Al termine di noi – Lorenzo Pittaluga

Lorenzo Pittaluga
Al termine di noi

Queste poesie sono tratte dalle ultime due raccolte postume di Lorenzo Pittaluga. Ricordo che la vita poetica di Lorenzo si è consumata tra il 1984 e il 1995, data della sua morte. Altre poesie seguiranno a queste, edite e inedite. Lorenzo usava sempre modi e metri diversi: non era naif, in poesia, né selvaggio né istintivo, ma, al contrario, meticoloso e ossessivo. Certo, non poteva tacere. Doveva esprimersi. Ma non è vissuto abbastanza per mettere in rapporto le sue parole con la sua vita: ha vissuto quelle e questa come due universi non comunicanti. Oggi, però, a chi resta, non importa più sapere nessuna “verità” sulla sua avventura terrena. Del suo sforzo di rendere le parole vere e vive Lorenzo ci lascia una scia definita. Ci rivela come abbia potuto, in assenza di una vita normale, scrivere una poesia infelice ma decisiva, posseduta dal sogno di una euforica trascendenza, nutrita dalla complicità con la morte, sì, ma immersa nella vita, con ostinazione, anche quando la vita, per lui, si riduceva a essere soltanto un gruppo di parole. Ma quelle parole – la loro forma, il loro intrico, il loro addensarsi e respingersi – erano proprio il suo modo di rappresentare/nascondere un nodo biografico troppo doloroso che con altre parole – quelle della terapia, forse della guarigione – non avrebbe potuto sciogliere.
Forse Lorenzo non ha sciolto nulla del suo destino. Lo testimonia la morte tragica, ma non improvvisa e non imprevista, del tutto simile a un urlo. Nella sua plaquette del 1989 scriveva «in un sussurro / impercettibile sussurro / dove le più tenere voci languiscono (cetre?) / al suono – / duro – / nella polvere / precipitato». Di questo precipitare – dal volo magnifico dell’Albatro baudelairiano alla sua goffa marcia sul ponte della nave – Pittaluga ha testimoniato, sentendosi “fantasma vero d’ogni inamovibile realtà”, essere umano pervaso dal desiderio di una metamorfosi (di una libertà) che sciogliesse i legami della sua prigione.
(Marco Ercolani)

 

Testi
(da: Al termine di noi, note introduttive di Marco Ercolani
ed Elio Grasso, Novi Ligure, Edizioni Joker,
“I Libri dell’Arca”, 2009)

 

Sussulto

Insiste.
Insegue il pedone
che transita nelle tue

mani.

Svarione fu:
adesso, amore –

adesso c’è il sole
che avverte!

Supplichevole ancora
ne segna
le malìe artiche
ed equatoriali

e che danno mai – così marginali
e desolate
fra altre corbellerie
e alibi?

Poi – la nave ormeggiata
scelse l’àncora – scelse

la rotta

l’unica rotta:
l’indimostrabile.

 

I costruttori

Hanno preso sottili fogli e ne hanno fatto barche
hanno preso spesse foglie e ne hanno fatto
verdi cerniere.

I morti troppo morti
piacquero ai costruttori:
goccia scorre sul millennio
e lo sfondo è nettissimo!

Su di un piede balza l’angelo e poi, più certo della pioggia,
pettina il cielo con speranza, pressappoco.

 

In vettura

Lavoro meticoloso
al legame pericoloso
fra assi di cuore incrociati –
finita.
Nel miraggio la scorta di viveri
e, se brucia, sale sulla pelle –
decidersi a partire
di notte: i fari accesi – vetture
rosse e verdi e la paura per dettare
per dettare…

 

Carnevale

Ti stringi alla speranza
di vederla tangibile –

Lei – sospesa nel sogno
ne muove la foglia.

Presto sarete acqua
di stessa sorgente
e muoverete – passo passo –

verso una foce di coriandoli.

Carnevale, per lustri, vi vede
partecipi al convito della mezzaluna

sorridente e sagace.

