
Senza illusioni su una sempre invisibile “parte buona dello Stato”, insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Marcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i ’70 e gli ’80.
Dopo trent’anni le stragi sono ancora e sempre “impunite”. È un’espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del “pentimento” e l’approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?
Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista – qualcuno anche armi alla mano – sono stati tutti e più che duramente “puniti”. E oltre duecento prigionieri politici di sinistra, e altrettanti esuli, a vent’anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere a confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati – e scontati – per il sequestro di Aldo Moro? Come non vedere che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politicamente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L’evoluzione degli avvenimenti a partire dal ’69 non lascia molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni ’70, è storicamente certo – evidente, diremmo – che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi.
Un libro, dunque, non per “ricordare”. Leggere La strage di Stato serve a capire l’oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l’esercizio della “memoria” – costa moltissimo e dura sempre troppo poco – ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un’interrogarsi costante. Guardare con gli occhi bene aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l’agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l’antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di “rabbia” è fin troppo pieno questo schifo di mondo.

***

[Di seguito, la Nota degli autori e alcuni passi tratti dal primo capitolo dell’edizione originale. Il libro è interamente leggibile qui…]

NOTA DEGLI AUTORI

Questa controinchiesta – condotta da un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare e iniziata nel periodo in cui, con il pretesto degli attentati dei 12 dicembre, si scatenava la caccia all'”estremista di sinistra” – non nasce da esigenze di legittima difesa: per denunciare “le disfunzioni dello stato democratico” o “la violazione dei diritti costituzionali dei cittadini”. Sappiamo che questi diritti, quando esistono, sono riservati esclusivamente a chi accetta le regole del gioco imposto dai padroni: l’unanimismo dei servi o l’opposizione istituzionale dei falsi rivoluzionari. Per noi, “giustizia di classe” e “violenza di stato” non sono definizioni astratte o slogan propagandistici, ma giudizi acquisiti con l’esperienza: gli operai, i contadini, gli studenti, li verificano ogni giorno nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, nelle piazze e non soltanto nelle “situazioni di emergenza”. La repressione preferiamo chiamarla rappresaglia. Essa rappresenta un parametro di incidenza rivoluzionaria: sappiamo che il sistema colpisce con tanta più virulenza quanto più i modi e gli obiettivi della lotta sono giusti, e che l’unica, vera, amnistia che conti, sarà promulgata il giorno in cui lo stato borghese verrà abbattuto.
Per questo non ci stupisce né ci indigna il ricorso dei padroni alla strage e la trasformazione di 16 cadaveri in formula di governo; né che l’apparato ne copra le responsabilità con l’assassinio e con l’incarcerazione di innocenti. Lasciamo ai “democratici” il compito di scandalizzarsi, di chiedere accertamenti e indagini parlamentari, di gridare: “Questo non deve accadere! Qui non siamo in Cambogia” come se esistessero tanti imperialismi anziché uno solo, come se i sistemi che esso usa abitualmente in Asia, Africa, America Latina o in Medio Oriente, fossero privilegio esclusivo dei popoli di colore o sottosviluppati: inammissibili per un “paese di alta civiltà”, come il nostro. Fin dall’inizio eravamo coscienti che non avremmo potuto fornire agli altri militanti molto di più di quanto essi già sapevano sulle responsabilità dirette e indirette che stanno dietro la strage di Milano.
Prima ancora che i giornali progressisti definissero “oscuro suicidio” la morte di Giuseppe Pinelli, sui volantini alle fabbriche e all’Università, sui giornali rivoluzionari e sui muri delle città italiane, i colpevoli venivano indicati con nome e cognome. Quando i deputati della sinistra ufficiale denunciavano “l’oscura manovra reazionaria” rivolgendo appelli di unità antifascista a quegli stessi settori politici che di questa manovra, nient’affatto oscura, erano i gestori e i portavoce ufficiali, migliaia di militanti si scontravano in piazza con la polizia gridando esplicitamente i risuitati della loro analisi di classe. Il significato di questa contro-inchiesta, quindi, è quello di offrire ai compagni un modesto strumento di lavoro per l’approfondimento e la diffusione a livello popolare dell’analisi sullo stato borghese; perché, come ha detto Lenin prima di Gramsci, la verità è rivoluzionaria. Siamo convinti, nello stesso tempo, che essa fornisca la dimostrazione di quanto e meglio avrebbero potuto fare – se solo lo avessero voluto – le forze della sinistra istituzionale, politiche e sindacali. Le quali però non hanno voluto perché il farlo significava dimostrare che dietro le bombe di Milano e di Roma, dietro la morte di Giuseppe P¡nelli, esistono complicità che non lasciano spazi riformistici.
L’abbiamo dedicata a due compagni: Giuseppe Pinelli e Ottorino Pesce. Il primo, un operaio, è rimasto ucciso per predisposizione storica, come i suoi compagni che quasi ogni giorno muoiono nei cantieri e nelle fabbriche dei padroni; il secondo giacché aveva scelto di mettersi dalla parte degli sfruttati anziché degli sfruttatori, pretendendo di rifiutare il ruolo sociale che gli era stato assegnato. Lo ha fatto dichiarando – proprio quando la sinistra ufficiale assisteva pressoché impassibile alla caccia all'”anarchico” e al “maoista” che la giustizia italiana è una giustizia di classe: la stampa “indipendente” lo ha linciato, i magistrati “progressisti” lo hanno invitato alla prudenza e al tatticismo. Morto d’infarto il 6 gennaio 1970.

