Fulgido, mirabilmente assente

Lorenzo Pittaluga

L’orizzonte, le sue tenie – vaste
cicatrici a disporre l’occhio
alla rete – rive, ancora specchi.

[…]

L’alba mi redime. Il Dio
iroso erompe sul mio volto:
è fulgido, mirabilmente assente.

 

_____________________________
[…] Oggetti di parole, enigmi di parole: da cui la vita, nel senso comune del termine, è assente. Ma non certo il terribile, struggente desiderio di essa, che li pervade.

La poesia di Pittaluga ci sorprende per una strana torsione del gesto, per un modo surreale e intimista di porgere la voce che però non è né totalmente surreale né totalmente intimista ma vuole, ambiguamente, mescolare i due registri. Sorprende la continua variazione timbrica di questa ricerca. I versi non si appagano mai di una forma ripetibile: sono alla continua ricerca di un vaso che li contenga, di un confine, di un limite, di una forma che ne giustifichi l’apparire. Nell’incessante incresparsi di forme è l’originalità, e anche l’inclassificabilità, di queste “costellazioni” di parole. Dovrei dire: esiste una voce tragica ma questa voce non ha ancora trovato la gola, il palato, la bocca in cui formarsi e prendere vita. Questa poesia è alla ricerca di una bocca in cui risuonare. “Una glottide per / conservarla / nel cosmo” – ci ricorda Paul Celan. E Pittaluga segue l’esempio. Bisogna tener ferma la glottide, non dimenticarla, quello è l’organo della fonazione, lo strumento. E conservarla nel cosmo significa non smettere mai di pensare il soggetto poetico come un io di carne, un io che peraltro soffre, sussulta, percepisce fantasmi. Ma la misteriosa affabilità del dettato, frantumato e febbrile, esige un ascolto complice. Una vena grottesca e sinistra, alla continua ricerca di soluzioni insoddisfacenti e provvisorie, si mescola a un sottile sentimentalismo, dove le distorsioni degli affetti cercano un tu sognato o fantasma. Il lettore riconosce un filo ma si smarrisce con l’autore, ritrovando tracce del suo smarrimento nel capriccioso annodarsi e snodarsi dei versi. Questa poesia, ironica e visionaria, dalla sintassi discontinua e sonnambolica, ha abolito i nessi del discorso. Ma il discorso continua a esistere, in filigrana, alla ricerca di una comunicazione – affannosa, maltrattata, confusa – ma perentoria nell’infelice squilibrio, nella scomoda asimmetria. Dove, come ricorda Alberto Cappi, “l’io si rende talmente poroso e leggero da inventarsi parola”.

(Marco Ercolani, estratti dal saggio Per una creazione rovesciata, in Lorenzo Pittaluga, La buona lentezza. Poesie 1993-1995, a cura di Marco Ercolani e Elio Grasso, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2000.)
______________________________

 

Lorenzo Pittaluga – Testi editi (1994 – 2000)

 

        (da Poesie del primo giorno, in “Arca”, 12, 1994)

Negazione

Cosa potrò vedere
se non la cornice
                      di un tuo passo
                      ostinato nel dettarmi
margini e ombre
da scavalcare?

Sai voltare il mio destino
nelle sere avventate
                      dove soffoco il nome
e ne consegno l’emblema.

Buon proposito diverso
chiaro ti colgo in viso
                      di cura estrema
                      più vite a me contigue
e segno treni e stazioni.

Distraggo vie, semino discordia
al cammino possibile
di te che tenti di raggiungermi
                      e non mi conosci.

Mi faccio diga estrema
nelle sviste del fiume:

da sottoterra non risalgo
e più dubito della tua piuma.

 

Sorgente

Sei uscito dall’occhio
buio che non scorse viso –

Ti leggi dentro.

Le miriadi all’ascolto
ti diranno chi sei:

lo confermano nel
prossimo dettare orme –

poi lieto soccorre il
libeccio la figura stanca.

Ecco. Dal movimento
ti guardi sino allo spossamento.

In riva – aprono le catene –
rilasciano le vesti – si buttano
nel fiume – nuotano.

Adesso segui l’impercettibile
Disegno.

Sembreranno confuse le parole,
ti muovi bene – sei sorgente.

