FranzWolf – di Franz Krauspenhaar


Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all’altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l’inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma.
(Blaise Pascal – Pensieri)

 

La pioggia risale al vento, primavere
azzannano gli occhi sparuti al suolo.
Vale andarsene al viaggio in fuga
del sonno lungo, e non da sogno.

 

Uno sguardo impietoso, ferito quanto basta a rendere trasparente la sua visione e acuminato il volto che la regge, attraversa un paesaggio desolato, costellato di rovine scintillanti, lo spazio inabitabile, degradato e paludoso, di una civiltà al tramonto, capace soltanto di camuffare e imbellettare, con i segni innaturali di una festa senza fine, il nulla di senso e la maceria etica che ne sostanziano gli atti, i desideri, i miti, le quotidiane ritualità: tutti simulacri che vengono sistematicamente denudati, smascherati, irrisi e devastati dal fuoco di una pupilla che non concede requie, che non fa sconti, perché ad ogni incrocio, ad ogni stazione, non si chiama fuori dal quadro di inesistenze e di dolore che esplora, ma se ne alimenta, cambia pelle alla natura e alla consistenza delle sue fiamme, rovescia la direzione del vento e il moto della cenere – rivendicando, contro il dettato usuale dell’assuefazione e dell’accettazione passiva, la libertà interiore di chi è capace di evadere dalla gabbia in ogni momento, in grazia di una memoria intatta, incontaminata, refrattaria ad ogni compromesso, a qualsiasi cedimento.

FranzWolf emerge, il corpo segnato da una mappa fitta di cicatrici ben visibili, dalle pagine più oscure, o dal bianco insostenibile delle tele mai dipinte, che abitano le notti insonni di Puch, dai suoi diari mai scritti, testimoni muti della sua lotta contro dio e i demoni che lo abitano, della nobiltà della sua eterna sconfitta. La sua sofferenza si è trasformata in una ironia senza scampo che incide, con tagli netti, incurabili, la superficie delle cose: le cose “che stanno” improvvisamente si rianimano, riprendono sentimento, respiro e voce, rivestite dei colori viventi impastati nel corso di altre esistenze, da altre mani – forse proprio le sue, quando ancora ignorava di possederle, quando il suo vero nome era Bacon, o Ensor, o Pollock. Ora quei colori sono versi, costruzioni sghembe, suadenti e urticanti, amorevoli e beffarde, che irridono la stessa esistenza della poesia ogni volta che si ammanta della pretesa di svelare, di dare senso, di consolare e innalzare oltre l’umana vicenda. La poesia, forse, è tutta in un paio di scarpe sopravvissute al naufragio, tratte a riva da un oblio di vent’anni e calzate, con le movenze irripetibili di un rito senza tempo. Per lasciare nei giorni nuove impronte, il lupo fa i conti, ad ogni passo, con la traccia dolente e solitaria del suo destino: con l’inappagata richiesta d’amore che grida dalla scia frammentata che lascia alle sue spalle. (fm)

Testi

(Da: Franz Krauspenhaar, Franzwolf. Un’autobiografia in versi, Torino, Edizioni Torino Poesia, “I Sassi”, 2009)

Come sono

Amami ti prego come sono.
Un pagliaccio, la sfida, una spada,
un porco appollaiato, un tè freddo.
Amami come sono, accetta questa
mia furia, questo mio buco dentro,
il chiavistello, la porta, il gemito.

Come sono, come sono, un ladro
di quel che trovo, un topo, una mosca
che vede senza essere vista.

Come sono, col dolore che non passa
con la voglia di riderti in faccia
con la tua tenerezza che non trovo
mai, con la mia, che sopravvaluto.

Con il mio carattere orribile, con
la disperazione di essere vivo
mentre i morti, nelle tombe,
fanno la siesta tra le tarme vive.

Con i buchi nel petto, col pianto
appiccicato al muro, con la nevrosi
che mi taglia vivo, con il perfetto
mio modo per non tirare dritto.

Se puoi, se vuoi, se vuoi farti
del male, accettami come sono.

