Repertorio delle voci (VI) – Manuel Cohen

ERRANZA E RESIDENZA: VITA E LETTERATURA.

“Per un romanziere deve sempre essere esistito un primo romanzo impossibile, un attimo di terrore al primo tentativo d’immagine umana; il resto della sua opera, la sua importanza, dipenderà dal modo con cui avrà riempito questa lacuna, dalla sua storia continua giorno per giorno dell’uomo. Il letterato per noi non avrà altro ufficio: come questo romanziere non rinunzierà a uno studio infinito di se stesso: non cederà a nessun calcolo ma riporterà alla coscienza ogni movimento suscitato nello spirito: crederà a una collaborazione che va oltre le proprie parole, non limiterà i colpi di sonda e non smetterà di cercare in tutti i testi possibili l’immagine di quel testo, per cui ha deciso la propria vita e la propria dignità.” (Carlo Bo, Letteratura come vita).

     I. Roberto Pazzi, nella sua prefazione a Le ombre parlano (La citt@’gioiosa, Fabriano 2000), seconda prova narrativa di Alessandro Moscè, rimarcando l’accento sulla adozione di un linguaggio di ‘rara maestria’, enuclea alcuni tratti distintivi dello stile: “E’ il modo che conquista, l’originalità, la personalità, la forma delle metafore, l’uso corale-epico del parlato, del dialogo, la tentazione dell’oralità trasposta sulla pagina con tutta la ricchezza perfino un po’ eccessiva del suo vissuto”. Il viaggiatore residente, il libro che il lettore si accinge a leggere, si conferma e amplifica nei suoi punti cardinali. E’, va detto, un libro composito. Potremmo intenderlo pure come una summa o bilancio: molte in frequenza le coordinate o i tratti distintivi rintracciabili nel testo e accomunanti con i libri precedenti, dal primo romanzo alle pregevoli raccolte di versi, alla ponderosa produzione critica in cui il nostro si è prodotto nell’ultimo decennio. Il viaggiatore residente sembra, già a una prima lettura, intenzionato a un abbrivio di riconnessione dinamica della propria esperienza: poesia, narrativa, scrittura saggistico-letteraria, adunate a un riassetto, tentando la via poco praticata, come già in Le ombre parlano, il cui titolo non a caso viene riproposto nel settimo dei nove capitoli di questo ampio libro, di un racconto sul racconto, una narrazione plurima, che è narrazione sulla narrazione, e narrazione della narrazione: un’idea di opera aperta e inclusiva che sembra muoversi non tenendo granché conto del gusto della stagione in corso. Al contrario, Moscè punta decisamente in alto e controcorrente, l’idea che sottende all’opera essendo quella di un naturale e voluto affrancamento dai generi letterari, dai canoni, nell’accoglimento di una scrittura che tenga conto della molteplicità dei registri, delle sfumature, in una parola, della complessità: in questa ottica, i riferimenti ideali andranno a esperienze pure molto divaricate tra loro ma che praticarono sentieri di sconfinamento e di crisi: L’uomo senza qualità di Musil, L’Ulisse di Joyce, e più prossimi nel tempo, Un weekend postmoderno di Tondelli, Gli anni giovani di D’Elia, Più luce, padre di Buffoni: “Non ho un’intesa con ciò che racconterò, mai dentro i canoni dello scrivere un romanzo come genere” è l’incipit di Le ombre parlano, ed ha valore di intento o proposta.