I suoi occhi di pietra
parleranno fino alla radice
del tuo desiderio.

Serpe non malevolo
vi porgerà mela e – conseguente –
il dilatamento del senso.

Sere di polvere
attaccheranno bandiere al vostro cercarvi:
l’oggetto rinvenuto avrà soccorso!

 

Lieta fatica

Caduto tra veglie
e là mi rivedo
mi rivedo
quando ero sedia barcollante
prima del caffè. Un cambio.
Fra presenti all’eccezione.
Guarda le mie mani
che hanno costruito.

Guarda i miei piedi
e orma – carta cartone e il pagliaccio
delle ore che se ne sta
in disparte.
Non agire più e il vento
che sa spiegare –
ho nel cuore (consenti)
ho nel cuore (più rapida di un giro di sole)
la cometa che – unica! Fu vostra….

 

Ricerca

Da sera da notte
imploro meraviglia
ed estasi – lei – al confine
tragitta assurdo bastone e,
sotto la pensilina, indaga
freme
tergiversa.
Siamo al colmo dell’imprevisto.
Siamo
e mano mi risponde d’affanno.

 

Pure qui

Alta la sete – formo
colline.
Mi fermo alla mente.
Collimano – si fanno
trave di inciampo.

Bevo.

Diserto sostanze ultime –
cagiono tutte queste variazioni.

Lei.

Vasti guinzagli-fazzoletti
restituisco
(e affido)
addii.

Lei.
Ho rammentato le stagioni

e il viso di mia madre.
Ho condiviso questi ammennicoli.

Tu sragioni:
il filtro è forte.

Quindici regole date al caso
mentre l’abuso
è altro.
Altra condizione.

 

Sapere

Accrescere le vicinanze,
ritrovarsi in una calma urlata,
avanza un paradiso di pupille
dove il niente produce rossori;

demolire il dente invisibile
che domani mordicchia, centrifuga
forza che incontro sui muri
meno composti e il fare è percepito

in attese, frequentazioni effimere,
bere l’ansia dallo stesso calice:
sovente, nelle rovine, irride
il calcolo increscioso. Si apre

il giornale per reindurre la tua
sostanza all’attimo presente
calamitando il migliore degli angeli
che approdò nel mare più esposto.

 

Préndimi per mano

Préndimi per mano, conducimi
verso la lentezza, segna i confini
del mio viso e l’attraverserà la luce
dove vive l’uccello non classificato.

Préndimi per mano, diventa la guida del ragazzo
che non ripeterà l’errore dei padri e dritto
agli occhi lànciami il tuo nome.

Préndimi per mano, se esiste
un regno vi entreremo a coda
bassa e apparirà l’ospite:
abbiamo avuto l’onore delle armi.

Préndimi per mano, taglieremo
le teste agli usurpatori, l’usuraio
che ci prestò la primavera è già scomparso,
sogneremo: e la lettera perduta sarà.

 

Vai

Tu che vai cercando il previsto, l’assodato,
ciò che perdura, non guardare verso il professionista
della sorpresa, non andare verso la cancellata nera
che lì angelo azzurro compare, e lo sai delle

probabilità di un giorno eterno dove, appeso
a un ramo starà il suo respiro più esile;
aggiustare bene l’oggetto e portarvi a spasso
tutti quanti, dici; li vedo nel bar, un

caffè bevendo loro e posare i tuoi successi
sulla cenere, il sasso nero sotto questa cera
e allora verso l’eden non tremare, l’altra
fermata all’ingiù, i piedi sullo stomaco

e la veste ben piegata sulla sedia, la città
nel ritmo dell’incoscienza perché loro non sanno
dividere in corpo senza intervento, sperimentata
realtà è il divenire, sicurezza infusa l’altra vita.