Mosaicos

La scrittura è la terra del fuoco,
la salute all’inferno, è tabacco
e memoria, è il cuscino che mi abita
la notte. Di giorno io sono più nero.
E ancora scrivo.

*

Fare benzina con ricordi sfocati.
Esagerare nel crederli rivisti.
E scriverne ancora, come rumore
a grappoli nel cono che rovina
nel sogno. Ricorrente.

*

E ancora scrivo. Non ho niente
da perdere. Così scrivo.
Per riavere, per risarcirmi
gli occhi agglutinati
da ciò che non è stato.

Ritratto di vero intellettuale

Hai spaccato la strada con la tua coda
e ora sei stanco. Sei un infimo bugiardo,
hai collezionato sputi fluenti dagli occhi.
Chi sei tu? un piccolo uomo inutile
a se stesso, utile al sostentamento
dei miserabili. Le miserie ti sono utili
per farne cibo caldo di fango, l’alibi
per la tua fame di morte. Tu hai cancellato
il tuo futuro sollazzandoti nei retrobottega
la notte, una sigaretta infilata al cielo,
la tua barba a grattare la carta, le ali
spuntate dai denti del tuo cane malato.

Sei un luminare del patetico, sconcio
andamento caracollante della perfidia.
Sai di benzina andata a male, di calce
ammoniacata, di copertone bruciato
dalla puttana che eri. Ti sei svenduto
agli offerenti più oscenamente tirchi
che si possono trovare sul mercato
delle idee. Sei un vero intellettuale,
resti indifferente alla tua meritata fine.

*

Ma non è stato sempre così, tu
in questo modo non ci sei nato.
Sei stato diverso e pronto a pensarti
con le mani dirette sulle cose, chino
sulle vere idee, sui valori di non parole,
ma fatti. Hai creduto nel futuro a brillare
sassi di protesta grezza, ma diamante.

Un bambino prodigio, occhi puliti
sugli sfondi a colori piatti e brillanti,
bello di sincerità esplosiva, per tutti
una parola separata dall’interesse.
E poi, con la stessa lentezza degli inverni
ti sei separato da te stesso, hai preso
anche tu la tua forma di mostro
piano piano, nell’incedere del gesto
quotidiano, versovento, nella corrente,
seguendo il viaggio dei pesci affamatori,
e nutrienti del sangue lesso
delle ultime idee, degli ultimi sogni.

Scrivere

Grande spreco di energie. Il lavoro
mi mandò all’aria i piani. Decidevo
di morire ogni mattina, l’alba era
un coltello, io sapevo di penne
strappate, e sangue di sacrificio.

Lavorai con mio padre un anno.
Lo vedevo muoversi con facilitàˆ
nell’antro della balena, a muovere
le fauci dell’animale, Achab arreso
che non voleva morire.

Loro, la coppia di mezza età, volevano
per me la sicurezza, l’appiglio cronico
il futuro lanciato come una striscia
netta: bianco latte sulla strada.
Non fu possibile. Fu il demone.

Quando decisi di dire a quello il fatto
suo, ero distrutto da anni di piega
e taglia, e incolla. Non ero fatto
per quel delirio. E io dovevo capire
di che delirio ero fatto, e se in quel sogno
ci fosse stata una nicchia per l’amore.

Dipinsi capitalisti osceni e giunsi a patto
con la rabbia. La pittura è sfogo dell’anima
come la musica. La scrittura è giogo perenne,
è lavoro, è la mia vita. Fallire non ha più senso
e l’idea del successo è ridimensionata.

Negli anni mi guardo sempre più deciso,
riempio la bocca di racconti e poi gemo,
per il piacere di raccontarli. E’ un vizio, 
conclamato. L’inchiostro è la mia bava di luce.

Dalla clinica psichiatrica

Scriverò un’altra sfilza
edificante, l’assaggio sale su
chiodato per la gola. Ensor lo vidi
persino al museo, tra
le sue maschere, come
il salumiere tra i clienti fissi.

Vino e birra. Lo sbronzo non
sapeva dov’era. La poesia
è muta come la scala B, calva
come la follia che hai fatto,
sporge in giù come un suicida.
E un operaio sghignazzava.

