Esilio nella Selva dei Poeti

(da Esilio di voce, 2009)

prova a trattenere il crepuscolo
prima che l’estremo sbiadire
dei colori scivoli via dal tuo volto
ascolta la squilla sul filo delle pietre
il varco sonoro dove sabbia e radici
restituiscono il duro lavoro del giorno
qui non un gesto che dica il prossimo
squarcio il morso del fuoco
che indurisce cristalli nel palmo
neanche il buio che preme e squama
le impronte degli occhi solo il ritmo
fraterno delle cose immaginate
in piena luce materia vivente
visibile appena il tempo di passare

(Continua a leggere qui…)

***

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16 pensieri riguardo “Esilio nella Selva dei Poeti”

  1. Non so se potrà mai esserci “una terra libera dal dolore del nome”, ma grazie dei versi letti ed accolti.

    Grazie a entrambi, a te e a Natalia.

  2. “in piena luce materia vivente / visibile…”; “il ritmo fraterno delle cose immaginate”. E’ esattamente il lavoro che stai facendo con te, con noi. Nulla da aggiungere se non la totale solidarietà poetica e umana per gli anni a venire. Marco

  3. poiché di là mi risponde picche:
    “terminated request because of suspicious input data”
    e non mi lascia postare la mia lettura (troppo sospettoso splinder o ne ha piene le scatole :))
    allora lo lascio qui.

    Leggendo mi vengono incontro il fuoco e l’acqua declinati in lingue, tracce, pozze o altro, in segni dunque, più che in un loro correre o discorrere
    e poi la terra e l’aria invece dispersi in pulviscoli, aridi, non capaci, se non per poco o per pochi tratti, di accogliere gli altri due elementi.
    Mi vengono incontro l’ocra e il blu notte scuro, sì ci sono tocchi di bianco, ma la luce che intravedo è quella rossastra del crepuscolo, con le ombre che si affollano e beccano la luce e il granello rifratto del sale /sole, un paesaggio dai colori d’arsura “mistico/bizantina”con qualche cosa di lunare, cmq desertico, l’umano vi si addensa, ma o rimane sullo sfondo nel proprio quotidiano spicciolo (che qui appunto non è narrato, se non per qualche sporadico accenno), o si concentra in quell’occhio, quella pupilla (immagine che torna in questi versi) che fruga il palcoscenico, lo sbarra e lo ritenta in lingua (in questi versi viene indagata la possibilità della visione e della tensione verso la realtà e verso la sua profondità in alto e in basso (verità?), della lama sottile e sfrangiata che apra di spiraglio l’oscuro, della “fessura” quindi, anche di quella della gola, dunque del “nome-parola”).

    E se condenso, è una specie di “Waste land” quella che prefiguri in questi versi, dove la Sibilla mi sembra declinarsi in quella “vox clamantis in deserto” lingua, voce del Profeta Giovan Battista (a questo mi porta fortemente anche il titolo, ma ripeto, tutte le poesie lo approfondiscono, ciascuna con un proprio taglio).

    Leggo e rileggo, non in grado per dire qualcosa sull’aspetto tecnico (che però si avverte “fondato” e fondante), mi basta esserne affascinata.
    Ciao.

  4. le vostre letture, ovunque esse trovino “dimora”, mi rendono felice … splinder a volte fa i dispetti, in futuro si ragionerà su un eventuale passaggio a wordpress

    Margherita sa penetrare il succo delle cose, l’ho già letta qui ed altrove con infinito piacere; credo che la vita di un blog sia imprescindibile dalla com-partecipazione e dallo scambio di “vedute” che spontaneamente scaturisce dai suoi lettori, e leggere commenti “ricchi” come quelli di Margherita è davvero gratificante per chi mette l’anima in quello che pubblica e scrive, quindi: Grazie!

    e ancora grazie, Francesco, a tutti i tuoi lettori ed amici che da noi sono passati, cui porgo gli auguri di buon anno da parte di tutta la redazione della Selva dei poeti.

    ed a te, Francesco: grazie per il dono della tua parola!

  5. Grazie a tutti, e di nuovo auguri per un anno migliore. Sembra che, già da domani, non valgano più, rimangano solo parole come le altre. E allora, almeno fino a mezzanotte, melius abundare…

    Cara Margherita, il tuo “occhio” è davvero eccezionale, capace di riportare le “cose” alla loro nudità natale. Non ne avevo mai parlato né scritto, ma adesso posso confessarlo: sono un cultore fin da ragazzo, praticamente da sempre, dell’arte bizantina (l’altro “corno antico” del cultum è il Quattrocento italiano).

    Grazie infinite per la tua analisi, con la quale sto già facendo i conti.

    fm

  6. Provare a trattenere il crepuscolo è andare vicino alla luce e alle tenebre, è aprire lo squarcio sulla vita, sulle sue miserie e sui suoi attimi di gloria. E’ un po’ come lasciare impronte sull’acqua, caro Francesco, ma è in quegli aneliti un po’ folli e un po’ magici che noi ti seguiamo, che ti abbracciamo.
    Fabio

  7. Per dirti che ci sono, per dirti che ho letto, per dirti l’emozione, per dirti perchè non so dirti bene un’analisi poetica, per dirti semplicemente la mia perdita spazio-temporale nel leggerti, per dirti che rimango incollata ai versi. Per dirti che un giorno, quando riuscirò a scollarmi, forse ti dirò il perchè. Ma c’è sempre un perchè nell’amore per la poesia e per un Poeta in particolare?!

    Ti abbraccio, carissimo francesco.
    jolanda

  8. Il passaggio di un anno nasconde insidie a sa regalare sorprese come queste.
    C’è una distensione nel verso che rimane la cellula prima di sintassi possibili (l’articolazione viene prima, la costruzione invece avviene quasi a posteriori). Poesie più brevi, più raccolte.
    La voce però è inconfondibile, come i luoghi, la popolazione di quei versi, i nomi, le piccole inarcature che solo di tanto in tanto scompaginano l’ordine per insufflare nuovo senso al verso (un recto?).

    Salut

  9. Caro Francesco,
    uno dei tuoi segreti – sto traducendo random Char, in questi giorni, per puro piacere – è questa oracolarità liquida, mobile, disseminata, un po’ come se qualcuno erigesse una cattedrale dentro l’acqua, tutti sapessimo che le navate sono fatte di onde, ma tutti vedessero che la cattedale c’è e resiste, e per di più accoglie dentro di sé mille voci. Mi viene questo pensiero proprio mentre cerco, cosa che hai già fatto tu nelle tue traduzioni, di rendere Char meno petroso e aforistico, più vicino alla mobilità persuasiva del dire sapiente. Un abbraccio schulziano. Marco.
    P.S. A proposito, ti ho regalato il mio libretto di Via del vento su Bruno, col mio saggetto e una nuova traduzione, certo non mia, de “L’epoca geniale”?

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