Neanche io conosco mio padre

Lorenzo Carlucci

(Due inediti, 2009)

I

l’uomo dell’agenzia funebre
con le scarpe di cartone
fischia appresso senza suono
alla stessa donna
cui io guardavo poco prima il culo

è natale
i piccoli dèi romani si scelgono le femmine
da trascinare in fondo alle locande

non sanno ancora d’essere spazzati
via dalle loro case spinti
le mani nelle tasche dei cappotti

dalla voce di un figlio senza padre
che muove gli uomini in fondo alle foreste
nei luoghi più selvatici e perduti

il legno è vòlto in pietra
e sboccia come l’acqua da una fonte
un monastero in mezzo a niente

non sanno – scarpe di carta, sigarette, fumo,
con i cappotti stretti ai fianchi –
che sono stati tutti partoriti un’altra volta
da una ragazza-madre

vorrei seguire le cartacce dentro la pattumiera
prima che soffi forte lungo il marciapiede
di piazza Epiro di piazza Annibaliano
di tutto questo grande catìno
barocco medievale berlusconiano

prima che suoni il suono delle spade
in mano a uomini

che hanno venduto la bisaccia ed il mantello
che hanno riconosciuto chi non conoscevano
che hanno chinato la testa sotto l’acqua

io ancora giro per il luogo della voce
pieno di tentazioni sottratto al censimento
non puoi capire chi ti sta vicino
se tieni la testa in un secchio di sangue

monofisiti e nestoriani dei Castelli
discutono nei bar coi tavolini
di transessuali positivi e negativi

Brenda, anche tu hai una doppia natura
e muori in circostanze misteriose

Cristo, neanche io conosco mio padre

 

II

Cristo, neanche io conosco mio padre
mia madre è quasi vergine, innubàta
forse mio padre prima di scappare
le ha sussurrato una parola nell’orecchio
come ha fatto l’angelo a Maria
secondo il Vangelo dell’Infanzia

deve essere difficile essere figlio
di una ragazza-madre in Palestina
nell’anno zero della nostra èra
c’erano molti pregiudizi allora, come adesso
ma pure le visite degli angeli
le profezie da attuare

chi non ha figli non capisce chi ha figli
chi ha figli non capisce i figli
chi non ha un padre cerca un padre in cielo
o nei libri

nessuna profezia sulla mia testa
e pure il padre di mio padre da bambino
ha abbandonato la sua terra per sfuggire
una strage di molti innocenti
nel millenovecontodiciotto in Armenia
per mano dei turchi per mano dei curdi
per mano dei briganti circassi

chi non è stato mai perseguitato non capisce
cosa significa nascere nascosto
e chi lo è stato invece (sempre che non si spari)
non riesce a diventare un uomo intero

chi non ha figli non capisce chi ha figli
chi ha figli non capisce i figli

nulla se non un simbolo separa
il padre – le sue pulsioni di violenza e fuga
– dal figlio – nulla se non un simbolo
entrambi li protegge

allora benvenuto a chi ha spiegato
tutta la logica di queste relazioni:
se un padre non si trova, allora esiste Dio.

l’uomo che mi ha allevato non era un falegname
ma un generale d’aviazione nella seconda guerra mondiale
e quindi era fascista per definizione e poi ha sposato
una vedova ebrea e la sua bimba e le ha protette entrambe
per novantasette anni. e per di più ha protetto pure me
che non c’entravo niente.

Cristo, anche mia nonna era un’ebrea
ma lei non lo sapeva e lo ha scoperto
il giorno in cui hanno scelto di vietare
– alle feste da ballo, nei negozi, nelle università –
l’entrata ai cani e pure agli israeliti.
pensa che colpo per una diciottenne
essere messa al pari con un cane.

ahi, lei da quel trauma non si è più ripresa,
è rimasta fanciulla (e quindi mai madre) e cagna per la strada, e quindi]
affamata, con l’affanno.

ecco tutto è stato mischiato
come la sposa è sorella in Egitto
tutti hanno cambiato nome
mia nonna per non farsi trovare dai fascisti
suo marito per non farsi trovare dagli inglesi
mio nonno per non farsi trovare da nessuno.

queste sono cose dure da risanare
e allora io ringrazio Cristo, che ci ha provato
dandoci il suo nome, la possibilità
di avere il nostro nome cancellato.

chi non ha ancora rinunciato al proprio nome
come potrebbe capirmi altrimenti, e io, da questo sprofondo,
come potrei farmi riconoscere da lui?

