Due opere di Bruno Conte – di Marco Furia

Estreme collezioni

Con “Stremisti collezionisti”, Bruno Conte presenta una galleria d’insolite esistenze interamente asservite alla tirannica passione di possedere certi oggetti.
I personaggi (dal collezionista di mappamondi costretto a muoversi “in modo sinuoso, cioè a S” nella sua abitazione, allo strano tipo “convinto dell’avanzamento del freddo, fino a che una grande nevicata invernale persisterà oltre l’estate”, al surreale individuo disposto a cedere un proprio dente molare per un cammeo), i personaggi, dicevo, vengono definiti in maniera nitida, precisa, per via di tratti ordinati, per nulla inquieti o nervosi.
Tratti linguistici in piena sintonia con suggestivi disegni, posti all’inizio d’ogni capitolo, ricchi di valenze enigmatiche che sembrano alludere ad una condizione dell’esistere.
Siamo, insomma, di fronte ad uno stato di cose di cui non pare opportuno stupirsi troppo: partecipiamo tutti, in misura maggiore o minore, dei descritti dati di carattere, tanto da comprenderli, da rifletterci sopra, ossia da poterli rifiutare negli aspetti estremi, ma non nella loro intima natura.
Nello stesso tempo, tuttavia, siamo anche al cospetto d’uno scritto in grado di richiamare il dissimile.
Costruita con tenace zelo, la limpida narrazione del Nostro costituisce un paradosso: più il testo risulta definito nei propri lineamenti, più evoca un’affascinante differenza, suggerita, quale continuo effetto di sapienti strategie compositive, dall’allusione ad un magmatico, persistente indistinto.
Persistente, ma non dannoso: se la lingua evoca un indicibile quid, perché preoccuparsene? Non sono forse queste le circostanze in cui si sviluppa l’umano esprimersi?
Un’accettazione profonda e sincera, ecco quanto occorre.
Non viene proposta, così, alcuna tragedia annunciata, alcun cruccio che fa capolino dietro ogni vocabolo, si offre, invece, un racconto cosciente: nessuna storia sarà mai esaustiva, ma siffatta presa d’atto non deve spingere al silenzio.
Di questo vive l’umano dire: del raccontare (e raccontarsi) secondo molteplici stili, del mostrare di continuo quel sé che è anche altro, dell’essere disposto ad accogliere inedite articolazioni.
E di questo, davvero, mi pare tratti, nel concreto d’un idioma posto in essere ad hoc, il garbo linguistico di Bruno Conte, chiaro ed assieme allusivo, contraddistinto dall’assidua presenza d’un peculiare paradosso tendente a sciogliersi in indulgente ironia, esempio consapevole di come l’originalità espressiva possa indurre a feconde riflessioni.
Con elegante intensità, senza dubbio.

(Bruno Conte, “Stremisti collezionisti“, Roma, Le impronte degli uccelli, 2009)

 

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Una pacata arguzia

Una sorta di colloquiale acutezza è presente in ogni pagina, in ogni periodo, perfino in ogni proposizione di “Ricco in chicco”, del maestro Bruno Conte.
Questo breve racconto, accompagnato da evocativi disegni – collages dello stesso autore, tratta dell’apparente misera esistenza d’un individuo solitario, dell’età di quarantasei anni, dedito alla nobile arte del raccogliere e conservare piccoli oggetti, immagini, gusci di strane chiocciole, spoglie d’insetti minimi.
Miseria soltanto a prima vista, perché, in realtà, tale maniera di vivere non conosce affanni: certo, il nostro personaggio possiede ben poco denaro, il suo appartamento misura “metri quadri quattro virgola settantanove”, l’unica finestrella, posta in alto, guarda su un marciapiede, tuttavia la fiducia non fa difetto.
Egli non si limita ad aggiungere un giorno all’altro cercando di sbarcare il lunario, s’impegna in assidue, vigili attività di raccolta e conservazione.
Nessun evento drammatico turba siffatta tranquilla ma operosa esistenza: nulla sembra mancare ad un individuo che, lungi dall’accontentarsi, trova in un collezionismo non privo di valenze estetiche la ragione della propria vita.
Un’aristocratica, ricca indigenza, insomma, capace di lungimiranti progetti: quel mondo, un giorno, potrebbe diventare un minuscolo museo, affidato ad un alter ego, perché “Uno come me sarebbe perfetto come custode di me”.
Con tocchi sobri e precisi, per via di pronunce piane capaci di condurre il lettore, senza scosse, lungo gli articolati meandri d’un racconto che nella descrizione del particolare individua il proprio vivido nucleo, Bruno Conte mostra il garbo d’una pacata arguzia, di un’accettazione in grado di mai cedere al cinismo, ossia d’una benevola consapevolezza dai tratti eleganti, raffinati.
“Ricco” il personaggio, quanto l’autore, davvero.

(Bruno Conte, “Ricco in chicco“, Pistoia, OMBRONE, 2009)

 

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Il sito del maestro Bruno Conte.
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3 pensieri su “Due opere di Bruno Conte – di Marco Furia”

  1. Vorrei leggere il libro di questi insoliti collezionisti. Bruno Conte è un autore che stimo molto. Le vite stravaganti e immaginarie sono una mia grande passione. Grazie a Marco e Francesco.

  2. Non posso far altro, almeno per il momento, che indicare l’indirizzo dell’editore di “Stremisti collezionisti”:
    Le Impronte degli Uccelli
    via Berengario, 30
    00162 ROMA
    tel. 0644254493

    Ciao a tutti, a presto
    Marco

  3. Grazie Marco & Marco.

    Avevo cercato notizie degli editori in rete, ma non sono approdato a nulla. Ora abbiamo almeno un recapito di riferimento.

    fm

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