[di fili d’erba e bave di vento]

non è inverno quello che veramente vede, non è brina quella che lo assale, ma fiore, e il piano è collina. L’amore per qualcuno è forte, fino a questo segno; ma il testo

correrà «in un punto senza brina». Cercando l’eufonia esplodono suoni, suoni, e squilli, squilli. così vola la punta delle dita: digita, incolla, copia.

 

[…]

 

1

corridoi e pratiche, vetri: uno stile
non è completo – forse è una testa,
ma è nuda; è una nuca. Cerere
non madre, madre
mai Cerere, per fingere la storia
più bella. piacente primavera è la stagione, l’ospedale
comincia, e lo scalzo e la nuda
grossa e giovane, alta e l’urina sopra
i posti vuoti dell’acqua grossa e giovane.

 

2

ora bisogna che gli scandali avvengano. la lingua scende
sul pube aperto, che delira. la mano tocca la guancia, «vedi
che è grassa», e no, è morbida –
«io giaccio SOLA», Saffo grida: che sembra un modo non popolare – e Cristo è popolare –, e una fuga
senza riguardo o pietà: ecco, potrei non essere solo, se voglio.

  

dopo la vita pubblica, l’occhio ha visto i cosiddetti cementi, i cosiddetti pavimenti: gli uni «grigi» gli altri «freddi», per convenzione della lingua. Questi piccoli appassionati, tante piccole cose – il piede si appoggia piano, per il freddo; la mano evita il tocco, per la polvere – e ti hanno rapito: propriamente, ti attirano a sé. e si aggiungerà molto gentile lampo, o grazia, al mondo vissuto prima. Gesù mostrava a Teresa PRIMA le mani. Non le altre bellezze, perché bruciano. Altre prose, di prima, sembrano BAMBOLE e FALSETTO. Di forte e caldo caro si vive, il bello e il buono; non si muore di altro, ma che il cuore scoppi, perché – confessione piana, in una telefonata lunga – il cuore è rosso, il cuore adora.

  

la fantasia promette un mondo puro; nell’anima è stato promesso. Guardalo ora, che cade. Guarda il mondo, che si trasforma: non c’è più il bambino – che non sa se vivrà e come – né l’anziano – che non sa quanto vivrà; ma il giovane. E muore – perché si trasforma per sempre – una fama raggiunta, che non vale più.
l’occhio penetra nelle finestre aperte, a sera, per l’estate; immagina il non visto, il sapore; il sapere; una fontana getta acqua, sotto.
qui penetra poco freddo e il rumore è minimo, che viene dalla strada. Il giorno è festivo: sono quasi colpi, e sembrano sospiri – per questo è amato il telo ricamato, leggerezza, i piccoli passi dietro, la propria madre, forse.

  

non è inverno quello che veramente vede, non è brina quella che lo assale, ma fiore, e il piano è collina. L’amore per qualcuno è forte, fino a questo segno; ma il testo correrà «in un punto senza brina». Cercando l’eufonia esplodono suoni, suoni, e squilli, squilli. così vola la punta delle dita: digita, incolla, copia.

  

l’altalena e l’appello erano nella stessa mattina, e la palestra e gli insulti: una scuola, l’Italia. ti vedi, e sembra libero il transito tra Tevere e Centro, poi verso i Saxa Rubra. Andata, ritorno. e ora a chi ne scrivi? a chi rimane [vedi, dopo: non rimane nessuno]. gli angoli della casa, e la polvere, e tutti i libri raccolti sono uniti. Da qui si viene e si torna. Le serrature sono state violate una volta, due, tre, quattro, negli anni. E l’inchiostro sparso? E la porta del frigorifero – aperta? Queste forbici, quella carta; il tavolo; nostra figlia, nostra figlia, la casa.

  

dentro l’acqua si ride. A sedici anni, la nudità non è grave; l’inizio della vita è delicato. Ferito il corpo, ora la pelle sta lavorando (la pelle è l’esoscheletro, il limite): produce i liquidi che sa quando è colpita, come oggi. Non è più il sangue di ieri. Il liquido lubrifica i tagli, nelle gambe. Molti – che prima sono – dubbi scompaiono. E che il corpo, entro certi limiti, si basti è una consolazione e funziona.

