Una favola per il nuovo anno – di Ivan Crico


(Un esemplare di pochi giorni di rossa friulana, foto di Ivan Crico)

 

Una preghiera per tutti i bambini del mondo

Le finestre delle stalle sono molto piccole, di solito, ma la luce
che entra, e che illumina mucche e fieno, le fa assomigliare
a delle chiese. Al posto dei mosaici ci sono dei bellissimi
acciottolati e gli animali, nel loro continuo ruminare,
sembrano proprio assorti in una perenne preghiera. E pregano
davvero, pregano per tutti i bambini che berranno il loro
latte; quel latte che, assieme alla neve, è una delle cose
più pure da vedere al mondo. Sono tanti, tantissimi i bambini
che soffrono nelle nostre città: bambini picchiati, lasciati
soli, bambini a cui vengono fatte cose che non si possono
nemmeno nominare. Le mucche pregano in ogni momento
affinché il loro latte sia sempre più buono, poiché quel latte

caldo sarà, forse, l’unica cosa buona che questi bambini
avranno nella loro giornata. Loro diventano così, oltre
che mamme dei propri vitellini, anche un po’ mamme
di tutti i bambini del mondo. Oggi, purtroppo, le mucche
devono subire, come tutti, l’avidità dell’uomo. Le vecchie
stalle di pietra stanno lasciando via via il posto a freddi
capannoni di lamiera in cui sono costrette a lavorare
continuamente, fino allo stremo, per produrre ogni volta
sempre più latte. In quei tristi posti fanno molta fatica
a pregare, trattate come macchine pronte a essere
sostituite, e il loro latte ne risente: per questo non riesce
sempre bene. Lì non c’è più il contadino che parla

loro e chiede come stiano, che si preoccupi di loro
come se fossero parte della famiglia e che, all’arrivo
di un vitellino, sorride pieno di gioia, come se fosse nato
un suo figlio. Nelle grandi stalle moderne i piccoli
delle mucche non fanno quasi in tempo a vedere
i propri genitori, già destinati alla tavola di qualche
signora anemica. “Ma come si fa a pregare in queste
condizioni?”, si chiedono a volte le mucche, interrompendo
la loro preghiera; subito però la riprendono perché sanno
che i bambini maltrattati sono sempre di più ed il loro aiuto
è molto, molto importante. “Perdonateci bambini cari”, dicono
ogni tanto, “se il nostro latte non è più buono come

una volta, ma non è colpa nostra. Qui ci danno da mangiare
soltanto cose cattive per farci produrre sempre di più. Qui
nessuno ci vuole bene, siamo solo delle cose da sfruttare
e da mandare al macello quando non serviamo più. Ma finché
vivremo, state tranquilli! Anche se tutto ci sarà contro, saremo
con il pensiero sempre con voi! Finché vivranno le vostre mamme
mucche, voi non sarete mai soli!”. Tutto questo i bambini
lo sentono, anche se non sanno spiegarlo a parole: è per questo
motivo che, quando le maestre li portano a vedere
una stalla, sono sempre contenti. Magari a casa
nessuno li considera, ma qui sanno che c’è sempre
qualcuno che li pensa, che prega per loro.

(Tratto da “Presto saremo canto“, raccolta di favole inedita)

 

 

______________________________
Nota dell’autore

Le foto ritraggono un esemplare rarissimo di “rossa friulana“, una specie bovina in via di estinzione (ne sopravvivono solo una ventina di capi ormai in regione) per cui mio suocero, scomparso esattamente tre anni orsono, ha lottato per tutta la vita. La moda, del resto mai cessata, era quella ed è di sostituire le nostre razze antiche con altre, come l’olandese frisona bianca e nera, molto più produttive. Poco prima di morire, dopo essere stato deriso per decine d’anni, mio suocero Tullio Benfatto ha avuto almeno la soddisfazione di ricevere una telefonata dall’Ateneo udinese in cui gli si chiedeva di collaborare ad un progetto di salvaguardia di queste bellissime mucche. Questa fiaba è dedicata a lui e a tutti coloro che, come lui, non hanno mai smesso di sognare.
______________________________

 

***

 

 

VIGILIA

Dire le ore
che passano, sempre
di più assomiglia ad uscire
di casa quando ancora è buio, ancora
tutti dormono, sentire

il contatto sulle dita
della legna spaccata su cui l’ultima
neve ha dormito, il ruvido, rapiti
nella lontananza di ossidati
licheni, profumate reliquie
del bosco d’agosto.

