Casta Carta Cauta Canta

Enzo Campi

 

 

 

 

Implosesplosa carta canta
nel mancato corpo a corpo
che più non si dà
nemmeno il colpo
del rintocco
che suona a morto e
in fine
dico e sono
soma
da portare a tutto peso
per meglio differirmi
al verbo
che offre il collo
alla lama della posterità

 

Casta Carta Cauta Canta
(2009, inedito)

 

Nascersi
come prima istanza
in odor di feto
e portarsi dietro
reminescenze di placenta

 

                                    –dura madre in me inconclusa

                                     *

Bruciami donami
l’ignavo gesto deietto
per osceni lidi guastati
dall’incedere lento
del non più dico
e sono solo residuo
di cose ataviche
che mi hanno preceduto
e segnato.

                                     *

Pascersi
come seconda istanza
in odor d’isteria
e tendere al gesto
se mai represso

 

                                    –fluido padre da me reiterato

                                     *

Lavami dannami
l’ardito arto inconcluso
di luce in nuce
differito stremato
come pervaso
dall’incalzante dilemma
dell’animula astante
in su la soglia
del divenir regresso.

                                     *

Morirsi
come terza istanza
in odor di decomposizione
rimpiangendo
l’incompiuto che ci ha forgiato

 

                                    –evanescente figlio con me oltraggiato

                                     *

M’arresi al fato
alle frecce acuminate
in cui soffrire l’ignoto
e patii
il riverbero
di quella luce nera
che ancora infligge
la punizione
per il mio gesto efferato
di dare petali di rosa
in pasto
alle fameliche labbra
dell’umida vulva
in cui riposavo il mio livore.

Mi dipinsi il cranio
d’un viola inarrivabile
e dettai
il segno irriverente
di un geroglifico
nel quale vanificare
lo sguardo del simulacro
che pretendeva
di deflorare
il mio ombelico
per cibarsi
della linfa esautorata
che ancora rifluisce
nelle pieghe
tra il midollo
e la pietra nera della follia
che più non ritrova
il sentiero
per risalire
la china al capo
e produrre
la disconoscenza.

                                     *

Paventato
come soffio salvifico
al forcluso ècrit
m’irradio fluisco
ed esondo
in canto d’astro precipitato.

 

                                     Impura allegoria
                                     di siffatta inevitabile moria.

                                     *

Costi quel che costi
un atavico ghirigoro notturno
magari affastellato
a non più laviche vocali
sfinite finite incolonnate
a claudicare l’ingenuo ingegno
del nulla sia più e no
non vedo altro
che curve arabescate
in bello stilo
in forma di silenzi
in urla taciute
e in vero
estese a tutto tondo.

                                     *

Come preso a nolo
per copulare
col taciuto récit
m’invado pervado
e mi demando
in canto d’arto smembrato

 

                                      Pura aporia
                                      d’intatta incoercibile moria.

                                     *

Implosesplosa carta canta
nel mancato corpo a corpo
che più non si dà
nemmeno il colpo
del rintocco
che suona a morto e
in fine
dico e sono
soma
da portare a tutto peso
per meglio differirmi
al verbo
che offre il collo
alla lama della posterità

                                    *

di punto in punto
raggomitolato
e pure esteso
di soppiatto s’offre
al forse son io
ecce
disteso sul piatto di portata
escotto
e in bella vista
homo
annichilito e consunto
stracotto
e privato dello sguardo

                                    *

Si allarga a spettro
dilaga e s’allaga
rischiando l’asfissia
del così sia e niente più
e solo poco ancora
il passo s’inalbera
contro il masso
che reclude il transito
senza che lingue arcane
babelino labbro a labbro
l’inestinto fuoco
che ritorna e dilaga
nel verbo che verrà
e si dissolverà

                                    *

di nodo in nodo
riallacciato
e pure sciolto
di soppiatto si nega
al forse son io
ecce
fugge dal piatto di portata
crudo
e in bella vista
homo
esasperato ed emaciato
nudo
e privato dello sguardo

                                     *

S’appoggia al dettato
mancando il contatto
l’ictus non favorisce
la presa
e il canto
si fa prendere
dall’ansia crescente
del non è mai stato altro
che questo o quello
entrambi inani e forclusi
parimente immani
nelle permutazioni
verso un corpo sventrato
smembrato
che svendere può
solo orpelli e menzogne

                                     *

compulso convulso
resiste al forcipe
in aspre ligature
blocco a blocco
indivise e difese
per glorificare i fasti
della rorida caverna
in cui vorrebbe
continuare a pascersi

non espulso quindi
letteralmente estirpato
se mai divelto
a forza
urla lo sdegno
versando la lacrima vitrea
che lo riconduce
all’umore dell’antro
da cui è stato escluso

                                     *

Ei fu
iperbolico e fluente
dispiegato
piaga su piaga
rifratto ancora
in cocci di silenzio
a sollecitare
l’innato vizio
di destra in manca
variegato
e inseminato

Ei fu
ripetuto e ostico
dispiagato
piega su piega
ritratto ancora
in punta di pennello
a mortificare
l’inconosciuta virtù
di fulcro in centro
arabescata
e disseminata

                                     *

Di legno pregno
esonda accantonandosi
Diverge
schivando la verga
scrivendosi inconcluso
e altero

                                     *

Ei fu
e lo è ancora
prodigo disilluso
e circospetto
s’aggira
arando l’intero intorno
rovesciando
la guaina
per meglio scoprire
la dissoluzione
del feticcio
a cui immolarsi
in nomea d’esecrazione

Ei fu
e lo è ancora
inebetito disconcluso
disguainato
foglia a foglia
dispaiato in uno e solo
disabitato in fine
dall’umore
a cui ancora oggi
tende la mano
nella supplica di una grazia
che fomenti
l’eterno ritorno a sé

                                     *

Di ferro flesso
inonda risuonandosi
Converge
all’iniquo virgulto
ritraendosi dispaiato
e dopato

                                     *

Mi
rimangio la parola
che masticarla ancora
prima di risputarla
è perversa mania
che mi folgora e mi svela Di
colpo in colpo
a glottide usurata
si profila
lo squarcio del fulmine
che dispare
impari
in pari nembi appaiati e franti Si
dà il dettato
se pur impastato
inchiostro simpatico
che fa il verso
a la saetta inconclusa E no
non risuona a morto
se pur allettato
dritto stinco
a svangare la bara
dai vermi brulicanti E fila
si sfila come flutto
in miriadi di schiume
bava a bava eluse
escluse
dalla magna chora
consegnata all’ora
in cui il ridirsi ancora
è prece ignava
al non più riconoscersi Di
scena in scena
piccolo uomo escremento
che incrementa
la saturazione della gola
Ancora una ferita
la mano nel costato s’apre
la via
al solo differirsi
in pari altri dissapaiati e anonimi Mi
rimangio la parola
per meglio deglutirla
e custodirla
senza più sputarla
e dettarla
Nessun luogo
da tracimare
nessuna sinfonia da evacuare
solo crudità
da fibrillare
sulla graticola
ove escuoce
il senso ultimo
e mai definitivo
che soffre
il riflesso de la imago
da cui estromettere
il nome
vago

e

vacuo

 