     II. Possiamo intendere Il viaggiatore residente quale scrittura a carattere saggistico. Il titolo stesso, nella sua valenza ossimorica, ben al di là della collocazione paratestuale, si offre come spia di senso, enunciato programmatico del testo, rinviando di per sé a quella endiadi: viaggio-stanzialità, o meglio, diaspora-residenza, così ben individuata da Franco Scataglini alla fine degli anni ‘Settanta, e tesa a ri-marcare la centralità propulsiva di un’area culturale periferica: le Marche. La messa in atto di una nozione che l’anconetano derivava da Adorno, nella sua resa marxisante, esistenziale e operativa, di una residenzialità da opporre al costante impoverimento del territorio a causa della fuga dalla regione di esistenze e intelletti, reimmetteva lo scrittore nel suo alveo socio-culturale, artefice del suo destino. Significò, va da sé, riappropriarsi di una cultura, di una lingua e, con questa, confrontarsi con altri centri, con altre periferie, esperienze, contesti. Il magistero di Scataglini, una delle massime voci del secondo ‘Novecento, ha contribuito non poco alla consapevolezza culturale di una regione al plurale, e alla agnizione delle sue individualità letterarie. Tutto il lavoro di Moscè sembra tenere ben a mente l’insegnamento del poeta anconetano, lo attualizza quasi, declinando la questione lungo l’arco del libro. Viaggio e residenza ne sono il leit-motiv , la coordinata fondamentale o invariante, rintracciabile in più luoghi o prelievi lessicali, in una fitta messe di stilemi, e nelle varie sezioni narrative, e non è un caso se Viaggio residente s’intitola pure una sezione del libro di versi L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2005) a conferma di una continuità di temi e motivi . Sarà un viaggio nella residenzialità, un grand tour alla ricerca di ragioni e luoghi della residenza: richiami paesaggistici, scorci territoriali, nominazioni faunistiche e floreali, perlustrazioni di città (Roma, Bologna, Ancona, Pesaro, la riviera adriatica, e le più amate, Urbino e la Fabriano, in cui l’autore vive e di cui è, di fatto, la voce destinata a esserne memoria in divenire), modalità argomentative e ragionative investono descrizioni di persone, ritratti psicologici, dalle nuances psicoanalitiche… un attraversamento a vari stadi della residenzialità come condizione: di natura, di storia, di credenze e tradizioni popolari (nelle ampie sezioni dedicate alla Fabriano nel tempo, alle dicerie e leggende che rinviano all’oralità, anch’esse riprese e in continuità col suo primo romanzo ambientato nella sua città), e residenzialità come destino: di solitudine, di abiezione o degrado, di reclusione e incomunicabilità (: ‘La residenzialità non è un sogno di conciliazione’, scrive Moscè, a ribadire come questa ricognizione sorvegliata eviti i rischi di un’oleografia da strapaese…) di sofferenza, di malattia, di indagine cognitiva sulla morte e di inchiesta su dio… un percorso à rebour alle scaturigini della scrittura, alle sue ragioni. Ecco che come a pioggia o costellazione, tratteggiati con intelligenza e originalità, farsi avanti, autentici revenantes, gli autori più amati: Scarabicchi, Bertoni, Guerra, Gatto, Rondoni, Malavasi, Walkott, Heaney, Baudelaire, Luzi, Prisco, Bonnefoy, Standhal, un orizzonte di letture di riferimento culminante in una triade di rispecchiamento: i maestri amici, Piersanti, ‘il più importante poeta naturalistico’ in circolazione, accomunati da una civiltà di natura, dall’essere ostinatamente dentro il paesaggio, e da una sensibilità panica; Bevilacqua, con cui intrattiene un illuminante dialogo da cui alcuni temi: l’osservazione della vita da una particolare couche emiliana, l’eros, il rapporto con la madre, alcuni suggerimenti di mestiere, le possibilità di dire in poesia come in prosa, un riferimento al metalinguaggio in adozione, e, per finire, il ricorso a Saviane, personalità di spicco del ‘romanzo medio’ del secondo ‘Novecento, dal brillante taglio speculativo, ingiustamente trascurato dalla critica, cui lo lega una razionalità laica e un’esigenza irrisolta di trascendenza. Sono alcune tra le pagine saggistiche più felici, a testimonianza di una libertà e di una autonomia autoriale che travalica griglie o pregiudizi. La ricognizione saggistica tocca vari ambiti, come accade in Gioventù del tempo, dove Moscè non si esime dall’affrontare questioni complesse, grandi temi, sorretto da una cultura filosofica che spazia da Sant’Agostino a Nietzsche, da Bergson a Kierkegaard, da Deleuze a Pascal, evitando certe derive, o approdi suggestivi o consolatori (Nancy), per giungere all’Heidegger di Essere e tempo, di cui attualizza spunti e riflessioni. E’, francamente, credo, la sua scommessa totale, confrontarsi con il tempo, con la morte, con l’esigenza del divino, questioni fondamentali a cui la parte più considerevole della narrativa contemporanea sembra avere rinunciato.