Con calma. Misurati
nell’ombra i passi, lenti. Ma senza
smettere di pensare alle braci
ormai prossime a spegnersi, al filo
di fuoco che non deve spezzarsi. Offrire
l’aria. Offrire gesti pazienti di rami
ordinati, pieni di spazi. Varchi
dove la fiamma possa muoversi
libera, cercare da ogni lato

l’alto
mentre si propaga
di stanza in stanza l’iniziale
calore che le ho dato.

Vigilia, chiara, di frutti innevati.

(dicembre 2009)

 

***

15 pensieri su “Una favola per il nuovo anno – di Ivan Crico”

  1. Caro Ivan,
    desidero dirti che scrivere favole, oggi, mi sembra molto importante. favole dedicate ai bambibi ma con preghiera di lettura per gli adulti, soprattutto per quelli che non hanno avuto la grande fortuna di vivere a contatto con la natura, di sentire il profumo di una zolla smossa dalla vanga, di vedere una piccola pianta, col tempo, mutarsi in fiore e poi in frutto. Mi piacerebbe conoscere il contenuto delle altre, se ti va.

    E poi c’è VIGILIA, dove ho letto, dentro un bel costrutto che mi ha emozionata, chissà, forse esperienze vicine, un segnale di speranza per quanti desiderano e, non fermandosi alla prima occhiata, trovare sotto il gelo che ci circonda quel briciolo di calore umano che ancora resiste.
    Forse non tutto è perduto.

    Grazie e sereno 2010 anche a te.
    jolanda

  2. Non c’è niente da raccontare, o da scrivere (e, per giunta, in versi), che sia più difficile di una “favola”. Non quella codificata, e canonizzata, dal genere, dalla rispondenza a precise strutture narratologiche, ma l’atto che, fedele alla natura etimologica del termine, si risolve in un dire che vive unicamente delle immagini che crea, della sua capacità di legare lo sguardo (soprattutto quello interiore) alla realtà a cui, anche solo per un attimo, dà corpo e voce.

    Un’operazione del genere può avvenire solo a patto di rinunciare a qualsiasi opzione mimetica: il linguaggio adulto, colto, può sì imitare la grammatica di uno sguardo aurorale, ma non potrebbe mai renderne compiutamente il senso, l’accensione, la potenza dello sguardo primigenio che anima la pagina, concentrandovi tutto il reale come nell’istante della prima nominazione – che è l’arte, meravigliosamente incodificabile, che alimenta la fantasia, la visione e la lettura del mondo fatta da un bambino.

    In questo testo tutto ciò avviene: la lingua che narra è una “lingua bambina”, il lessico ridotto all’essenzialità del dire che nomina e immette movimento nelle immagini, senz’altra preoccupazione che lasciare una scia di sé, ridotta a un lampo difficilmente riproducibile.

    A riprova.
    Ho fatto leggere il testo a mio figlio (undici anni tra qualche giorno), e alla mia domanda – “cosa te ne pare, ti piace?” – mi ha risposto, con una semplicità disarmante: “è molto bella, può averla scritta solo un bambino” (notare che non gli avevo chiesto niente in merito all’autore).

    La spiegazione che mi ha dato sulla sua “convinzione” profonda, mi ha suggerito la riflessione di cui sopra.

