Buzz Spector

Rosa Pierno

Se con i libri si potessero costruire muretti, grotte, dighe, fortini, case, patii, basiliche, torri, si realizzerebbe un luogo del tutto utopico, eppure il senso di concretezza che si sprigiona dalle installazioni di Buzz Spector richiama alla mente la volontà costruttiva che innerva la cultura, da cui, peraltro, l’ordine non è mai assente. In fondo, la cultura è un processo che filtra, trasforma, modifica e ricrea; inoltre, i libri usati come materiale da costruzione si prestano a essere utilizzati per l’esplorazione di possibilità metaforiche inerenti all’oggetto in questione che ampliano infinitamente il suo uso. Spector mette insieme una vera e propria enciclopedia di tali occorrenze sia per quello che riguarda la forma sia per quello che concerne il contenuto. L’esplorazione delle possibilità metaforiche risultanti dall’immagine visiva è, certo, un lavoro condotto sul filo del rasoio, apparentemente tautologico, in realtà di frontiera. Buzz utilizza un oggetto di cui la monolicità del nostro abitudinario uso non ci fa nemmeno sospettare la miriade di forme e sensi a cui può dare luogo.

Gli aspetti formali del libro – il dorso, la dimensione, i materiali, i caratteri dorati stampati su pelle o la copertina plastificata – ci consentono al più di determinare la sua collocazione temporale, mentre la partita fondante si gioca sul versante del recupero e della ricreazione semantica. Ogni segno rimanda a un altro segno e non c’è pensiero o conoscenza che non si collochi in questa catena. Ogni libro è un possibile universo. Così a una rappresentazione segue un’altra rappresentazione. Attivare il corto circuito tra le percezioni e i molteplici concetti che definiscono l’entità cultura è l’obiettivo prioritario di Buzz. In un certo senso il libro appare come un contenitore pronto a restituire possibilità del tutto enigmatiche, nel senso di non ancora esplorate.

L’operazione di Buzz si estende anche all’elaborazione delle pagine, ove il testo è sempre evocato (poiché sgraffiato, ricoperto, ritagliato, sovrascritto). Spesso si tratta appena di una parola. La frase, quando presente, appare parzialmente cancellata oppure totalmente sfocata. In ogni caso, luoghi culturali distanti vengono inanellati dall’elaborazione delicatissima di fotografie scattate dallo stesso artista. Non c’è limite alla sua fantasia, alla sua volontà di ampliare la conoscenza attraverso l’evocazione delle sue infinite potenzialità. Non è lontano un’eco leibniziana in cui la monade contiene il tutto, e nella sua singolarità vede il passato e prefigura il futuro senza alcun limite. Il libro è cifra del tutto perché evoca la totalità. La totalità è metafisica e utopica. Rispetto alla conoscenza totale, il libro si vede, è nelle nostre mani, e di esso, peraltro, si percepisce sempre la finitezza, l’unità, la singolarità, anche nella variazione infinita dei colori, dei formati, e della veste tipografica, mentre al contempo ci dà la fortissima sensazione di avere a disposizione un’immagine della cultura tutta, qui tirando in causa la questione posta da Kant della relazione tra finitezza e infinito, tra sensibile e soprasensibile, tra empirico e trascendentale.

Il rapporto con la cultura, inoltre, viene esplorato anche nell’utilizzo che ne fa la nostra società contemporanea. Spesso, infatti, il libro non è un oggetto con il quale costruiamo la nostra identità, non almeno in una società di massa che non opta per una cultura di qualità capillarmente diffusa. Una riflessione a volo d’uccello su tale operazione mostra anche che definirsi come operatore culturale in genere implica una riflessione sulla considerazione del processo culturale e sull’assunzione di un ruolo di responsabilità. Insistere sul libro come mezzo di trasmissione culturale è assumersi un obiettivo morale. Forse, ora più che mai visto che proprio la millantata capacità di far credere che la cultura sia realmente disponibile a tutti, ne nasconde invece l’inaccessibilità. Va in questa direzione il lavoro di ricerca svolto sull’oggetto libro: la manipolazione dei volumi e delle pagine è in qualche modo equivalente al desiderio di provare che il libro è un contenitore senza fondo, illimitato, inesauribile, oltre che patrimonio inalienabile dell’umanità. Buzz lotta per non rendere il libro un oggetto in via di estinzione. Libri sono, dunque, da sottrarre alla pila in un lavoro indefesso e infinito. Libri come mattoni con i quali costruire/vivere la propria esistenza.

 

***

5 pensieri su “Buzz Spector”

  1. Trovo bellissimo il lavoro di Buzz Spector sull’oggetto libro che sempre genera nuovi sensi, a partire da graffi o parole cancellate. Non ricerca inerte, accademica, di qualche originalità, ma visibilizzazione della metafora di quell’incandescenza invisibile che è il libro. Mi piacerebbe vedere questi oggetti. Marco

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...