Radici delle isole

Sebastiano Aglieco

Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto, un compito: il racconto dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati, come ci cercano e ci accompagnano le presenze nel corso dei nostri anni. A volte questi incontri finiscono dietro l’angolo di una strada, si esauriscono nello sguardo quando intuiamo una cattiveria, una furbizia non necessaria. Altre volte proseguono. La poesia continua a sfidarci: nei sogni, nelle pieghe delle nostre giornate. Allora si sente il bisogno di conoscere da vicino l’autore delle parole, o di leggere i suoi pensieri come fossero striature della pelle, cicatrici nascoste o esibite come trofei. Quest’incontro, a volte, è avvenuto. Altre volte la poesia ha continuato ad alimentarlo.

Manifesto negro

Buttare all’aria tutti gli strumenti e ricominciare dalle mani, da un fare minimo e potente che ci obblighi a scorticarci, a fiutare il pericolo del lupo. Stanare i poeti dalle università, dalle scuole, dai maledetti salotti e restituirli a un panorama, all’odore aspro e alla fatica dell’incisione. Per il bene loro, per il destino della letteratura. Scoprire una bellezza minima, l’odore delle parole, chiamando a raduno tutti gli spiriti immondi e imparando a piangere sulle parole sprecate di ogni poesia. Chiudere i salotti, i festival, i premi, diventare totalmente umili, innocui, dichiarati e nudi. Imparare ad abbracciare anche le parole non nostre. Amare prendendo schiaffi, sputare contro la propria parola finché si secchi sulla carta diventando pietra, cenere. Sangue secco. Costruirsi il luogo oscuro in cui ci rintaniamo con gli occhi bendati e dimentichiamo tutti i fratelli, i nemici, le stesse parole che ci hanno stregato, obbligato. Non appartenere a nessuno ogni tanto. Tornare a essere quel niente che eravamo prima delle nostre parole bucate. Soccombere al dolore dell’angelo, o alla sua luce. Gridare per amore; imparare a essere ciò che non siamo; amare totalmente o scomparire.

(pag. 29)

Appello

Io vi chiedo, fratelli, la morte per contaminazione, le porte spalancate, la luce dagli occhi forati. La Vita, la Natura, Dio, sono parole che non hanno senso se continuiamo a lanciare i dadi per conoscere il destino; se non impariamo a guadare nella luce sconsolata dell’alba i corpi che la notte ha lasciato sulla riva. Voglio scrivere per innocenza. La mia nascita non mi ha dato un filtro. Colgo la vergogna con dolore, pago in moneta sonante. Pago tutto, e subito, il pensiero violato dalle parole, l’ipocrisia di tutta la vita e lo schifo, quando i poeti lo sostengono. I poeti, sì, più di tutti, quando guardano con lo sguardo girato, quando non vogliono guardare. Bisogna essere alti, altissimi, con le mani grandi come valli, concavi, doloranti e insanguinate. Bisogna saper raccogliere tutto il sangue, con sacrificio; bisogna saper amare incondizionatamente, con la prova dello specchio che ci mostra il nostro sguardo più vulnerabile. E che ci nomina, ogni giorno, ogni ora, senza appello; che invoca il nostro nome segreto. Essere alti o tacere; essere accoglienti o chiedere l’accoglienza nella casa, nel Cerchio, davanti a tutti, dove ogni parola pesa perché non può tradire. Essere uomini, prima che poeti. La poesia non basta. Bisogna abolire la parola letteratura. Bisogna lanciarsi nel deserto di Rimbaud, trovare la nostra stella o ritornare con una gamba malata. Bisogna lavarsi gli occhi prima di vedere, essere totalmente innocenti; sentire, nella parola, l’odore slavato del latte e del sangue. Bisogna essere maestri e insegnare nel limes, dove si vede il prima e si intuisce il dopo; dove non si può barare, pena la vita, la morte della poesia. Bisogna bruciarsi le mani e la lingua prima di scrivere, puntarsi spilli negli occhi e vedere cose che prima non si vedevano: veri ciechi. Percorrere, sul filo di lana, tutte le nostre parole e distinguerle, non farsene una corazza ma un abito di carta per il vento e la pioggia. Essere scoperti nella comunanza. Come quei corpi ad Auschwitz, spogliati e in attesa prima di entrare, prima di varcare la porta e il cancello. Così mi sento nel rapporto con la mia parola, che non è solo totalmente mia, che richiama gli altri, tutti gli altri, all’appello. In nome della specie. Questo chiedo a me stesso, a me stesso prima che agli altri: essere solo, nella scoperta della luce. Guardare con risolutezza e con pietà, non temere niente, neanche le parole, strapparle agli altri e rigettarle nella grande mano concava del mondo. Per tutti, in nome di tutti.
Il più grande peccato dell’Umanità è l’orgoglio di pensare di avere un’anima; solo noi, una discendenza per contratto. Se l’anima è un affare di firme davanti a un notaio, allora tutte le parole scritte per contratto vanno sparse nel vento.