    Grazie Ivan, anche da parte sua (alla ripresa dell’attività scolastica, ne porterà una copia ai suoi compagni e alle sue maestre – per leggerla e commentarla in classe).

    fm

  3. Grazie Jolanda e grazie Roberta. Penso anch’io che sia importante scrivere favole, soprattutto se non si ha l’intenzione di farlo. A me è successo questo. Le ho nel cassetto da dieci anni, mi convincono eppure non sono riuscito mai a sottoporle all’attenzione di qualche editore. Dovrò farlo, prima o poi, ma la cosa mi imbarazza pensando a quanti sfruttano questi temi per cercare facili consensi. Invece con i sentimenti, specialmente quelli più semplici e puri, con le parole più dirette, quelle senza premeditazioni e mediazioni, non si scherza! Per cui vedremo.
    Il commento di Francesco è così profondo e bello che si commenta da solo. Comunque il parere di suo figlio vale più di mille premi e trofei…

  4. “al filo /di fuoco che non deve spezzarsi.”
    un filo molto bello di versi che dà il senso dell’umano, da quando Prometeo, in antitesi con il divino, diede la scintilla; per questo da sempre si vigila (penso all’importanza nelle civiltà arcaiche o anche contemporanee primitive) di tenere vivo il “fuoco”, di conservarlo, ma soprattutto di affidarlo alle generazioni successive.
    Così in quel “contatto sulle dita/ della legna”,così in quel braciere resinoso “di reliquie” delle strofe centrali: i Lari.

    Allora è giusto che questo filo di fuoco, diventi di latte per i bambini, e le mucche restituiscano il senso del ciclo e dell’offerta di parte di sé agli altri. “voi non sarete mai soli” (magari con abnegazione). Sulle favole, molto belle (e condivisei) le osservazioni di fmarotta.

    Mi sono proprio piaciute anche le immagini e l’accenno al fatto che la diversità biologica è assolutamente da preservare.

    Grazie!
    Buon Anno! ciao

  5. Amo come pochi le favole, sono per bambini e adulti, almeno quando sono vere e portano piccole grandi verità come fai anche tu Ivan.

    Grazie a te e come sempre a Francesco.

  6. Una favola per bambini deve essere come una foto: chiara, nitida, dove permetta a loro di vedere, anche con la loro fantasia, ciò che si sta raccontando. E deve essere anche un messaggio di speranza e di fiducia nel futuro. Nella tua favola ho trovato questi preziosi elementi. Grazie.

    Tanti cari auguri.

    Sergio Gregorin

  7. senz’altro, come sottolinea l’autore, il commento di tuo figlio è quanto uno possa di meglio desiderare, una conferma assolutamente felice.
    Anch’io, come Nadia , amo le favole e questa è bellissima-.
    buon anno nuovo a tutti
    liliana

  8. Anch’io, come il comune amico Tomada, caro Ivan, arrivo solo ora a ringraziarti per la favola e il testo “Vigilia” che, squisitamente, mi avevi mandato per gli auguri. Grazie, di cuore, per ciò che fai. Contraccambio i tuoi auguri di un sereno 2010. Con l’affetto che sai. Fabio

  9. Conosco queste mucche, pascolano libere in Val Visdende dove, da moltissimi anni ( la considero casa) vado a trascorrere le vacanze e in cui ho fatto amicizia con molte persone del posto. Siamo diventati famigliari, non semplicemente familiari.
    Il latte, è una preghiera che profuma della terra, del cielo, dell’acqua e anche della libertà che vivono in quei pascoli, rientrano da sole nelle malghe, semplicemente riconoscendo il pastore che va a chiamarle solo mostrandosi. Fanno la fila e tornano, è uno spettacolo vederle, perché nemmeno in quell’occasione hanno fretta. Tutto viene fatto come fosse una cerimonia, è un rito, e si ripete ogni giorno, ogni sera.
    Grazie a Ivan Crico per questo quadro e per questo alpeggio, di cui ho sentito la grazia e la capacità di sanare ciò che in noi è ormai un grande, diffuso dolore. fernanda

  10. Grazie Ivan…
    nel leggere la tua fiaba…. ho rtvisto il luccichio degli occhi di mio padre…un uomo che non ha mai smesso di sognare e di credere nelle proprie convinzioni… a dispetto di tutto e di tutti.. senza arrendersi mai…
    perchè un uomo senza sogni è un”involucro vuoto…. inutile

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