Filosofia dello scrivere (VII)

Antonio Scavone

Filosofia dello scrivere (7)

     Come altre forme espressive, anche la poesia ha una sua peculiare iconografia testuale, un’inconfondibile fisionomia grafica che ci attira e ci rassicura per la “veste” o disvelamento (scritturale o editoriale) che si è assegnato o le è stato assegnato. Una poesia si presenta, di solito, con una disposizione di testo giustificato a sinistra, distinta per versi brevi, tale da occupare in senso verticale solo un terzo della pagina bianca, consolidandosi o concentrandosi in una ventina di righe.
     Non sembri una questione oziosa o marginale, quella della formula iconografica della poesia: i versi richiedono riflessione e attenzione molto più di un paragrafo di prosa e sono poi, in realtà, l’espressione di un canto (lirico), di un “qualcosa” che va detto, cioè re-citato, di un’emozione o suggestione che ha bisogno di occupare, anche visivamente, tutto lo spazio percettivo e mentale che richiede per essere captato. Poeti come Apollinaire o Gregory Corso disponevano “le parole” sovvertendo queste regole grafiche, costruendo una sorta di esile architettura testuale come le figure flessuose e filiformi di Giacometti, con il fine dichiarato (e con qualche vanità diremmo vezzosa) di ricostruire o reinterpretare l’approccio poeta-lettore o poeta-poesia. Questa formula iconografica, parossistica e sempre comunque corrosiva e ribelle, rifondava in realtà la stesura stessa del verso poetico, non solo come dispiegamento testuale sulla pagina bianca ma anche e soprattutto come rielaborazione e/o rifiuto del materiale poetico creato e ri-creato: alterando il menabò dei suoi versi, il poeta sparigliava attese e convenzioni, mettendo alla prova se stesso per saggiare impietosamente l’utilità più che la bellezza del suo poetare, per rendere ancora più esplicita l’inclinazione ad evadere dagli schemi, la vocazione a proporsi come fuga e non come ritorno alle origini, cioè al classicismo.
     Di qui la questione fondamentale della poesia degli ultimi quarant’anni, dei poeti “laureati” e dei poeti emarginati, di quelli occasionali e di quelli pervicaci: la questione cioè del fare poesia ben oltre l’arditezza o la sublimità del comporre (l’”officina della poesia” secondo Angelo Marchese), di quell’esigenza insopprimibile che prende un po’ tutti – poeti di “mestiere” o di diletto –, che illumina e suggestiona ricordi o malinconie, inadeguatezze o angosce, che fa scrivere “poesie” pur non essendo poeti e che, in ogni caso, scatena un’attenzione critica su tutto ciò che diventa patrimonio letterario e tutto ciò che ambisce a rimanere solo come testimonianza della propria vita, traccia della propria avventura esistenziale.
     Rielaborazione e/o rifiuto, si è detto e si potrebbe aggiungere che “lo scrivere per versi” abbia assunto con la scelta o l’adozione del verso sciolto una varietà o una congerie di espressività tale da riconfigurare la scrittura poetica ora come ricerca, ora come affossamento, come indagine e come assenza, temperie e sdilinquimento.
     In un ambito non necessariamente o non immediatamente letterario, la scrittura narrativa sorprende sempre di più rispetto a quella poetica-lirica, come se scrivere versi sia “per forza di cose” connaturato all’essere umano, mentre scrivere romanzi e racconti debba essere invece riferito ad una premeditata elaborazione della propria linea stilistica, ad un’accurata finalizzazione del proprio talento letterario.
     C’è indubbiamente una sorta di primigenia o cosmica “naturalità” per chi scrive versi, che manca invece o si diversifica in chi scrive di prosa. Al poeta viene comunemente riconosciuta una predestinazione caratteriale che lo cònnota come una persona incapace di esprimersi o di farsi intendere se non con le “sue” poesie, col suo essere tout court poeta. Allo scrittore viene riconosciuta piuttosto la qualità o la fatica dell’ispirazione ma che lo inquadra e lo costringe in un difficile contesto di “intellettualità”, in un approccio performativo che ha poco a che fare con l’inquietudine del poeta, col suo montaliano “male di vivere”.
     Questo è quanto persiste nell’immaginario collettivo, nella definizione dell’individuo-poeta, nell’accezione nazional-popolare che viene configurata e confezionata per chi scrive versi. Anche il poeta è ispirato, al pari del narratore, ma la sua è un’ispirazione per così dire trascrittiva, traducente, come il risultato di un’agnizione continua e spregiudicata del proprio sé. Paradossalmente, un poeta si consuma e si macera, uno scrittore si ripete e si ricicla.
