L’opera non perfetta (III) – di Marco Ercolani

Pazzie di artisti
Antonin Artaud

E’ dall’interno di un «dinamismo mai caratterizzato, mai situato, mai definito» che Artaud vive l’esperienza-scrittura. Nessuna forma definitiva, e quindi sepolcrale, potrà intrappolare la forza d’urto e d’urlo che ci arriva dai febbrili taccuini scritti e disegnati durante e dopo l’internamento nel manicomio di Rodez. Artaud rifiuta l’influsso centrale dello spirito, non tanto come soffio vitale quanto come senso teologico e ordinatore, forma delle cose, volume degli oggetti, tono della voce, codici sessuali, fisiologia corporea. «Io concepisco l’azione e la creazione/ in un dinamismo mai caratterizzato,/ mai situato,/ mai definito,/ la cui legge sono l’invenzione perpetua/ e il mio capriccio/ e tutto assume il valore/ nell’urlo e nell’urto vicendevole/ senza che si possa attribuire ad alcunché una virtù logica o dialettica caratterizzata/ poiché il mobile/ respinge le mire dello spirito e l’influsso dello spirito,/ da dove esso prende forma, volume, tono, splendore,/ non posso volere che appaiano degli elementi,/ dei principi, delle essenze,/ o delle qualità/ o delle virtù/ o soprattutto DEGLI ESSERI». Artaud si situa al di qua della logica creazione del mondo. La sua lingua scheggiata e frammentaria capovolge il mito dell’artista demiurgo. Artaud sopporta le cose create ma ne farebbe volentieri a meno. Dio trickster e buffone, distruggerebbe il mondo così come è creato per sostituirlo con un antimondo. Non c’è mai forma che gli basti, limite che lo fermi, ma solo il perenne, esasperato soliloquio di un’opera interminabile che si oppone a essere codificata in quanto «opera». «Artaud è un grande devastato che, guardandosi bene dal voler uscire dalla sua devastazione, fa di questa la propria lingua. È, dice di essere, colui che parla il linguaggio del suo incendio» (Bernard Noël). Artaud non vuole che ritornino a nascere gli uomini, quegli uomini fisici e reali che lo hanno torturato con elettroshock reali e avvelenamenti fantasticati, che gli hanno usurpato la libertà senza comprendere l’energia delle sue idee e dei suoi deliri. Lo scrittore, respingendo la violenza delle idee che formano le strutture del mondo, esige che la sua scrittura sia un paesaggio altrettanto violento, tellurico, indescrivibile, traversato da parole che non lo possederanno, «perché la logica anatomica dell’uomo moderno è non aver mai potuto vivere, né pensare di vivere, se non da invasato».

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Gli ultimi testi di Artaud – monologhi per la radio, mozziconi di lettere e poemi, stralci di conversazioni – sono appunti di un «condannato al rogo che fa segni attraverso le fiamme». Inducono a considerare la parola strumento di opposizione violenta e indiscriminata a qualunque tipo di codice: da quello linguistico a quello sociale, religioso e metafisico. Oggetto di mutilazioni sintattiche e fonetiche, la lingua si fa voce interrotta, graffito di uno strazio fisico e psichico più vicino all’animalità rauca del suono che ai nessi di un discorso articolato. E’ voce che sale dall’oscura visceralità del bios per scagliarsi contro l’ottusa ragionevolezza del mondo e rivendicare il mito della manìa originaria, della «possessione». I testi di Artaud, in bilico fra poesia e autoconfessione, smascherano la contraddizione della scrittura come mediazione e ne irridono l’apparenza di opera conclusa, facendone schizzo visionario, atto di violenza, «colpo di sonda» scagliato sul foglio. L’io dello scrittore, nel suo monologare affannoso, diventa il suono ossessivo e sordo della sua invettiva – cronaca febbrile e sonnambolica di una trance ininterrotta.

