Le parole nascono già sporche

Michele Obit

Michele Obit

La scrittura di Michele Obit viene dalla pazienza, dal silenzio, dalla sincera esigenza di fissare i versi sulla carta solo quando si sono davvero trovati il tempo ed il modo di farlo: si tratta di parole coagulate e concresciute come sassi attorno al loro senso, che ne diventa densità e pienezza. Michele non si accontenta di esprimere rabbia o indignazione o affetto, ma scava fino alla radice comune di questi sentimenti – al seme duro che portiamo dentro – e di volta in volta li declina in un percorso profondamente ed eticamente umano. Allora nasce una poesia giusta, dove la parola non ha bisogno di essere gridata perché è già lì dove doveva stare, a raccontare tutta la tenacia che serve per restare attaccati alla vita e provare a darle una forma in cui ci si possa riconoscere. (Francesco Tomada)

 

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Michele Obit, Le parole nascono già sporche, prefazione di Fabio Franzin, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, “Materiali”, 2010.
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Testi

 

Le parole nascono già sporche

io pensavo avessero un loro candore
e che nel pensiero il feto
trovasse il tempo di liberarsi dalle scorie

le parole invece così non ci riunificano
in ciò che è – io non sono io e altro
non è altro – ma un conglomerato di io.

Io ero convinto che nel pensiero le parole
ritrovassero quel senso perduto delle cose
che oggi sta in una ciminiera fatta barcollare

(le microcariche non fanno esplodere
non qui – qui si cade di lato – pesantemente)
o nelle immagini di barche con uomini

alla deriva. La nostra vita quotidiana
è fatta di parole che nascono calpestate
prese a manganellate e violentate. Per

questo io speravo che almeno l’origine
avesse una discordanza con la fine.
Che le parole nascessero guardando la porta

di casa aprirsi o le mani timide di una figlia
o un pomeriggio fumoso davanti
alla finestra e al di là l’acquazzone

e le parole sentite gridare dentro
mentre lei condisce l’insalata
ed un sospiro si mescola con l’aceto

quelle parole io avrei voluto conservassero
una loro purezza – qualcosa che le avrebbe
preservate dalla ruggine e dalla mestizia.

Ma le parole oggi nascono ossidate
raccontano cosí la melma di questo tempo
il sacro distacco da ogni dovere

la ragione che non pretende ragione d’essere
le claudicanti verità degli avvoltoi
il dolce abbandono che ci aspetta.

 

Marginalia

 

Cadere e cadere
e non provare alcuna sensazione
il tempo di reazione dipende dalla velocità
– la velocità non dipende dallo sbattere d’ali

cadere – al telegiornale con un comunicato
sottolineeranno le infinitesimali differenze
tra il volto triste del giocatore di borsa
ed il volto del lavavetri che attende all’incrocio

cadere mentre una miriade di dati
ci danno davvero piccole speranze di sopravvivenza
forse appena il nostro lato metafisico
forse la pena di riappropriarci delle nostre coscienze.

 

*

 

Srečko separatista federalista autonomista
se vivesse oggi se vivesse probabilmente
morirebbe come Feltrinelli è morto – immolato
sul sacro traliccio elettrico

dicono non abbia avuto abbastanza tempo
(quanto tempo abbiamo invece noi
e come lo utilizziamo) e abbastanza notti
– fredde notti sotto i grandi ciliegi

Srečko integralista dogmatico voce inconsulta
se vivesse oggi probabilmente scriverebbe
solo poche righe – parole commemorative
per questo mondo privo di misericordia.

 

*

 

Raccontano: che il teatro è bello
(si trova in una non ben definita città
moldava) ma se ti viene da andare a pisciare
ed apri la porta del gabinetto

ti ritrovi all’aperto – alcune buche
una di seguito all’altra
e te la sogni la privacy
– puoi solo fare centro oppure no

non fa grande differenza – ma sai come scorre
il dibattito là fuori sulla crisi del grano
discutono e poi ridono in piedi o seduti
– ma sai che musica – che gran bel concerto.