 

Sarà

L’offerta più ambita
nella sfera caliginosa,
il prendi e fuggi
di un attimo di nuovo,

pelle d’ambrosia, sfuggente
al tatto di labbra insenilite:
sarà approdo e calamita
oppure un accessorio

di vecchiezza… nel cassetto
un petto che non si volge,
un cuore mai rigirato
sul tavolo dell’asceta,

io asceta, che scrivo
a matita versi mutilati
dove Lorenzo è proiezione
di uno sbadiglio, ancorché soave…

 

Per dirti

Ho un vuoto da comunicare:
se tu fosti fossile ti scriverei
su foglie smarrite le parole
d’amore più docili, più plasmabili

in un coro a due; identità
d’asceta che disfa in periferia
l’oltraggio della rosa donata.
Ma io non dono rose…
Non sciolgo i filoni delle stelle
in uve dolci (vaghe tutte in un sé).
Io bevo il gesto, frantumo
l’esile ordito della familiarità.

Sono asceta e sono angelo
delle tue provvisorie voglie.
Mi rinchiudo poi, solo, nella stanza
buia e compio il tempo.

Il delirio, la sua virulenza di bestia
ctonia e fra i diversi amori un muro.

 

Per scommessa

Ti parlai con la mia febbre
ti cercai da muro a vela
presentendo la tua libertà…
Sei adesso fra altre braccia

ma lo scalpore del nostro momento
non ti è più guarigione e sollievo
del corpo. Rammenti la scintillazione
delle nostre sere settembrine?

Era l’attimo in cui la disadorna
ravvivava e ci dava un frutto:
scoprivo, nel tuo seno, un sapere
di non sapere ed un esclamativo.

Regno di bugia il tuo corpo
specchio di un andare verso
il ripensamento e confusa sfera
di due corpi nudi e adolescenti.

Conferma la tesi, affronta il mio affronto…

 

Debito

Cerca l’esca propria, il cappio
benefico, il duri anche poco
di una stagione che sfugge,
cercami un approdo, un pane

e una fiamma: io ci sarò.
Succhiami tutti i miei
nascosti, afferra il putto
senza vergogna e versane

il seme in abbondanza, afferrami,
sì, trattienimi dentro, dimmi
che la stella ruota nella concentrica
memoria

di me che chiedo la tua fessura
come segno, come avvertimento.
Inaugureremo le gioie e l’immagine
allo specchio come.

Il resto? Il resto solo enigma della voce.

 

Cielo tetro

Cielo tetro. Ornare un lutto
per le dimore e i doveri,
per reincontro sotterra
fra verme e aria putrida.

Squame appiccicose di un giorno
alieno alla gioia. Aprire il corpo
della terra: come tremule campanule
il prato troppo vasto per umiltà

che si posa. Liberare il senso
tuo a me che calo in ferite,
medico sarcomi e sorrisi macilenti,
sfuggenti liane attorcono spire d’aria.

Prezioso gioiello che trema a galla
della festa elegiaca del canto offerto.
Paradiso stagnante e statico:
cercherò il mio Ulisse e viaggerò ancora.

 

***

 

Scostàti dal coro

Ora noi non abbiamo che noi – dobbiamo
scontare l’intrico di finitezze e mesti

orgogli: l’infinità non ci cerca:
siamo cantori stonati – senza

più sonore viole – scostàti dal coro.

(Da: Scostàti dal coro, Osnago, Pulcinoelefante, 2002)

 