Ancora sei sorgente
                          sei sorgente…

 

Consola

Apprendi la luce
dalla mano che carezza,

torna vigile come
fosse quella mano
a battere la porta.

Ti canteranno,
                    alle volte,
sino a farti male:

Torna alla luce
prossima all’affronto:
che vita ti tinga

nella pelle
sino all’ustione e nuova
e terminale natura ti sostenga.

 

***

 

        (da Arca di fiume, Genova, Silver Press, 1994)

Memore

Rovina, la mano,
su corpo di sughero,
docile in sua maniera:

“esplode sangue fra
piogge e nascondigli,
tira a sé l’arcobaleno”.

Finito, in buona grazia.
L’anno bisesto, è ora
Dell’occhio meravigliato.

 

Capitolo

Diede un volto
Alla mia pena, carezzò
sino a quando:

“tergiversi, sul letto,
chiamando onore
a questa vicenda”.

Parodia del pappagallo –
multiplo del cielo –
capitolo da ultimare.

 

A darti

Il segreto e lo sbaglio
ora son o strette identità,
eccome fa tremare sotto:

“Cerca, in questa conca,
l’esatta via nel verde,
nei corpi, da notte figurati”.

Trasalire tra le virgole,
enunciato di verde
e, più palpabile, il respiro.

 

Fra spago e filo

Sommando credule
voci nel riverbero, si
triste della promessa:

“Vale una parola
significata la distratta
attesa, nell’immobilità”.

Lucerne antiche nella
casa inabitata, oro
fra spago e filo.

 

***

 

      (da Le ore della sete, Pasian del Prato, Campanotto, 1995)

Femmina

Presenta camera d’albergo
Dove si confondono alluci
E le caravelle sognate
Prendono a levitare
Nella mente…
Calvario di attese opprime sussurri
Parole irredente
Nella minuta in cui prego,
femmina,
e luna muove la rete
quanto di promessa quanto d’insipienza.

 

I possibili

Eppure qualcosa, è certo, non deve giungere
a un fine. Il porto di un nuovo cielo
rimerebbe bene le ragioni di un allaccio
alla mite nostalgia che rigira alla sfera
turbine d’ascolto e d’amore:
non concede vizio e cadute
se raggiungibile effetto registro
a tutti i possibili negati.

 

***

 

        (da L’indulgenza, Genova, Graphos, 1997)

Bacio

Diverrò vocale tersa, sillaba
alabastrina, parola che giunge
all’inganno dell’amore.

Tregua di questo volteggio
d’aironi – sinfonia delle
ere. Giusto percepito: un bacio.

Giglio di parvenza edenica
tra frutti di madre e sposa.
Pretende, è fata che vendica.

Paga la ragazza che inseguì
il sogno e si sfece balocco
di un uomo, del suo giogo.

 

Seno

E’ una notte, questa, che io
chiamo errore di dita
intrecciate su alte colline.

Io non resisto ai princìpi
senza vera sostanza, presento
un resto, un ritardo fra gli uomini.

Le mie ombre muoiono all’uscio,
le albe si comprimono in fiabe
terribili e ne nasce un profumo.

Riesci a compiere, nella stasi,
un ulteriore diritto d’amore
su te – sul tuo seno piccolo.

 

Poeta

Cosa attendo? Cosa dardeggio
verso la mia regina? Trovo
carta, esprimo. E la tua musica?

Movimento dell’arto destro
che muove il lapis e presto
cancella il mondo manifesto.

Sono potenza e respiro. Sono
L’unico poeta uscito dalla
placenta della terra desolata.

Unisce al dono questa
Corona, svia al semaforo,
urta – presto muore.

 

Mosca

Scherzi e mosca a giungere
alla carta-strale, suo
compiersi nell’ora d’aria:

Tavola. Lei svolazza mentre
aggiungo strofe al mare
metallico e risentito.

Uscio, qui passo soccorso
all’istante mutilandole
l’ala. All’impiedi osservo.

Sì. Vedo un pane, bianche
chiglie – commoventi lutti,
vini ben più ardenti.

 

Dio

L’orizzonte, le sue tenie – vaste
cicatrici a disporre l’occhio
alla rete – rive, ancora specchi.

Eppoi imparo a starmi cieco
vedendomi visto dal nulla.
Informa. E’ un progetto di estasi.

