PostEretico (V) – di Antonio Scavone

[ANTONIO SCAVONE]

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Post Eretico (V)

Lorem ipsum ignotum
ad facturum defectum est…

     …una volta puzzavano poi si lavarono, taluni sono certi che puzzino ancora, i più erano brutti sporchi e cattivi, foto segnaletiche di briganti, identi-kit di miseria, riconoscibili a vista oltre che a naso, irpini-osco-sannitici dalla faccia tonda e lucida, calabresi con la zazzera fin dalle sopracciglia, pugliesi esoftalmici e calvi, siciliani truci e taciturni, lucani con i calli alle mani e i baffetti alla Charlot, napoletani con tricofilina nei capelli e unghia-artiglio al mignolo, sardi compunti e ottocenteschi, una transumanza di aspettative e bisogni, non parlavano l’italiano delle parole ma quello dei gesti, sguardi fissi di chi ascolta senza capire e aspetta, si muovevano come pezzi di legno, si presentavano sconfitti con riverenza, se capitava sproloquiavano in italiese come i lombardi alla prima crociata, va’ straniero sull’ali domate, il lei austriaco difficile da usare, persisteva il voi spagnolesco, il congiuntivo più che una chimera una condanna, “se io sarei” patteggiamento con la grammatica, “ho stato” e “ho nato” assoluzione da processo breve perché il fatto non sussiste, trovarono comunque sbocchi e intolleranza e un fisiologico razzismo da metabolizzare in sordina, difatti si adattarono, sette in una stanza, living room bed launch, effluvi odori tanfo, fragranti di insicurezza come oggi i migranti ammassati dai passeurs nell’oasi di Cufra, qualcuno già malato morì senza futuro e senza riscatto, andée a laurà’ terùn, chi cerca un lavoro trova la fatica, travagghiarono, la fatica preferibilmente altrui fa comodo a chi edifica assembla tesaurizza in conto proprio e per conto terzi, un salario è più dei quattro soldi cui si era abituati, i caporali della terra furono nobilmente sostituiti dai capitani dell’industria, la promozione economica lasciò intravedere un fervido benessere, da “abbracciante” agricolo a manovale, barbieri e cafoni di latifondo riconvertiti operai nelle fabbriche alle macchine, il boom li fece respirare e diventare benzinai portinai carbonai, si poteva pensare alla prole finalmente da proletari ma era meglio non insistere sul target degli umiliati e degli offesi, “altronde” l’amore è una cosa meravigliosa, treni di Concette Assunte Immacolate Annunziate Addolorate partirono, “non erano solo Marie” cantò Sergio Endrigo in polemica con Bruno Lauzi, nubili da marito vedove di mariti zitelle signorine, donne di casa e bambinaie, balie o badanti ante litteram, salirono poi diplomati impiegati di concetto factotum, avvocati procuratori qualche “paglietta” (come il memorabile Avvocato Strumillo di “Non ti pago” di Eduardo), la scuola forense napoletana trasferita nel gran Milàn (quella siciliana si era fermata a Roma) fondava un’avvocatura attenta al codice fedele alla legge sensibile all’etica, politicamente duttile col potere come peraltro accade oggidì con i patrocinatori padani, quot capita tot sententiae se e quando arrivano, ad usum delphini, come fosse more uxorio, quis ducit docet è la regola, e altri ne sono arrivati da ultimi, istruiti e cauti, docenti assennati alla ricerca di un incarico annuale, quattro paghe per il lesso, per inseguire una graduatoria e un borgo accogliente, con