(pag. 30-32)

Ascoltando la neve

Salviamo gli avanzi delle cose che restano, che non sono nostre. Forse qualcuno ci riserverà la stessa cortesia. Come ha fatto Platone con Socrate. Come hanno fatto gli amanuensi. Salviamo senza distinguere il grano dalla gramigna perché in qualche futuro, forse, ci servirà nutrirci della gramigna, piuttosto che del grano. Se il grano non crescerà più. Se sarà diventato amaro. Noi non abbiamo il compito di assolvere. I nostri occhi non vedono tutto e spesso sono ciechi. Noi lavoriamo nella limitatezza del tempo che ci è stato dato. Verranno altri al posto nostro, prenderanno le nostre carte e le leggeranno. O le distruggeranno. La Bellezza diventerà questo ricordo, questa emozione del prendersene cura. Una sola parola superstite può diventare la visione del possibile, dell’immaginabile: Non so dove volgermi: la mia mente si divide in due… (*) L’oggi è un cimitero di tombe senza nome. Forse questa è la sua funzione necessaria. Noi diciamo: siamo, vogliamo. Ci siamo noi e gli altri. Gli altri dicono: siamo, vogliamo. Ma è sempre lo stesso sguardo che rimane qui; è il rischio di Narciso che non vede. Il suo rovescio è Orfeo. Orfeo s-muove tutte le volte che sorride. La madre che guarda il bambino e sorride. E’ l’inizio del canto. E’ l’altro che si muove, il leone che si ferma ad ascoltare il fruscio del vento. Almeno per un momento. Non sempre, ma nel momento in cui sente un canto, una musica. Mistero della parola: quando essa guarda, rinuncia e si spegne. E forse muore. Ma è aperta, spalancata. E’ una stanza bellissima dove molti possono assistere ai suoi lacerti e ai suoi sommovimenti. Ai suoi assalti e alle sue rinunce. La poesia deve permettere uno sguardo. La critica deve diventare sguardo che apre le porte. Come si dice a un bambino che guarda le stelle: questo è il cielo; metti un segno. Di là c’è la terra.
Ascoltando la neve. Ma la neve non ha suono. Allora lo sguardo è sporgenza, apertura.

(*) Saffo, un frammento.

(pag. 40-41)