Sonno. Allargano i futuri
segni a quarti fluttuanti
di dicembrina luna. Muoio.

L’alba mi redime. Il Dio
iroso erompe sul mio volto:
è fulgido, mirabilmente assente.

 

Paradiso

Plaga lucescente d’ombre
dove acque e cartine
e tabacchi così aromatici.

Vini persuasi a vittorie
e momenti di barche e
ariosi sentieri erbosi.

Distogli la pipa così
dolce dall’arredo del tuo
trasalimento nel bello.

Un’estensione delle corde
vocali sistemate a canna
d’organo. Per nuovi eden?

 

Qui

Su questa mia scrittura testamentaria
ti giungesse come un barbaglio
o un fuoco minimale e accorto.

Io transiterei verso una
seconda morte cercata, disvelata
nell’etere che assorbe spoglia.

Se il Dio delle mosche e della
brina mi si proponesse tale
da esprimermi manifesto, reale.

Questo non allontanerebbe
il desiderio né taciterebbe
la mia colpa d’essere qui giunto.

 

Tenebra

La minuta Minerva assilla
chi mente. La tribù invoca
altra faccenda dalla tua.

Intanto prendo a prestito
dalla mia morte il taccuino
mai compiuto e scelgo.

Misure di tenebra adombrano
i secoli, percepito il loro
intimo destarsi su di me.

Non per questo sole che
non sa redimermi mi
compio o mi genero. Altro da lei.

 

Scritture

Le scritture, le mie, naturalmente
nate postume, celano la forma
del riposo, del denso incantamento.

Versi da gogna nati per non restare,
per morire embrioni innalzati
dal mio ostinato orgoglio.

Leggimi di notte come io scrivo,
fallo pietosamente, con indulgenza,
perché, lo sai, sono nato sfinito.

Diritta non è la mia strada,
confuse le orme. Sulla selce,
calciato, è il mio volto incancrenito.

 

Andare

Abbaglia il faro despota della
vettura. Scompiglio in città
per assolte notti da vandalo.
Netta spariva la prima luce.

Mangiò da sola. Andare.
In qualche luogo. Non sa.
Superba cancellò gli indizi.

 

Vedrà

Pazzi o bevuti si staccano
dall’orbita, riciclano i
portafortuna, seccano le
gole a gridare malamente.

Se ne andrà. Non sapendo
quello che vedrà nell’alto
del monte arioso e bianco.

 

Inizierà

Inizierà il suo battere il tasto
con un soprassalto, un poco,
nella lingua, di mollica di
pane. Qualcosa si stabilizzò.

Sdraiata sul neutro settembre
smise di edificare. Stantie
gallette nel frigo stanno.

 

***

 

      (da La buona lentezza, Pasian del Prato, Campanotto, 1999)

La poesia

Origine di una deriva
che rilascia detriti

di osso e sangue – o
la mancanza

di un sogno che –
incoercibile – rigetti –

in un verbo – la
sua necessità: la

poesia. Poesia – argine
che trattiene le piene –

fa cura dei figli
dell’occidente – si fa

carico delle orbe –
insensate voglie di

uomini insofferenti
all’ordinario fluire

delle cose.

La poesia che culla
pianti alle finestre

dove guardi un cielo
dove non spiove e

canta la tua cieca
disperazione stordita.

 

La casa

Paterno e lontano
lucido e curioso
ti svelerò le voci e le riscosse del vertice:

Ha detto di una casa
bianca dove le ore
sono i trattati dell’utopia,
progetto di veglia con manovra
ordigni e deflagrazioni del sogno.
In quella casa anche per noi
Una stanza, per noi le strette
Più sicure delle mani prima convenute.

Saremo re e regina di un commento
e un appunto, complice di una resa.
Se sarà sarà fiducia e credito:
a centro pagina la familiarità.

 

La forma

La forma più complessa
che t’imbianca come neve
perplessa, versa in te
tutti i fonemi più splendidi,
la forma più completa
che bene si sa rimodellare
per avere una canzone propria,
l’atroce storia
del mio quarto di secolo
mentre riaffiorano smussati
e più vaghi i sogni
di stanotte e sempre
a disdegno per le lotte
già perse in partenza
e tu col chiodo speranzoso
che come la radio riaccendo.

