Sento le voci – di Marco Ercolani e Lucetta Frisa

Cosa attendi? Cosa dardeggi
verso la mia regina? Trovo
carta, esprimo. E la tua musica?

Movimento dell’arto destro
che muove il lapis e presto
cancella il mondo manifesto.

Sono potenza e respiro. Sono
l’unico poeta uscito dalla
placenta della terra desolata.

(Lorenzo Pittaluga)

Sento le voci prosegue il discorso già iniziato con Anime strane (Milano, Greco & Greco, 2006) e raccoglie brevi monologhi dei miei “matti”, che ho ascoltato e annotato in forma di diario dal dicembre del 2006 al febbraio del 2008 e in seguito trascritto e riscritto con Lucetta Frisa. I monologhi-racconti tornano e ritornano nel libro allo stesso modo in cui i miei “matti” tornano e ritornano a parlare con me, giorno dopo giorno, nella mia stanza di un Centro di Salute Mentale. Le loro parole sono schegge di un discorso interminabile, chiuso nel vortice di una domanda senza risposte. In questo “diario” le voci di coloro che “sentono le voci” non sono commentate né dallo sguardo degli scrittori né dal giudizio dello psichiatra. Si presentano e basta – frammenti reali e straziati di confessioni in assenza di colpa. (Marco Ercolani)

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Da: Marco Ercolani – Lucetta Frisa, Sento le voci. Discorsi di “matti”, postfazione di Massimo Barbaro, Milano, Edizioni La Vita Felice, “Contemporanea”, 2009.
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Il fuoco sacro

Maurizio F.

La natura è natura, dottore. Vuole forse che io depositi mele e pesche dentro il frigorifero in modo che il ghiaccio le uccida e ne spenga la fragranza? Io non ammazzo la natura. E il fuoco, il sacro fuoco, lo accendo di notte, in cucina, perché i miei lari e penati mi custodiscano. Michela teme una stupida esplosione domestica, ma ha torto. Lavarmi? No, che sciocchezza! Io non mi lavo. Se mi lavassi ucciderei i batteri sparsi nei capelli, nella barba, nei denti. Uno sterminio. Sono loro il mondo, non noi; loro il grande, multiforme, invisibile universo del quale siamo deboli ospiti noi, con le nostre coscienze morte. La preoccupo, vero? Io sono la più grande risorsa e la più grande ansia per i miei simili. Adesso torno a casa. Sta per tramontare il sole e devo vederlo, l’astro, io che da sempre sono il suo custode. Curioso: con quella faccia da giovane sapiente lei è solo uno spietato assassino, come il resto degli uomini. Ma, più di loro, capisce l’enormità della mia vita spirituale, che mi rende vero ma mi riempie gli occhi di lacrime, che rende gracile e stretta la mia vita materiale. Permette? Le esprimerò il concetto con questi versi:

Come la mano
raccoglie la terra
la terra cade
il vento la porta
qualcosa rimane
La mente
pensa
un’altra cosa.

*

Maurizio F.

Ormai sono un filosofo a tempo pieno, dottore. La mia vita è dignitosa, anche se sono un’interiorità estranea a me stesso. Scompaio per giorni, vago sotto la pioggia, perdo pagine e pagine di riflessioni. Ma non importa: la mia indole genetica è buona, nonostante le assurde peripezie dei miei dolori. Cerco una mia lingua personale, è a questa lingua che chiedo delle risposte. So che il mio pensiero sembra strano: ci sono forme del mondo in sintonia con la mia mente e altre che non lo saranno mai, atonali, remote come galassie. Accetto la contraddizione. Ora sono qui, accanto a lei, torno a tutelare me stesso. Riaccendo il nostro fuoco sacro. No, non mi cambi la terapia: le gocce vanno bene. È un bellissimo e lento rituale, in armonia col mio esile metabolismo. Dice che i farmaci sono stampelle per non inciampare? Si inciampa anche con le stampelle. Ma io cercherò, come posso, di rispettare le vite altrui. Vedo che lei è preoccupato, che ha proprio bisogno di parlarmi. Non dubiti: sarò qui fra tre giorni, stessa sedia, stessa ora. La parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa.

*

Maurizio F.

