Repertorio delle voci (V) – Manuel Cohen

[MANUEL COHEN]

CRISTINA BABINO, LA DONNA D’ORO.
Prefazione di Franz Krauspenhaar, disegni di Walter Angelici, Ancona, peQuod Edizioni, 2008.

Accompagnata dai disegni di Walter Angelici, l’artista sulla cui opera da anni l’anconetana Cristina Babino lavora a uno studio monografico, esce, salutato da due premi e da una annunciata traduzione negli USA, per le raffinate edizioni peQuod, La donna d’oro, originale poemetto in versi che indaga sulla vita, l’opera e le alterne fortune di Tamara de Lempicka, personalità che ha attraversato per intero il Novecento portandone gli stigmi e divenendo, di fatto, una icona dell’Art Déco e della emancipazione della donna. Si tratta di un libro di rara fattura: raramente, almeno nella poesia italiana, la scrittura in versi ha affrontato la pittura e ne ha fatto il proprio nucleo ispirativo. Non era facile avventurarsi in un percorso tanto complesso e accidentato quale è la vita e l’opera della Lempicka, solo una profonda familiarità o frequentazione potevano produrre questo risultato notevole. La Babino lascia che la protagonista parli in prima persona, racconti vita ed arte in combustione, come se una sorta di transfert si instaurasse tra le due donne, divaricate per latitudini e tempi. In realtà, la serietà, lo studio, la cura storiografica e filologica nella ricostruzione diacronica della vicenda dell’artista, trova conferma nell’appendice al volume in cui la Babino registra la Cronologia della vita e delle opere, e la Bibliografia. Un poema in versi che è narrazione, e sconfinamento ulteriore nella scrittura saggistica e teatrale: possiamo intendere il libro come una pièce, un lungo monologo articolato in nove partiture o atti in versi variamente riconducibili all’endecasillabo e a una metrica calzante, a tratti percussiva o dattilica, atti a riprodurre la cadenza e la drammatizzazione degli eventi evocati: la Lempicka, artista e donna di grandi fragilità e temperamento, racconta se stessa partendo dalla nascita, ben attenta a mescolare le carte e le date, per ragioni sociali, etniche, e pure per quella allure che ne ha fatto un personaggio controverso: “L’invenzione dei natali è canone / di pochi e patrimonio d’esuli / ed eletti ad una mitologia privata”, si legge nell’incipit folgorante del poemetto, dove si accenna alla prima, di una lunga serie, controversa questione relativa alla nascita: la Lempicka ha sempre dichiarato di esser nata a Varsavia nel 1902, mentre oggi risulta che sarebbe presumibilmente nata a Mosca nel 1898 da madre polacca di origine francese e da un ricco mercante ebreo russo morto suicida quando lei ha cinque anni, mentre Tamara dichiarerà sempre che i genitori divorziarono. Di fatto, le figure femminili molto forti, un autentico matriarcato, impronteranno il carattere risoluto e spregiudicato di Tamara. Alla forte personalità della nonna si deve l’incontro con l’arte, nel primo di una interminabile serie di viaggi, in Italia nel 1907, l’iniziazione al disegno e alla pittura. L’artista ripercorre a grandi tappe la lunga esistenza e la alterna carriera, gli studi a Parigi, presso l’Académie de la grande Chaumière, e in seguito presso la prestigiosa Académie Ranson, dove sarà allieva di Maurice Denis. Nella Parigi degli anni Venti, verrà a contatto con Cocteau, Joyce, Gide, Colette, Isadora Duncan. In pochi e efficacissimi versi si narra dell’incontro con Martinetti e dell’aneddoto relativo al loro progetto di incendiare il Louvre. E ancora, in Italia, ospite al Vittoriale di D’Annunzio, a cui promette un ritratto che non farà mai, e a cui non cederà: “donna d’oro e di gelo, conquista / per sempre mancata e perduta”. Assieme agli incontri, agli amori, agli esili, da un continente all’altro, all’inquietudine che la porterà a Parigi, a Londra, a New York, a Zurigo, Hollywood e l’Avana, fino agli ultimi malinconici anni trascorsi in Messico, a Guernavaca, sono molti i riferimenti alle sue affermazioni e agli insuccessi artistici, alle esposizioni e alle personali, persino ai singoli, fondamentali ritratti che la Babino interpreta con perizia di critico d’arte: “Dominare il colore in economia, / stringerlo esatto in modulazioni, / e le forme riscrivere in geometrie”, “Era l’inizio a un esercizio di figure / stese a occupare la tela intera, la terra, / una privata cosmologia di corpi celesti / e abitanti, lo sfondo ridotto all’estremo”. Con molta grazia e priva di certi indugi voyeuristici, la Babino nomina en passant particolari privati, come, sullo sfondo riverbera la storia del Novecento: la Rivoluzione d’Ottobre, il crollo di Wall Street e la grande depressione, il ventennio e la Seconda guerra mondiale: “era una notte fredda e serena / del Trentanove quando con festa sontuosa / e sorpresa di gala e d’addio stringemmo / l’Europa in mesto saluto, terra già pronta / a immolarsi campo di ferro e di fuoco”. Il poemetto convince per attendibilità di fonti, e pure per lo stile: mai ridondante o esornativo, si affida a una lingua sobria che, per necessità di storicizzare, ricorre a volte a soluzioni di gusto rétro anteponendo ad esempio gli aggettivi ai sostantivi con effetto di congruità e pertinenza. Dopo importanti apparizioni in antologie e in riviste internazionali, al suo secondo volume di versi, Cristina Babino, una delle personalità poetiche più certe della nuova generazione, fornisce una prova di ampio respiro, dimostrando come la poesia viva nella interrelazione con le arti e come il superamento o la commistione dei registri, lirici, memoriali, biografici, narrativi, storici e pittorici rappresentino una via praticabile per una poesia che mette al centro di sé l’esperienza del mondo.

 

***

5 pensieri su “Repertorio delle voci (V) – Manuel Cohen”

  1. Complimenti vivissimi a Manuel Cohen per questo suo ulteriore tassello di un lavoro critico e interpretativo delle opere migliori della poesia contemporanea, svolto anche in questo ottimo testo della Babino con la solita perizia, con la consueta passione e rigore che gli sono ormai propri e sicuri. E complimenti anche a Cristina per essersi immedesimata così profondamente in una delle figure “mitiche” della storia dell’arte novecentesca.
    Con affetto. Fabio F.

  2. Non conosco il libro ma l’identificazione critica e poetica con artisti contemporanei è una via molto bella per fare NOSTRO il passato, oggi. Un caro saluto, Marco

  3. Ho avuto il piacere di conoscere Cristina recentemente, e devo dire che, anche se ho (lo ammetto) dei preconcetti su lavori “a tema” di questo tipo, il suo invece è riuscito e non forzato, anzi.
    Un caro saluto a Manuel per le sue segnalazioni attente, e al padrone di casa.
    Francesco t.

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