 

*

 

“No pise la grama ni los poetas”
e non calpestate – ma il cartello
non lo dice – nemmeno la fresca convinzione
che l’immigrazione sia un affare anche

per le pompe funebri siciliane – e che i rom
in qualche quartiere degradato di qualche città
facciano più paura della polvere d’amianto.
Non calpestate il bisogno di sentirvi

razza umana – carne fresca –
sei operai morti travolti dalla melma
per i quali non servono più – le parole.
Non calpestate l’erba – e nemmeno i poeti.

 

*

 

Rimane lì a vedere come costruiscono
le case in una qualsiasi periferia – le chiamano
zone-cuscinetto – chilometri distesi
ad un passo dai monti e dalle

nuvole. Rimane ad osservare la ripetizione
quasi ossessiva di un paesaggio
– non carne secca e frutta agli
angoli – non la bella Juanita

che si asciuga il sudore con le pietre
e ringrazia – l’ossequio e le case
ed il mondo che circola nei cavi
e fuori la strada piatta e l’orizzonte.

 

*

 

Massacrate quindi gli indigeni del Perù
e prendetevi i loro dividendi – alle grida
rispondete con spari ben più rumorosi –
un libero commercio di sangue e pietà

e di dolci mani nude – altre che arrestano
e arrastrano – figlie di un secolo velenoso –
di un mondo primo che a colazione
mangia petrolio silenzio e scabbia

poi alla sera vomita tumulti di carne
e dorme senza requie e sogna
lo stupore del giorno. Non mi serve
così saggia tanta rabbia…

 

*

 

Alcune immagini ed un forte vento
di persone che al di qua e
al di là di un muro (che non si vede)
raccolgono le proprie cose

sembra abbiano voglia di passare oltre
camminano oltre ma stanno ferme
– sulla spiaggia un carro tirato
da un cavallo che nitrisce salsedine

e cumuli di terra di Palestina
rimangono schiacciati dai piedi pesanti
con quegli sguardi vuoti che non incontrano
alcun orizzonte da sognare – e un forte vento.

 

Funambolismi

 

(Belo Horizonte)

Fino a che respiro
fino a che vedo al di là
di questa umida trasparenza
fino a che favelas e fango
fino alla riva alle mani
e oltre le mani
nere le mani e le ciglia

Fino a che respiro
l’aria immobile di questo tempo
fino ai miei occhi
fino a che uomini supini
e buchi di terra oltre Atlantico

Fino a che respiro
fino a che mi ritroverai
io già donna amata in coda per il bus
aprendo un armadio pagando il conto
un libro la radio le pantofole
fino a che sarai lì ad aspettarmi
alla solita fermata quella del dieci
cercando un vestito e qualche moneta
prendendo in mano un libro dormendo riposando
fino a che non saprò chi sei
io non sarò.

 

(zero punti in classifica)

Andate pure a vedere e capirete:

che Holan – che nulla aveva da mettere in mostra,
né il denaro né le scarpette di Saskia

che Thomas – che con la moglie stava in spiaggia
a pescare telline per la cena

che Vallejo – che a Dio confidò sarebbe morto a Parigi –
sostituendosi all’insostituibile – e indovinando

      (e una candela vorrete poggiarla sulle ali
      di farfalla di Silvia Anna Marina)

      che Bialik – che tra le rovine del massacro
      vide tutti i massacri – nominandoli uno per uno

      che Hölderlin – che dovette incontrare il falegname Zimmer
      per scoprire la parola umanità – ed era già alla fine

      che tutti loro non hanno mai vinto una partita
      e che nessuna vittoria li avrebbe mai salvati dal vivere.