Perché è così preoccupato, dottore? Io sto benissimo. Ho trovato il mio equilibrio, ho trasformato la psicosi in pensiero. Scrivo. Molte pagine le perdo, altre le ritroverò. Le pagine sono come i pensieri, sono foglie che cadono. Durante il mio ultimo ricovero, quando quella sua collega arrogante e ricciuta ha formulato per me la diagnosi tombale di schizofrenia paranoide, estranea alla mia storiografia clinica, ho incontrato Aldo; muoveva la bocca con degli spasmi, farfugliava, scriveva pagine confuse. Io le ho prese con me quelle pagine, con fatica, con pazienza, e le ho decifrate minuziosamente. Gli ho salvato la vita e ho salvato la mia. Scusi se parlo così lentamente ma connettermi ai bytes del mio cervello è un’impresa chimerica. Ecco la poesia. Non è né mia né di Aldo. È nostra. Si chiama Il viaggio della vita:

Senza bagaglio né calzoni
viaggio sui binari di vecchi ricordi
lasciando sul percorso
briciole di me,
calda compagnia,
un piccolo lume, la poesia,
rischiara il cammino.
Chi può sapere quanta fatica
tempo e dedizione
tengono in vita le deboli parole
di un lacerato cuore
nello sconfinato viaggio
dell’anima stanca.
È il corpo ad impedire
le ali ferite, inaccessibili al volo,
ma non si fermano
nell’incessante tentativo
di volontà.

Firmato: Fabbro 07

*

Maurizio F.

Ecco, dottor Marco, sono venuto. Tutto bene. Ah, lei dice di essere preoccupato. Vorrebbe ricoverarmi. Interessante. Parliamone. Ma io sono un uomo libero, servirà a qualcosa coercirmi? Io parlo per simboli. Questo è un ventaglio, questa una scorza d’albero. Cosa le dicono? Che soffro di un disturbo di personalità? Che sarei proprio disturbato nei rapporti col mondo? A me basta una casa dove ritirarmi con le mie tre zanne. Ho tre bellissimi cani, sa! Sono un uomo libero. Ah, i vigili! Buongiorno. Dovete portarmi via? Perché tanta fretta? Vi pagano a ore? A lei non stringo la mano, potrei essere allergico. Ascoltate questa poesia, l’ho appena ritrovata:

La domanda che fai al destino
è il grande segreto che porti.
Mai devo capire il tuo sogno.
Bagna la mano
l’odore che senti
è una seconda voce.
Togli il rumore al vivere
sentirai il dolce.
Chiudi gli occhi
per colorare il buio.
Ogni corpo parla
anche se non sempre risponde.
La libertà comincia
dall’amore per la propria prigione.

Dottor Marco, tenga lei il mio ventaglio. Prendo solo una stecca per me. Il resto è suo. Lo dice lei, a questi signori, che io sono un uomo molto sensibile e che non devono azzardarsi a farmi del male quando salirò nella vostra bella ambulanza. Ah, per caso, perdoni l’ingenua domanda, non è che ha cambiato idea e mi fa uscire dal servizio libero come un elfo che guarda il sacro fuoco del sole? No, vero? Va bene, andiamo. Ma, sapesse, ho già nostalgia dell’aria.

*

Maurizio F.

Ora sto bene, dottore, anche se sto spesso a letto. È una reazione infantile. Sono arrabbiato perché i suoi farmaci mi hanno tolto i miei deliri. Ma so che va bene così. Lo accetto. Non ho più i miei tre cani, Tuono, Arco e Orso. Ma pazienza. Ora vedo di più i miei figli, mi stimano, mangiamo una pizza insieme. Quando sono più triste – è una tristezza esistenziale, dottore, non ha bisogno di farmaci – mi ripeto questi versi che ho scritto nei mesi scorsi, quando cercavo una mia lingua segreta. Con la loro cantilena, mi ridanno forza. Glieli avevo promessi. Eccoli:

Lontano
nel nulla
ti sembra
vedere tornare la vita
componi te stesso
respiri
con gli occhi fai grande
più grande
questa nuova venuta
nebbia infinita
lontana
nel nulla
ti sembra
comporre la vita

Zephiro

*

Maurizio F.

