Seicentomila volte grazie

[…] Nur wahre Hände schreiben wahre Gedichte. Ich sehe keinen prinzipiellen Unterschied zwischen Händedruck und Gedicht. Man komme uns hier nicht mit “poiein” und dergleichen. Das bedeutete, mitsamt seinen Nähen und Fernen, wohl etwas anderes als in seinem heutigen Kontext. Gewiss, es gibt Exerzitien – im geistigen Sinne -, lieber Hans Bender! Und daneben gibt es eben, an jeder lyrischen Strassenecke, das Herumexperimentieren mit dem sogenannten Wortmaterial.
Gedichte, das sind auch Geschenke – Geschenke an die Aufmerksamen. Schicksal mitführende Geschenke.

[Soltanto mani autentiche possono scrivere poesie autentiche. Io non vedo nessuna differenza sostanziale tra una stretta di mano e una poesia. E non ci si venga a parlare di “poiein” e altre cose del genere. Perché ciò significava, con tutti gli annessi e i connessi, qualcosa di completamente diverso rispetto al suo attuale contesto. Esistono certamente degli esercizi – in senso spirituale – caro Hans Bender! E, in relazione ad essi, esiste ad ogni angolo di strada la sperimentazione senza limiti con il cosiddetto “materiale linguistico”.

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.
]

(Da: Paul Celan, Brief an Hans Bender, in Über Paul Celan, a cura di D. Meinecke, Frankfurt am Main, 1970)

18 pensieri su “Seicentomila volte grazie”

  1. Il blog siete tutti voi – e non è una frase di circostanza, è esattamente quello che penso e quello che è.

    Comunque lo sciambàgn lo metto io, ho impegnato il computer per comprare una bottiglia d(‘)annata.

    Grazie.

    fm

  2. Straordinario, come sempre, questo pezzo. La scissione tra opera ed autore vale fino ad un certo punto. Non si possono dire cose veramente vere senza essere, fino in fondo, veri. Nelle intenzioni e nell’agire. Come testimonia questo spazio. E chi lo cura.

  3. “Un sogno è il suo rischio, il risveglio il suo terrore” (Char) Si continui a sognare poesie e carezze reali, a scambiarsi doni attenti. Grazie a Francesco.

  4. Paul è mio fratello. il suo meridiano mi è sempre accanto. lo amo tanto da averne paura, a volte sogno quella sua mano che stringe la mia sott’acqua, nella Senna. ma poi m’accorgo che intorno non c’è più acqua, tutto il mondo è bianco, la sua neve.

  5. C’è una piccola imprecisione, mentre la frase è tutta bella tutta vera e completa i discorso sulla poesia. Si può aggiungere il poiein, senza escludere niente. Non esclude l’essere la ricerca, la verità sentita di una stratta di mano. L’ars completa il discorso. Della poesia non si dirà mai tutto. C’è altro ancora…E in ogni epoca o periodo si mette a fuoco un aspetto piuttosto che un altro.Allora leggiamo prima senza parametri predefiniti, con partecpazione emozionale. Poi aggiungiamo il resto, che c’è. E c’è anche la poetica e la concettualità. A dire che la poesia e tutto o quasi,che si può dire se stessi e la vita la sofferenza di altri,l’ingiustizia. E’ linguaggio completo.

    1. Celan non esclude il “poiein”, ma la sua assolutizzazione – in definitiva, l’atto che eleva a paradigma immutabile una prassi che andrebbe sempre storicizzata.

      E infatti, la lettera risale al maggio del 1960, proprio l’anno in cui, col “Meridiano”, P. C. ci dà una delle più compiute teorizzazioni di poetica (della “sua”, certamente, ma non solo) di tutto il secolo.

      fm

  6. Se guardi bene, c’è anche un altro “errore” che puoi correggere; te lo indico io, così ti togli anche la scocciatura di replicare. Non solo ho tradotto “schreiben” con “possono scrivere”, ma ho anche premesso una congiunzione (“perché”) a “Das bedeutete…”.

    Per il resto, prova a telefonare all’ufficio “persone scomparse”.

    Ti saluto

    fm

  7. Con piacere, Margherita!

    Sappi, comunque, che lo sciambàgn nella coppa viene direttamente dalla dotazione casalinga (“eau de rubinet” – ça va sans dire: perché, in fondo, ciò che conta davvero è sempre l’intenzione… :)

    fm

  8. Francesco, il mio treno ha fatto un po’ di ritardo, ma, alla fine, eccomi pronta per dirti anche il mio grazie di cuore.

    ti abbraccio
    jolanda

  9. Una sintesi, a volte, non deve essere allargata, presupponendo, come va fatto in questo caso, che in tale sintesi ci sia tutta l’ampiezza del mondo. Celan non esclude niente ma dice, in modo davvero magistrale, che la poesia è dovunque e che una certa stretta di mano può qualificare come ci poniamo di fronte a chi o che si guarda, si tocca. Il nostro corpo fisico è una centralina da cui partono i comandi del cervello. Non a caso si cammina in un certo modo, ci laviamo la faccia o ci allacciamo l’orologio. Emaniamo messaggi subliminali sempre che assorbono, strada facendo, materiale ovunque, come una calamita. L’elaborazione inizia qui il suo metodo.

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