     III. Ma Il viaggiatore residente è, per sua natura, un testo narrativo. Una miniera di plots, di narrazioni o storie che si avvicendano, dove il piacere di dire e narrare è una istanza mai mortificata. Una galleria notevole di personaggi tratteggiati con rapidità e precisione di dettaglio, un occhio narrativo che zuma focalizza e si sofferma su soggetti che restano, figure non secondarie, con particolare predilezione per quelli femminili, orizzonte di riferimento e chiave di accesso all’esperienza del mondo dell’autore, descritte in uno stile mai ridondante o esornativo, parlano, nei frequenti inserti dialogici. Il discorso libero diretto di Moscè sortisce buoni esiti di pertinenza: dialoghi secchi essenziali precisi, in un linguaggio scarno, veloce, da parlato. Persino quando tocca gli aspetti molto privati della esperienza della malattia, in L’adolescenza strozzata, le modalità non indugiano nel patetico, tentano la distanza oggettiva del referto, della cronaca; o come nei lacerti di dialogo in certe risacche di degrado, la lingua mina l’argot con verosimiglianza e congruità. Il discorso libero diretto è un tratto costitutivo della quiddità dell’autore, del suo stile. Altro punto forte, una modularità della tecnica narrativa, risiede nel fatto che le narrazioni nascono spesso da elementi di paesaggio apparentemente esterni: l’osservazione e la percezione sensoriale, fisica, uditiva, relativa a una particolare tonalità coloristica o a una gradazione della luce, un odore, attivano la miccia (mito)poietica del racconto proprio come madeleines proustiane (qui, certamente, un riferimento puntuale, un paradigma); un procedimento in cui Moscè rivela particolare abilità. Altrove, a volte, l’attivazione della memoria del racconto è ingenerata dal ricordo o citazione di un autore o brano o particolare strofa di versi: come a dire che l’oscillazione tra scrittura scritta e quella da scrivere è un confine labile e non necessario. E che la vita e la letteratura, riducendo un gap tentano la via di una approssimazione: vita come letteratura, letteratura come vita. Ma pure natura come vita e letteratura come paesaggio: cogliendone le fertili intramature immaginative e sensitive (qualcosa di analogo leggo dalla prefazione di Bertoni a Stanze all’aperto, Moretti & Vitali, Bergamo 2008, altro titolo ossimorico, altro puntuale rinvio endiadico a diaspora-residenza) Può accadere, poi, al contrario, che siano gli stessi episodi o dialoghi a rinviare a ricordi di letture, o alla percezione del paesaggio. E’, mi pare, una tecnica di Moscè ben collaudata, e resa, dopo il necessario apprentissage (un libro di racconti del 1998 e il romanzo del 2000) con convinzione. Ulteriore elemento, ormai nello stile del nostro, sta nel ricorso alla mise en scène di un espediente narrativo, l’inchiesta, il questionario, la telefonata, attraverso cui, come in un filo di continuità, legare varie sequenze, rinsaldare la trama. Le interviste telefoniche, nelle serrate sequenze dialogizzate, favoriscono la riduzione della distanza intercorrente tra autore, scrittore, e personaggio convocato. La prosa del nostro, tra le sue qualità, possiede, non ultima, il ricorso a una lingua distesa, serena, dalla voluta controllata e la sintassi mai complessa o ipotattica; il lessico adottato, inoltre, non risulta mai esibito o compiaciuto. Tra le stelle polari di questa scrittura, intravedo, oltre a Proust, Dostoevskij, per quella particolare tensione ad affrontare questioni ineludibili quali tempo, morte, male; e Cĕchov, di cui qui ritrovo la dolcezza di fondo, nella descrizione, e la pietas, come pure Tondelli, per quella attitudine conoscitiva umanissima che tocca amicizia e amore.

     IV. Facendo affidamento alla geometria, e immaginando la rappresentazione di coordinate cartesiane nel piano, se linea narrativa è l’ordinata, e la saggistica ne è l’ascissa, la poesia viene a configurarsi quale origine. Il viaggiatore residente porta in sé i germi e i geni della poesia. Ben al di là delle varie citazioni presenti nel testo, e pure al di là dei continui rimandi alla sua esperienza poetica, di cui questa prosa potrebbe essere pure letta quale controcanto o dilatazione (e il terzo capitolo, Terrazze sul mare, richiama temi e motivi di una analoga esperienza che sta in Stanze all’aperto, tanto da poter ritenere che le due scritture siano quantomeno di gestazione coeva), tracce di poesia restano nella rete del testo, non per una diffusa effusività, quanto, piuttosto, per quella capacità di tratteggiare con sintesi di parole e immagini, un profilo, un personaggio, un gesto, un pensiero. O una particolare vena coloristica del cielo, o della notte. C’è una semantica delle parole, che ha a che fare con la pratica della poesia. Una semantica del paesaggio e dei personaggi, che rinviano spesso a una natura analogica del testo. Accade così, ad esempio, che una serie di parole chiave: viaggio, residenza, notte, ombra… assurgano a veri e propri correlativi oggettivi di una lettura esistenziale, speculativa, ontologica, morale. Così, pure la dimensione notturna, altra linea sotterranea del testo, rinvia irredimibilmente a Leopardi, alla camera oscura abitata da ombre, ombre che parlano, presenze a cui dare dignità di voce, a volte guide virgiliane nel viaggio. Anche Dario Bellezza, in prosa e in poesia, amava spesso evocare la presenza – genetiana e leopardiana – di un viaggiatore d’ombra, presenza deuteragonista nel percorso d’esperienza. Come stretta a un verso di ‘un amoroso filo di pensiero’ dell’ombra amica di Remo Pagnanelli, la prosa di Alessandro Moscè si muove indagando le tracce e i transiti di un ‘umanesimo sensibile’. Il viaggiatore residente, come a un nodo o a uno snodo della stagione artistica di Moscè, porta in sé e realizza le potenzialità di dire. Sarà al nostro, ora, ed è il miglior auspicio, continuare con decisione su un solco già ben delineato.

 

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Nota biobibliografica

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.
Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Ancona, il lavoro editoriale, 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia 2004) e Tra due secoli (Neftasia, Pesaro 2007); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva, New York 2006, seconda edizione 2008).
Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2004) e Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo 2008).
E’ tradotto in inglese e in spagnolo.
Si occupa di critica letteraria e di filologia su varie riviste e giornali (“Il Corriere Adriatico”, “Il Tempo”, “Pelagos”). Ha ideato e dirige il periodico di letteratura “Prospettiva”, ed è caporedattore della pagina della cultura del settimanale “L’Azione”.
Ha ideato e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”.

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