 

Questa poesia

Non accade
che il vero nella città
                   invisibile
l’asilo
dei muti presenti.

                   Stanze grevi
                   e segni sull’arena
mentre
giuro

il gioco si fa adulto
e questi versi – dettati
                   sull’orlo
danno
un ultimo

vigore alla parola
                   da salvare.
Storci il naso
e coinvolgi il senno
                   per sottolineare
                   la tua fittizia
ragione.
Chiedi in giro se ha spazio questa poesia. Poi ucciditi.

 

Congedo

Con le sue parole
che non prendono l’osso del cuore,
parole rarefatte

che non schiudono le labbra altrui
in dolci fonemi. Ma io sono in un mondo
migliore, sono la foce
e la sorgente: sono Lorenzo.

 

***

 

      (da Corda in controcanto, Osnago, PulcinoElefante, 2000)

Corda in controcanto

Puro suono onda che si riflette
nel timpano misericorde di una chitarra
senza plettro eccomi a raccomandarmi
all’ultima corda in controcanto

 

***

Annunci

18 pensieri riguardo “Fulgido, mirabilmente assente”

  1. c’è “materiale” per un letargo intero, qui. Letargo nel senso del vero tempo da dare, e darsi, a una lettura che copre che affonda e scava, e poi riporta oltre il dover ritornare fuori, a un corpo. Grazie

  2. Francesco…
    Non basterebbero mille grazie per dirti quello che provo.
    Lorenzo solo ora, nel gennaio del 2010, riceve i giusti onori per una poesia che solo io ed Elio, finora, abbiamo commentato in libri di carta e d’inchiostro. Anche se devo riconoscere che, in rete, in questi anni, ci sono state parole, per lui, belle, giuste e commosse. Un “tempo da dare e darsi”, Giampaolo, sì, per questa lettura. Un tempo lento, che resti, che batta ancora per molto tempo. Essere vivi è anche essere memoria dei morti. Ricordo quanto ho detestato Lorenzo per aver lasciato con un balzo questa vita lasciando me, per lui, a fare lo “sporco lavoro” di tenerlo vivo, su questa terra…
    Dove hai pescato, Francesco, la magnifica foto? Quei polsi legati a un dio “fulgido, mirabilmente assente…”
    Marco

  3. L’immagine l’ho trovata in rete un paio d’anni fa, ma non sono mai riuscito a risalire all’autore. Mi piacerebbe sapere di chi si tratta, magari passa di qui…

    E’ veramente bella, non c’è che dire, e mi è sembrata quella più adatta a rendere, con grande suggestione, il nucleo irradiante della poetica di Pittaluga. Più lo leggo, e rileggo, più mi accorgo dell’irreparabilità della perdita: era letteralmente abitato dalla parola poetica, da una tensione dantesca a provarla al fuoco di mille e mille forme. Sono sicuro che la pubblicazione degli inediti ci consegnerà, alla fine, il ritratto completo di un grandissimo autore.

    fm

  4. Grazie, Sebastiano. Sì, Francesco, dici bene. Una “tensione dantesca” provata al fuoco di molte forme. Anche con una gaia, irresponsabile consapevolezza di sé. Se è vero che la perdita è irreparabile, io credo però, dall’interno del mio rapporto con lui, che la parabola di Lorenzo – certo, la mia è solo un’intuizione – doveva concludersi proprio così, pena la sua involuzione, il suo inaridirsi. Quando si è poeti, ma anche storditi dalla malattia e dai farmaci, si rischia di diventare ombre di se stessi. L’orgoglio di Lorenzo era troppo forte per tollerare questo. E ha scacciato quell’ombra con la luce del suo gesto.

  5. E’ lui, Lorenzo, mirabilmente assente, mentre ci consegna una storia in versi che già sono poesia, che avrebbero potuto avere ulteriori e importanti sviluppi.

    “Chiedi in giro se ha spazio questa poesia. Poi ucciditi.”

