Acque reali – di Enrico De Lea

Enrico De Lea – Acque reali
(Nota di Federico Francucci – in “Atelier” – n. 46/2007
)

Occorrono pazienti, reiterate osservazioni (e vanno messe in conto interferenze – sempre confinanti con l’effrazione — degli strumenti usati nell’esperimento) per intravedere una fessura, una screpolatura nel petroso intreccio di queste poesie; occorre un ascolto prolungato perché le sequenze verbali, le figurazioni ieratiche e i criptici grovigli, rilascino poco a poco scintille, barlumi, tenui tracce di senso respirabile; perché questo severamente arroccato trobar clus conceda un lembo non cifrato, non irrimediabilmente segreto, da cui cominciare l’avvicinamento.
     Innanzitutto l’evidenza, per poi eventualmente darle significato: le Acque reali sono un rompicapo fabbricato con tanta, tanta letteratura. Palese il debito verso un’area, o una specifica declinazione, della poesia ermetica, quella meridionale, tendente al surrealismo — sebbene in De Lea mai d’idillio —, di Gatto, Bodini, forse Sinisgalli, dalla quale risultano prelevate costanti tematiche e stilistiche: la forza enigmatica, schiacciante della natura, il paesismo in cui la spericolata verticalizzazione del percetto ne erode solo parzialmente la riconoscibilità, e la collocazione geografica, l’incessante presenza dei morti, non placati, accanto ai vivi, e tutta la sequela di albe attonite e specchi d’acqua, di nevi e di marine, di attese e assedi e stupefazioni (per non parlare degli smaccati calchi della cosiddetta grammatica ermetica, nell’uso delle preposizioni e dei verbi, per esempio). Tutto questo è, mi pare, palesemente citato, ossia rimesso in uso (in gioco), a valle di una cesura ormai indubbia, che lo rende impraticabile come risultato di un’intentio recta; ed è inoltre convogliato attraverso un ulteriore filtro linguistico-letterario, quelle Vanità verbali di Emilio Villa convocate in esergo, che già di un armamentario ermetizzante fuori tempo massimo facevano sfoggio.  Si aggiunga subito in questo scorcio di Parnaso il nome di D’Arrigo, e la sua epica postbellica, ché termini come «lanzatore», «duemari» o «rema», in un ambiente saturo e iperconnotato come quello di cui parliamo, sono troppo “firmati” per trovarsi lì casualmente. E, come vedremo, l’accordo con l’Orca non si ferma qui, se il romanzo darrighiano si trova incardinato sullo «straviamento», sulla violenta ablazione subita da una piccola comunità di pescatori, resi incapaci di continuare a vivere secondo i ritmi atavici, di riconoscersi interi in un racconto d’identità nel quale, un tempo, e nonostante i pericoli mortali, ciascuno aveva il suo posto.
     Tutto o quasi, nelle poesie che si leggono qui sotto, sembra dunque di secondo o terzo grado, incluso, e non va dimenticato, il telaio metrico assestato piuttosto stabilmente nei dintorni dell’endecasillabo: parole su parole, vanità verbali appunto, «verbo senza carne». Ma qual è la ragione della separatezza nei confronti del mondo (non a caso l’eremita è personaggio ricorrente, e nei suoi panni, ma appena larvato, incede il poeta), dell’inabissamento delle parole nelle parole, del gorgo, messo in scena da De Lea, che sembra aprirsi in un bicchier d’acqua? Queste poesie sono in primo luogo la conseguenza di una resa, e di una perdita, come dichiarato nella lirica incipitaria, che apre su una contrapposizione tra “egli” (probabilmente l’eremita-poeta) ed “essi” (il gruppo in cui, prima di ritirarsi, anche “egli” era integrato). Lo svanimento dell’«enigma del puro proferire» — glossolalia, lingua vivificata dallo spirito — porta con sé la nascita di una duplicità linguistica, una lingua biforcuta come quella di un serpente (che, inevitabilmente, morderà chi se lo è covato in petto, inoculandogli il veleno).
     Da una parte sta quella che si potrebbe definire lingua dell’uso, del lavoro e dello scambio: la lingua dei padri che hanno piantato uliveti, aperto strade nei monti, creato terrazze dove erano dirupi, strappando frutti alla terra aspra e belluina, avviando la «mercatura», consentendo uno sviluppo sempre maggiore alla comunità. Questa è la lingua che dà i nomi alle cose, umanizzandole e dominandole; è la lingua che edifica un mondo e accompagna il tempo degli uomini. È nello spazio regolato da questa lingua e da questo tempo che possono esercitarsi la libertà e la rettitudine del comportamento: solo qui, e non nello sfrenarsi delle smisurate forze
naturali, ha luogo un’etica. De Lea la incarna nella figura esemplare di Assuero, l’orologiaio storpio che ha partecipato, come portaordini, alla Resistenza contro i nazifascisti (altre suggestioni, altri incroci: come Assuero, sulla sua carrozzella, negli “industriali” Anni Sessanta, carica e regola gli orologi, così in Horcynus Orca un altro uomo dal corpo guasto, don Mimì, al crepuscolo estremo della civiltà “rurale”, ricuce le reti dei pescatori, e ritesse i fili dei racconti, tramandandoli ai rampolli.
     E in un altro libro del sud, L’orologio di Carlo Levi, romanzo politico e storico quanto mitico e acronico scritto subito dopo la Guerra, la rottura dell’orologio regalatogli dal padre segna l’oscillare del protagonista, in una Roma ancora sventrata e sanguinante, oscena e misteriosa, tra il presente — con il suo carico di delusioni —e un tempo sotterraneo, deforme e antichissimo). E tuttavia, con i suoi indubbi benefici, la lingua dei padri dissecca e uccide, perché si allontana sempre di più da quell’unione primitiva con le forze della natura, quell’immane potenza che imperscrutabilmente alimenta tutte le sue creature.
     L’altro corno della biforcazione però non è affatto il puro proferire, che nominare è già perdere, ma ancora la lingua dell’uso sottoposta a un’opera, tutta in negativo, di raschiamento, sottrazione, che la privi degli elementi più palesemente utilitaristici e amministrativi; è ancora la lingua d’uso, ma svuotata, curvata su sé stessa; senza senso, ma non per questo meno lontana dall’enigma, un enigmucolo, un indovinello, che fa cenno, con i poveri mezzi a disposizione verso la preterita, e forse in una futura reintegrazione nuovamente acquistabile, pienezza della circolazione pneumatica. Infine è la letteratura, infine è la poesia. L’anacoreta poetante, che ama la sua «congrega» «di pura assenza», e in fondo ne è ancora parte, si segrega per fingere che, in qualche modo, i nomi possano avere un senso, pur sapendo benissimo che così non è; e aspetta, come tutti gli altri, il settimo giorno.