 

***

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9 pensieri riguardo “Neanche io conosco mio padre”

  1. belle entrambe, ma la seconda stordisce come un’immersione in tutto un secolo di storia che accompagna un percorso intimo di vita e pensiero.

    deve essere difficile essere figlio
    di una ragazza-madre in Palestina
    nell’anno zero della nostra èra
    c’erano molti pregiudizi allora, come adesso
    ma pure le visite degli angeli
    le profezie da attuare

    chi non ha figli non capisce chi ha figli
    chi ha figli non capisce i figli
    chi non ha un padre cerca un padre in cielo
    o nei libri

    ma che bella!

  2. di tutto questo grande ca(t)ìno
    barocco medievale berlusconiano

    non ho resistito,perchè leggendo questo passo ho proprio visto quell’immagine, il figlio di caino e un catino,come quello di pilato.

    Una lingua che va per strada, che se ne torna a casa o la cerca,una lingua che non mette mezze misure a dire e dare a ciascuno il suo:a cesare quel che è di cesare e all’io quanto gli spetta.

    grazie,ferni

  3. Complimenti anche da parte mia, e grazie a Francesco.

    Apprezzato anche io questo modo di parlare dell’oggi diretto ma a partire da figure archetipiche e con efficaci ellissi; e questo senso di erranza (e pregnanza della parola) nella città e nella storia che promana dal testo.

  4. Ci si può smarrire in questo “sprofondo” popolato di figli senza padre, padri partoriti da ragazze-madri, la madre “quasi vergine”, la nonna “rimasta fanciulla (e quindi mai madre)”, dove “chi non ha figli non capisce chi ha figli / chi ha figli non capisce i figli”. In questo “sprofondo” attraversato dalle persone e dalla storia, vorremmo essere capiti, compresi, riconosciuti. Vorremmo, non sempre (quasi mai?) accade. Allora proviamo a guardare in alto, cercando “un padre in cielo / o nei libri”. Davvero molto belle.

    Un caro saluto
    Stefania

  5. “chi non è stato mai perseguitato non capisce
    cosa significa nascere nascosto
    e chi lo è stato invece (sempre che non si spari)
    non riesce a diventare un uomo intero”

    Ultimamente ho l’impressione di parlare con i sordi, di avere davanti la sordità intera delle persone e se guardo i volti di quelli/e a cui parlo di certe cose c’è l’incredulità, un certo stupore. A volte hanno solo frasi offensive, ma neanche si accorgono. Poi si arriva qui si legge dei testi come questi fa tutto un pò meno male.
    Complimenti.

  6. hanno l’incedere eliotiano. lo stesso tono che redarguisce e al tempo stesso comprende. molto apprezzate. una domanda: la prima poesia finisce proprio con il verso iniziale della seconda?

  7. storia, paternità dei libri.
    Carlucci ha un incedere a dirotto, senza sentenze (ma sfiorando una condizione chiara e “cara”, prezzo d’esserci), come per una certa fratellanza sommessa, o sommersa in questo stato di cose così “mescolato”, in cui ancora si fanno differenze, tra testa e capo. E oggi forse, ci pensavo di recente leggendo il libro della Muller, ci sono quelle popolazioni dell’est, così flagellate da tutte le invasioni all’umano, della storia che li ha come perduti dandoli per smarriti, o profughi, forse apolidi in cerca di un forte stato accuorato.
    “secondo il Vangelo dell’Infanzia”, il vangelo dell’infanzia sarebbe un bellissimo titolo.

    ciao,
    g.

  8. Trovo queste due poesie molto belle, nella misura in cui la tecnica di scrittura è riuscita ad assolvere in pieno – mi pare – agli obiettivi che l’autore si poneva. Mi riferisco naturalmente alla poetica dei testi, e non agli aspetti di estetica (sarebbe fare un torto all’autore confondere il fine con il mezzo). Parto da Ansuini, che istintivamente richiama Eliot. Il collegamento non è certo campato per aria, eppure osservo che Carlucci non si cala affatto in un’etica del postmodernismo (mi scuso se l’utilizzo di alcuni termini può suonare troppo “disinvolto”). Ciò che più mi colpisce nei testi, ossia la riflessione sulla contemporaneità (cfr. Manganelli, “una città è sempre e tutta contemporanea”), si regge su collegamenti molto saldi, agli antipodi del relativismo. La metanarrazione è viva soprattutto laddove gli anacronismi si fanno persino provocatori, o contraddittori; o dove il tempo sembra appiattirsi. Ciò che affiora è la condizione eterna, o ciclica, dell’uomo “sottratto al censimento” e del mondo che lo ospita. Azzardo questo: che la risposta all’interrogativo finale sia proprio il testo in sé; il fatto di averlo scritto.

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