Le balene – di Antonio Scavone

Le balene

     Non trovano calamari ma buste di plastica, le ingoiano per fame, hanno perso l’orientamento per sfuggire ai cacciatori giapponesi e norvegesi, si spiaggiano anche sulle nostre coste ormai lontane dalle loro acque abituali, muoiono per asfissia, restano sulla battima come giganti abbattuti da forze invincibili, mastodonti del mare ma fragili come malati terminali, orrendi e titanici come il mostro marino che Marcello Mastroianni scopre alla fine de “La dolce vita” di Fellini: sono i cetacei scampati agli arpioni ma non al degrado, sono le balene che Sarah e Libby, sin da bambine, aspettavano di vedere in un altro angolo di mondo, sulle coste rocciose dell’isola Maine sull’Atlantico.
     La storia che David Berry scrisse nel 1981, e che Lindsay Anderson girò nel 1987, è in realtà senza storia, non c’è racconto se non come abbozzo, non c’è sviluppo se non come iter narrativo. È una “storia” che si ripete e ripiega su se stessa, sulle due sorelle Logan – una, Libby, arcigna e dispotica; l’altra, Sarah, gentile e premurosa. Da ragazze, Sarah e Libby con la loro amica d’infanzia Tisha andavano sulla punta del promontorio per osservare il passaggio delle balene nel mese di agosto: l’avvisaglia di questo transito – spettacolare e suggestivo – era data da un altro passaggio, da un’invasione più cospicua e fortunosa per la pesca del signor Randall, quello delle aringhe che anticipava appunto l’arrivo delle famose balene. Dopo cinquant’anni e più, dal 1910, le due sorelle – ormai vecchie – si sono ritrovate a vivere insieme nel cottage di Sarah di fronte al mare, all’Oceano Atlantico, e vivono come possono farlo due anziane, di una pensione di guerra (del marito di Sarah), di qualche sporadica generosità dei figli (di Libby), del tempo quieto e delicato “che non aspetta tempo” come dice Sarah e, non ultime, dell’amicizia talvolta esuberante di Tisha, di quella ossequiosa e forbita dell’esule russo Maranov, dell’invadenza di Joshua Brackett, un chiassoso idraulico che propone di sistemare a un prezzo conveniente una luminosa vetrata sul portico del cottage, per godersi il panorama al riparo dal vento e in tranquillità.
     Ma in questa saga della terza età non sempre le cose sono tranquille, non sempre gli animi lo sono. L’ipotesi della vetrata viene respinta vigorosamente da Libby, sebbene il cottage appartenga a Sarah. Colpita da cecità, Libby trasuda di egoismo e crudeltà, è chiusa in se stessa, rifugge dai ricordi, predica l’abbandono e la futilità degli avvenimenti e aspetta nient’altro che la morte perché tutto è svanito nel tempo, perché tutti sono a suo giudizio infingardi e opportunisti. Sarah, invece, è il ritratto della pazienza e della disponibilità: riordina la casa e i ricordi, fa da mangiare e assiste la sorella, confeziona koala di stoffa e invita a cena il nobile decaduto Maranov che le fa dono delle aringhe pescate di buon mattino, pregustando il chiaro di luna che da quel portico è una meraviglia. Libby rifiuta anche l’ospite e minaccia di disertare la cena.
     Che senso ha una storia così semplice e senza sviluppo? Che significati acquistano quelle balene che passano d’agosto, sulla costa del Maine, quasi solo per rinverdire il passato di queste due sorelle sole e abbandonate?
     Il senso potrebbe essere, ed è in realtà, quello di una vita vissuta sullo scadere delle stagioni, sia quelle naturali, sia quelle esistenziali. Il senso potrebbe essere quello di una scansione “andante” nel ritmo della vita, di una ciclica e monotona ripetitività, così tipica per le persone anziane al di là e al qua dell’Atlantico.
     Questo è senz’altro il senso che Libby ha conferito alla sua vita e quindi all’esito della sua vita – vantaggi e sfortune, desideri e rinunce – ma non è l’aspettativa di Sarah che, sebbene più vecchia di Libby, “si dà da fare comunque”, si accetta e si propone, si indigna e risolve. “Fare, fare, fare” è l’invettiva, l’accusa che Libby rivolge a Sarah, sempre occupata in faccende, a governare la casa e le necessità della vita in comune. Cieca, scontrosa, tradita dalla figlia, Libby può solo toccare con le dita le ortensie del giardino, quelle che la madre aveva piantato quand’erano piccole, può solo immaginare i colori lussureggianti dell’isola come può solo immaginare di avere indosso il suo abito preferito, quello blu, quello che le sta meglio e che Sarah deve prontamente tirar fuori dalla cassapanca.