una laurea sofferta per fare i professori sul ramo del lago di Como che volge a mez… no, che guarda a settentrione, per trasmettere cultura o sapienza o al limite abbecedario, maestri a Vigevano, supplenti da Conversano, precari di un sogno gerosolimitano, un muretto del pianto o una murata di piante, opportunità infinite occasioni mai esplorate, la sociologia si fa strada, colletti bianchi e blu, infermieri lavapiatti ragionieri castigamatti stallieri rigattieri faccendieri, la classe media prova a proporsi anzi a farsi vedere, si riconosce nelle cose mai avute, condominii giornali riviste vita sociale tornei di bocce gite sui navigli pesca nei canali quattro amici al bar dopolavoro ricreativo conoscenze amicizie relazioni, Milano 1 2 e alla potenza ennesima, insomma fidanzamenti balere matrimoni bomboniere, Quant’è bello lu primm’ammore! Calabrisella mia!, si intrecciano razze costumi esperienze, “Questi qui una volta ripuliti sono come noi in un certo shensho” (la esse mouillée è d’obbligo a Porta Ticinese), e dunque la cipolla rossa di Tropea, la soppressata di Montesarchio, il primitivo di Manduria, la mozzarella di Battipaglia, la granita di Sciacca, la cassata di Palermo, il pane carasau e le seadas di Borore, il tortano il casatiello la pastiera napoletana, ma non vi sembra di esagerare con questa misticanza?, un popolo sperduto che non sa di essere tale si imparenta si confonde si eclissa, si scontra persino con la coscienza di classe, e che vor dì? sarà una cosa del Nord, tutti discreti e ossequiosi per il timore di dover esporre o esprimere le proprie tradizioni ma pronti comunque allo scambio, tometta o caciocavallo? polenta o minestra maritata? bagnacauda o trattalìa?, “Ma questi vanno dappertutto e meno male che si era fermato a Eboli!”, i figli dei figli crescono, le mamme dei figli dei figli imbiancano, vola colomba finché la barca va, c’era pure Alberto Manzi che t’insegnava a leggere e scrivere agli “alfabeti” vegnù su dall’Africa, lazarùn, e ti leggono e ti scrivono e ti vanno in giro, films da romanzo popolare, Catene I Figli di nessuno La donna del fiume, cinema sodale e solidale, riviste con lustrini, avanspettacolo a doppio senso come oggi, le donnine di Macario ora di altri, le scale di Wanda Osiris sostituite da scalette e poltrone scosciate, poi t’arriva un certo Rocco con certi suoi fratelli, la Bovisa, sesso amore e morte, lascia o raddoppia?, Italia ricca e Italietta che ritorna, la diccì assimila integra promuove e loro eterni transfughi e ormai fuorusciti si stabiliscono a Pioltello Muggiò Monza Buccinasco Tavazzano e cominciano a convivere col nebbiùn, a parlar lumbàrd, si torna giù per Natale settimana prossima con la moglie – cos’è “Settimana prossima”? e la moglie di chi? – determinativi di tempo e aggettivi possessivi si elidono, sono bandìti, non si portano in Lombardia, e i figli fanno ancora figli, matrimoni misti, padre cafone e figlia tosa, cambiano i nomi, da Ausilia a Samantha ma “un zio” resta “un zio”, tradiscono i cognomi come gli italo-americani che parlano broccolino, padrini madrine compari, si rafforzano le prospettive, si ricompongono e si affidano le spettanze, comunisti d’antan per riconoscenza e in corso d’opera diventano almeno socialisti magari socialdemocratici o meglio democratici oppure solo elettori, bacini di utenza, cittadini in pectore, un