______________________________

Nota biobibliografica

Enzo Campi è nato a Caserta nel 1961. Vive e lavora a Reggio Emilia dal 1990. Autore e regista teatrale, dal 1982 al 1990, con le compagnie Myosotis e Metateatro. Videomaker indipendente dal 1991; ha realizzato svariati cortometraggi e un lungometraggio: Un Amleto in più. Collabora a vario titolo con alcuni artisti e compagnie teatrali. Realizza performance, installazioni ed eventi multimediali. Critico, poeta, scrittore. Alcuni suoi scritti (per lo più articoli, saggi brevi e poesie) sono presenti, in rete, su svariati siti d’arte e di scrittura. E’ presente in alcune antologie poetiche. Ha pubblicato per i tipi di Liberodiscrivere edizioni (Genova) il saggio filosofico-sociale Donne – (don)o e (ne)mesi nel 2007 e il saggio di critica letteraria Gesti d’aria e incombenze di luce nel 2008.
Nel 2009 ha pubblicato per BCE-Samiszdat (Parma) il volume di poesie L’inestinguibile lucore dell’ombra. Sempre per lo stesso editore ha curato una postfazione in Collezione di piccoli rancori di Lara Arvasi. Il poemetto ipotesi corpo è stato selezionato tra i finalisti del Premio Myosotis 2009-2010 e un estratto verrà pubblicato nell’antologia Registro di poesia a cura della d’if edizioni (Napoli) nel 2010.

______________________________
Le immagini del post: Luisella Carretta, Atlantide, 2001.
______________________________

 

***

59 pensieri riguardo “Casta Carta Cauta Canta”

  1. Ho letto Enzo in tante dimore ed ovunque ho espresso la mia ammirazione, ma qui come non fermarsi a rimirarne la bellezza?
    Ogni opera d’arte e di pensiero ha il suo luogo e seppure molti ritengono che il web uccida “l’aura”, dove il tempo è sospeso anche lo spazio perde i propri contorni e della “casta carta” rimane solo il canto, ovvero ciò che ti porti nel cuore.
    Grazie Enzo e cari saluti a Francesco

  2. Caro Enzo, non ho titolo per parlare con competenza…ma faccio dei miei occhi e del mio cuore dimora attenta e confortevole per ognuna delle tue parole. Ognuna di esse mi é cara, poiché frutti del mirabile ingegno della mente di un grande artista e ispirazioni del suo cuore e…ispirazione ai fruitori di tale cesello di creazione…Grazie (lo so, te lo dico spesso) e non ancora abbastanza. Isa

  3. più che il fondo mi attrae il “senza fondo”;
    mi piace praticare (e praticarmi in) quel “senza” che ne è il peso e la misura.
    grazie cristina

  4. @ antonella
    hai proprio ragione.
    è sempre una questione di territori più o meno consoni e di inevitabili deterritorializzazioni.
    di luoghi in cui ricercare il proprio aver-luogo.
    anche se è la prima volta che mi deloco qui, sento (parafrasando il mio libro e rischiando l’autoreferenzialità) come un gesto d’aria e un’incombenza di luce.
    qui l’epoché è manifesta e io mi sento a casa.

  5. in questi cunicoli, in queste sommerse strade in cui si aggrotta, folta la parola,la scommessa è ritrovarsi, perchè non c’è un mappario di questi rii d’acqua che sommessa agitano una sommossa di suoni e,inattesa, sorge un’alba dei primordi.
    ferni

  6. Grazie a te, Enzo.

    Anch’io respiro a pieni polmoni nella “cauta castità” di questa “carta”, e mi sento a casa nel solco interminato tracciato dalla tua ricerca: in modo particolare quando il cammino si fa precipizio e soglia e immette, inesorabilmente, sull’orlo d’altro – là dove la voce diventa uno con lo sguardo che s’affaccia, senza parole, oltre il margine estremo.

    Un lavoro eccellente, bellissimo, tutto cadenzato sul ritmo di una diffrazione metamorfica che è, ad ogni stanza, soggetto-materia-testimone di una segmentata, dis-forme maternità di sens/o/i (possibil/e/i).

    Un saluto a te e agli intervenuti, con un particolare benvenuto a chi commenta qui per la prima volta.

    fm

  7. @ fernanda

    così, a sentimento, come preso-pervaso dal raptus dell’automatismo associativo :

    -dal cunicolo al rizoma (Deleuze docet)

    -la strada è il solco che traccia il “segno” sulla sabbia (sui punti infiniti e infinitesimi senza i quali non si potrebbero avere né le parti né il tutto) ; sabbia su sabbia = tensione alla dissoluzione

    -ritrovarsi è sempre perdersi nuovamente

    – e la mappa (se Francesco me lo permette) è costituita da “impronte sull’acqua”

    grazie!!

  8. Inizio da frasi fatte che in modo in-conscio – nel senso di “meccanico” e scontato – adoperiamo nel nostro quotidiano: “corpo del testo”,”corpo della voce”, “linguaggio del corpo”, “dare alla luce”, “nascita di un testo”, “dare corpo ad un pensiero”, “rimangiarsi la parola” … Queste (e molte altre) locuzioni di uso comune, leggendo questa silloge (ma in generale tutti i testi di Enzo) acquistano altra “luce”, “rinascono” in nuove sembianze di senso.
    Nel “corpo” del testo, infatti, ricorrono termini corporali che definiscono, quasi vivisezionando “pezzi di sé” come a voler infliggere loro una pena o una colpa d’empirica conoscenza, o solo un “senso” estremo della propria totale compartecipazione al “viaggio”: labbra, lingua, vulva, cranio, ombelico, ma prima ancora “feto”, placenta, “arto smembrato” …
    Senso: “il senso delle cose”, ovvero il loro significato, ma qui non solo, il senso delle cose è l’abito, la pelle “double face”, percettiva e – appunto – sensoriale, delle cose stesse che scorrono lambendo il senso dell’uomo/soggetto, impregnandolo, ingravidandolo per materializzarsi in esperienza/pensiero, che partorirà “nel dolore” altra parola, altro verbo, altro sé.
    Verbo/parola da non intendersi dunque come aerea pronunzia, e certo non solo perché segno grafico, geroglifico di senso/colore (“viola”) ma perché, in quanto profusione del corpo, è essa stessa corpo: noi siamo il nostro pensiero, il nostro pensiero è una consecutio logico-sensoriale della nostra esperienza in parole, le nostre parole sono gli arti su cui cammina il nostro essere: dunque la mia parola è la mia carne … e dunque “mi rimangio la parola”, cioè mi nutro di me stesso, della mia “esperienza”, della mia carne, del mio pensiero.
    Quindi sono Madre partoriente che si dà/mi dà alla “luce”, e sono padre che produce il seme, e frutto germogliato ed espulso in vertigo d’implosione ed esplosione di materia, densa e fluida come il pensiero, impasto miasmatico che ricerca se stesso nel mistero dell’origine/luce e nell’irrisolto quesito sul suo stesso fin-ire (trascinando la propria “soma” [“peso” del corpo] attraverso un tunnel nel quale “il nomen” (distintivo) si sgretola perdendosi, non lasciando altra traccia di sé che non sia vuoto e vago orpello di un “essere” che è unico ed insieme umano – “ecce … homo”= verbo di un passato “Ei fu” (di manzoniana postrema “sentenza”) in tensione di –“verso” l’ignoto (vuoto?).