Non esisto, quando deliro: eseguo solo i miei riti. Non esisto quando non deliro: sto a letto, guardo la Tv, è tutto piatto. Da lei vengo sempre, dottore, però manca una evoluzione emotiva. Tutto si ripete, il tempo si è fermato. Ho ancora, sì, le mie piccole cerimonie: lasciare che la sigaretta si spenga da sola, seguendo i ritmi della natura, non essere così brutale e così orribile da schiacciarla nel portacenere. Piccole, innocue cerimonie. Diventavano più forti quando andavo in onda, quando uscivo di testa. Mi avvicinavo ai miei cani, li accarezzavo, piangevo, era un’orgia emotiva. Ora devo stare attento. Molto attento. Vede, dottore, quando stavo bene lei mi ricoverava, ora che sto male mi dice di continuare la cura, perché vado bene così. Non le sembra di contraddirsi? Ma forse la sua è una lezione. Lei mi dice: devi rendere la tua interiorità irreale e non mostrarla più, come se non esistesse. Devi smetterla di fuggire, non puoi dormire nelle stazioni e crederti salvatore del mondo (ma che bella euforia crederlo, quanta gente si rifiuta di farlo per paura e non impara la lezione: io la imparo, sa, la imparo, ma la dimentico sempre…)

***

Quelli che salvano

Giulia B.

Era una pianura tutta di numeri. Lei riesce a capirmi? Non era un sogno, non era un sogno, mi creda. Era una pianura tutta fatta di numeri, numeri rosso, oro, argento, messi su grandi scudi, e gli scudi sparpagliati fino a fondo valle. Mi sembra fossero scudi ma non ricordo con precisione. Erano piantati su bronzo, su acciaio, a volte enormi, a volte piccoli. Erano tutti numeri. Non ricordo quali. A LORO, ai BUONI, servivano per poterci salvare, per salvarci uno per uno, ci mettevano un numero in bocca, uno a testa, e noi a correre lontano da quei dannati che ammazzavano e bruciavano tutto.

*

Giulia B.

Io scrivo su dei foglietti quello che LORO mi dicono, non scrivo solo numeri, scrivo tutto quello che fanno, parola per parola. Loro mi stanno vicini, io fumo una sigaretta, davanti a me c’è la caffettiera, loro se ne stanno lì, bruciano tutti dentro il vapore, sono venuti a riparare tutti i disastri che GLI ALTRI, quei dannati, fanno alla terra. Lei lo sa, dottore, se ci riusciranno? Io credo che lei lo sappia benissimo e per qualche suo strano motivo non voglia dirmelo. Ma mi fido. Scrivo tutte le parole su foglietti piccoli piccoli e fumo vicino alla stufa. Mi fido di lei.

*

Giulia B.

Non smettono mai di prendere i numeri da quella pianura, li prendono, li imparano, e ripuliscono tutto, sono buoni, sono molto buoni, sono Angeli Scienziati che cercano di riparare al Grande Guasto, non so come, ma riparano e riparano, non smettono mai, si infilano un po’ dappertutto. Ogni volta che QUELLI LA’ respirano tolgono il fiato a un vivo, dobbiamo riprenderlo, il fiato, mi dicono gli Angeli Scienziati, hanno bisogno di foglietti, per questo, e io glieli porto, io scrivo su questi fogliettini tutto quello che mi dicono, proprio tutto, devo pur salvare il mondo e loro mi aiutano. In mezzo a noi c’è un grande animale bianco, con tutti i versi attaccati addosso su dei foglietti, è la vacca delle rime

*

Giulia B.

È che GLI ALTRI ridono, ridono e ammazzano, gli scienziati devono fermarli, perché GLI ALTRI non devono più ridere e uccidere; c’è Gesù, Maria, il Papa, c’è stato di guerra, c’è una grande piazza in cui tutti sono sterminati, occorre lasciare dei biglietti, nei biglietti gli Angeli Scienziati scriveranno come si sopravvive, io trascrivo le loro parole poi nascondo i foglietti, devo farlo, devo muovere il cervello perché ci resti attaccata la maschera della faccia, non posso stare ferma del tutto, gli animali sono dei geroglifici, la pantera è in cima all’ulivo, tra i rami ci sono i mascheroni di una fontana, attaccati con la pece. Sì, dottore, ricostruire tutto con pezzetti di carta e di lamiera, pezzetti da mettere in cantina, da custodire e salvare, qualcuno taglia bene i fili e ripara, ripara. I buoni contro i cattivi. I buoni chiedono carta, pantofole, caffè. Non devono arrendersi, mai. Devono riordinare, ricucire, riparare, salvarci, salvarci tutti. Rimettere insieme i pezzetti del mondo. E io li aiuto.