______________________________

Nota biobibliografica sull’autore

Lorenzo Pittaluga nasce nel 1967 a Cremeno di S. Olcese, nei dintorni di Genova. La prima plaquette in prosa, del 1987 ha come titolo un verso di Rimbaud, Arcobaleni tesi come redini. È del 1989 la prima plaquette poetica: Marginali annotazioni di un modesto ventriloquo di provincia. La rivista “Arca” pubblica nel 1994 le sue Poesie del primo giorno. Nel 1992 esce Arca di fiume. Per le Edizioni Campanotto, nel 1994, pubblica Le ore della sete. Pochi giorni dopo il Natale del 1995, durante l’ennesimo ricovero psichiatrico, si toglie la vita. Nel 1997 esce postumo, per le edizioni Graphos, L’indulgenza, a cura di Marco Ercolani ed Elio Grasso. Le Edizioni Campanotto pubblicano, nel 1999, La buona lentezza, su iniziativa del Comune di S. Olcese, con due brevi saggi degli stessi curatori del libro precedente. Nel 2009 esce la raccolta Al termine di noi con acquerelli di Claudia Sansone (Joker, 2009.) Poesie di Lorenzo appaiono anche in due libriccini Pulcinoelefante, a cura di Alberto Casiraghi: Corda in controcanto e Scostati dal coro.
Hanno scritto di lui Stefano Verdino (Prefazione, in «La Nuova Poesia Ligure», 4, I quaderni della Società letteraria Rapallo, 1996) e Marco Ercolani (“Pagine”, “Tellus folio”, “Segni e sensi”; “Ciminiera”, “Istmi” (7/8, 2000) dedicato a poeti marginali dell’ultimo Novecento con il titolo “Tracce di vita poetica”). Saggi di Ercolani sull’autore sono apparsi nei volumi in Fuoricanto (Campanotto, 2000) e Vertigine e misura (Edizioni La Vita Felice, 2008).

______________________________

 

***

29 pensieri su “Al termine di noi – Lorenzo Pittaluga”

  1. Grazie, Francesco. Per Lorenzo.
    Ricordo ai lettori che “Al termine di noi” ha due brevi note introduttive, una mia e una di Elio Grasso.
    Marco

  2. Come accennato nella nota introduttiva, questo è il primo post dedicato all’opera di Lorenzo Pittaluga. Contiene materiale edito, così come il prossimo. In seguito inizieremo a pubblicare, sempre per le cure di Marco Ercolani, la messe di inediti che ci ha lasciato.

    La lettura di questi testi, il cui valore è per me indiscutibile, mi ha lasciato un senso di amarezza e di rimpianto profondo: rimpianto per ciò che, purtroppo, ormai si può solo immaginare, perché non potrà essere mai più – se si riflette sul fatto che la mano che scriveva queste poesie è quella di un giovane poco più che ventenne.

    fm

  3. ecco ancora un altro poeta che brucia di sensibilità dalla pelle fino alle ossa, ancora un altro poeta che decide di annullare tutta la propria lacerazione insieme alla bellezza. ogni verso è da fissareincidere, ogni parola ha la dignità di un graffito. non lo conoscevo. e piango per il suo volo. ora DEVO leggere altre sue parole. lo farò prestissimo.
    un post notevole questo, Francesco. un denso grazie a Marco per aver accompagnato e offerto questa parola.
    annamaria

  4. “Cercherò il mio Ulisse e viaggerò ancora”. Grazie Giampaolo, Annamaria. Dal giorno in cui è scomparso ho tenuto sempre con me il nome e la poesia di Lorenzo. Hoi presentato i suoi libri, ho parlato di lui in diverse riviste e siti web, non l’ho mai lasciato tranquillo nel suo silenzio. Il desiderio che altre persone conoscano la sua poesia è un progetto che non ho mai smesso di coltivare. Quando Francesco mi ha chiedo di mostrare le sue poosie alla sua dimora, ho accettato con gioia soprattutto perché gli inediti sono moltissimi e io stesso non li ho letti scrupolosamente tutti. Questa è per me un’occasione particolare, mente tra qualche giorno scoccherà il quattordicesimo Natale che vivo senza di lui. Fra i dicaìiassette e i ventotto anni Lorenzo ha frequentato quasi quotdianamente il servidoio di salkute mentale dove lavoro. Stava male a casa, preferuva scrivere in una delle stanse del servizio. La sua asenza, a causa di q