______________________________

 

Acque reali

(da: Enrico De Lea, Ruderi del Tauro, prefazione di Sebastiano Aglieco, Forlì, Casa Editrice L’Arcolaio, “Codici del ‘900”, 2009)

 

(presto accade)

Poiché non sanno
l’enigma del puro proferire,
del suo freddo sentire
di quell’anno, presto accade
che l’arma del suo amare
s’arrenda, covi
ben due serpi di stile, in processione
luci dell’oscurato, da torrette.

 

(ombre)

Con le solite sagome ad oriente,
ombre portatili all’occorrenza ostili,
questa mano non tesa e non più mozza.

 

(all’oriente del tatto)

Nel codice deperso del crinale
di levante erra,
verbo mercatorio e guerra, osteggia
altre sagome eremitiche, fedeltà
delle vigne al fodero corporeo.
All’abbeveratoio sosta, bestia
sul portale inviolato, il libeccio
nel sonno degli armenti.

 

(due mari)

Infame dubbio del lanzatore,
se d’anima si tratti, con l’arma sbreccia
un vento d’acque, un coro inferno, quarto
di carne evaporato, stretto e sempre
tra feluca e luntro, lotta e tana
nella rema…

 

(attese lacustri)

In essere la vacuità del volto,
il profilo narciso all’acquitrino,
gelata venatura contro il nero
e tramortito arido alle fonti.
Là, remigando placidi, le canne
scostano i rematori insonni,
appesi ad un’attesa di perenne
premonizione in mezzo ai fumi,
digiuni delle origini a un fortino.

 

(il vino del distacco)

Il vino del distacco fluttua fatuo,
periplo delle coppe da falangi.
L’urna coi nomi amanti in una teca
assilla, obbedienza di torre
allo strapiombo, assisa scortica
le labbra di folate
ai rinforzi dell’erica e dell’alga.

 

(acque reali)

I lavoranti oscurano il pensiero
al sole, tengono l’ombra in tasca
coi fazzoletti marci di sudore.
La strada nuova aprono i picconi,
alla valle normanna già dirupi
fioriscono terrazze, acque reali.
Muovono i carri verso la marina,
i bordonari si levano nell’alba.
Il folle zio Domenico è veggente,
urla gli incendi le miserie il secco.

 

(l’ebreo dell’infanzia)

Morto alle morti innumeri
et in saecula cangiante,
fisso delirio
da plaga antemontana
di bosco e di palude,
lanciatore di dadi nei mercati
mediterranei, alla marina l’ebreo
Assuero attendeva alla bottega;
solo, sopra una carrozzella all’alba
contemplava il mare
del racconto di Odisseo,
eterna, infima reliquia
nel sole ritrovato,
nel tempo dell’uomo officiava
il tempo del giusto e del dovuto,
era l’orologiaio del paese.

 

(sacrificio)

Nella stagione terrea, mascherata
dalla festa del santo patronale,
castrato sfornano, servono cipolle
pescate nell’aceto delle bocche.
Non è difesa il nome sopra il marmo,
filo del mestruo che la mano squarta
e scosta sul marmo del macello,
potenza della pelle sfregata.
Avvolto in calde tele, il benedetto.