“Non è valido! Non è valido!
Non è valido! La scrivo meglio io
la lista della spesa! Siete bravi
a mangiare senza muovervi dalla
sedia, io sui tubi grondanti piscio
le rime dell’edilizia franca!”

Sono diventato moralista al cubo,
intubo sentenze e massime
giù nella gola, cibo liquido,
fino alla fine della composizione.
In alto perciò i cuori di pietra!
In alto i calici del grande sbronzo!
In alto i camici delle infermiere!

E se non conosci Ensor affrettati,
delirio puro made in Belgium,
un cantore di corte vuota, solo spettri
che rodono, che pisciano nei vasi
del disumano. Io, qui all’asylum
per prestatori tumefatti, con l’anima
gonfia di preservativi, vado avanti
a cadaverilene malmostato, 100 mg.

Quattro signori pazzi guardano l’aria
cadere, una donna è sdentata, una
volta era bella, e sapeva di confettura
di ciliegia, me l’ha detto il marito
in visita. Il professore è tutto bianco
forse per via del camice, e Sonia,
l’infermiera dalle tette lunghe, con
labbra Gran Riserva, mi suscita
erezioni di tenerezza splendida.

Ma qui non si sta male. Ricordo di nuovo
l’operaio, lui sghignazzava dal ponteggio
mentre nevicava pelle bianca, e gli alberi
simulavano un pestaggio. Erano ridotti
all’osso, come ciminiere smangiate
dal fumo, che lento ritornava indietro.

Ricordo che scrivevo molto, le sere
soprattutto d’estate, il notes
sulle ginocchia color malva, i testicoli
introflessi dall’angoscia, le murene a sgusciare
sulla mia schiena con un fischio di treno
sgozzato da coltelli di lamenti.

Poi mi spensi come un sigaro rubato,
venni portato qui da una Citroen bianca,
familiare, ardimentosa a scantonare
nel traffico topesco della sera.
Dai polsi sudavo stigmate di nonsense
aperto, a liquidare il mio sangue
di santo apposito, di santo curioso
non ufficiale, fustigato dal male.

Qui si sta bene. Il ronzio della mente
fa buon brodo sullo sciacquio dei sensi
sedati. Fissato alla parete, prendo la dose
elettrica e mi scuoto come un cane
sotto la pioggia, le gocce sparano dal bianco
della camicia, nell’ombra lieve separata dal corpo.

Pollock il Seminatore

In una giornata di semi caduti, il seminatore
sparge il colore, frattali a balzi, scalpelli di luce
scura.

L’uomo calvo in un fienile si muove come se fosse
quello il mondo, tela a terra, accampamento Sioux
e danza propiziatoria. Intanto prende a piovere
rossi, blu, verdi, a strati puri, da bastoni e altre sonde,
coltelli, pennelli induriti. Pollock è il capo indiano.

Minuti, ore. Pollock cena con l’aria attorno,
nel fienile spande humus a tinte, a vita, attorno,
around around. E’ dentro e fuori, muove e si legge
nella tela. La tela non è mai stata così dipinta,
non è mai stata così tanto il pittore.

Bacon Portrait

Colori primari della pena, su tela
grezza, Londra perversa, sale
sulle ferite. Bacon approva di soffrire,
le fette di carne lacerata da graffi
esalati da respiri sempre più grandi.

Al mattatoio. Scudisciate di male
l’amore allatta il piccolo, l’animale
subito ammaccato sul ciglio
bistrato dal pugno di un killer.

Sofferenza. L’urlo dei papi.
“Se riuscissi a urlare, chi sentirebbe”,
dice il pittore guardando una lampadina
che dondola sopra la sua testa.

Ammanettato. La frusta cala sulla schiena
come da bimbo, il padre, faceva. E sangue.
George, la cintura arrotolata in mano.
Tra scoppi affamati di tenerezza.

George Dyer, ubriaco. Tenta il suicidio
sulla torre. Bacon sghignazza alla sorte
sputa rosso sulla tela, al ritorno,
poggia il bicchiere di Pernod, urla
contro le foto picchiate sul pavimento.