po’ di maggioranza silenziosa e un po’ di caciara nella maggioranza, si cambia il quadro o la cornice?, il tempo è denaro, gli affari sono affari, la vita è una sola, il mutuo è stato pagato, dieci ragazze per me, non si dice testa di minchia ma pirla, è preferibile, la Punto la nuova Punto, spuntano nuove fabbriche a Melfi Isernia Cassino, ai minimi Termini Imerese, integrati nell’economia e disintegrati nello sviluppo per l’amianto o gli altiforni che scoppiano o le morti bianche che incalzano, crepano che è un’assurdità o una meraviglia secondo il punto di vista, i vecchi invecchiati dalla pensione campano come possono, i giovani rampano come vogliono, le generazioni si intersecano, poliziotti carabinieri finanzieri sposano in alt’Italia e affondano radici che germogliano mostri di parolai e ghe penzi mì, a tutto c’è un limite perdìo, si è fatto si è detto, si è strafatto si è stradetto, ormai quelli comandano, non sono più quelli di una volta, buoni e remissivi come un tempo, oggi la fanno da padroni, anche colpa nostra che gliel’abbiamo lasciato fare, insomma si sono allargati si sono allungati hanno preso le redini in mano, di simpatici ce n’è ancora si capisce ma guai a fidarsi, ce l’hanno dentro nel sangue la prevaricazione e l’astuzia e poi mica parlano come allora, cioè muti e obbedienti, in tre parole si sono trasformati, ecco, e magari votano pure per la padania libera, o Signùr, è un caravanserraglio, un’orda nuova di residenti, di cittadini del mondo che occupano zone di mercato e d’influenza, non mancano capitali e appoggi e se mancano si trovano si circuiscono, le terze e le quarte generazioni lo hanno capito, investire per riciclare e riciclare per investire, altro che broker, restano le tradizioni della cucina e le case sono sempre più erranti e ambivalenti, ci si sposta, si compra, si vende, si interscambia, quindi si convive no si coesiste, che è molto più astratto e protettivo, a macchia d’olio a macchia di leopardo, aggressivi quanto basta, di solito convincenti alla luce del sole in una giornata di nebbia, avevano costruito ora stanno spianando, si spianano strade supermercati lotti attrezzature trasporti persino installazioni, sono davvero formidabili nel loro spirito di iniziativa difatti iniziano dove altri sono venuti meno, cominciano quando altri pensano, il potere non li riguarda più, sanno fare da soli, sanno fare anche il potere, quello vero che viene dal basso, non dal popolo ma dall’interesse personale e dalla famiglia, casa patria e onore stavano bene in una canzone ma casa e onore stanno bene negli affari, pecunia non olet, nec quidam olent, sciampi e detersivi, decoro e lavoro hanno salvato ed escluso quelli pacifici, magari ideologici, forse progressisti ma anche a loro pesa come una perduta traccia di memoria la provenienza garibaldina e libertaria del loro passato e delle loro origini sbiadite e confuse, si vive dove si lavora e si è quello che si conserva, altro non c’è da stabilire sui borghi selvaggi di partenza, altro è mancato al Sud, altri sono comparsi e rimescolati, vada via il cul e tutto ritorna semplice, la geografia non si insegna più a scuola e quelli che restano giù sono quelli di sempre, mandanti o mandatari, complici o gregari, vittime e incolpevoli, quelli che quando fanno comodo sono additati ancora e giustamente come i sospetti di sempre…