***

Vera armonia

Melina R.

Eccomi, dottore. Questa pergamena è per lei. Non mi trattenga, vado via subito, devo andare dal Papa. Oggi parla in piazza della Vittoria. Mi aspetta.

Se capisce dottore il mio motto
e beve d’alloro il decotto
diventa davvero dotto
con fumo e caffè va a dirotto
con poesia allegria cortesia
la informo che ho vinto la mia malattia
gratis metto a disposizione
a tutti la vita mia
per uscire dalla follia
che chiude anche in psichiatria
è gradita sua e di tutti
amorevole compagnia
per fare ovunque seria pulizia
portare ogni cosa a miglioria
liberi con mamma natura
che ci ricarica di pura energia
senza bugia di farmacia
per il bene di vossia e chicchessia
la vita diventa vera armonia
pace gioia amore ovunque ci sia
si dia il via a questa poesia

*

Melina R.

Queste parole le ho scritte sui muri (conosce la mappa dei vicoli dove, di notte…) Le trascrivo per lei su questo foglietto colorato. A presto:

per liberare
tutti da ogni galera
per trattenere
anime nere
croci di cera
per bandiere

Pace gratis
sicuro siluro futuro
sicuro futuro puro
tutti curo niente trascuro

Stella di vite bella
chi cancella
solo si scervella

Verace capace pace a tutti piace
brucio alla brace ogni carta rapace

Primavera àncora
di salvezza
libera il mondo
da ogni schifezza
porta la brezza
di divina bellezza
tutto e tutti accarezza
con le sponde del letto
annuncia mondo perfetto

***

Amico lupo

Umberto M.

Mi è accaduta una cosa terribile e bellissima, dottore. Ho avuto un incontro con un lupo. Sa, dalle mie parti non è difficile incontrarlo, si incontrano anche i cinghiali, di notte li sento che circondano la casa, accendo dei fuochi, loro si allontanano. Ma la notte sto sveglio in attesa del loro fruscio. Io, è un po’ di tempo che incontro un lupo. Sempre lo stesso. È grande, il pelo lungo, nero, gli occhi gialli, bellissimo. Altro che fruscìo. Lo sento ansimare, mi viene incontro, ma non mi salta addosso. Resta lì con le fauci aperte e le zanne a pochi centimetri da me. È affamato. Lo capisco da come mi guarda. Povera bestia, mi dico, tu hai fame e basta, ma non sei cattivo come un uomo, sei un animale selvatico, noi invece siamo bestie. Tutte le volte la stessa storia, io sono lì che lo capisco e lui è lì che capisce me. Ma l’altra sera… Chi può dargli torto? Io sono dalla sua parte. Ha fatto bene a mangiarmi, me lo meritavo, sono una bestia io, non appartengo al regno degli animali come lui. Un regno sano, puro, onesto, ingenuo. Ho nelle orecchie il suo ringhio, ma per me è come la voce di un amico. E così, come le dicevo, dottore, lui mi ha mangiato. Ora ho male alle braccia, alle gambe, alla testa, alla gola. Capirà, le sue zanne mi hanno dilaniato, fatto a pezzi. Sono solo un moncone sanguinante… Non ci crede? Ma sì, dottore, è stato un sogno, ho voluto un po’ prenderla in giro, ma so che lei è intelligente, sa stare agli scherzi. Però il sogno è stato bellissimo. Anche stanotte vorrei sognare che mi mangi.