    mi sono lasciata andare ad uno dei miei delirj. (Anfi docet)
    un abbraccio ad Enzo (pensiero, gesto, incombenza [per] di “luce”) e a Francesco (indefinibile immenso amico).
    nat

  9. Ad una prima lettura, le tassellature dei versi mi suggeriscono disegni escheriani, incroci e snodi uroborici, spartiti per un’antica ghironda… un registro scrittorio che ritengo di notevole importanza.
    meteosès

  10. Che splendidi versi!
    Intensi.
    Dalle labbra alle viscere, dal feto all’uomo, dal grembo alla tomba, dal padre al figlio…
    E così per tutto il loro scorrere magmatico ma riflessivo, che crea l’intreccio del ramo alla base del fusto dell’albero della vita che qui pare forte come quercia grazie alla virtù di un poeta che però ama adagiare le fronde come quelle di salici piangenti.
    Ed è forse per questo che tutto è ancora più sublime nel suo pianto invernale.

    Complimenti e saluti a tutti.

    Francesca

  11. Testo che, oltre a rappresentare tematiche a me particolarmente care come, per fare un esempio, la parabola di un vivere consapevole delle radici e delle tracce infinite che attraversano l’esistenza di ognuno, si dispiega mostrando una forte inclinazione ad abbattere le barriere dei generi letterari, dando voce a una innegabile tentazione teatrale. Esemplare l’attenzione al linguaggio.

  12. @ irene
    la pancia, sì, un continuo fare e disfare.
    la pancia anche come ricettacolo.
    una chora idealizzata come forza generatrice e come porta-impronte.
    e il muro è la pellicola (derma?) che ricopre il “profondo”.
    ogni segno è una crepa, insieme piega e piaga.

  13. … ma qui non c’è nessuna terribilità “al lavoro”.
    solo consapevolezza della propria inconsapevolezza.
    solo continua “ricerca” di tutto ciò che sfugge, di tutto ciò che scivola via nel momento stesso in cui ci si illude di possederlo…

  14. @ natàlia

    Verrebbe da dire che le frasi fatte si fanno da sole, ma per riallocarle ci vuole non dico un talento speciale, ma quantomeno la volontà di rischiare e di mettersi in gioco a più livelli.
    La meccanicità della ripetizione incondizionata è una cosa.
    Altra cosa è la ripetizione differenziata.
    Deleuze avrebbe detto “macchinica”.
    Se la prima risulta quasi una macchinazione (ordita non più dagli dèi, ma da tutti i poteri precostituiti che sorvegliano e uniformano) contro la creatività e la ricerca, la seconda – innestando il seme della differenza – si fa portavoce di un’urgenza.
    Qual è l’urgenza che qui si vagheggia?
    Lungi da me l’idea di dare una risposta che possa valere per tutti.
    Tu lo sai bene, io e la categoricità viaggiamo su strade diverse.
    E del resto, per onorare questo “luogo”, non ci resta che sospendere nell’aria il gioco delle possibilità e delle prosecuzioni.
    L’urgenza è tendenzialmente metafisica, per metà fisica e per metà meta-idealizzata.
    Essenzialmente aporetica, verte sul dritto e sul rovescio, sull’alto e sul basso, sul dentro e sul fuori.
    Recto e verso, linguaggio di superficie ma mai superficiale, contrazioni e dilatazioni del derma ma fomentate direttamente dalla mise en travail degli organi.
    Alto e basso, levate e cadute, l’elezione-erezione e il precipite.
    Dentro e fuori, mise en abyme e es-posizioni.
    Il segreto consiste, forse, nel non far agire le dicotomie in modo isolato.
    Rubando un termine a Derrida, parlerei di intrallacciatura.
    La regola, se ce n’è, si sfibra nell’alea delle combinazioni (co-abitazioni delle “distanze”, ma anche, per dirla alla Deleuze, un melange tra affetti e affezioni) volte a favorire la tanto anelata “riconciliazione dei contrari”, al solo scopo di metterli “al lavoro” per un fine comune.
    Ma il fine non è la fine, la chiusura. Solo ed unicamente il senza-fine in cui sfinirsi e in cui dannarsi alla ricerca di un senso, per dirlo alla Nancy, “sensato”.
    Riapertura e prosecuzioni, non il semplice transito ma l’attraversamento.
    Alterità, innanzitutto.
    Anche simulacri, se volete.
    Non vedo nessuna negatività nel frequentarsi e praticarsi attraverso i propri simulacri.
    Da un lato la traccia fantasmatica, impalpabile delle proiezioni (figurazioni, de-figurazioni, trasfigurazioni), dall’altro lato le tracce, tattili e palpabili, di un corpo condannato a una perenne “messa in mobilità”.
    Ma questo lavoro incessante (permettemi di citare Artaud: questa “macchina surriscaldata”) non predilige necessariamente un riconoscimento.
    Talvolta cerca volutamente il disconoscimento.
    Tale pratica gli permette di traslare dall’innato (padre, madre, figlio, seme, placenta, protesi, ecc) all’inconosciuto.
    Certo, l’inconosciuto non è palpabile, ma il “verbo” tenta di girargli intorno.
    Forse il senso “sensato” di questa “parola”, insieme areale e carnale, è proprio quello di stabilire un regime di “prossimità” con l’inconosciuto.

  15. @ francesca

    ancora un fusto, e quindi ancora un rizoma (da non sottovalutare, nel tuo commento, l’allitterazione multipla feto / figlio / fusto / forte / fronde… e non per ultimo il “forse” del dubbio che sempre ci avviluppa)

    permettetemi un’autocitazione:

    ….
    nel bifido rizoma scavo
    e vado alla ricerca
    del derma a derma
    che mi protegga dalla norma
    in cui defaticar lo sdegno
    e svilir l’ingegno
    del pressappoco in quanto
    tale
    e quale sia l’approdo
    è sì deriva
    del situarsi presso il poco
    ch’ancora impera
    dettando la legge
    del sono io in quanto cogito
    perché
    da che mondo è mondo
    l’inessenza
    è il male da abiurare

    nell’infido feticcio scavo
    e vado alla ricerca
    della pellicola stantia
    che ricopre il derma decomposto
    in cui ritatuare il segno
    e mortificare il sogno
    dell’oltretutto in quanto
    vale
    e sale il sentore
    del situarsi oltre il tutto
    ch’ancor digrada
    all’assolversi della norma
    dell’io mi manco in quanto
    e in quando
    perché
    da che tempo è tempo
    ciò che conta
    non è l’attimo da cogliere
    ma solo l’istante
    di cui disfarsi

    non so perché, ma penso sempre al “magma” come a un’implosione piuttosto che a un’esplosione.
    magari è per la legge (mai “dogmatica” – n.b. qui la coabitazione del gruppo timbrico “gma” è semplicemente voluta) che mette al primo posto le intensioni e non le tensioni.
    o ancora: per il sentore che lo scopo delle aggiunzioni sia quello di sottrarre portando a galla l’inconosciuto.
    così nel “forte” viene a galla la debolezza.
    la “quercia” si rivela un ramoscello d’alloro.
    la “virtù”, tra le righe, svela (magari velandoli) i suoi vizi, e così via nell’andirivieni (sempre basculante) in cui ci si rincorre cercando di mordersi la coda.
    pratica inutile e improduttiva, direbbe qualcuno.
    ma quel qualcuno non sa o non vuole rendersi conto che l’inutile e l’improduttivo sono necessari per un più pregno e degno fluire.
    verso dove?
    non sta a me rispondere.
    io continuo a coltivare l’interrogazione