 

3

contro lo splendore – la vista
d’occhio – incredibile, la fine
di membra vive, carni – come
i cani le cercano. Ad uno
splendore si chiede: ora splenderà.
Alla grandezza, che sazi. Alla cosa sensibile:
tutto è amore, tutto, e questo
non sembra amore.

per esistere, la pelle vive. e piove; si vive
15 anni, per esistere, con ardore. la madre
non è dea, senza ardore: che parla per esistere,
in uno stato vero. il suono della R esiste
in uno stato vero, nell’autore: che regge
la notizia, per la donna che vive e l’area
che ci resta.

si contrae il nome, PAV.: il pavimento sempre.

chi pende è un velo lento, ora cade: chi fu
le belle membra.

 

4

ista cartula est di un capo
stanco – la testa – nell’ora
della sua soluzione.

o padre o madre
difende febbre e acqua
di questa casa e insetti
ospiti, lasciàti vivere
e topi. il POCO
non è questo: in un posto
prezioso i fratelli nascono
prima, il lembo di placenta

sparirà! e l’ingenuo. Questa è
una realtà più grande e certa, l’ultima
COSA della prima vita.

 

5.

in una sala si provoca il parto, i giorni
avanti, per esistere: qui puoi morire
subito, non nato qui morire: o no.

l’incarnazione è rotta nella
corsa, l’otto agosto dell’
uomo una goccia decora

il suo motore morto, l’amore
senza errore andato e via
veloce, aperto. Non sono

atteggiamenti. Ora uscite.

di stazione in stazione il filo
del telefono c’è, la cucina
più nuda, e la casa, ci sono:
come è un tamburo duro
in mano ai figli, per gioco; come
la pioggia fredda, che non è neve
bianca.
un punto tondo bello
si romperà, se cade:

forte il ginocchio sul fondo
della strada, il mento forte

sopra lo stesso punto, forse,
non deve più, non deve niente.

[massimo sannelli]

 

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Le immagini fotografiche sono dell’autore.
Il soggetto è una scultura di Andrea Dal Lago.
______________________________

 

***

5 pensieri su “[di fili d’erba e bave di vento]”

  1. Le poesie misteriche e misteriose, che sfuggono all’occhio che le legge, e poi non sono né misteriche né misteriose, ma eventi nudi, che usano il linguaggio per prodursi. C’è un segreto qui dentro, nelle poesie di Massimo Sannelli, del quale non sono venuto ancora a capo, del quale non voglio venire a capo, ma che a volte mi intriga, a volte mi porta troppo lontano… Auguri, comunque. Per un lavoro originale e forte. Marco.
    Ricordi, Massimo? Lo psichiatra genovese. Ma qui, nella Dimora, in libera uscita, come saprai.

  2. grazie… forse non sono nemmeno poesie, non so cosa siano. in questi giorni lettere che mi dicono “voi poeti” oppure “meschinità dei poeti”… – e io che rispondo con silenzi o frasi minime. rispondo che non volevo fare *poesia*, che volevo solo essere più felice, offrire a M. e a F., e anche a C., cose belle – quello che potevo. e a me volevo dire: prendi spazzatura, proverbi, modi di dire, ricordi, e fa’ musica.

    la scultura di Andrea è un manichino da negozio, con tracce di resina. ma esposto sulla terrazza di Camogli diventa altro: il seno carico di una cosa povera che diventa una cosa d’arte – qualcosa di separato e santo. molta grazia è nella spazzatura! e auguri a Lui, che è nato a marzo e si fa festeggiare in dicembre! e a Francesco – non è un nome come un altro – GRAZIE, sempre

  3. questo flusso musicale e insieme carico di umano. mi da vertigine e la sensazione di avvicinarmi all’indicibile.
    “prendi spazzatura, proverbi, modi di dire, ricordi, e fa’ musica.”
    ecco il poiein del vero poeta . senza forzature, con naturalezza aggirandosi tra le vie quotidiane, solo adeguandosi ad un ascolto, qui acutissimo.
    sento in ogni prosimetro un angolo di mondo in cui mi riconosco, anche se i contorni sfumano, come il profilo sudato del manichino resinato, che allude mentre soggiace all’evaporazione.
    grazie, Massimo. grazie, Francesco.
    annamaria

    “rispondo con silenzi o frasi minime”

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