Un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare
13 dicembre 1969-13 maggio 1970

[…]

Venerdì 12 dicembre

Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. L’attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell’esplosivo sotto il tavolo al centro dell’atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L’esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E’ la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il “timer” del congegno d’innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.
E’ una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il “timer” di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all’operazione di un dinamitardo esperto.
Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.
La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.

Italia 1969, un attentato ogni tre giorni

Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.
Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto.
Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista, o per il loro obiettivo (sezioni del PCI e del PSIUP, monumenti partigiani, gruppi extraparlamentari di sinistra, movimento studentesco, sinagoghe, ecc.) o perché gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine ufficialmente incerta (come la serie degli attentati ai treni dell’8-9 agosto), oppure vengono addebitati a gruppi della sinistra estrema o agli anarchici (come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione centrale di Milano). In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove è sempre la stessa, e cioè una mano che pone diligentemente in atto i presupposti necessari alla “strategia della tensione” che sta maturando a più alto livello politico.

Si tirano le somme della “strategia della tensione”

Cosa significhi in concreto questa “strategia della tensione” lo dice questo secondo elenco di fatti, anch’essi noti, che accadono in Italia nei quaranta giorni che precedono la strage del 12 dicembre. Ai primi di novembre la F.N.C.R.S.I., Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana – fascista “di sinistra” – distribuisce a Roma un volantino in cui si invitano i paracadutisti e gli ex-combattenti a “non farsi strumentalizzare per un colpo di stato reazionario”.
Il 10 novembre, in un discorso a Roma, il presidente del partito socialdemocratico Mario Tanassi rilancia con forza un tema molto caro al PSU: “O il centrosinistra pulito o lo scioglimento delle Camere”, con conseguenti elezioni anticipate. Cinque giorni dopo a Monza il colonnello comandante del distretto militare afferma pubblicamente, alla presenza del procuratore della Repubblica: “Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del Paese: l’esercito è l’unico baluardo ormai contro il disordine e l’anarchia”.
Nel corso dello sciopero generale nazionale per la casa del 19 novembre, la polizia attacca i lavoratori in via Larga a Milano e un agente, Antonio Annarumma rimane ucciso in uno scontro tra due automezzi della stessa polizia. Si diffonde la versione dell’assassinio, e non solo da parte di uomini politici e giornali di destra. Lo stesso presidente della Repubblica, in un telegramma trasmesso ripetutamente alla radio e alla televisione per tutta la giornata del 19 e del 20 novembre, oltre ad anticipare una sentenza di “barbaro assassinio”, afferma: “Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare, e mettere in condizione di non nuocere, i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita, e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà per coloro che difendono la legge e le comuni libertà”.
Il giudizio di Saragat piace molto al segretario nazionale del MSI, Giorgio Almirante, il quale gli fa eco sul Secolo d’ltalia: “L’assassinio dell’agente di P.S. a Milano ci indurrebbe a chiamare in causa il Signor Presidente della Repubblica se egli, nel suo telegramma, non avesse duramente qualificati “assassini” i responsabili. Ora occorre individuare e colpire i mandanti”.