  5. “Cercherò il mio Ulisse e viaggerò ancora”. Grazie Giampaolo, Annamaria. Dal giorno in cui è scomparso ho tenuto sempre con me il nome e la poesia di Lorenzo. Hoi presentato i suoi libri, ho parlato di lui in diverse riviste e siti web, non l’ho mai lasciato tranquillo nel suo silenzio. Il desiderio che altre persone conoscano la sua poesia è un progetto che non ho mai smesso di coltivare. Quando Francesco mi ha chiesto di mostrare le sue poesie alla Dimora, ho accettato con gioia soprattutto perché gli inediti sono moltissimi e io stesso non li ho letti scrupolosamente tutti. Questa, per me, spero per noi, sarà un’occasione particolare, mentre tra qualche giorno scoccherà il quattordicesimo Natale senza di lui. Fra i diciassette e i ventotto anni Lorenzo ha frequentato quasi quotidianamente il servizio di salute mentale dove lavoro. Stava male a casa, preferiva scrivere in una delle stanze del servizio. La sua assenza, a causa di questa forte presenza, è ancora più dura.
    Sì, Annamaria, ogni verso ha la dignità di un graffito.
    E il viaggio del suo Ulisse non si è ancora compiuto.
    Ciao, Marco

  6. Stampate. Ho comprato del pane caldo, e ho notato che stava sopra i fogli con le poesie di Lorenzo Pittaluga. Questo, inoltre, mi ha colpito. Perché i versi li ho letti quasi sfiorati e già hanno un loro “circolo concentrico” intorno a questi giorni pre-festivi che hanno quasi sempre – o forse è un ricordo – un vento un vento che pare schiarire temperare il colore la materia stessa del cielo, forse è il sole che si fa festivo, o ci prova, pure lui. Grazie, Marco. E Francesco. Il libro “sono corso” a ordinarlo!
    Giampaolo

  7. Un circolo concentrico, è vero, Giampaolo. Le sue poesie tendono a chiudersi a cerchio attorno a sé, al lettore, come un nodo. Ma anche lui, per come esisteva, tendeva sempre a chiudersi dentro, per timore. Oppure ad aprirsi, sì, verso un nuovo amico, ma con eccesso, con quella voce stridula da ragazzo, aggrappandosi a lui. Può testimoniarlo anche Elio, che lo conobbe di persona.

  8. Un’altra breve nota su questo destino (che preme molto a me, per ragioni personali). Lorenzo possedeva solo pochi libri, Leopardi, Trakl, Rimbaud, Campana, Luzi. Ancora adesso io, che custodisco i suoi inediti, sono stupito dalla varietà di ritmi e di temi che lo traversavano in modo sonnambolico, incosciente, La poesia non la fa certo solo lo scrittore che decide di scrivere versi. Lì agisce un campo magnetico di forze che dipende solo in parte dall’autore…

  9. @ ercolani : concordo in toto

    “La poesia non la fa certo solo lo scrittore che decide di scrivere versi. Lì agisce un campo magnetico di forze che dipende solo in parte dall’autore…”

    In qualche modo, in parte il poeta è “agito” da un daimon, che gli/da lui prescinde…

    Non conoscevo questo autore ed è davvero una scoperta preziosa…

  10. non aggiungerei nulla al valore dei testi.
    nei primi c’è una sorta di flusso frammentato e al contempo lineare nel ‘dire’, una sorta di sisma che parte da dentro le parole -che nel caso di Lorenzo- credo si possa aggiungere che quel ‘dentro’ era il suo dentro vitale. il suo vivere verso. poi, il suo lasciarsi.
    negli altri mi sembra di intravedere più una sorta di dover (o voler) chiarificare qualcosa. di ri-sistemare un intorno: “e compio il tempo”.
    autore di cui dovremo occuparci (e non solo per la vita tormentata), ma anche e soprattutto per il valore delle sue poesie.
    allora un grazie a Marco, per questo e altro.