 

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Altri testi compresi nella sezione Funambolismi sono già apparsi qui
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19 pensieri riguardo “Le parole nascono già sporche”

  1. Comunico un’emozione immediata. Queste poesie sono asciutte, intense, perfette, fiere. Di rivolta e d’amore, ma senza nessuna concessione ad altro che non sia l’efficacia delle parole per la scena che descrivono. Vorrei conoscere l’autore e leggere il libro. Se lo aprissi, in una libreria, non avrei esitazione ad acquistarlo. Grazie a Michele e Francesco. Marco

  2. Non vorrei aggiungere altre parole sulla poesia di Michele Obit – ne ho già dette e scritto la prefazione a questa raccolta in cui credo fortissimamente, che sento molto importante – ma voglio dire, qui, che Michele è anche una grande persona, uno scrigno colmo d’anima.
    Con affetto. Fabio

  3. Anche per me vale un discorso identico a Fabio.
    Michele è un uomo che ho imparato ad apprezzare nel tempo, fino a convincermi che sia una persona realmente straordinaria. La sua scrittura è figlia di tutto questo, e ne esprime il valore.

    Francesco t.

  4. Avevo letto già le poesie in anticipo e mi erano piaciute tutte. Tanto. L’opera poetica di Michele/ MIha è in continua ascesa, ma assomiglia a quelle strade ripide di montagna dove non si può raggiungere l’aria più pura senza vedere aumentare, sotto, di sé, il precipizio. Grazie per questi preziosi, abissali doni.

  5. Ringrazio tutti, con un certo imbarazzo che non riesco a nascondere. Alla fin fine sono solo uno che scrive, e che però, sì, trova un senso alla propria scrittura nelle risposte degli altri. Che mi paiono sin troppo generose, anche se devo ammettere che alleviano il cuore.
    Michele Obit

  6. E’ la prima opera poetica pubblicata nel nuovo anno, almeno credo. E se il buon giorno si vede dal mattino, mi sa che quest’anno leggeremo dei gran bei libri di poesia. Questo lo è, e anche qualcosa in più.

    fm

  7. splendide poesie , fortissime, intense. E anche qualcosa di più come dice Francesco che sottoscrivo e, puntualmente, ringrazio.
    lucetta

  8. concordo appieno con Fabio Franzin e Francesco Tomada, e con ivan Crico. E’ una libro di poesia che apre il 2010 davvero con i migliori auspici, ed è una poesia straodinariamente attenta, giusta.
    E’ un nordest che produce meraviglie (e mi manca, come terra).
    Fabiano Alborghetti

  9. Comincia davvero bene questo 2010. Poeta che conoscevo solo di nome e finamente posso apprezzare in attesa di avere l’intera raccolta cartacea.
    Complimenti all’editore che ha pubblicato questa raccolta, al prefatore per la puntialità e naturalmente al poeta che mi ha molto colpito in positivo.

    Un caro saluto

  10. c’è misura anche nell’intensità, e ogni volta sa calibrarsi fino a diventare sparo, non solo respiro. Sa farsi muro e sa disgregarsi,caricarsi il peso di una guerra e cercare ancora una via verso ciò che c’è di umano, ciò che fa di ognuno fa la partia dell’altro. Grazie,ferni

  11. Leggendo, se pure un pò in ritardo, unisco la mia voce a quelle dei commentatori per dire l’emozione immediata trasmessa da questi versi, e ovviamente rimane la voglia di approfondire.

    un saluto a Tomada a Francesco e Michele.

  12. Arrivo solo adesso a conoscere l’esistenza di questo autore e me ne rammarico. Talvolta si perde tempo a leggere della poesia mediocre a scapito di versi come questi in cui ti trovi “a casa”.
    Dopo 10 anni dall’uscita del libro non riesco a trovarlo nei canali soliti (IBS, Libreria Univesitaria…) Qualcuno potrebbe indicarmi la casa editrice, in modo da ordinarlo direttamente a loro?
    Grazie

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