«Volevo dire inoltre:
questa società che non vuol sentir parlare di invasamenti e di magie
non cessa di perfezionarsi e mettere a punto una certa armatura psichiatrica per scoraggiare le menti più lucide, è nata da un gioco di prestigio, da un’immonda operazione che gli ha dato diritto di cittadinanza nelle cose e che continua a mantenere verso e contro tutti a colpi di invasamenti.
E le sue istituzioni sono sempre state create soltanto per difendere il gran segreto.
Tutto quel che si ribella è dichiarato pazzo o reso pazzo, avvelenato, imprigionato, gettato in uno stato di demenza, costretto al suicidio, paralizzato».

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«Sono arrivato al punto di non sentire più le idee come idee, come rapporti di cose spirituali aventi il magnetismo, il prestigio, l’illuminazione dell’assoluta spiritualità, ma come semplici assemblaggi di oggetti. Non le sento, non le vedo, non ho più il potere di essere scosso da loro […]. Ho perso il sentimento dello spirito, di quello che è propriamente pensabile, o il pensabile in me turbina come un sistema assolutamente staccato, poi ritorna alla sua ombra. E presto la sensibilità si spegne. E nuota come se si trattasse di brandelli di piccoli pensieri […]. Ma al centro di questa miseria senza nome, c’è spazio per un orgoglio, che è anche come un aspetto della coscienza. È come se si concepisse la conoscenza attraverso il vuoto, una specie di grido abbassato che al posto di salire scende. Il mio spirito è aperto tramite il ventre, ed è attraverso il basso che entra un’oscura e intraducibile scienza, piena di sotterranee maree, di edifici concavi, di un’agitazione congelata. Che non si prenda ciò come mere immagini. Questa vorrebbe essere la forma di un’abominevole saggezza» Il testo, scritto probabilmente fra il 1925 e il 1930, è uno degli scritti di Antonin Artaud, poeta e teorico del teatro, o il documento dell’ossessione patologica di un inidivudo schizofrenico che, nei momenti di lucidità, fu lo scrittore Antonin Artaud? Forse l’una e l’altra cosa. Qui viene sospeso ogni atto critico e classificatorio. Lo scrittore parla di un grido ‘abbassato’ che non abbandona il corpo da cui scaturisce e si consuma in una dimensione ‘infera’, producendo quell’’abominevole saggezza’ che non può privarsi della carne reale dello scrivente (anche se Artaud teorizzava e desiderava la piena ‘liberazione’ dagli organi del suo corpo). La saggezza a cui allude è l’attenzione al buio del proprio corpo, la fisicità perturbante della fisiologia, il dolore imploso nelle corde vocali, dove ci sono ancora le ‘maree’, ‘l’agitazione congelata’ di una carne psicotica, scorticata, che vorrebbe staccarsi dal mondo degli esseri vivi.

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Tratto da: Marco Ercolani, L’opera non perfetta (Note tra arte e follia), 1999-2009, inedito.
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15 pensieri su “L’opera non perfetta (III) – di Marco Ercolani”

  1. Questa sera renderemo disponibile, in formato pdf, l’opera integrale. E’ un graditissimo regalo di Marco Ercolani ai lettori della “Dimora”, un’anteprima che, si spera, possa al più presto diventare un libro di carta e inchiostro.

    Buona lettura fin da ora: è un’opera di grandissimo valore e di fortissima suggestione estetica e intellettuale.

    fm

  2. Francesco, aiuto!! Non vedo altro che miei testi, dalle tua parti. Si vede che hai capito che sono un esule e che chiedo asilo politico alla Dimora. E chi ne esce più? E’ come guardare un bel film. Anche se sai che è un film, come ti piace…
    Marco

  3. Si vede che il film è di buona qualità, Marco, dal momento che più di trentamila persone al mese prendono posto davanti allo schermo. E’ a loro che dobbiamo dar conto, mettendo in scena il meglio dei nostri esili, disegnando il luogo dove tutte le rotte “altre” si incrociano, si riconoscono.

    fm

  4. invero Erika Reginato pensa la resistenza più in termini mitici (è il grembo che ha cullato suo nonno), mentre la Residori è una storica che cerca di riscrivere quanto accaduto nella pedemontana vicentina, dal Grappa a Pedescala.