Ma chi sono i responsabili, gli “assassini”, i “delinquenti”? Secondo la CISL “L’intervento della polizia non legittimato da fatti obiettivi non favorisce l’ordinato svolgersi delle manifestazioni e come, per altro, l’insistenza provocatoria di gruppi estremisti – la cui provenienza diviene sempre più dubbia – provoca effetti negativi nell’azione dei lavoratori”. Contro i gruppi estremisti si scagliano anche Gian Carlo Pajetta, che li definisce “massimalisti impotenti”, e l’Unità che commenta così gli incidenti di Milano nel suo articolo di fondo: “Mai come in questi giorni è apparso chiaro che l’avventurismo facilone, il velleitarismo pseudo-rivoluzionario, la sostituzione della frase rivoluzionaria allo sforzo paziente, sono sterili e si trasformano in un’occasione offerta alle manovre e alle provocazioni delle forze di destra”.
In questo crescendo di clima da caccia alle streghe si inserisce il giornale ufficiale del PSU che però approfitta dell’occasione per allungare il tiro: “L’assassinio di Annarumma chiama in causa la responsabilità diretta dei comunisti e dei loro complici nel PSIUP, nel PSI, nella DC e nei sindacati”.
La notte dopo la morte di Annarumma, in due caserme di Pubblica Sicurezza a Milano scoppia una rivolta che, alimentata ad arte, vedrebbe gli uomini dei battaglioni mobili scatenati per la città a fare piazza pulita degli “estremisti delinquenti”. Il giorno dei funerali dell’agente il centro di Milano è teatro di gravi disordini provocati dai fascisti che partecipano al corteo funebre coi labari della Repubblica Sociale Italiana. I fascisti non sono i soli a seguire il feretro e a dar vita a episodi di isteria collettiva: sotto i portici di corso Vittorio Emanuele quel giorno è presente anche la borghesia milanese che si commuove e poi chiede “il sangue dei rossi”: signori distinti, bottegai arricchiti, pensionati nostalgici, donne impellicciate partecipano e fomentano i tentativi di linciaggio dei malcapitati che sembrano sospetti, che hanno “la faccia da comunista”.
Il repubblicano La Malfa e il socialdemocratico Tanassi lanciano un duro attacco contro i sindacati che stanno vivendo, sotto la spinta operaia, i giorni più caldi delle battaglie contrattuali, con quasi cinque milioni di lavoratori mobilitati. Nello stesso giorno, 21 novembre, un comunicato della Confindustria: “… il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento ed a stabilire un rapporto diretto con il potere esecutivo. Ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico”. Sul settimanale Oggi il deputato della destra democristiana Guido Gonella lancia un appello alla “reazione del borghese timido contro i picchetti degli scioperanti”. Da Londra il settimanale The Economist rivela l’esistenza di un documento “segreto solo a metà” in cui un gruppo di giovani industriali italiani proclama la necessità di un “governo forte”. Pietro Nenni, in una intervista al Corriere della Sera, traccia un paragone tra la situazione attuale e quella del 1922. Intanto è stato dato il via alla serie di arresti e condanne per reati di opinione: il primo a finire in carcere è Francesco Tolin, direttore di Potere Operaio.
Ai primi di dicembre, a rendere più precario l’equilibrio parlamentare, e come prima avvisaglia della dura campagna che sarà scatenata tra poco, compare sull’Osservatore Romano, organo del Vaticano, un attacco contro il voto favorevole espresso dalla Camera sul divorzio. In un paese della Lombardia, il sindaco-industriale spara contro il picchetto dei suoi operai in sciopero.
Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il testo del dossier inviato dal capo dell’ufficio diplomatico del ministero degli Esteri di Atene all’ambasciatore greco a Roma. Contiene allegato il rapporto segreto sulle possibilità di un colpo di stato di destra in Italia, inviato dagli agenti dei servizi di spionaggio dei colonnelli. “Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali”, scrive The Observer, “sta tramando in Italia un colpo di stato militare, con l’incoraggiamento e l’appoggio del governo greco e del suo primo ministro, l’ex colonnello Giorgio Papadopulos”.

[…]

______________________________

Questo articolo è dedicato alla memoria di Giuseppe Pinelli.

Rest forever here in our hearts.

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***

20 pensieri su “Piazza Fontana: una strage lunga quarant’anni”

  1. “C’è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del ‘47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel ‘69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell’immaginario popolare.”

    GRAZIE.