    Rimane la poesia e continuerà ad avere la sua voce ma perchè tanto dolore?
    Quando una persona va via così, mi sembra una sconfitta per chi rimane.

    grazie ancora per questa proposta

    jolanda

  6. Non sapeva vivere che di poesia, Jolanda. Una sconfitta, sì, ma ragionevole. Voleva vivere una vita da grande poeta, ma gli restava una mediocre esistenza da piccolo malato. L’ha rifiutata, seccamente. Io credo che sia stato un atto di coraggio, anche se durissimo e spietato contro di sé. Ma la follia non ha mezze misure. Ora i suoi testi parlano per lui.

  7. per vie labirintiche pervengo a questo blog di qualità alta e leggo liriche immaginifiche a firma di autore che non conosco ma che troovo decisamente superbo, mi ha preso nell’intimo da non poeta della parola ma da poeta (senza presunzione alcuna così mi sento dopo che così mi hanno identificato) dei colori.. per marco ercolani: ma Lei è il marito di lucetta f.? se sì un grande sentito abbraccio e un grazie per aver aderito a ex libris a suo tempo, ovviamente se così non fosse La prego di scusarmi! per lorenzo pittalunga: sarei lieto se Lei volesse aderire a ex libris!

  8. Lo confesso, Roberto. Il marito di Lucetta sono io. Con l’occasione ti saluto e ti ringrazio ancora dell’ex libris (per “Anime strane”, se ricordo bene.) Per Lorenzo, certo: aderisco a un ex libris per lui. Ti spedisco l’ultima copia del suo libro “Al termine di noi”? Sappimi dire. Marco

    mail: mark.ercolani@libero.it

  9. “Leggimi di notte come io scrivo,”
    così provo a fare, tenendo conto del suo “congedo” e non tenendone conto;
    in fondo ci lascia con la ricchezza del suo verso come ” chiodo speranzoso/che come la radio riaccendo” che mi sembra una magnifica (viva) dichiarazione di poetica, così che, se anche queste poesie contengono una tensione tutta personale (in diversi punti quella glottide della quale tu Marco parli mi è sembrata una botola che si apre chiude per un passaggio fra l’esterno e l’interiore, o anche fra la terra e il cielo) è anche vero che sanno accogliere il lettore nella propria “casa”, realizzando così la vera fonazione, il passaggio fra autore e lettore:
    “Saremo re e regina di un commento /e un appunto, complice di una resa./Se sarà sarà fiducia e credito:/a centro pagina la familiarità.”
    (bellissimo!!)

    Cmq la poesia nella quale mi sono sentita particolarmente imbozzolata è “la mosca”
    (ronzante come il “chiodo speranzoso”, anche se quest’ultimo compie l’azione in accezione positiva)
    che mi sembra riassumere il “compiersi nell’ora d’aria” dell’esistenza, la sua metamorfosi (“bianche chiglie” come i bozzoli) nella mosca che svolazza su “commoventi lutti” (certo vi è un tentativo di anticiparla, tarpandole l’ala).
    Insomma mi sembra contenere e l’autore : “aggiungo strofe al mare/metallico e risentito.”
    e appunto i suoi versi qui postati.

    Davvero colpita.
    Grazie a tutti.
    ciao

  10. Grazie della visita, Margherita. Anch’io non tengo e tengo conto del suo “congedo”. Guardo i versi che ti colpiscono e aggiungo quelli che hanno sempre colpito me: “insensate voglie / di uomini insofferenti / all’ordinario fluire delle cose”. Versi che fotografano l’etica dell’artista con scorticata potenza e veggenza. In modo inattuale e decisivo. Talvolta Lorenzo ha il potere di vedere troppo e di dirlo in modo fulmineo, con la sua lingua aforistica e spiazzante. Ricordi Char? “Dì ciò che il fuoco esita a dire e muori d’averlo detto per tutti”. Lui, da folle, ha messo in pratica. Però vorrei proprio tenermi la tua frase: “Davvero colpita”. Mi piace, ed è ciò che credo i suoi lettori veri sentano subito.
    Marco

  11. Un’osservazione: Lorenzo, come chi soffre malattie psichiche, non aveva troppa voglia né forza di “badare” alla sua attività creativa. Se la poesia non piaceva a me, che ero un po’ il suo tutor, non la cambiava. La teneva così o la buttava via. Ecco, osserviamo questo processo creativo: niente fatica, tutto scaturigine immediata, intuizione assoluta. Come stare in un vortice e non perdere tempo a pensare. “Leggimi di notte come io scrivo” è anche l’invito a essere capito in questo modo. Marco