Alla morte del ragazzo. Continua la
fantasia a spalmare di fumanti rossi
e blu di spada. Si separa dal pennello,
retrocede, si ferma, avanza, lancia
il colore, si gode la distruzione.

La carne corrompe se stessa, per lui
tutto è luce che splende fissa
su blocchi di morte prima del trapasso.
E’ il demone a possederlo, a picchiarlo,
a carezzarlo di sperma e sangue.

L’arte di Bacon

L’arte è violenza, i gusti sono gusti
e colori freddi, i primari della vita, della morte
fienile sparso di pioggia amara,
laboratorio di immagini, crudo a sangue
di vita a ferita, abrasa, caotiche atmosfere.

Senza interpretazioni, ognuno dica la sua,
ognuno veda quel che vuole vedere.
Tutto sembra crudele: la realtà èˆ 
crudele, non c’è scampo, il leone
è ferito e ancor di più azzanna, senza posa.

E così, l’uomo, lasciato con la disperazione
che si abbassa e si spande sulla tela
– l’ingrediente d’ogni colore e forma –
si voltola nella fuga dal mondo, diventa
cerchio magico, di fuoco, che ravviva e vivifica
su segni di morte e sofferenza.

Da ogni taglio viene fuori ciò che ci vive
come dalla donna, dal suo taglio, il neonato, condannato.

Occhi nudi

Un po’ di glamour, suvvia, dice l’addetta stampa
mentre piovono lacrime dentro il cubo
alle pareti. E’ una festa di morte, a incubo
condizionato, a desideri fiondanti, finestre
che ridono a gesti, a bocche socchiuse.

La moda è di morte. Incede con scandalosi
corpetti di rosso pompeiano, vestendo
la crisi. Come a Weimar, donne fumano
contro le pareti di un soppalco, mentre
uomini non sbarbati ballano lo shimmy, tra loro.

In un canto un’orgia. Sei o sette si scambiano
effusioni saporose, nel pallore di morte delle
carni appassite. C’è il gesto del padrone di casa,
un ricco smidollato, succhiato dalla cocaina,
che cerca una sigaretta nell’atrio scintillante.

Champagne. Carezze fulve su pellicce a torre.
Una ricca guardarobiera si fa palpeggiare da un
povero uomo d’affari. Mi trovo con indosso la maschera
veneziana, all’avventura, eccitato e insieme sconsolato.
Sono un viandante perduto del piacere.

Dove sono? forse nell’incubo di un pittore malato
degli anni Venti. Vedo facce come ritratti cubisti,
si muovono e si deformano. Lasciano scie della loro
presenza scenica, sono lucciole multicolori sotto
le lampade affumicanti dell’interno, a corolla.

Avanzo, guardando. Scopro solo con gli occhi.
Il giro delle danze m’intimidisce, una donna nuda
bellissima mi prende per mano, e mi dice qualcosa
all’orecchio. Da quel momento non sono più io.
Faccio di tutto per fuggire, ma resto prigioniero
di un cubo di vetro, il naso appassito a una parete
le mani che si muovono nel vuoto, come ruote,
nel niente esploso dell’aria viziata.

Ho raggiunto

Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori.
Ho pianto col riso, ho fatte
mie le scarpe di mio padre
ferme qui da vent’anni.
Le ho indossate nel sogno
andando a prenderlo
come fosse il rapito da calce
da macerie giganti.
Dopoguerra dell’oggi
senza colpe e aguzzini,
solo natura folle, carne
di terra tesa. Come le menti
scolpite nella bruma, lo squarcio
apre ferite abrase, vecchie
e sole. E noi rimorti, dentro.

Sensibilità
ˆ
Come una radio, notturna
che trasmette mille cose
in mille lingue, capto le onde
disturbanti, le emissioni
del cuore e del vangelo
del rosso. Il mio gigantesco
azzurro chiama. Il nero della
notte è una collina di chiodi
infissi nelle pareti bianche.
Non le vedo, come un cieco.
Come una radio, notturna
mille voci si calpestano, onde
che svariano e allungano
le lingue di suono. Nel sonno
le recupero, tra i sogni.