     Tuttavia, al di là dei paradossi, che comunque lasciano trasparire un barlume di verità, è senz’altro diverso l’approccio che stabiliamo con la poesia e con la prosa: è un approccio che i lettori avvertono già al momento del primo contatto come predeterminato, in qualche modo assoluto: ci aspettiamo cioè che il poeta ci parli e che lo scrittore “si limiti” a raccontare, dallo scrittore vogliamo una storia e dal poeta un’illuminazione. Permane un che di ieratico, di sacro nella poesia e i lettori colgono questo transfert o feeling per una sorta di atavica devozione, di istintuale empatia.
     Con testi brevi o non eccessivamente lunghi, ci aspettiamo infatti che il poeta si rivolga esclusivamente alle nostre esigenze più intime, che tracci per noi in quel momento il percorso delle nostre aspettative di vita e di pensiero, che ci sia in altre parole poesia senza che debba esservi necessariamente letteratura, che il piacere della lettura non si trasformi in analisi, studio, applicazione. Siamo pertanto indotti (lusingati o ingannati) a fomentare quest’illusione – e quest’aberrazione critica – giacché la poesia si presenta senza preamboli, non ha incipit, non gira intorno anzi è il punto centrale intorno al quale noi lettori giriamo intorno e, ancora erroneamente, riteniamo che la poesia non si serva di strutture precodificate, che espleti queste sue qualità tanto per l’immediatezza delle immagini ancorché metaforiche, quanto per le sensazioni primordiali che evoca o per i misteri talora indecifrabili che imbriglia.
     Nella poesia c’è sicuramente un che di istintivo, di sovra-strutturale o di naïf e quasi sempre restiamo affascinati dalla morbidezza, dalla ricercatezza o dalla ruvidità della parola, dalla confidenzialità del verso ma, esaurita questa percezione che pure rinfocola il “fare poesia”, nella scrittura poetica – nei suoi meandri, nei suoi sotterranei o nelle sue liberalità – si fondano e vanno pertanto autenticati da una lettura non occasionale il peso del verso e il ritmo che il poeta ha impresso al suo canto.
     Peso, ritmo, canto: potremmo rinominare così gli assi portanti della poesia moderna, reinterpretando una nomenclatura che nei secoli passati (o, se vogliamo, dal Dolce stil novo a oggi) aveva già allora consolidato formule, strutture, linguaggi. La lunghezza del verso (il piede, le sillabe, la rima), la struttura compositiva (il sonetto, la stanza, la canzone) o modulare (la terzina, la sestina, l’ottava), la scansione imposta dal respiro di chi scrive versi sul respiro di chi poi li leggerà (e quindi il ritmo stabilito da assonanze, enjambement, grammelot linguistici) concorrono tutti e con la stessa valenza a ridefinire o a ribaltare la poesia che leggiamo oggi: il poeta riesce, con sofferta lucidità, a costruire e de-costruire il suo apparato semantico, a indicare e nascondere il suo messaggio, a proporre e negare una dimensione di realtà ai suoi versi.
     Se non da una contraddizione è certamente da un conflitto con la realtà che nasce la poesia: niente è più controverso in un testo poetico se non la sua rarefatta riproduzione della realtà. Il poeta non sceglie e non indica un percorso, il poeta indica e sceglie “semplicemente” un modo d’essere su un percorso: cogliamo L’infinito di Leopardi non perché sia oggettivamente inafferrabile ma perché risulta inafferrabile la nostra “finitezza”. La realtà che il poeta ci mostra è sicuramente una finzione, una facies del reale, ma è l’unica dimensione percettiva ed emozionale, storica e culturale che ci consente di essere dentro e fuori le cose che il poeta addìta, sopra e sotto l’immodificabilità della materia, con o senza la consapevolezza di far parte di un mondo estraneo e familiare.
     I poeti, poi, hanno e proiettano una singolare immagine di se stessi, quasi volessero perpetuare la doppiezza o la duplicità che caratterizza il loro modo di scrivere e il loro modo di essere. Sappiamo di poeti che, per esempio, non si preoccupano di contare le sillabe di un verso e di poeti che, pur mostrandosi disinteressati a tali questioni, giudicandole ininfluenti per la resa lirica del loro scrivere, sono in realtà abilissimi creatori di geometrie, di equidistanze, di pause e intervalli. Nell’uno e nell’altro caso non si tratta di un vezzo dovuto ad un ansioso pudore, né di una sorta di distacco temperamentale da quanto si è lasciato scritto sulla pagina: si tratta piuttosto di quel lavorìo incessante che il poeta affronta e compie tutte le volte che deve depositare le sue immaginifiche percezioni in quella struttura convenzionale che chiamiamo “lirica” e che si manifesta secondo una progressione e costruzione di senso che abbia lo scopo di scatenare non solo un godimento estetico ma forse soprattutto una perfetta trasfigurazione interpersonale.