     E a cosa alludono quelle balene che passano al largo nel mese di agosto? Sono anche qui, in questa storia, simbolo di una caccia ossessiva, di una ricerca o di un’analisi dell’io com’era “Moby Dick” per Achab? Rappresentano il lato oscuro di una smania sia pure sopita, come un Moloch invincibile ma seducente? Anche qui ci troviamo sull’Oceano Atlantico, sulle coste che degradano dal New Hampshire al New England: anche qui sembra di risentire e rileggere, attraverso la storia di Sarah e Libby, le atmosfere e le suggestioni liriche di poeti come William Carlos Williams, di Stephen Crane, di John Ciardi, per non parlare di Robert Frost o Edgar Lee Masters. Anche qui rivediamo paesaggi, costruzioni, pontili che sembrano vecchi di secoli e tuttavia agibili, rispettosamente vissuti, adoperati, utilizzati.
     Le balene delle due sorelle incarnano gli stessi desideri della balena bianca che il capitano Achab si è prefisso di distruggere, per distruggere definitivamente il percorso tragico e desolato del proprio orgoglio, della propria esistenza. Per Libby, “achabiana” negli intenti, è senz’altro questa la verità: il tempo che è passato – tanto, troppo – non solo le impedisce di vedere per la cecità le cose che ancora vivono, ma di vedere dentro se stessa – con un’asciutta consapevolezza, un lungimirante disincanto – l’apatia e la vulnerabilità della sua esistenza ormai alla fine. Sarah si contrappone a questa visione tragica senza sbocchi con sorprendente vitalità, con un’idea di consolazione e di riscatto che è molto più propizia di un’illusione, la stessa per esempio che Melville configurò per lo scrivano Bartleby.
     Se non trasmettono paura ma, anzi, coraggio e passione, cosa saranno mai queste balene? Tutto è molto quieto e quotidiano in questa storia: Sarah si preoccupa di precisare, per sé e sua sorella, di essere “persone comuni”…  Persone comuni, che cos’è? Una bestemmia, uno sproposito, il sigillo dell’ovvietà, delle sconfitte patite, di una malinconia a buon mercato?
     Invitato a cena da Sarah, il nobile russo Maranov viene cinicamente apostrofato da Libby come uno sfaccendato e uno scansafatiche, smascherando l’intenzione segreta di voler diventare inquilino del cottage dopo essere stato sfrattato dal suo appartamento in affitto.
     Maranov è costretto ad ammettere che il pensiero di poter abitare una parte del cottage lo aveva coltivato, che si sarebbe reso utile alle due sorelle con lavoretti di manutenzione, che non avrebbe procurato nessun tipo di fastidio giacché, ormai anch’egli vedovo e dalle finanze striminzite, poteva contare soltanto sul ricavato della vendita di uno smeraldo, gioiello di famiglia, e sulla disponibilità di amici comprensivi e discreti. Il devoto Maranov si congeda da Sarah con il garbo dei suoi modi squisiti, lasciando capire che troverà comunque una soluzione ai suoi problemi di sopravvivenza, una via d’uscita che gli consentirà giorno per giorno il recupero di una dignità ferita, di un bel tempo che è stato e che non sarà più.
     L’amica d’infanzia, Tisha, afflitta dall’artrite e delusa perché le hanno negato il rinnovo della patente di guida, passerà il suo tempo a raccogliere more e pettegolezzi, fiori ed espedienti contro la noia, a rendersi inutilmente utile quando propone a Sarah di vendere il cottage. Ma Sarah non venderà il cottage, congederà con fermezza l’agente immobiliare che Tisha imprudentemente aveva portato con sé, indosserà il suo vestito più bello per la cena delle aringhe, imbandirà la tavola con le candele, pettinerà e spazzolerà i capelli bianchi e lunghi di Libby, parlerà alla foto del marito morto in guerra ricordandogli la necessaria riservatezza che deve mostrare una moglie sul letto di nozze e affronterà la sorella dispotica dichiarando il proprio diritto a vivere finché è possibile, nei modi giusti e possibili. Solo in quest’ultima sequenza, spaventata e sopraffatta da un brutto sogno e dall’atteggiamento franco e irremovibile di Sarah, Libby capirà il fondo delle sue malìe e delle sue guerre perdute: darà la mano a Sarah, acconsentirà che l’idraulico Brackett installi una luminosa vetrata nel portico, e si farà accompagnare da Sarah sulla punta del promontorio, nei loro vestiti leggeri e con i loro cappelli di paglia, per vedere o comunque percepire con la memoria il silenzioso passaggio al largo delle loro balene d’agosto.
     Raccontare una storia anche quando non c’è diventa l’unico motivo per lettori e scrittori di far parte di un destino e di esserne perdutamente consapevoli.