  16. Magma come implosione. Come identità-arcipelago, come frattale che si scompone e si ricompone. Sento molto presente la testa che guida i segmenti del corpo poetico. Talvolta, che la testa si riposi (come spesso accade).
    Molto piacere di averti letto in questo monolgo scavante, autoscavante, ininterrotto. Non conoscevo la tua opera.
    Grazie, Marco

  17. @ idea vagante @ Maria Grazia Galatà

    Io provengo comunque da esperienze teatrali.
    Nella fattispecie una compagnia di ricerca e sperimentazione che, dal 1982 al 1990 è stata attiva soprattutto in Campania e Emilia Romagna, con una decina di spettacoli e qualche performance.
    A dire il vero c’è poi stato qualche strascico negli anni a seguire con interventi e performance in gallerie d’arte e luoghi, per così dire, atipici.
    Se è vero che le tracce persistono (cito dal tuo commento: “la parabola di un vivere consapevole delle radici e delle tracce infinite che attraversano l’esistenza di ognuno”) e se è vero che il porta-impronte dei nostri “gesti” non cessa mai di fibrillare, bisogna mettere in gioco anche una figurazione e una trasfigurazione di questo tipo.
    Anche non volendolo, il teatro c’è.
    Ma io non lo vedrei come ostentazione, nel senso che non c’è prima il teatro e poi la scrittura (anche se la scrittura, prima di divenire tale, nasceva come orale).
    Il teatro dovrebbe servire a conferire un corpo alla voce.
    E’ un po’ ciò che dice Natàlia Castaldi: il corpo della voce, ovvero il “farsi corpo” della voce; e se la voce è già, in sé, scrittura, ecco che la locuzione si trasforma in “il farsi corpo della scrittura”.
    E quella “parabola” di cui accenni nel commento è, in senso figurato (ma nemmeno più di tanto), quella volta – arcuata e incombente – al di sotto della quale “precipita” (e si consolida) la “soglia” entro le cui bordature si reitera il “misfatto” di vivere, ove cioè si celebra il rito dell’attesa e “ci si” celebra all’insegna dell’indecidibilità.
    Non una messa in scena quindi, ma – se mi consentite l’acrobazia – la scena della messa, il luogo più adatto per consumare il rituale dell’appropriazione e della disappropriazione, di farsi carico, in sé, di un’idea e di scaricare quell’idea verso il “fuori”.

  18. @ Marco
    Grazie a te.

    Tu mi scuserai se devio un po’ dalla strada maestra, ma l’accoppiamento “identità-arcipelago” mi rinvia ad un altro progetto cui sto lavorando dal titolo “Ou est l’île?”.
    C’è sempre un centro, un cuore, un fulcro nevralgico, un punto nodale. Ognuna di queste asserzioni è riconducibile all’identità.
    Ragionando in tal senso nessuno ci vieta di identificare l’identità di un arcipelago non nella moltitudine di isole, ma in quell’ isola (si potrebbe dire ultima e definitiva, ma anche prima e incompiuta) che rechi, in sé, i segni del vissuto e che possa essere assunta al ruolo di simbolo.
    Da qui l’identità, ma anche l’alterità che le appartiene in quanto ricettacolo “emblematico” di una molteplicità.

    Ora, al di là del progetto specifico che non è il caso di approfondire qui, quello che voglio dire è che il nostro corpo è simile a quell’arcipelago: ogni organo è un’isola.
    Così come ogni organo concorre al fluire del corpo, allo stesso modo ogni isola concorre alla definizione dell’arcipelago.
    Nel corpo c’è un’isola specifica: la testa (quella a cui tu fai guidare “i segmenti del corpo poetico”).
    La testa è il centro, ovvero l’identità. Si fa carico di essere padre e insieme figlio, forza generante e tramite per la posterità. Raccoglie in sé i segni di tutti gli altri organi e li es-porta verso il “fuori” come se fossero un unico segno.
    Ma quel segno non può essere univoco, proprio perché risultante da tutti gli altri segni.
    Allo stesso modo, il “corpo poetico” è, per sua stessa natura, plurisignificante. Deve essere così perché rappresenta la risultante di un complesso processo intestino.
    Il corpo poetico è, in sé, sorgivo, cioè “aperto” (a tal proposito si può vedere l’illuminante “Fondamenti invisibili” di M. Cacciari; in AAVV, “Pensiero e poesia nell’opera di Mario Luzi”, Vallecchi).
    La sua innata sorgività si innesta automaticamente tra le righe e sopra le righe e si rinvia attraverso il diktat.
    Cos’è il diktat?
    E’ la restituzione, in forma apparentemente univoca, di quel sistema a struttura complessa che chiamiamo, di volta in volta, ego, inconscio, originarietà, “vissuto”, sensibilità, intelligibilità, desiderio, ecc.
    Tutto parte da quell’identità-isola-simbolo che deve restituire l’alterità di un intero sistema di isole e di un intero sistema di organi.

  19. Grazie a tutti per i commenti. In particolare a Enzo, i cui contributi rappresentano una preziosissima appendice al post (particolarmente gradita, a quanto vedo, dalla stragrande maggioranza dei lettori che entrano nel blog). Cercherò di ritornarci, vista la quantità di spunti che offrono, non appena riesco a mettere le mani su un computer funzionante.

    Intanto, un saluto e un grazie a tutti.

    fm

  20. Vi anticipo che, prossimamente, “Ou est l’île?” comparirà su queste pagine.

    Vi anticipo anche che, a breve, ci sarà un importante post nel quale molte delle questioni sollevate nei commenti troveranno ulteriore voce e approfondimento.

    fm

  21. Poesia cadenzata e centellinata suono per suono.
    Il respiro (sussurro, fruscio, dissolvenza) si fa epica – aerea e liquida e ancorata al senso. Trae dalle viscere – radici (“luce nera”, “vulva umida”); va declamata ad alta voce. Teatrale non perche’ “s’impone” ma in quanto chiede di essere ascoltata, per la sua forza catartica e oserei dire “sacrale”, rituale.
    Abele

  22. … magari andava detto prima, ma è comunque necessario specificarlo.
    Casta Carta Cauta Canta non è un prodotto finito, ma un progetto in divenire. I testi qui pubblicati sono dei frammenti per un libro in costruzione.

  23. “La ragazza chiamata arco, sentì il dibattersi dei non nati, e la sua metafora cadde. La sua forma chiamava a sè il vento, non già per essere mossa; ella infatti era ferma, come una pietra.
    La sua forma chiamava il vento, non già per essere mossa; nella notte difettosa ella cullava il sonno dei non nati.”