Una lettera

Caro Francesco,
ritorno nel luogo che da sempre mi compete: l’ombra”. Così dicevi prima di questa estate, se non ricordo male. Ti scrivo da una spiaggia, l’ultimo giorno di vacanza. Tutta l’estate mi sono battuto con questo pensiero pesante dell’ombra, del tornarci per necessità. Gli ultimi avvenimenti mi hanno tentato parecchio. Scrivo nella piena luce e intanto sul mare si formano le ombre della sera. Non sono aggressive, c’è una levità in questo trascolorare, la stessa che ai viandanti intenerisce il core, certo. E’ l’ombra naturale che ogni cosa possiede, il suo essere doppio: questo sei tu, ombra rifranta, luce inappagata, scrivevo in un’antica poesia.
Tornare all’ombra che ci compete. Questo vorrei; il gesto necessario del sottrarsi ogni tanto, per far posto agli altri. Ma parlo di una condizione dell’essere, non di un gesto umanitario; parlo di una condizione naturale per cui, scostandoci, avvertiamo il nostro corpo più sottile, più doloroso. Non siamo, non possiamo essere. Siamo nel senso di una sospensione che non vuol dire non essere, ma che è condizione necessaria di ogni poesia, di ogni parola. E non sai come ho avvertito in questi mesi la durezza necessaria dell’essere avvertito nell’ombra; ombroso, distante. Più saggio, forse, dolorosamente più saggio. E la struggente malinconia di mandare affanculo tutta questa serietà, di andarmene al lidò a cercare ragazze, come dice Vinicio Capossela in una canzone che mi ha accompagnato in questi mesi. L’ombra è vestita di dolore, di saggezza. E ci incupisce. Così bisogna essere vigili per noi stessi. Preferisco la notte, che non ha chiaroscuri, che semplicemente è. Dove, se impari a vedere, impari per sempre. Preferisco la notte che ha durata e finisce. L’ombra si muove e varia.
Ora, queste retoriche circonlocuzioni intorno all’ombra per dirti, per dirmi che dall’ombra emana una luce, un riflesso. Noi ombrosi siamo il sale della terra perché nutriamo, malgrado tutto; perché non dimentichiamo, come spesso dimentica chi vive nella luce, nei suoi rapidi passaggi. Chi vive nella luce è pacificato, dura meno, si brucia. Noi abbiamo questo ritegno, questo dolore dell’apparire e ne soffriamo. Non siamo esigenti, non ci accontentiamo della prima parola, del primo avviso. Noi siamo capaci di scavare fino a sotterrarci.
Ecco, volevo dirti che in questo non esserci, l’essere è sempre. Da qualche parte, in qualche modo. Ci siamo tutti, sia che decidiamo di abitare la notte, il giorno o il regno intermedio che ci fa soffrire. Anche le parole, forse soprattutto le parole sono fatte di ombre. E non durano. Servono? Non lo so, ma esistono.

Sebastiano

(pag. 199 – 200)

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Sebastiano Aglieco, Radici delle isole. I libri in forma di racconto, Milano, Edizioni La Vita Felice, Collana “Sguardi/Saggi”, 2009.
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18 pensieri riguardo “Radici delle isole”

  1. “Noi lavoriamo nella limitatezza del tempo che ci è stato dato.”

    Penso che non ci sia dato altro.

    Grazie a voi, a entrambi.

  2. Pingback: Radici delle isole
  3. Un “racconto dell’attenzione e della cura”. E’ proprio così, e non potrebbe essere diversamente. Perché “attenzione” e “cura” sono non soltanto le stelle polari che orientano tutta la scrittura, poetica e saggistica, di Sebastiano Aglieco, ma la materia prima di cui è impastata la sua persona, e a cui tende ogni sua pagina, tessera di un mosaico in cui si realizza il vero, l’unico “compitu re vivi”.

    Uno dei libri più belli, in assoluto, tra quelli usciti nell’anno appena trascorso. E proprio per questa sua intrenseca bellezza, per il darsi, totalmente, dell’autore alle parole degli altri, l’opera passerà quasi completamente inosservata. Purtroppo, anche se mi auguro di tutto cuore il contrario.

    Ma cosa aspettarsi da una “cultura” tutta tesa all’autocelebrazione narcisa del suo nulla? Cosa aspettarsi dalle cricche e cricchettine di critici quotidianamente impegnati, in rete e a stampa, a tessere le lodi degli amici (sempre gli stessi), delle case editrici piccole o grandi di riferimento (sempre le stesse), delle classifiche e dei premi (già assegnati) che tengono in piedi col loro “disinteressato” supporto?

    Io non mi aspetto niente. E, sinceramente, non saprei nemmeno che farmene di un eventuale interessamento. A me basta sapere, unicamente, che questi libri esistono. Sono. E vivranno.

    fm

  4. Riconosco nelle parole di Sebastiano pensieri anche miei, pensieri che non saprei esprimere con tanta bellezza. Vorrei aggiungere che questa refrattarietà all’ombra (la ricerca esasperata di un posto al sole), nasce forse anche dalla paura della morte. La paura di veder scomparire ogni traccia delle nostre parole, del nostro sentimento della bellezza del mondo. Una paura credo naturale, ma un tempo anche la sua espressione “sublimata” (attraverso qualsiasi forma d’arte) era “naturale” perché avveniva nell’ambito di comunità vere e il suo valore era sostanzialmente spirituale, consentiva attraverso l’arte una gioiosa esperienza di condivisione comunitaria. Oggi tutto è falsato. Pare che solo l’industria e i mass media siano capaci di dare un giudizio definitivo e oggettivo sull’opera. La cricca dei critici fa il lavoro sporco ma è la filosofia di fondo che è sbagliata. Penso che alla poesia sia successo quello che spesso accade a Dio: trasformarsi in un idolo muto.
    Scusate se aggiungo che tutta l’arte femminile del passato (classificata ostinatamente come “minore”) è nata e cresciuta nell’ intimità dell’ombra. Chi ha tessuto gli splendidi arazzi che ammiriamo a volte nelle stesse sale in cui ci sono opere di pittori (maschi) con nome e cognome? Si pensa sempre che questo anonimato sia una condanna, ma chissà…forse è proprio questa l’ombra in cui le anime, abbandonato il balocco rotto del proprio nome e del proprio io convenzionale, si incontrano, si parlano.