  12. caro Marco, utilizzi un term¡ne interessante: “intuizione”, se la consider¡amo come una stratificazione di saperi e di esperienze, la poesia di Lorenzo è tutt’altro che una semplice ‘confessione’ notturna.
    a me pare che ci sia, e cerco di non pensare troppo alla sua biografia, un poeta con percorsi anche diversi all’interno del suo scrivere, e questo non può non essere che un punto di forza per qualcuno che voleva essere ed era poeta.
    scusatemi la fragilità del mio dire, ma credo che ci troviamo di fronte davvero a una poesia che meriti molta attenzione, e quindi grazie a Marco e Francesco.

    un abbraccio

  13. Sono proprio quei percorsi diversi, Alessandro, quelle diverse sequenze metriche, che mi hanno sempre sorpreso, molto di più che le stravaganti associazioni dell’inconscio, ampiamente prevedibili. Lorenzo agiva certo inconsciamente, ma non solo nel disordine, anche nell’ordine compositivo, adottando o facendosi adottare da soluzioni sempre diverse, secondo l’intuizione. Come se ci fosse una matematica dell'”ordinare poesia” – chissà, dettata in sogno – anche in chi – e Lorenzo lo era – è ignorante di leggi metriche e di ricerche filologiche e ha letto anche pochissimo, di critica e di poesia. Sia sempre benedetto l’imprevedibile. Un abbraccio. Marco

  14. Marco, ti ringrazio anche qui del libro di Lorenzo. dire prezioso è dir poco. lo leggerò lentamente, con quella soggezione-emozione che mi accade quando sento la vicinanza di qualcosa di indicibile e sacro.
    su questi testi, che ora stampo e leggerò in notturna, non lascio commenti. la voce mi muore in gola, già di fronte alla foto del tuo ragazzo-angelo, Francesco. continua a proporlo, deve avere almeno questa vita, ora.

  15. Grazie, Annamaria. Le voci dei lettori mi arrivano così, giorno per giorno. A me viene in mente un ricordo personale. Io, solo, in casa di Lorenzo, che delira. Lui mi intima: O dici che credi in Dio o non uscirai di qui. Io gli dico che non credo. E Lorenzo mi colpisce con uno schiaffio violento, il più forte che ho mai ricevuto. Ne resta stupito lui stesso. Poi esco dalla sua casa, non ricordo più. Cose che accadevano nel 1990-91, mi sembra un tempo così remoto. Talvolta ho nostalgia che torni. Allora, ricordo, speravo che lui, non dico guarisse, ma stesse meglio, i deliri diminuissero… Buona lettura, Marco.

  16. questa mattina, abbastanza presto, stavo tornando dalla consueta spesa settimanale. Faccio quest’operazione in un centro commerciale. Non li amo, ma è comodo e mi offre la possibilità di trovare ciò che cerco in un breve raggio di ricerca.Anzi, ormai vado ad occhi chiusi. Ci vado presto perché non riesco a vivere nel caotico viavai , nella ressa, nella confusione e nel frastuono. Eppure oggi,mentre stavo tornando indietro,ho incrociato un ragazzo, con suo padre. Era su una carozzella e stringeva con una mano quella del padre, l’altra praticamente a perlustare l’aria dall’altra parte,il braccio ben teso verso l’esterno e un sorriso ampio, su tutto il viso.
    Mi sono detta: – bisognerebbe essere così, completamente disarmati.- Ma subito, con uno dei miei soliti giochi verbali ho pensato al dis-a(r)mati, e ho capito che sbagliavo, sbagliavo profondamente a guardare il mondo, a guardare lui e me. Lui era a(r)mato, completamente, e il mondo non poteva fargli assoluta-mente nulla.
    Questo testo, ma non è la prima volta che mi accade con quelli di Ercolani,mi ha aiutato a metter(mi) a fuoco meglio. Grazie.ferni

  17. Cara Fernanda, disamati e armati sono i miei folli, tra cui Lorenzo. Ma sono armi per resistere alla vita. Loro sono disamati e disarmati. Moltissimo. E chi li cura non è che stia proprio meglio rispetto a loro. Li può dotare di qualche corazza, di qualche strato in più, se ce la fa. Grazie del passaggio. Marco

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.