    Tetsua Midoj

  24. poesia forse troppo cerebrale, metafisica, per le mie corde. D’altro canto si “sente” la parola trascinata al limite del dicibile. come dice Enzo : “più che il fondo mi attrae il senza fondo”.
    E una tecnica e un pensiero sicuramente alti.
    Mi auguro di non tirarmi addosso gli strali di quanti qua sopra hanno scritto e soprattutto dell’autore. Saranno i miei limiti che non me la fanno gustare fino in fondo, sicuramente. Forse perchè in poesia io amo il pensiero veicolato dall’emozione, in queste poesie mi pare prema soprattutto la ragione.
    Ho il brutto vizio di dire quel che penso, fortunatamente la mia è solo un’opinione :)
    liliana

  25. Cara Liliana, quel “brutto vizio” dovrebbe essere coltivato da tutti, e molto più frequentemente di quel che avviene di solito. E’ l’unico modo per evitare quell’unanimismo di facciata che non serve, in primo luogo all’autore.

    Ad ogni modo, qualsiasi scrittura, in particolare quella poetica, dovrebbe essere riguardata, sempre, come un “oggetto” da investigare nella sua forma di esistenza, nella necessità e nella coerenza che la giustificano. L’espressione di un eventuale gradimento è in ogni caso legata alle ragioni della propria soggettività, ed è sacrosanta – ma, a mio modo di vedere, rimane sempre, dal punto di vista critico, secondaria rispetto alla prima operazione.

    Vai sempre così, non preoccuparti mai di scrivere quel che senti. E’ importante.

    fm

  26. grazie ad Abele e a Roberto che, per distrazione, non avevo ancora ringraziato.

    @ Liliana
    grazie di aver lasciato un cenno e un segno.
    i gusti sono gusti, ci mancherebbe altro.
    per costume e per stile prediligo l’incontro allo scontro e non lancio saette su nessuno.
    ogni opinione è sempre gradita.

    l’unica cosa che mi chiedo è perché mai la cosiddetta “ragione” non possa anche veicolare l’emozione?

  27. Enzo, mi piacerebbe sapere se, e in quali modi, la tua ricerca incrocia e intercetta alcune coordinate anteremiane, al di là di tanti (e irrinunciabili, anche per me) punti di riferimento teorici comuni.

    fm

    p.s.

    Scusa se intervengo poco, o niente, ma ho il computer che si spegne ogni due minuti e mi è difficile restare in linea più di tanto.

  28. Francesco, non è per niente semplice rispondere in maniera, più o meno, esaustiva alla domanda che mi poni.

    Faccio una premessa.
    Ermini, poeta, ahimè non lo conosco per niente e Ermini, saggista, lo conosco poco se non attraverso qualche pezzo in rete e attraverso l’illuminante postfazione a “Narrazioni del fervore” di Jean-Luc Nancy.
    Di Ida Travi ho “L’aspetto orale della poesia” ma, se devo essere sincero, non ne ho ancora programmato la lettura (io ho la cattiva abitudine di programmare la lettura di 10 libri a mese, programmazione che stravolgo di continuo).
    Naturalmente, i libri, ancor prima di essere letti sul serio, vengono sfogliati. Una delle mie perversioni consiste nello sbirciare alla ricerca di stimoli, sperando che il fato e la casualità mi vengano in aiuto. Allora capita che qualche frase resti comunque impressa; della Travi, ad esempio, ricordo una certa predilezione per la parola “fuoco” e il ricorso alla chora platonica che, secondo la lezione derridiana, dobbiamo qui declinare almeno in terra, madre, nutrice, ricettacolo e porta-impronte, ovvero in tutto quello che ci appartiene in senso originario, che ci si porta dietro, anche inconsciamente e che, inevitabilmente, si “sospende” tra le righe e si conduce sopra le righe.

    Su Absolute Poetry, in un dialogo con Luigi Nacci, Flavio Ermini dice testualmente:

    “Non faccio una grande distinzione tra i generi letterari. E in tutta sincerità devo dire che provo fastidio per chi eleva steccati tra le parole per destinarle un po’ di qua e un po’ di là nelle categorie che la storia letteraria ha nei secoli istituito. Le opere che ho sin qui scritto tengono conto nella loro struttura di tutti i generi. C’è un senso che va cercato. Potrebbe essere collocato tra Scilla e Cariddi, al passaggio di Ulisse. Mi piace pensare a una parola originaria, che nascendo nomina e nominando non è subito fagocitata dalla cosa che le si pone di fronte. Mi piace pensare a una parola che nomina e nominando indica il percorso percettivo che la conduce verso la cosa. Una parola così è in grado di farsi poesia e saggistica insieme. Nei due libri del 2006 c’è questa esperienza ed è compiuta con grande consapevolezza. Specialmente ne Il moto apparente del sole. Dove la poesia diventa narrazione, e la narrazione si fa saggistica affidandosi a una parola che torna pian piano a costituirsi come poesia”.

    Ecco, questo sarebbe il mio ideale di “letteratura”, non solo poesia, non solo narrazione, non solo saggistica, ma le possibilità combinatorie che la parola, nel suo senso originario, nella sua innata sorgività, dovrebbe offrire. In un altro commento, rubando un termine a Derrida, ho parlato di intrallacciatura. Penso che questo termine si addica pienamente alla dichiarazione di Ermini e al mio modo di vedere le cose. Sono ben conscio che l’abolizione e la cosiddetta “confusione” dei generi sono considerate anti-editoriali; non a caso se non sei “inquadrato” in un genere canonico e precostituito vieni considerato un “inutile” disturbatore. Ma forse è proprio per questo che, nel mio piccolo, lavoro in tal senso. Non per spirito di contraddizione o per voglia di rivalsa, ma solo per pormi in un regime di “prossimità” con quelle che sono le mie “urgenze”. Non a caso – e come tu ben sai – in “Ou est l’île” sto cercando proprio di portare avanti un’intrallacciatura di questo tipo: non la confusione ma la “per-fusione” dei generi.

    Ora, non so se tu ti riferivi a qualcosa di specifico. Io parlerei del “sorgivo” e dell’ “aperto”.
    Ho cominciato a fare le mie considerazioni su questi due concetti leggendo Trakl e Rilke soprattutto (ma anche per certi versi Celan; il suo “Di soglia in soglia”, ad esempio, è proprio una sorta di ricerca originaria e materna, anche e soprattutto della lingua).
    Direi che una certa concezione dell’originarietà e una certa predisposizione alla pre-originarietà (a quella che si potrebbe definire “parola-prima-delle-parole”) sono cose che mi appartengono, o quantomeno che cerco di sfiorare.
    La scansione dei miei dettati, in un certo senso, asciutti e dislocati (dislogati?) per versi corti, è una scrittura che procede “per tagli di aggiunte” (Artaud docet), che avanza indietreggiando, che si riporta sempre all’INIZIO per fomentare una ripartenza e, non per ultimo, che si offre all’incidente chiudendosi a riccio.
    Se l’offerta sacrificale è qui esposizione ed estensione, la chiusura a riccio verte sul preservare il cuore poematico. La poematicità è , in un certo senso, temporalmente antecedente alla poeticità.
    Un dettato poetico che rinvia ad un’originarietà deve, per forza di cose, possedere una forte paternità e maternità poematica.
    Beninteso, la poematicità, in tal senso, non significa mera riproposizione di un qualcosa che ci ha preceduto (e, nel migliore dei casi, “segnato”). Un’operazione di questo tipo sarebbe mera accademia. Lo spettro del rigor mortis delle forme aleggia sempre sulle teste di chi pratica la scrittura (di chi “si” pratica nella scrittura).
    Qui si tratta di recuperare per estendere, di recuperar-si per estender-si oltre il limite dettato dalle forme.
    Come ha detto Ermini, qui si tratta non tanto di toccare la “cosa” ma di condursi verso la cosa (“Dell’immoto il respiro. D’una fiera il volto / ghiacciato d’azzurro, della sua sacralità. / Poderoso è il silenzio nella pietra” – Georg Trakl, Nachtlied).
    Questa cosa – che si chiami sorgivo, aperto, fondo, senza-fondo, ecc – che si presuppone come un punto d’arrivo è, in realtà, il nostro punto di partenza che si ripropone differenziato (Nancy direbbe: “è il profondo che si fa superficie”).
    Vorrei qui riportare un breve passo di Cacciari che rispecchia il mio approccio a questo concetto:

    “Ars dictaminis: rivolgersi alla “sorgività” della parola; così va inteso il senso dell’ “origine”: non un luogo, non un tempo determinato, ma il sorgivo stesso, l’aperto. In questo rivolgersi al “possibile” della parola, la “dizione” conduce la parola che appartiene al discorso, il nome del tempo del discorrere, il linguaggio del semplice denominare, “a fondo”. Dizione è “mandare a fondo” queste dimensioni della parola. “Al loro fondo”, si badi: poiché la parola e, in quanto tale, destinata “da” esso”

    Ars dictaminis, aspetto orale, perfusione, poematicità, in definitiva in ogni es-posizione, in ogni protesi la parola non fa altro che portarsi in avanti ritornando al sé e mettersi in abisso es-ponendosi verso il fuori di sé.
    In questo doppio movimento risiedono (trovano la loro dimora) il sorgivo e l’aperto.
    Così ogni es-posizione diviene una ex-posizione, un excursus nel prima-di-sé e nel prima-della-parola-di-sé.

    Mi congedo con una citazione da Celan che, come per magia, potrebbe svelarci cosa risiede nel poderoso silenzio della pietra di Trakl, che inaugura un inatteso parallelismo con l’intrallacciatura e che inneggiando l’origine si fa portavoce di una sorta di dispendio: perdizione come perdita, perdita come ricerca del fuori-di-sé-in-sé, perdita e insieme dono, in una sola parola: poesia.

    Qualunque pietra tu alzi –
    li discopri, coloro cui occorre
    il riparo delle pietre:
    denudati,
    rinnovano il loro intreccio.

    Qualunque tronco tu abbatti –
    inchiodi assi
    d’un giaciglio, ove
    di nuovo s’ammucchiano le anime,
    come se non si scotesse
    anche quest’Era.

    Qualunque parola tu dica –
    rendi grazie
    alla perdizione.

  29. Io credo che la difficoltà dei testi di Enzo sia legata, più che ai contenuti che in essi vengono veicolati, al come tali contenuti vengono trasmessi. Io non credo che in questa silloge sia stata veicolata della ragione. Quando Liliana afferma questo, credo testimoni un atto proiettivo spostando lo sforzo razionale dal lettore al poeta. Personalmente, nelle poesie di Enzo posso riconoscere molte emozioni (rancore, afflizione, rabbia, ironia, disgusto, impotenza, speranza…) che sicuramente non appartengono al ventaglio delle catalogate 7 universali che abitualmente vengono veicolate sotto forma di versi. Sono emozioni molto complesse, piene di sfumature, cangianti e lunatiche, rese ancor più complesse dalla scelta lessicale e strutturale compiuta dall’autore per veicolarle. Scelta che ricopre le suddette emozioni con un sottilissimo velo di ragione, che si riempie di strappi man mano che si scorre il testo.
    A mio avviso (parere del tutto personale di chi non pratica abitualmente esercizi critici) quella di Enzo è una coerenza invidiabile che appartiene solo ai poeti “maturi”, a quei poeti che sono riusciti a trovre la loro voce (per dirla con le parole di Guglielmin del post che segue a questo) ed il modo di farla funzionare come mezzo e non come fine.
    La stile di Enzo mi ricorda moltissimo Carmelo Bene: è evidente lo sforzo compiuto per evitare di “essere parlato”, offrendo la propria voce solo come mezzo di trasporto su cui far viaggiare il non-senso del senso senza biglietto. È evidente anche lo sforzo di Enzo nel de-strutturare (per dirla con Derrida) il pensiero, la realtà, l’emozione e quindi il testo. Un de-strutturare che io vedo come atto di vendetta (altra emozione) nei confronti di una realtà iper-strutturata che non vorrebbe lasciare scampo alla pressupposta monoliticità di una identità che vuole, invece, essere altro-da-sè.

    Trovo che quello di Enzo sia un rapporto Lacaniano nei confronti della parola, un atto di forclusione (usando la stessa parola dell’autore, che spesso si ripete nei suoi testi) del linguaggio che contrasta l’aspetto alienante che, purtroppo, la parola eredita dalla realtà. Quel rapporto strutturato di significato-significante (Sassure) che trasforma la parola in parola-vuota, emulando quel meccanismo che lavora alle nostre spalle mentre s-viviamo che trasforma, noi e tutto, da essenza ad assenza illudendoci con finti ologrammi di entità-identità

    (e quale sia l’approdo
    è sì deriva
    del situarsi presso il poco
    ch’ancora impera
    dettando la legge
    del sono io in quanto cogito
    perché
    da che mondo è mondo
    l’inessenza
    è il male da abiurare)

    La soluzione escogitata da Enzo è utilizzare la lingua de-strutturata non dicendo il nulla di cui ha bisogno per sentire tutto o, almeno, qualcosa. L’elemento della “sorpresa” è indispensabile per ottenere dei risultati in questo senso, perchè la sorpresa è qualcosa che non ti aspetti, qualcosa che non riconosci o che riconosci come diversa. Qualcosa, insomma, che va al di la delle strutture entro le quali limitiamo le nostre vite non-richieste

    (Bruciami donami
    l’ignavo gesto deietto
    per osceni lidi guastati
    dall’incedere lento
    del non più dico
    e sono solo residuo
    di cose ataviche
    che mi hanno preceduto
    e segnato.)

    Il ritmo è martellante come una pietra lanciata in un precipizio che batta ripetutamente contro le sue pareti. Se non lo avete fatto, dovreste provare a leggere tutta la silloge ad alta voce: a parte il mal di testa e un po’ d’affanno, potreste rimanere sbalorditi nell’ascoltare il suono della vostra voce modularsi continuamente quasi contro la vostra volontà. A volte, urlerete battendo un pugno sulla scrivania.
    Luigi

      1. Belle considerazioni, Luigi.

        Aggiungo che (e ne sono profondissimamente convinto): o il poeta cerca di spostare “oltre” il limite che la convenzione assegna alla parola – deprivandola della sua natura e della sua libertà a “risonare altro” – o non fa altro che un puro, narcisistico esercizio calligrafico fine a se stesso. La presunta “oscurità” degli esiti è solo nell’incapacità di trovare la chiave che dischiude l’ombra – ed è una chiave che, a volte, dimentichiamo di avere nelle nostre stesse “mani”: basta ricordare che la parola è sempre suono e immagine, prima ancora di diventare un punto significante, aperto ad ogni utilizzo, sulla mappa tracciata dalle categorie logico-definitorie.