***

11 pensieri riguardo “Le balene – di Antonio Scavone”

  1. Bellissima analisi, Antonio, di un film intenso e intimo che le tue parole riportano alla luce con evidenza commossa. Si intuisce, da come descrivi i caratteri, che Libby non può essere che Bette Davis e Sarah, Lilian Gish. Grazie, Marco

  2. Non ho letto il libro, ma trovai splendido il film forse anche perché caratterizzato dalla magica interpretazione che Lillian Lish e Bette Davis seppero dare ai personaggi rispettivamente di Sarah e Libby. E poi c’era il mare, il fascino e il mistero di ciò che emerge dal profondo con quel passaggio delle balene atteso e che ogni anno si compiva, come una storia di cui non si conosce l’inizio né la fine ma che si attende e che tuttavia era già esistita, e che si crea ed esiste finché la si aspetta. La sapienza di un’attesa cosciente di una memoria che si compie. Bellissimo film!
    Molto bella questa analisi che riporta alla luce piccole preziosissime gemme, ricordo che quello stesso anno uscì “the Dead” ultimo film di John Huston, forse mai apprezzate come avrebbero meritato.

    grazie
    lisa

  3. Antonio prende spunto da un fatto di cronaca (le balene che si spiaggiano anche sulle nostre coste) e, attraverso il rimando-pretesto al film di Anderson, ci regala, tra le righe, una profonda riflessione sul tempo e sulla vecchiaia.

    L’accostamento che Lisa opera con “The Dead” (anche qui John Huston – al suo testamento capolavoro) ne è una, sia pure indiretta, testimonianza.

    fm

    p.s.

    Lillian Gish non ha mai saputo di essere stata uno dei grandi “amori” della mia vita. Meglio così: avrebbe facilmente scoperto di dover dividere quell’amore a metà con Lauren Bacall.