  5. marco scrive troppo, troppo bene, talmente bene da diventarmi distante come le stelle meravigliose del nostro emisfero, meravigliose distanti e gelide…

  6. Grazie per dire che scrivo troppo bene (la cosa è parzialmente vera e sempre relativa.) Ma non mi sento gelido. Capisco perché lo dici. Ma il gelo è proprio un’altra cosa. Ci vuole, a volte, freddezza quando ci si sente scorticati, perché un fuoco permanente ucciderebbe. Ne sanno qualcosa i miei “amici quotidiani” che della follia non possono fare parole ma grida. Ne sa qualcosa Artaud, che è stato l’uno e l’altro.
    Se scrivo troppo, beh, questa è la mia follia. Ciao, Marco

  7. […]

    si inciampa in un grido
    che getta luce
    ogni volta che cerchiamo le stelle
    nessun sogno ci separa
    dalla nostra assenza nessuna
    soglia così profonda
    da poterla tacere

    (da Esilio di voce)

    fm

  8. ii lampi di scrittura di Artaud qui riportati
    e quelli di questo tuo scritto, (ivi compresi i versi postati da fmarotta,e lo sguardo di Artaud stesso)
    restituiscono ottimamente la “la dimensione ‘infera’” rappresentata,
    al di là delll”agitazione congelata” di una fiamma interna implosa e della ‘”abominevole saggezza”,
    da quel non avere “più il potere di essere scosso da loro” (dalle idee, dalle cose…).

    Questa la condizione di Lucifero, non nel senso naturalmente di Satana,
    ma di quello del portatore di luce caduto, inghiottito in se stesso, che parla “il linguaggio del suo stesso incendio”
    “Dio trickster e buffone” che “distruggerebbe il mondo così come è creato per sostituirlo con un antimondo”.
    (mi viene in mente l’incontro ravvicinato che ho avuto con il dipinto omonimo di Von Stuck)

    ciao.

  9. Io non direi che Marco Ercolani scriva troppo bene, sarebbe un limite, un
    suo personalismo, sarebbe ripetitivo. Ercolani ha un fuoco enorme che gli illumina l’indagine critica. Il fatto poi che rigeneri in chi legge quel fuoco- mai siderale, mai distante!-, rivela la qualità della forza con cui si mette in gioco con l’autore che gli sta davanti.

  10. Grazie, Margherita. Grazie, Cristina. Mi sento “messo a fuoco” e visto nella mia interezza. Il “fuoco” sta proprio nel “mettermi in gioco” con l’autore, sia morto che vivo. La bellezza della scrittura può esserci come non esserci. Non è mai importante. Si tratta di lampi di interpretazione, di identificazione un po’ folle nell’altro, in nome di una poetica che è sogno e incubo. Tutto qui. Semplice, in fondo. Marco

  11. Se si può aggiungere un frammento, giacchè Ercolani trascina, qui come altrove, materia e fiamme (resto così nel clima direi quasi fisico, con un aggettivo qui scontato, ma a volte anche l’ovvio è di rigore) che accendono pensieri. In queste pagine si ha l’idea di un allestimento fantasma di tre teatri: Artaud che vive dentro la sua gigantesca contraddizione: tutto ciò di cui vorrebe fare un’assenza, altro non ne fa che la sua rappresentazione.
    Ercolani, che riflette questa infinita coscienza-oggetto rappresentata dall’autore, il quale non può svuotare il mondo giacché è proprio la coscienza del vuoto che lo empie suo malgrado di ragione. E il lettore trascinato per i capelli in questa cattredrale nominativa direi, gestuosa, che getta altro fuoco con la propria, inalienabile, percezione del “senso”.

    Cristina Annino

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