        In questo gorgo poematico, suono (e immagine) dominano: e la parola, riportata alla logica senza logica dell’inizio, lascia una traccia ben marcata della sua “inesistenza”, del suo interminabile crepuscolo: ovverosia, di tutti gli uragani di cui è gravida l’alba che lo annuncia.

        Il poeta, diceva Char, è portatore di tempeste, non seminatore di quiete.

        fm

  30. Grazie, Enzo.

    La tua articolatissima risposta, tra le tantissime cose che contiene, mi porta la conferma (felicemente, per quanto mi riguarda), che esiste, e resiste, in Italia, un’area della scrittura poetica (piccola o grande non ha nessuna importanza) che, a prescindere dalla conoscenza e dalla circolazione più o meno ampia dei materiali prodotti, pur nella disomogeneità dei percorsi, non ha mai smesso di interrogarsi sulle condizioni di dicibilità (semplifico al massimo) di quell’interminato territorio che mareggia, senza rive definibili, tra pensiero e “forma-canto” – cioè (semplificando ancora) sulla possibilità di fermare sulla pagina, nell’assenza di luce, anche solo qualche lettera, qualche sillaba dell’interminato alfabeto dell’erranza e della metamorfosi a cui il “corpo-parola” si apre, e si offre, nell’attraversamento: in altri termini, proprio quell’andare dove il movimento sedimenta nella traccia, ad ogni passo, il respiro della prima pronuncia, un atto della nominazione attraverso il quale “ogni es-posizione diviene una ex-posizione, un excursus nel prima-di-sé e nel prima-della-parola-di-sé”.

    fm

    Prima o poi raccolgo in un post questi tuoi commenti.

  31. Luigi, ti vedo solo adesso e passo a leggerti.

    Purtroppo, ho ancora scritto direttamente nel colonnino dei commenti e, tra un va e vieni del pc agonizzante, mi sono giocato due terzi del commento che avevo digitato.

    Amèn.

    fm

  32. Grazie Luigi.
    Commento, il tuo, per certi versi ineccepibile e molto gradito.
    Leggendo l’ultima parte mi sono sentito gratificato, vuoi solo per il fatto di essere riuscito a trasmettere qualcosa.
    La veicolazione del messaggio, per quanto fortemente condizionato dall’interpretazione e dalla decodificazione soggettiva, è peculiarità imprescindibile di qualsiasi tipo di scrittura, e sono ben lieto che a te attraverso i miei “segni” sia arrivato un “segnale”.

    Sulla scorta del tuo commento aggiungerei che la forclusione non deve essere intesa solo come rimozione ma, anche e soprattutto, come spostamento.
    Mi piace pensare allo spostamento come un transito, come l’attraversamento di quegli assi – paradigmatico e sintagmatico – che mettono in comunicazione significato/significante e testo/discorso, e che permette di frequentare, in prima persona tutti i punti intermedi.
    I punti intermedi sono da un lato le singole lettere che combinandosi tra loro formano e deformano le varie possibilità estensive della parola; e dall’altro lato quelle parole-baule (non le parole composte ma quelle che lasciano ad intendere altro) che si schiudono su diversi livelli di senso.
    In entrambi i casi c’è sia un lavoro interno che un rinvio all’esterno.
    Si sa che il “rimosso” prima o poi ritorna e che lo “spostato” non cessa mai di rinviarsi ad altro.
    Potrebbe sembrare un gioco senza fine, ma quello che voglio dire –chiedendo scusa per l’acrobazia – è che quello che qui conta è il “senza”, ovvero: l’unità di misura del “fine”.
    Quello che conta nel poetico è ciò che viene tagliato ( e quindi anche spostato, deterritorializzato da parola a parola, da gruppo timbrico a gruppo timbrico, da fonema a fonema, o semplicemente permutato da analogie, equivalenze, processi anagrammatici, ecc), ciò che riesce a continuare a firmarsi pur perdendo il suo nome originario, ciò che fa sopravvivere pezzi di sé in un altro-da-sé.
    La forza del poetico non è il detto, ma ciò che risiede all’interno del detto, ovvero: anche ciò che è stato rimosso e spostato.

    “In un punto capitale degli “Ècrit”, e sulla scorta di un riferimento ad una tradizione indù, Jacques Lacan enuncia quella che egli ritiene sia la proprietà essenziale della parola analitica: vale a dire la proprietà “de faire entendre ce qu’elle ne dit pas”: la proprietà di esprimere, di manifestare, di trasmettere quello che essa non dice. Ebbene, tale proprietà potrebbe convenire anche alla parola letteraria, e in particolare alla parola poetica: proprietà che in questo caso sarebbe, per la precisione, quella di esprimere, di manifestare, di trasmettere ciò che non sta nell’ordine del discorso” (Stefano Agosti, Grammatica della poesia, Guida ed.).

    Ora, in quest’ottica, una forte connotazione orale della scrittura aiuta l’attuazione (e anche la comprensione) del processo forclusivo, perché l’ars dictaminis può spostare, per esempio, la caduta di un accento, può rafforzare o diminuire l’intensità da sillaba a sillaba all’interno della stessa parola, può rimuovere le pause logiche e innestare pause psicologiche, e via dicendo.
    La sfida sarebbe quella di riuscire ad inchiostrare parole che mettano in luce i loro spostamenti e che insieme rivelino il non-detto che risiede in loro e il rinvio a cui tendono.
    Non è una cosa facile a verificarsi, ma ci sono autori la cui ricerca verte anche in tal senso.
    Con questo non voglio dire che ci si debba limitare ai soli processi allitterativi o assonantici, ma solo che le vie da battere (e in cui “battersi”) sono innumerevoli e diverse tra loro.
    E per fortuna che è così.

    1. @ Francesco: grazie per le tue considerazioni. La riflessione personale e totalmente egocentrica in questo caso che ne deriva è che, per quanto mi riguarda, spesso e volentieri “dimentico” di avere in mano quella chiave. O, meglio, faccio finta di dimenticarlo, perchè è più semplice così fintanto che se ne sente il peso della “responsabilità” e il “timore” di ciò che può aprire. Probabilmente, non sono ancora abbastanza maturo o non sono ancora riuscito a trovare la mia voce. Nel frattempo, sperimento.