    Ciao a tutti e buon anno
    roberta

  5. Un “idolo muto” ha parole che possiamo ancora cogliere. Parole che non sappiamo se servono, ma esistono. Triste non potersi rispecchiare che in pochissimi, ma anche motivo di orgoglio (sempre non settario, tipo amicizia tra esclusi e sconfitti, ma testuale, riconoscimento lucido e commosso del valore altrui). Ciao, Marco

  6. “racconto dell’attenzione e della cura”: dici bene, Francesco, nel tuo commento. Questo libro mi pare non una raccolta di critica letteraria, ma un libro avvincente come una sorta di romanzo o diario, resoconto e testimonianza di un’avventura, fatta con uno “sguardo che apre le porte”.

    Grazie a Sebastiano e a Francesco, e buon anno a tutti.

  7. Torno proprio ora da una breve vacanza e leggo. Intanto, come sempre, grazie a tutti e in particolare a Francesco. Molte cose ci sarebbero da dire ma non le dico. Non spetta a me. Una sola: la scrittura di questo libro mi ha lasciato senza forze. Ora sono quasi in silenzio. Sul passare inosservato, caro Francesco, così sarà, e così sia. Ma il libro non è stato scritto per ricevere elogi. Dall’ombra, tutti, veniamo, e tutti, all’ombra, torneremo. Buon anno. Sebastiano

  8. Un saluto e un grazie a tutti per gli interventi.

    E’ chiaro, caro Sebastiano, che “ricevere elogi” è una pratica della quale non frega assolutamente niente né a te né a me.
    Sono io che richiedo, con forza, da parte di chi potrebbe, e dovrebbe, una maggiore attenzione per i libri di valore.

    O si impara ad “ascoltare la neve”, anche dalle pagine di un blog, o è meglio tacere per sempre.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  9. “Buttare all’aria tutti gli strumenti e ricominciare dalle mani”
    Quanto vero questo tuo assunto, caro Sebastiano, e quanto ti sono grato per averlo scritto. Le mani, i calli, la fatica… solo dalle mani si può incominciare a dire, nell’averle usate, sia per lavoro o per amore.
    Ti saluto e qui ti abbraccio, con affetto. Fabio

  10. Limitatezza del tempo e sconfinatezza del nostro operare quando è, come in questo caso, indirizzato al bene e al bello… E ben si addice alle parole di Sebastiano questa frase di Maria Zambrano “Se non c’è chi veglia mentre tutti dormono, è come se non ci fosse chi ama, chi spera veramente.”
    Un saluto e un sincero augurio a Sebastiano e Francesco. Lucianna Argentino

  11. è un libro fondo, verrebbe da dire. nel senso dello sconfinato che non sempre hanno i “saggi”, è un libro dalla poesia, più che su di “essa”. Non ho smesso di leggerlo, a quasi bassa voce, la prima volta che ho preso a leggerlo “veramente”. Ecco, è un discorso da leggersi, veramente, anche da stare ad ascoltare, come con quei silenzi che germogliano se sai aspettare

  12. Grazie a te, Sebastiano, di tanto in tanto pubblicherò qualche “nota” di lettura tratta dal libro. Anche se il suggerimento più utile è quello di seguire l’esempio di Giampaolo e procurarsi il libro.

    fm

  13. Ho letto il libro e non posso far altro che confermare quanto già detto da tutti. Mi ha colpito soprattutto la generosità, rilevata da Marotta, dell’autore, che stando come in disparte, nell’ombra, emerge invece con una luce tutta sua, soffusa per tutto il percorso di scrittura di questo bel libro ,che consiglio vivamente di leggere.
    liliana

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