    un abbraccio

  11. Enrico e Alessandro, grazie del passaggio. Giusto quello che dici, Alessandro. Il flusso frammentato, come un sisma che non smette di agitarsi. E la volontà di ri-sistemare, di darsi una forma. Due movimenti contrari che, finché sono rimasti in equilibrio, gli hanno concesso di vivere. Dicono dei suoi versi inediti: “Il sogno che si prodiga, / nell’evento, a tornare / fantasma. Fantasma / vero d’ogni inamovibile / realtà”. Direi che, con Lorenzo, è sempre di “veri fantasmi” che parliamo. Ma d’altronde, la letteratura cosa sarebbe?…

  12. sì Marco, c’è da una parte lo scontro (la realtà da ricostruire) -anche- attraverso le parole, il linguaggio che ha un suo ordine, che però bisogna ‘rompere’ per dare forma all’immagine, all’idea che abbiamo di essa.
    in Lorenzo mi sembra che ci sia (ovviamente non solo) questa linea come traccia, la suggestione di una lingua che sa muovere e muoversi. che riprende e plasma.
    ripeto; mi pare un autore da seguire (o inseguire).

    un abbraccio

  13. Dopo Natale ci sarà un nuovo post di testi editi, in attesa, col prossimo anno, di pubblicare gli inediti.

    Molte delle vostre interessanti osservazioni troveranno piena conferma, anche se lo “sguardo” e la lettura saranno costretti a farsi più ampi, così come più ampio e articolato sarà l’orizzonte delle nuove scritture che si presenteranno.

    Un saluto a tutti.

    fm

  14. “Scrivi sul tuo diario
    come sono fatte le mie lacrime
    così aperte al concepire, scrivi
    del mio bel viso che ti condusse al gioco.
    Poi le ombre decideranno i fuochi
    che non abbiamo ancora stabilito”.
    Lorenzo

  15. Più lo leggo, ultimamente, più mi sovviene quello che ho pensato quando ho saputo della morte di Simone Cattaneo: che siamo stati depredati di due grandi voci: diverse, ma grandi.

    fm

  16. Grazie per questi testi che leggerò con calma.
    Grande merito a Marco che li ha raccolti e a Francesco che ce li ha donati.

    un augurio di cuore a Marco e Lucetta
    jolanda

  17. Per me un poeta come Lorenzo Pittaluga è grande perchè, leggendo le sue poesie, mi sembra di toccare un midollo spinale. Lui è andato in fondo alle cose visibili. Questo soprattutto mi interessa in un poeta, quell’attitudine -che non si impara leggendo, studiando, nè campando cento anni- a rifare coi sui versi la concretezza che vede , mentre tanti poeti anche ufficialmente ritenuti grandi, si lasciano guardare dal visibile. Lo cantano, lo sfaldano, perché lo perdono di vista, non generando quindi mai concetti, ma lirica, metrica, bravura, ecc. Pittaluga rende il suo contesto esistenziale, comprensibilmente ridotto, in un fuga di spazi larghi ma ancora nella misura più concreta possibile.
    Per questo tutta la sua spiritalità, la sua visonarietà, ha la continua veggenza di un razionalizzatore dello spirito. Non è mangiato dai fantasmi, lui li ingoia; sta anche in ciò la differenza con altri poeti detti degni, o che magari imparano la follia -la si può imparare, eccome!
    Per questo oso dire: c’è una misura di tempo nei destini. Pittaluga ha detto tanto, in un limitatissimo numero di anni, ma di questi ha toccato poderosamente il fondo. A tal punto che non conta più cosa avrebbe o non avrebbe potuto scrivere, si entra nel regno delle ipotesi, e una qualunque previsione saggia può bruciare un talento. Ha detto quel che doveva dire nel miglior modo concesso. Non a caso, dove c’è fuoco o intensità speciale c’è velocità, rapidità, la giustizia fisica di un’autocombustione. Anche in tale modo inconsapevolmente tragico, Pittaluga ci ripropone il proprio dominio sul reale.