      @ Enzo: offri pane ai miei denti, a causa della mia formazione da “psicologo”. Più che rimozione e spostamento, la forclusione è un atto che possiede valenza attiva nelle persone ancora dotate di senno ma che, nonostante tutto, non sanno cosa farsene di esso. Mentre rimozione e spostamento sono atti inconsci, la forclusione di un soggetto nel pieno delle sue facoltà è un atto consapevole di ribellione. Ed è questa ribellione attiva e consapevole e , soprattutto, capace ciò che io invidio. La capacità della parola di dire il non detto è una potenzialità nascosta della parola che pochi conoscono in quanto pochi hanno il giusto coraggio per sperimentarla. E molti tra questi pochi sono proprio i poeti. La flessibilità del linguaggio è enorme: si pensi solo alle mere metafore che, con parole riferite a questo, parlano di quello e di qualcos’altro oltre quello di cui parlano. Per la stessa ragione i vorticisti, gli imaginisti ed i poeti che lavorano in questo modo (pioniere fu Rimbaud) sono quelli che più mi affascinano.
      Vado a nanna sperando che domani parlare mi risulti più inutile.
      L

  33. sì, certo Luigi.
    quando parlavo di rimozione e di spostamento non lo facevo certo in senso psicoanalitico.
    per quanto possano essere anche legati a questioni inconsce (almeno dalla scrittura automatica surrealista in poi) mi riferivo principalmente a processi di deterritorializzazione linguistica, che -naturalmente- possono essere sia consapevoli che inconsapevoli. così come è vero che possono essere recepiti in modo diverso. nessun autore può sapere, a priori, quanto al largo si può spingere il suo gesto.

  34. @ Enzo, certamente la “cosiddetta” ragione può veicolare l’emozione, ma essendo la sottoscritta, ahimé, priva degli strumenti necessari per “investigare l’oggetto” come dice Francesco (che per bontà non mi bacchetta le dita) fino in fondo o fino a nessun fondo , ho lasciato il mio commento come soggetto “pensante” e quindi legato al mio sguardo, che non è colto e pertanto il mio è un “giudizio” soggettivo. E in base a questo ho scritto che trovo questi versi privi di “emozione”, usando un termine impreciso, considerate le diverse sfumature di questo termine, il termine esatto è forse risonanza. Non la sento, ma è un limite mio, come già detto. Anche certi termini, quali imago, escuoce e escotto, forcluso ecc. sono parole che non amo.
    @ Luigi : rileva diverse emozioni che cita, ma l’atto stesso dello scrivere è guidato da un’emozione, quindi queste poesie non possono essere prive d’emozione (nel senso che intende Luigi, che è quello giusto:) ecco che succede ad usare una parola senza riflettere sui suoi diversi significati.
    Se poi parliamo di Lacan e di forclusione, passo….
    liliana

    1. Ciao Liliana,
      personalmente non credo di aver frainteso il tuo giudizio, nè che tu abbia usato una parola sbagliata. Molto probabilmente non mi sono spiegato bene io (mi succede continuamente :) ). In realtà, anche se non emerge chiaramente dal commento, io in un certo senso ti ho dato ragione. La prima volta che lessi Enzo pensai che fosse un funfugnone che metteva una sotto l’altra parole incomprensibili che la più moderna risaliva al medioevo così sembrava una poesia per il semplice fatto che non si capiva. Tu hai la fortuna di non amare alcuni termini che Enzo utilizza; io non li conoscevo proprio!

      Per il resto, si: anche secondo me le poesie di enzo non hanno una “risonanza” immediata perchè non parlano alla “pancia del lettore”, ma lo costringono a fare uno sforzo di alienazione da ciò che si aspetta leggendo una poesia. Tale sforzo è in primo luogo intellettivo e chiama alle armi la ragione per aiutare il lettore a ricostruire la destrutturazione messa in atto dalla poesia. Ciò che a me personalmente è successo leggendo Enzo e poeti con stili o, meglio, con intenzioni simili è che dopo un po’ sono riuscito (con moooolta difficoltà) ad entrare nel “meccanismo”. Così, dopo un po’ che leggo (solitamente la seconda volta che rileggo una stessa poesia) mi succede di allineare ciò che leggo ad “immagini emotive”. Passaggio che, non c’è dubbio, mi risulta molto più semplice leggendo altri poeti con stili differenti. Ma anche con altre intenzioni.
      Ad ogni modo, il gusto come anche Francesco ed Enzo stessi hanno sottolineato, è assolutamente personale. Il mio non voleva assolutamente essere un giudizio sul tuo giudizio, ma solo un modo per introdurre il mio pensiero superfluo :). Se questo non si è capito, ti chiedo sinceramente scusa :)
      Luigi

    2. Ciao Liliana, io adoro Enzo e la sua poesia, la conosco profondamente, ne parliamo tanto e so quanto sia prolungamento del suo essere tutto, corpo e mente… tuttavia, capisco quello che vuoi dire, io ad esempio mi trovo in difficoltà quando si parla di Deleuze e Derrida… posso arrabbattare appiccicaticcie conoscenze di filosofia, ma la studiai male al liceo e non sono in grado si sostenere un discorso fatto di citazioni e rimandi. Arrivo dove mi portano il pensiero, la mia mente ed il mio sentire, senza sapere se lo ha detto tizio o caio e se ha fondamento o meno, e trovo stimolante questo esercizio di pensiero, questo esplorare ciò che per me era ignoto, per poi decidermi a compare un libro ed iniziare un nuovo percorso di letture e quindi di studio. La scelta linguistica, invece, anche se distante dalla mia scrittura, mi affascina, proprio perché mi apre nuovi scenari di senso e di suono, indicandomi nuove strade d’espressione che non diverranno mai mie, avendo io già ben chiara quale sia la mia natura e la mia voce, ma se non altro mi insegnano l’ascolto, la potenza, lo stupore del diverso da me.
      E mi permetto di dirti che non ti bacchetterebbe nessuno per aver detto quello che senti, magari lo facessero tutti, sempre tutti.
      (sapessi quanti nemici mi sono fatta io, ed è bellissimo!)
      ciaooo, natàlia

  35. grazie a Francesco per aver reso possibile questa “operazione”, grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato in silenzio, e grazie a tutti coloro i quali hanno lasciato un cenno del loro passaggio.

  36. Grazie a te, Enzo: anche per l’attenzione e la costanza con cui hai seguito il dialogo coi lettori.

    Un dialogo che, qui, come in qualsiasi post, non è mai interrotto, non ha scadenze.

    fm

  37. @ Luigi
    no, non mi sono sentita giudicata nel senso che intendi, tranquillo. le parole sono importanti :), ma succede a volte che per distrazione o deficit (parlo di me) non si riesca ad usarle con la precisione che richiedono e la comunicazione diventa difettosa. E si perde un’occasione d’incontro.
    @ Natàlia
    mi auguro di poter, com’è successo a te e a Luigi, entrare anche a livello emozionale in contatto con le poesie di Enzo, sarebbe un aricchimento, un nuovo modo di vedere. Allora si compirebbe l’incontro, che per me è la base di tanti aspetti della nostra vita e ci fa sentire “parte di un tutto”
    In quanto a “nemici”, io rispetto tutti e anche solo per questo non vedo perchè dovrei farmene :)) , almeno, lo spero

    un saluto a tutti

  38. Scrivo, per rubare alla tristezza un sorriso
    Sorrido, per allontanare dalla mente la follia
    Follia che distrugge e non mi tiene
    Bene, il vostro oblio è riuscito ad aver effetto
    sula mia sanità mentale
    Poi scrivo e sorrido alla follia.

    E’ magnifico quello che tracci con il tuo inchiostro,io mi incanto sempre ..
    Metafisica o magia o filosomagia?
    …..mi inchino a te.

  39. grazie Ella, mi accorgo solo ora del tuo cenno.
    Metafisica o magia o filosomagia?
    … solo scrittura… direi…
    grazie ancora!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.