________________________________
Franz Krauspenhaar è nato Milano nel 1960.
Ha pubblicato i romanzi: Avanzi di balera (Addictions, 2000), Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, 2005), Era mio padre (Fazi, 2008, Premio “Palmi” speciale per la narrativa, edizione 2008), L’inquieto vivere segreto (Transeuropa, 2009). Ha partecipato alle antologie: Best Off 2006 curata da Giulio Mozzi (Minimum Fax, 2006), I persecutori (Transeuropa, 2007), Lettere ai politici (Fazi, 2007), Attenzione! Uscita operai (No Reply, 2007), Il lavoro e i giorni (Ediesse, 2008). In poesia ha pubblicato per Feaci Edizioni gli e-book Champagne (2005), Monoscopio segreto (2007), Cocktail K (2008), e ha partecipato all’antologia Pollockiana curata da Francesca Tini Brunozzi (Edizioni Torino Poesia, 2009).
Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e costume.
______________________________

***

Annunci

19 pensieri riguardo “FranzWolf – di Franz Krauspenhaar”

  1. “E io dovevo capire
    di che delirio ero fatto, e se in quel sogno
    ci fosse stata una nicchia per l’amore.”

    Spero tu abbia trovato una nicchia e anche di più.
    Queste poesie si leggono d’un fiato e hanno passaggi veramente belli, che sanno essere intimi con poche immagini, ma efficaci:

    “ho fatte
    mie le scarpe di mio padre
    ferme qui da vent’anni.”

    E poi una nota su “Pollock”: “La tela non è mai stata così dipinta,
    non è mai stata così tanto il pittore” ;
    una poesia bellissima, sembra di toccare l’uomo che danza, di vedere la tela.

    Un caro saluto

  2. E’ una poesia che sento molto vicina. la mia preferita di questa breve selezione è senza dubbio “occhi nudi”. ho notato molto l’ultilizzo della parola cubo, particolare curioso. presto o tardi devo procurarmi un po’ di roba di franz. un saluto.

  3. Una bella e incisiva lettura quella che Francesco fa del Lupo Franz, un lupo solitario ma non isolato, acuto osservatore che si mischia e si sporca col mondo e del mondo amandolo e odiandolo, fuggendolo e abbracciandolo teneramente
    il suo analitico scandagliare ogni passaggio di vita, ogni odore, ogni vuoto, è così profondo ed acuto da restarne intimamente feriti.

    Di Franz trovo unica la capacità di analizzare se stesso attraverso la società che lo circonda, non dall’alto ma con crudezza e spietatezza “orizzontali”, non solo analisi di ciò che gli viene dato/offerto dall’esterno dunque, ma esame attento di ogni carica nevrotica che in lui stesso si genera. Di Franz mi piace la capacità di mostrare il petto, la pelle, la fragilità custodita nella memoria dell’infanzia infinita, la sua cruda e nuda umanità complessa e irrisolta, cui dà libero sfogo con i suoi repentini sbalzi d’umore, con la collera straripante che sempre mal nasconde una grande e tenera capacità d’amore… di Franz mi piace l’autenticità, il linguaggio colto e scurrile, vivo e livido di venature …

    Franz mette tutti davanti allo specchio della nostra poliedrica immagine, mostrandocene il profilo migliore e quello più misero e meschino, in una lotta d’esistenza che dischiude la bellezza dell’essere assolutamente e semplicemente comuni e mortali.

    non avendo ancora il libro non so se nella raccolta è presente la poesia di Franz che più amo e considero un autentico capolavoro, si intitola “Come sono” ed è così vera, pulsante e piena di vita da farmi piangere e sorridere in un’unica emozione

    la lascio qui per tutti

    Come sono – Franz Krauspenhaar

    Amami ti prego come sono.
    Un pagliaccio, la sfida, una spada,
    un porco appollaiato, un tè freddo.
    Amami come sono, accetta questa
    mia furia, questo mio buco dentro,
    il chiavistello, la porta, il gemito.

    Come sono, come sono, un ladro
    di quel che trovo, un topo, una mosca
    che vede senza essere vista.