  2. Grazie a voi. E teniamo alta la guardia.

    Stasera a Milano, mentre dal palco le “autorità” ghignavano, la polizia caricava un gruppo di giovani di un corteo alternativo…

    Tirate voi le conclusioni, prima che qualche becero notiziario vi parli di provocatori. E’ una provocazione non volere in Piazza Fontana, il 12 dicembre, gli eredi politici dei mandanti e dei complici di quella strage?

    fm

  3. no, non è una provocazione, è diritto di manifestazione della propria legittima e storicamente comprovata rivendicazione di verità, giustizia e pensiero!
    le conclusioni da trarre sono di una tristezza desolante
    ma non l’avranno vinta, avranno dura vita e poca ancora:
    faranno la fine dei capponi in mano all’azzeccagarbugli

    AnarchicAmore ricorda Pinelli e tutti i suoi martiri.
    grazie Francesco.

  4. lo schifo di questo paese è che non verremo mai a capo di nulla. E l’incubo più concreto è che tutto questo non solo è un passato che non passa, ma pure che può facilmente riproporsi ‘sotto mentite spoglie’.

  5. (lunedì 15 dicembre 1969,
    martedì 16 dicembre 1969)
    martedì 15 dicembre 2009
    alle ore 11
    (in replica: martedì alle 23;
    venerdì 18 dicembre alle 16)
    su www. radiotreccia. it
    Gli insetti preferiscono
    le ortiche.
    Donne in poesia.
    – puntata speciale –
    a cura di Giorgio Di Costanzo

    Licia Rognini
    Camilla Cederna

    testi di
    Dario Fo,
    Franco Fortini,
    Edgar Lee Masters,
    Pier Paolo Pasolini,
    Giovanni Raboni,
    Piero Scaramucci…

    nel quarantesimo anniversario
    della strana morte
    di Giuseppe (Pino) Pinelli

  6. E’ tutto una fogna, ormai, e andare alla ricerca di quel poco che ancora non lo è – e preservarlo, e dargli spazio, memoria, respiro – è l’unico/ultimo compito che ci è rimasto.

    fm

  7. Hai ragione quando dici che quel progetto si è avverato. E noi piccoli italiani siamo stati troppo coglioni per fare qualcosa, impedirlo.
    Sottolineo il tuo ultimo commento, allora, come forma di resistenza umana, prima che politica o sociale. Sperando che in futuro serva a qualcosa.

    Francesco t.

  8. Hai presente il finale di “The years of the Phoenix” (Fahrenheit 451) di Ray Bradbury? Ecco, senza per forza rifugiarsi nei boschi, bisogna farsi, ognuno di noi, ricettacolo e custode di una memoria, di una testimonianza, di un libro, di un valore condiviso – e trasmetterlo ai nostri figli, come se da quell’atto dipendesse la sopravvivenza della specie tutta: bisogna ri-cominciare a progettare il futuro: un futuro “altro”.

    Ciao.

    fm

  9. natàlia, manuel ,francesco,sono con voi, e con tutti coloro che vogliono sempre fahre . fahre i nostri nuclei antincendio, come questo blog, come le nostre responsabili stanze della scrittura.questo solo resta.

    1. Sì, e brandirla, questa scrittura, quale che sia, come un’arma levata contro l’oltraggio, contro lo stupro quotidiano della verità e della memoria.

      Ciao.

      fm

  10. Grazie, Natàlia.

    “Un giorno saremo chiamati, uno alla volta, a recitare quello che siamo”.

    fm

    p.s.

    Io, per quanto riguarda Truffaut, credo di essere (quasi) pronto: potrei ricostruire, con buona approssimazione, tutti i suoi film; alcuni, “proiettarli” integralmente, fotogramma per fotogramma.

  11. Direi che qui stiamo realizzando l’utopia. Le stanze-libri in cui custodire il tempo perduto. Ogni libro vero è un oltraggio a questo fragoroso silenzio che ci circonda, e per silenzio intendo la mancanza di parole che possano nutririci. Sento, da sempre, bisogno di padri e fratelli buoni, madri e sorelle buone. Qui li trovo. Qui mi illudo che l’illusione di essere uomini che creano oggetti d’amore sia la realtà.
    La dimora – e tutte le “dimore” che vivono oggi in rete – sono fiamme accese.
    L’utopia è resistere, anche se verrebbe voglia di cancellarci dal tutto da questo orrore.
    Marco

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