***

26 pensieri riguardo “Sento le voci – di Marco Ercolani e Lucetta Frisa”

  1. Grazie, Francesco. Hai raccolto i “racconti”, che io e Lucetta avevano disposto in forma di diario, per “casi clinici”. Ottima scelta, che re-illumina il nostro libro. Un dettaglio che ci tengo a sottolineare: la poesia accanto alla foto di copertina è di Lorenzo Pittaluga (1967-1995), che la psichiatria definirebbe “paziente schizoaffettivo” e che io, da psichiatra-amico-scrittore, posso, nei miei ricordi, chiamare solo poeta.
    Un abbraccio. Marco

  2. Un libro che comprero’ senz’altro. Ho scritto una piece teatrale ispirata alle vicende reali di un uomo in manicomio, raccogliendo testimonianze e leggendo diversi resoconti il cui “spirito” ritrovo in questi frammenti stupendi. Anche il mio protagonista parla di “sterminio”, quello dei suoi denti portati via dalle formiche di notte (era un clarinettista di talento che aveva bisogno dei denti per suonare, e una conseguenza dell’elettroshock e’ proprio la perdita dei denti). L’ultimo frammento il mio preferito.
    Grazie! Abele

  3. questi discorsi dei cosiddetti “folli” mi incantano. con quella loro sapienza lanciata come una sfida al “senso comune”. quell’ascolto del pays q’on ignore baudelairiano nascosto dietro le loro visioni, vergato sui loro foglietti. Immagino che il dialogo che Marco intesse con loro sia una porta aperta a continue rivelazioni e mezzo inarrivabile per affinare la sua capacità globale di ascolto. qui di un’umanità che non fa che difendersi dalla disumanità.
    apprezzo molto il vostro lavoro, Marco e Lucetta. e se questo blog ha il merito di instillare il desiderio di possedere un libro, ecco sono pronta a richiederlo a La Vita Felice. lo faccio subito. un caro saluto

  4. Lo confesso: la scelta di questi testi mi è stata suggerita, indirettamente, da una riflessione di mia moglie sulla poesia in seguito alla sua lettura del libro.

    Praticamente: ha detto che c’è più poesia in questi “racconti” che nel centinaio di libri che ho allineato qualche giorno fa su un certo scaffale.

    Che ci abbia azzeccato? :-)

    fm

  5. Anzitutto aggiungo anche i miei complimenti, se no me li scordo, così come l’intenzione di procurarmi il libro-

    Mi colpisce il carattere oltre che poetico, non chiuso di queste voci, mi immaginavo gravitassero e gravassero essenzialmente sul sé (magari claustrofobico) e invece si aprono all’esterno, vi si “rapportano”, direi in modo quasi partecipato, soprattutto nei confronti della natura, (qui gli animali, ma non solo), percepita quasi da “proteggere” o addirittura farsi introiettare (penso al lupo dell’ultimo bellissimo racconto) .
    Più minacciosi mi sembrano vissuti gli umani, “GLI ALTRI” (“con quella faccia da giovane sapiente lei è solo uno spietato assassino, come il resto degli uomini.”),
    anche se c’è discernimento: “Si inciampa anche con le stampelle. Ma io cercherò, come posso, di rispettare le vite altrui”-
    Molto colpita anche dalla riflessione rispetto al comunicare: “Io parlo per simboli.” , che comprende poi la scrittura (bellissime quelle pagine come foglie, disarma quella consapevolezza di perderle, ma anche di trovarle)
    e la lingua.
    In particolare questa frase che mi giunge profonda, stupenda: “La parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa.” (wow!)

    grande post.
    Grazie davvero agli autori e a Rebstein.
    ciao

  6. Ringrazio Abele, Annamaria, Margherita. Sì, è vero, molte voci – cosa sorprendente – non gravitano SOLO su di un sé claustrofobico (ma è vero che ci gravitano spesso, la nostra scelta si è basata su un materiale sterminato e spesso ripetitivo e abbiamo preferito quello che dava più movimento, riflessione, intuizione…); la scelta, quando si tratta delle voci dei matti, è già una poetica precisa. La nostra si è orientata verso quelle voci che, con stupefacente precisione, riuscivano a essere frammenti originali di saggezza e di dolore. Abbiamo perciò sacrificato moltissimo, anche con dispiacere, perché non è tutto è bella illuminazione e bel racconto. Certo che la capacità di ascolto è stata ricca di molta pazienza. Tante voci sono rimaste fuori dalla scelta. Ce ne dispiace. Ma il libro che ne è scaturito credo abbia una sua agile, penetrante vivacità. La frase che colpisce Margherita “La parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa” ha colpito anche me, e viene dal destino di un uomo ex-delirante a cui piace raccontare, come un pentito, tutto ciò che gli ha traversato la testa nei momenti tragici del delirio e tutto quello che ha imparato. Un uomo eccezionale. Un “matto” unico.
    Ciao, Marco