  4. Ciao Antonio,
    comincio con l’ammettere di on conoscere David Berry autore delle balene, ma ho sempre amato i film con attrici d Hollywood del calibro della Davis che invece ho potuto ammirare in qualche film.
    Le due protagoniste di questo scritto rappresentano, credo, due modi divers di affrontare la vita: Libby, arcigna e dispotica è il simbolo di un pessimismo rassegnato che non concede alla mente uno spazio per intravedere la luce in fondo a una vita grigia e pervasa dagli acciacchi della vecchiaia; Sarah nonostante sia coetanea di Libby affronta le difficoltà e le delusioni con più energia e meno senso dell’abbandono rispetto alla sorella; nelle loro esietenze vi è inoltre l’appuntamento col passaggio a largo del’isola del Maine di questi splendidi mammiferi che sono le balene: è un rendez-vous con invitati di specie diversa ma che paertecipano all’armonia del creato con le due anziane signore alla fine più o meno riappacificate con il mondo.
    Il regno degli animali ha un raporto con ciò che li circonda più immediato e reso meno complesso da una minore incidenza di filtri e sovrastrutture che creiamo noi umani: Sarah e Libby sono in una simbiosi di partecipazione con l’andirivieni dei cetacei, il cui passaggio è come se rappresentasse il và e vieni dei ricordi che popolano necessariamente la vita di due persone in età avanzata; mentre però Sarah ha metabolizzato i copli della vita e risoluta non si abbandona al flusso del passato ma vuole ancora fare, Libby solo più avanti capirà “il fondo delle sue malìe e delle sue guerre perdute”, e con la sorella sarà pronta a lasciarsi andare con una serena accettazione nella “corrente” del passaggio delle balene che è la metafora del trascorrere delle stagioni del tempo e dell’Io

  5. Forse senza saperlo, senza aver letto il testo di David Berry ma avendo visto quella felicissima trasposizione cinematografica di Lindsay Anderson, anche noi abbiamo le nostre “balene d’agosto”, il nostro appuntamento negletto e poi improvvisamente riconosciuto con gli oggetti, i ricordi, gli eventi più o meno esaltanti della nostra vita (nient’altro che una banale epifania, dirà il saccente di turno) eppure, a ben vedere, quante cose dimentichiamo – perché le abbiamo lasciate scioccamente da qualche parte – e quante, invece, riusciamo a recuperare dall’archivio infinito della letteratura, del cinema, del teatro, persino dalle leggende che abbiamo appreso dagli altri, da tutti gli altri. Sembrerebbe, a questo punto, che tutto sia stato detto e scritto, che non vi sia altro da scrivere e raccontare o che gli spunti debbano essere inventati, diciamo così, trasgredendo e “mirando di là da quella”, in questo caso la letteratura. E’ vero, tutto è stato detto e scritto ma, se siamo qui (anche qui in questa “Dimora”), è perché tutto dev’essere ancora detto e scritto, seguendo, tra i tanti, i sentieri che ha tracciato David Berry o Lindsay Anderson. Quindi anche noi abbiamo le nostre “balene d’agosto”, la nostre malìe e le nostre guerre perdute (come ricordi tu, Domenico), ma non rinunciamo a raccontare, a raccontare o a ri-conoscere ciò che hanno già raccontato “gli altri”. Quanti di voi, di noi, lettori della “Dimora”, vorremmo essere – tuttora – compresenti su quel promontorio di quell’isola Maine ed accompagnare, senza essere visti e senza disturbare, Sarah Louise Logan ed Elizabeth Mae Logan? Accompagnarle e cercare di percepire anche noi quel miraggio, quel tempo che ritorna sia pure per suggestione (come rileva Lisa), quel senso della vita che resta uguale dopo le tragedie e le stagioni… Questo fa la letteratura e le storie degli uomini e delle donne sono “molto” letterarie, a volte. Per tanti è una questione di ricchezza, ed è l’unica ricchezza che, per definizione, vuole essere condivisa.

    Grazie a Marco (sì, la dispotica è Bette Davis: fino all’ultimo Bette Davis incarnò il ruolo che l’aveva resa celebre – morì due anni dopo, nel 1989 – suscitando sempre attenzione e antipatia per i personaggi che interpretava e che il pubblico poi istintivamente conferiva alla sua sfera privata, alla sua personalità: ricordo un solo film nel quale Bette Davis impersonava, anche qui magistralmente, una paralegica: “Telefonata a tre mogli” di Jean Negulesco del 1952).

    Grazie a Lisa e grazie a Domenico per le emozioni che la storia e il film hanno fatto emergere.