    Cristina Annino

  18. La giustizia fisica di un’autocombustione. Non si potrebbe dire meglio, Cristina. Le tue parole rendono giustizia a chi, a suo modo, ha avuto “dominio sul reale”. La “veggenza di un razionalizzatore dello spirito”: Lorenzo. Come dice Hopkins: “Un solo turno e quel turno bene”. A suo modo, per Lorenzo, il destino poetico è andato “bene”.
    Grazie, Marco

  19. Francesco,
    se non riusciamo a rallegrare i vivi almeno rallegreremo i morti e, quando si andrà oltre questa terra a trovarli, che festa! Porto del vino rosso Tarausi della Campania: un’esperienza erotica indimenticabile.
    Marco

  20. Marco, credi che quando saremo dall’altra parte qualcuno, qui, si prenderà la briga di curare i nostri inediti???

    Brindiamo col Taurasi, che è meglio: almeno ci consoliamo…

    fm

  21. Certo, Francesco. Brindiamo da vivi. Non restano alternative migliori. Nella Dimora si brinda spesso, e gli invitati sono molto simpatici.

  22. La dimora con la d maiuscola a cui allude il curante di lorenzo non può essere che l’aldilà, ma qui si rischia di cadere nel paradiso musulmano o in quello cristiano della prima ora dove ogni desiderio coartato nell’aldiqua viene proiettato nell’aldilà: lungi da me voler abbattere un simile bastione speranzoso, ce ne fossero di quei bastioni lì a sorreggerci nel duro cammino di qua. Intanto vorrei ringraziare anche chi ha reso possibile la rievocazione di venerdì scorso in vico colalanza: è stata una serata indovinata, purtroppo di breve durata e rattristata da una sfilza di nominativi di autori che presumo tutti o quasi utenti di un imprecisato CIM e, voglio sperare, non tutti accomunati dalla stessa sorte lorenziana – voglio sperare che la maggior parte dei nomi uditi l’altra sera non abbiano ancora raggiunto lorenzo, soprattutto perché li immagino ancora giovani e quindi ritengo inaccettabile il verdetto ellenico, citato da leopardi, di una speciale predilezione divina per le giovani vittime dell’esistenza. Insieme al reazionario filosofo di danzica, il nostro giacomino viene usulmente rappresentato come uno dei colossi del pessimismo ottocentesco, eppure nonostante tutto quello che ha trangugiato, in primis il fallimento amoroso, si è ben guardato dal suicidarsi – se lorenzo o un altro come lui avesse riflettuto su questo, forse non si sarebbe defenestrato dal monoblocco o forse l’avrebbe fatto ugualmente, non si sa e non ha molto senso perdersi in illazioni del genere. Dico solo che forse non tutti hanno avuto, nella disgrazia della malattia, la fortuna di incontrare un ercole come ercolani, capace di capirli, di sorreggerli in vita e di curarne gli scritti post mortem, a tutti coloro, e torno a supporre che siano ben pochi, auguro di riprendere in mano, specialmente se giovani, le riflessioni del gran recanatese.

  23. Caro Angelo Stefanelli, devo purtroppo precisarle che tutti i poeti di cui abbiamo letto i versi in Vico Colalanza hanno raggiunto Lorenzo nell’aldilà, come d’altronde precisavo nel testo introduttivo alla lettura. Che fossero tutti seguiti da un CIM non credo, in quanto ad esempio Pavese e Michelstaedter si sono tolti la vita diversi decenni prima della legge Basaglia. Mi spiace anche doverle dire che la Dimora non è quella ultraterrena ma “La dimora del tempo sospeso”, questo website che lei conosce perché ha appena commentato questo post. Concordo con la sua speranza che tutti siamo leopardiani e in buona salute, tristi ma non suicidi, ma non mi auguro di morire come Giacomo mangiando due chili di biscotti e avendo un grave diabete (forse una certa autodistruttività albergava anche nel nostro straordinario poeta).
    Un caro saluto.
    Marco Ercolani

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