  7. Ho scritto in passato su questi temi sia pure da diversa angolazione. Io scelsi di raccontarne uno solo ed il suo vagheggiare, quel tentativo di non essere “come pagina bianca”. E’ rimasta materia amicale e nulla più. Che se ne parli e se ne parli bene come qui mi sembra che accada. Ringrazio Natalia Castaldi per avermi condotto a questo post e faccio i miei complimenti agli autori.

  8. Dimenticavo, per chi volesse acquistare il libro. Poiché nel post non è troppo chiaro il nome della casa editrice preciso: “Sento le voci”, Milano, La Vita Felice, 2009.
    Marco

  9. C’è una bellezza infinita, in questi discorsi di “matti” che fa paura . Mi torna in mente Rilke quando scive “il bello non è che il tremendo al suo inizio”. E’ la bellezza della potenza. Leggendo e rileggendo sento il fascino di Melusina e temo di perdermi.
    Non so Francesco quali libri tu abbia sullo scaffale, ma probabilmente tua moglie ha ragione. Questa poesia sa e può parlare a tutti, rompere ogni guscio. Per questo proporrò la lettura di “Sento le voci” anche ai miei studenti.
    Ciao a tutti,
    complimenti a Marco e Lucetta
    roberta

  10. Bellissimo lavoro. Le riflessioni di Maurizio F. sono fra le cose più interessanti che ho letto in questi ultimi anni. La realtà è molto più ampia di ciò che pensiamo e gli unici a vivere davvero in una condizione claustrofobica sono coloro che rifiutano la visione sostituendola con i luoghi comuni. Cioè la stragrande maggioranza delle persone. Grazie di cuore a Marco, Lucetta e Francesco.

  11. Grazie Ivan, Natalia, Roberta.
    Vero che le mogli hanno sempre ragione. In questo caso Lucetta, che di fronte al materiale straripante delle storie che mi arrivano addosso senza che io possa controllarle, ha agito come un regista, ha selezionato e montato le scene, ha fatto di questo libro non una raccolta di “vissuti dello psichiatra” ma, e questo in accordo assoluto con me, lampi di narrazioni all’osso, al limite del dicibile, vere “voci dettate”.
    Sono molto affezionato a Maurizio, Ivan. Adesso che lui è molto calmo e non delira più e si cura, ti giuro che vorrei si curasse di meno, riprendesse la sua libertà di folle ma senza farsi più del male, trovasse una “follia modulata” che gli permettesse di non essere così cerimoniosamente sano.
    Approfitto di questo spazio per dire, a tutti quelli che desiderano il libro e hanno difficoltà a procurarselo, di rivolgersi anche direttamente a me.

    La mia email è:
    mark.ercolani@libero.it

    Un forte abbraccio a tutti.
    Marco

  12. Anch’io acquisterò questo libro che mi sembra davvero notevole (come del resto tutti quelli di Marco) e di cui mi piacerebbe scrivere in seguito sul mio blog. Grazie della preziosa segnalazione e un saluto a Marco
    Mauro

  13. Quanta saggezza in questi “matti” mi colpisce Giulia B. e la sua lotta contro il male. che trascrive le parole degli angeli scienziati nei foglietti e li nasconde, i buoni non devono arrendersi mai, ce lo dice Giulia, ci dà speranza.

    “È Sì, dottore, ricostruire tutto con pezzetti di carta e di lamiera, pezzetti da mettere in cantina, da custodire e salvare, qualcuno taglia bene i fili e ripara, ripara. I buoni contro i cattivi. I buoni chiedono carta, pantofole, caffè. Non devono arrendersi, mai. Devono riordinare, ricucire, riparare, salvarci, salvarci tutti. Rimettere insieme i pezzetti del mondo. E io li aiuto.”