 

(esiliati)

Ad un certo passo del serro sortisce
dietro la rupe il cotogno –
la madre raccoglie furtiva quei frutti,
avverte i figli di serpi, mansuete
ma orride eppure, di traverso al viottolo.
Considera la fertilità della zolla,
ma il sole l’estate necessitano
l’anonimato del fondo rustico,
ed esordisce verbo
col tradire l’esilio.

 

(da sentieri)

Inavvertita neve sul mantello
del remoto camminante
nella notte del bosco, oscurità
d’assiso enigma per l’occhio che intravide
il verde astuto nei meriggi accesi,
palpebra appena vergine ad ogni alba.
Corrugata radice di passione,
il biancore profuso insiste, ancora,
via, pertinenza alla catena buia,
nero che tutto ingoia, sul limitare
del passo indagatore
e mai umile del camminante.

 

(sequela del padre)

1.

Nella notte del padre si contempla
il pharmakon l’olivo e il raro volto
e presso l’arco di pietra cimino
l’occhio dissecca e albeggia.
A lenimento della scala estesa,
echi dal sonno, unguenti, nello specchio
la barba incolta che vaneggia. Assedia
la casa della silente veste
mattiniera, usi d’acqua, disvela se profila
alterno fiotto oceano al dolore,
picco ad altare d’isola, foresto
al capo roccioso dei padri,
da valle moritura.

 

2.

Il sole delle tortore
ristora il padre, in ombra ulivo
e pertica attorta.
Fruschi non mali
con la pernice esclusa
e il cacciavento esangue,
salva il seminatore il bel commiato
all’alba, commercia con la tenebra, concima.

 

4.

A redenzione della cieca guida,
prono ad escutere i tocchi
della mezza campana dell’arme –
la corsa del cane ringhiante,
il tinnito del sasso focaio –
s’addice a siffatto tempo
l’assorta sufficienza augurale,
retrocedendo sino
alla sanità dei passeri,
ai massi anzi il proscenio ionico.
Da manca, ché l’alba sgomenta,
lucus deserto del padre.

 

11.

Conserva l’olio per la carità dei morti,
per la pelle del silenzio consolante.
Dal nerbo ustorio
l’abito risuona, la contrada
dei legni, la via petrosa al sole.
Siano i veri, i procedenti a un fine,
penombra del muschio paterno,
narrativa del verbo senza carne.

 

***

25 pensieri su “Acque reali – di Enrico De Lea”

  1. La poesia di Enrico De Lea non finisce mai di meravigliarmi, anche dopo più letture. Un libro bellissimo il suo.

    Un saluto e auguri a tutti.

  2. “I lavoranti oscurano il pensiero
    al sole, tengono l’ombra in tasca
    coi fazzoletti marci di sudore”

    Ho già avuto modo di dire, leggendo dei testi da “Acque reali”, che De Lea è, a mio vedere e sentire, un poeta magnifico; qui, leggendone di più, trova conferma la mia meraviglia.
    Un caro abbraccio. Fabio F.

  3. Conoscevo De Lea e non ho parole per definire tanta sua grandezza.Solo il mio
    balbettio.Marlene

    “In questa terra
    di pane e sale
    disegno un cerchio
    col gesso
    e materialiazo i presenti
    fuori sconosciuti
    si muovono gli assenti
    con in mano un rotolo
    di alghe e di coralli.
    Superando quel cerchio
    scavalchiamo la vita
    che per un caso trama
    il riscatto
    o abbaia un progetto
    o da un grido sverna
    e trascina fascine
    svelate da un sussurro.
    Vite che colano
    sopra questa terra
    di coste e aceto.
    Vite che colano
    dalle terre risorte
    esistenze di viola.”

  4. Un grazie infinito a Francesco per la sua generosa opera.

    Un grazie a tutti per l’altrettanto generosa attenzione e simpatia.

    Speriamo nel dies natalis invicti della poesia, ché ci porti tanta adesione alla terra, al buon frutto dell’umano…

  5. Leggo e torno a rileggere questi versi, invito allo scavo. La lingua, sottoposta a un esercizio di “raschiamento”, lancia una sfida, che interpreto imperiosa, che so con certezza essere irresistibile.

  6. Sono anche io tra quelli che leggono e rileggono queste poesie, “verbo senza carne”, “petrose”.

    Un plauso anche alla puntualissima nota di Federico Francucci e grazie a Francesco per averla proposta.

    E per l’occasione, ancora auguri a tutti.

  7. Per ultimo giunge l’editore, felicissimo nel leggere tanta positiva meraviglia al libro del nostro Enrico. Ho fortemente voluto in catalogo questo libro straordinario, denso e importante. Mi complimento anche con Federico Francucci che ha scritto una delle migliori schede critiche che abbia avuto modo di leggere in questi ultimi mesi.

    Un buon anno a tutti gli intervenuti, ad Enrico e al carissimo e pregevole amico, Francesco.

    Gianfranco

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