    Come sono, col dolore che non passa
    con la voglia di riderti in faccia
    con la tua tenerezza che non trovo
    mai, con la mia, che sopravvaluto.

    Con il mio carattere orribile, con
    la disperazione di essere vivo
    mentre i morti, nelle tombe,
    fanno la siesta tra le tarme vive.

    Con i buchi nel petto, col pianto
    appiccicato al muro, con la nevrosi
    che mi taglia vivo, con il perfetto
    mio modo per non tirare dritto.

    Se puoi, se vuoi, se vuoi farti
    del male, accettami come sono.

    *

    Vi abbraccio Franz e Francesco.
    natàlia

    1. Belle riflessioni, Natàlia, che condivido.

      Ho preferito escludere, dalla selezione che andavo preparando, molti testi che avevo già visto in rete, in vari blog. Anche per dare ai lettori la possibilità di farsi un’idea più completa di un libro che andrebbe considerato alla luce del disegno complessivo a cui dà corpo.

      Comunque, adesso inserisco anche questa poesia, un vero e proprio manifesto di poetica.

      fm

  4. mi piace quest’agonismo dell’opera di FRanz, proprio nel senso originario di “agonia”, di corpo a corpo con la propria ossessione – mi ricorda, pasolinianamente, quel “gettare il corpo nella lotta”, nella lotta della letteratura

    ciao, complimenti, un abbraccio e buone feste

  5. Versi decisamente suggestivi. La forza visionaria e l’atmosfera mi riportano al racconto The outsider di Lovecraft. Dev’essere la “forma di mostro”…

    Complimenti a Franz e saluti a tutti
    roberta

  6. Franz carissimo,
    sono lieta di trovarti su questa Dimora che non finirà mai di stupirmi.
    Questo tuo nuovo libro non fa altro che confermarmi quello che ho sempre pensato della tua scrittura, sia prosa, sia versi.
    La verità, la tua, ma anche la nostra, su noi stessi e la vita, è incisa forte e chiara su pagine-parole necessarie nella loro urgenza di rivelarsi e chiarirsi, di fare anche male poichè il male fa parte del nostro essere.
    Ma ogni tanto, come una luce improvvisa, una dolcezza s’insinua tra le maglie di una memoria dolorosa, un riscatto, forse, per gli anni andati in rovina, una speranza senza retorica di un vivere e affrontare il tempo in una dimensione più consona all’essere umani, con pregi e difetti.
    Tu non ti nascondi e per me questo non è cosa da poco,anzi!

    Grazie davvero a te e francesco.
    un forte abbraccio augurale perchè il 2010 sia,finalmente, più mite.
    jolanda

  7. grazie infinite a tutti, in primis a francesco marotta, con questa sua lettura profonda. e naturalmente a enrico, a natalia, che ha scritto una recensione nella recensione, jolanda, e gli altri lettori.

    un battesimo festoso, con voi, prima di capodanno. un abbraccio.

  8. Grazie a te, Franz, un gran bel libro – maturo, meditato, capace di inglobare e riplasmare una miride di registri, di strutture e di linguaggi. Un libro al quale un semplice testo, sia pure estrapolato ad arte e presentato in un post, non rende minimamente giustizia. O se ne ritaglia almeno un itinerario (tra i tanti possibili), o non si fa altro che ridurne la portata e la pregnanza. Come sempre più spesso, purtroppo, succede in rete e altrove.

    Ciao, un abbraccio a te.

    fm

  9. Leggerò. Mi piace molto, inoltre, il fatto che Franz continui a portare avanti prosa e poesia insieme, in un’epoca in cui diversi poeti, purtroppo, per convenienza, hanno abbandonato la ricerca poetica abbagliati dai ben più facili consensi che la prosa, per sua natura, può donare all’autore. Continua così.

  10. Brindo, ora che tutti i brindisi si sono sprecati, a questa tua opera poetica, caro Franz, e alla tua nuova opera narrativa. Un buon inizio d’anno, leggerti, starti vicino con le parole.
    Con l’affetto che sai. Fabio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.