    Notevole lavoro, mi complimento con gli autori e con i “matti”
    un saluto antonella

  14. Grazie a Mauro, ad Antonella. La “saggezza” di questi matti è quella che traspare dalle loro storie, viste e trascritte nel tempo, illuminate dall’occhio del terapeuta. Peccato che questa saggezza a loro non serva, perché il dolore è troppo forte, e la povera Giulia B., oggi deceduta dopo un male terminale, non è mai arrivata a capire nulla delle sue dure visioni, si chiedeva sempre perché le capitassero, e soprattutto considerava me come un complice-autore dele sue visioni, e aveva l’illusione che potessi, come qualche dio, cacciarle via per sempre dalla sua vita. Ogni tanto le ho dato un po’ di pace ma sempre troppo poca, troppo poca… Se almeno potesse, da queste parole che corrono nell’aria, adesso, tra di noi, ricavare un senso anche remoto…
    Marco

  15. Un lavoro molto lodevole e interessante. Si glissa spesso e si tace sul pensiero laterale e la visione sghemba dei cosi detti matti. In realtà, spesso, è proprio in quella possibilità altra di lettura e visione che possiamo cogliere la realtà meno ovvia…e pure più inquietante, di noi, del nostro rimosso. Complimenti a Marco Ercolani e alla Frisa per questo muoversi oltre la siepe, otre frontiera.

  16. Grazie moltissimo a tutti e Grazie ai due ultimi visitatori, Manuel ed Alessandro. Questi commenti sono splendidi e ci incoraggiano, ci confermano la nostra “idea di scrittura esistenziale”. Da parte mia, che amo e ho praticato il teatro, questi discorsi di “matti” che Marco aveva appuntato non erano che perfetti monologhi, solo da “rivedere” un po’ prima di trasferirli sulla pagina. Cercando la massima efficacia, intensità, brevità.
    Un GRAZIE particolare a Francesco, come sempre.
    un abbraccio
    lucetta

  17. Non so se sono nel giusto, ma mi fa un po’ sorridere quando vedo scritto “queste belle voci di matti”. Ora a parte il fatto che leggendo un autore, secondo me la biografia non dovrebbe interessare (tranne per chi ne traccia la storia terrena, per chi ne dà informazioni, cioè). Ogni individuo che scriva, dico tutti quelli che “scrivono bene”, potrebbero tranquillamente essere definiti matti, dunque, tale parola è di per sè sdefinita. Quel che io cerco di mettere a fuoco nelle varie voci di questi autori, è l’ordine efficace di ogni composizione, tale da riuscire a coinvolgere l’ascolto del lettore. Non certo di tutti! ( se si ammette, scusatemi, la definizione “queste belle voci di matti”). Anteponendo infatti la pur necessaria biografia al prodotto artistico si commette il grave errore dell’emarginazione
    ricoperta da commosso voyeurismo per cui tutto è bello e interessante, ma in quel senso lì.
    E quest’ordine che ho cercato c’è, rigorosamente! Ciò che ho letto mi ha colpito per la scelta degli aggettivi, per esempio, per l’autoironia che fa cadere il termine “folle” come la pera dal ramo, per il senso del ritmo poetico invidiabilmente giusto. Nelle prose, per il particolare genericamente non considerato, che dà il via a tutta una storia. Vi trovo una compiutezza che è assai difficile leggere in micronarrazioni, col dono poi di un’armonia a volte eccellente. Da elogiare inoltre quell’ironia sottocutanea che snerva ogni “furto linguistico” o sapienza per lettura. Sono autori autentici, questi presentati da Marco Ercolani e Lucetta Frisa, tanto da non dover fare l’elogio della Follia, prego! ma di Loro.

  18. Grazie Nadia. Grazie, Cristina.

    E come sempre, Cris, il tuo giudizio mi sorprende. Fare l’elogio di Loro, è giustissimo. Non della follia, che è un sintomo o un dolore. DI LORO. Che riescono, con il minimo aiuto di due autori che montano il materiale delle loro voci e magari avvicinano o allontanano una frase dal’altra, riescono, dico, a scrivere in modo letterario efficace, spesso perfetto. Les fous litéraires non è una parola casuale. Ci sono, nell’eloquio cerimonioso di certi pazzi, alcune strategie retoriche, di cui loro non sono consapevoli. Ma CI SONO. L’amico Dario Capello ha detto a me e Lucetta che secondo lui questo è il nostro libro più “letterario”.
    Un abbraccio, Marco

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