           I Meridionali.

***

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6 pensieri su “PostEretico (V) – di Antonio Scavone”

  1. Incastro di materiali lessicali di natura diversa; un leggero disprezzo, quasi un ghigno che si vede in controluce; fervore ritmico che lascia senza fiato: mi piacerebbe sapere quanto ha contato, magari in via indiretta, la tecnica narrativa di Gadda …

    Con l’occasione, mi sono andato a leggere gli altri brani di questo PostEretico: complimenti! Esistono autori che si fanno apprezzare per il loro modo di sfuggire alle scritture omologate. Grazie di avere sollecitato il mio godimento di lettore.

    [oltre che “post” nel senso di “postato nel blog”, c’è anche un’allusione ad una scrittura postrema, ultimativa, che viene dopo precedenti eresie e si pone in quel solco?]

    Nevio Gàmbula

  2. Grazie per il passaggio e il commento, Nevio.

    Appena sarà on line, Antonio ti risponderà sicuramente. La tua ultima osservazione, in particolare, investe tutta la “filosofia” del post/eretico e di parecchie scritture presenti su questo blog.

    Un caro saluto.

    fm

  3. Non c’è mai una via “indiretta” tra ciò che si scrive e ciò che è stato scritto: la via, o il tramite o il riferimento o l’ispirazione, sono sempre diretti, mai mediati o frutto deleterio e discutibile di ripasso o rimando. Certo che c’è Gadda nel PostEretico, come ci sono Arbasino o Fortini, la temperie di Landolfi o di Parise: c’è la letteratura che a volte si presenta come formula originale e a volte come modulo espressivo. Ma il “delirio gaddiano” (impareggiabile, benché abbia prodotto o stimolato un’inevitabile mimesis) diventa quasi coessenziale nel PostEretico trasformandosi in un testo “prefigurato” tanto per il ghigno che si cela, quanto per il godimento che sollecita, come rileva acutamente Nevio Gàmbula. E’ la tecnica del “pastiche”, del gioco di parole, delle allusioni sopite o sfrenate, di una sintassi che si concentra in una configurazione che sembra epigrammatica e che segue, sottilmente, un suo ordito di senso, segreto ed esplicito. Ed è un gioco di parole anche il titolo che non ha trattino tra “Post” ed “Eretico”: ricalca e ripete l’impianto in un testo da blog ma, anche qui, allude a un pre-testo, ispirandosi alla cultura letteraria e aspirando ad una contiguità o ad una concretezza col reale, la cronaca e la storia. Proprio per questo, per quanto sia e voglia essere un atto o un fatto letterario, il PostEretico ha la presunzione di proporsi come un’esternazione laica e digressiva tra le sovraesposizioni conformiste e assolutorie. E’ ripetibile il PostEretico? E’ imitabile, riproducibile? Sicuramente, anche se dipende dall’eresia che diffonde e dall’eresiarca che lo compila.

    Ringrazio e ricambio i complimenti per un commento così attento.

    Antonio

  4. @ Antonio
    Ti ringrazio della risposta. Condivido il tuo sguardo, direi che lo condivido intimamente. Anche se da un versante differente, è anche il mio. In particolare mi appartiene quella “presunzione di proporsi come un’esternazione laica e digressiva tra le sovraesposizioni conformiste e assolutorie”.

    In questa prospettiva, e come omaggio diretto alle scritture eretiche, ti rimando alla lettura di quello che chiamo “un aborto di teatro epico”, una sorta di dramma-farsa che polemizza apertamente con il New Italian Epic …

    » Qui si vende storia

    Un salutone e ancora grazie del godimento.

    ng

  5. ” Questi qui una volta ripuliti sono come noi…”

    Carissimo Antonio, ho estrapolato questa frase che mi sembra significativa del tutto per quanto riguarda l’accoglienza di questi meridionali che hanno osato oltrepassare i confini dell’ignoranza e dell’indigenza, spesso, per un sogno che probabilmente ha giovato più al nord che al sud. Adesso il nord è ricco e potente ma sicuramente più “ignorante”, escludendo ovviamente una buona parte di sud impegnato ma, forse, integrato per forza maggiore.
    E su questo argomento mi fermo altrimenti arriva l’alba. Ma tu comprenderai anche il non detto.

    Ma la stessa frase di cui sopra, oggi sembra obsoleta se per meridionali desideriamo intendere anche i migranti che vengono da più parti, terre difficili e infelici, a sperare, a loro volta, la realizzazione di un loro sogno che spesso finisce in bocca ai pesci, tra gli abissi del mare.
    E sì, carissimo Antonio, quella frase è stata sostituita con un ” indietro lo straniero!…” con tutto quel che segue.

    Se non ricordo male, mi sembra che un giorno questa bella italietta spezzettata, era stata ricucita e riunita in un unico pezzo. Ma, a quanto pare, qualche moncone si è scucito, ed è spuntato, pensa tu, persino un conio diverso da quello, per così dire, nazionale. Il verde che io credevo,nella mia ingenuità, fosse da sempre il colore della speranza, si è tramutato o trasfigurato in odio razziale e becera ignoranza.

    Ma sono loro, sì, proprio loro, i meridionali che hanno tradito le loro radici, che mi lasciano incredula e indignata.

    Mentre sono quelli come te, come francesco e altri che mi fanno ancora sperare in una possibile redenzione della specie umana.

    Chi resisterà di più tra gli italiani, quelli che sono a favore del ponte sullo stretto o quelli che sono contro?
    E perdona questa domanda che mi riguarda da vicino ma per me è anche indicativa del progetto di volere annullare, ancora una volta, le intelligenze del sud, calpestare, non più con una frase, una storia umana, culturale e geograficamente magica come quella che vive tra scilla e cariddi.

    Ma lo hai detto anche tu….non si insegna più la geografia nelle scuole…..

    Sempre grazie a te e francesco con un abbraccio pre-natalizio

    jolanda

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