    E grazie a Francesco che dichiara il suo “amore” condiviso per Lillian Gish e Lauren Bacall (lo condivido anch’io, non fosse altro per il ruolo che Lillian Gish sostenne nell’unico film girato da Charles Laughton – “La morte corre sul fiume”, da ritornarci con una scheda, un giorno – nel quale Lillian Gish difende i bambini che fuggono dal tremendo falso prete e killer Robert Mitchum).

    Riprenderci le nostre storie, anche se pensate e accadute lontano da noi, è un buon sistema per inaugurare e augurare Buon Anno.

    Antonio

  6. Passeranno o non passeranno le balene?
    forse tutto dipende dalla capacità di saper custodire dentro di noi l’incanto dell”attesa, la capacità di proiettarci oltre nonostante la vita.
    E’ una bella scommessa soprattutto in tarda età.
    Ed esere lì, su quel promontorio, fra passato e presente, attendendo o sperando in un segno che dia ancora continuità e senso tra il groviglio di ricordi belli o brutti, di treni presi al volo oppure persi, forse è l’unica via possibile per r-esistere, una direzione ultima per non cadere nel baratro del dolore. mio padre ha custodito fino all’ultimo questo meraviglioso incanto. e noi? basterà una storia, nostra o di tutti, o forse mai esistita, a farci ri-credere nelle nostre personali balene.
    A quanto pare sembra di sì se l’incanto che ho intravisto in questa tua pagina, carissimo Antonio, ha smosso, come un terremoto, l’humus pregno di dubbi e poche certezze.

    Quando letteratura e vita coincidono!

    un abbraccio a te, uno a Francesco.

    jolanda

  7. Già, Jolanda, un terremoto… Ci sono storie che ci affascinano perché ci mostrano un aspetto dell’esistenza (vita e cultura) che non avevamo considerato e ci sono storie che ci sorprendono perché le abbiamo avvertite come nostre. In realtà, è tutto falso, cioè è tutto inventato da chi vuole descrivere e insieme far palpitare non solo emozioni e significati ma turbamenti e consapevolezze. E’ una falsità – l’invenzione letteraria – che abbiamo cominciato ad apprezzare e perseguire quando ci siamo accorti che non ci bastavano più le nostre pur nobili ma circoscritte verità. Le balene continueranno a passare e ci ricorderemo di doverle aspettare: è un impegno con la nostra memoria e con le nostre aspettative: qualcosa ci diranno e qualcosa ci faranno dire, o scrivere.

    Un abbraccio

    Antonio

  8. Una tua scheda sul film di Laughton, Antonio, sarebbe un bel regalo: è un’opera a cui sono particolarmente affezionato.

    fm

  9. Parlate di cose che amo, accidenti. “Le due orfanelle”, “Agonia sui ghiacci”, “Il giglio infranto”. Ma, soprattutto, e qui la parola deve tacere, un capolavoro come “Il vento” di Sjostrom che non esito a mettere fra i pirmi cinque capolavori del cinema. E Francesco, di cui solo ora conosco il suo amore per Lilian Gish, come farà a non, fraternamente, concordare? Certo che Lauren Bacall in “Acque del sud”… come avrei voluto accenderle quella sigaretta… Marco

    Ma Bette Davis la perfida signora delle “Piccole volpi”! Chi conosce quel film non dimenticherà i suoi occhi in primo piano mentre Herbert Marshall, in piano lungo, sale le scale vittima dell’infarto mortale…

  10. Bravo Marco, continuiamo a “farci del male”, un altro passo e da Sjöström siamo a Bergman, e poi a… :-))

    Cribbio, ma che nostalgia che m’è venuta! Meno male che c’è ancora “va(c)canze di natale” nelle sale…

    fm

  11. Dimenticavo: “Il vento” è proprio il film che mi fece innamorare della “mia” Lillian. Quando la rividi, a distanza di una trentina d’anni (per lei, per me ne erano passati un paio), nei panni di Rachel Cooper, capìi che il nostro amore era eterno.

    fm

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