     Il poeta non ha personaggi con i quali dialogare se non l’io disvelato o le cose che parlano per lui, non dispone e non si serve di molte pagine per rappresentare un’emozione o un pensiero, non s’inventa un interlocutore fittizio (se non il suo ideale Virgilio-lettore) per provocare dubbi o eccitare coscienze: il poeta assembla di volta in volta (parola per parola, riga per riga) il verso che ha percepito e ne organizza sapientemente il sostrato contenutistico, la varietà fonologica delle assonanze (e talora delle rime), la pregnanza del ritmo che si palesa sempre più incisivo e incalzante per la melodia che promuove nei tempi del leggere e del dire (Lotman).
     La realtà di cui si occupa il poeta, e che si riverbera poi nel verso, è una realtà come si vede complessa e composita: c’è la natura con i suoi suoni e colori (Pascoli, Cardarelli), c’è la natura che rimodella se stessa destrutturandosi (Montale, Bertolucci, Luzi), c’è l’io che s’immerge e sprofonda in un’oggettività dolente e compulsiva (Pasolini, Penna, Bellezza), l’io che fa lievitare un’oggettività di memorie e slanci, di circostanze e sdegni (Caproni, Fortini), c’è l’esistenza vissuta per altri e negata a se stessi (Alda Merini, Amelia Rosselli) e c’è l’esistenza di cui si vagheggia la compiutezza e l’espansione (Patrizia Vicinelli, Fernanda Romagnoli).
     Struggimenti, ferite, lacerazioni si innestano nel segno primario del verso (cioè la parola) ma si innervano nel paradigma organico delle figure retoriche e delle invenzioni linguistiche riprodotte o inventate e tuttavia le parole restano parole (quelle comuni che tutti usiamo correntemente), le metafore o le metonìmie, benché ricercate, si fanno poi scoprire e così la ricerca sulla lingua o la dichiarazione di intenti sollecitano infine la nostra attenzione e la nostra adesione. Ciò che il poeta ha lasciato scritto sulla pagina si rinnova ad ogni lettura, aggiorna per così dire il nostro bagaglio di lettori per potenziare il nostro repertorio di persone, per trasformare – senza che ce ne rendiamo conto – la casuale o disarmonica immanenza del segno primario (la parola) nella struttura significante del verso, con i suoi accenti e i suoi toni, le cesure e i raccordi, per delineare e intendere una coessenza entropica tra l’io e gli altri, tra l’io e la natura e la storia, tra l’io e se stessi.
     In questo sistema di segni e rimandi, di pieni e di vuoti come nell’universo, persino la pagina (il foglio, il pezzo di carta) sulla quale il poeta trascrive quanto gli si è manifestato diventa un campo aperto, senza confini, incommensurabile: lo spazio bianco non occupato da parole è una galassia incognita solo per convenzione ma, in realtà, è lo spazio di una pausa lunga, di una riflessione acerba, creata il più delle volte apposta e non per confondere il lettore, quanto per sedurlo e lasciarlo poi ugualmente libero di scegliere. Il poeta stabilisce un rapporto di fiducia e di rigetto col suo lettore, lo ammalia e lo abbandona, gli chiede di capire e non di giudicare, di navigare nell’onda e non quando il mare è calmo. La scrittura poetica si impone, a tal punto, come una scrittura sui generis, frammentaria ed esorbitante, lineare e caotica, che raggira la sintassi con sequenze dal tratto impervio ma disciplinato, con aggregazioni di significati risolte da iati, da parole sdrùcciole, da consonanti aspre, da accenti insistiti.
     Anche la poesia soffre dei mali antichi della scrittura di ogni tempo ed epoca: manierismi, virtuosismi, avanguardismi di ripiego o di lusinga ma le malattie letterarie si curano omeopaticamente: è la letterarietà che provvede autonomamente e criticamente a reggere il confronto del poeta con la sua realtà e con la realtà degli altri: il “poeta della domenica”, di solito, resta “spoetizzato” per il resto della settimana quando probabilmente si accorge che l’ispirazione è una meteora e che il poetare è prossimo all’inventare più che allo stupire.
     Il poeta, dunque, percepisce, trascrive e parla: parlando misura, come si è detto, la riserva del suo fiato, la capacità espressiva dei suoi polmoni più che della sua mente, la leggerezza che sgorga dalle parole pronunciate dopo che sono state scritte: è probabilmente da questo muto esercizio oratorio (non necessariamente declamatorio) che si stabilisce la scansione del ritmo da conseguire: si può leggere una poesia mentalmente ma per provarne la profondità bisognerà ascoltarla, sentire cioè il suono delle parole e delle pause, del rigo interrotto e dello spazio bianco.
     Può risultare arduo leggere una poesia più che interpretarne il senso: per quanto discutibili come dicitori, sono i poeti i migliori lettori di se stessi: gli attori cólti magnificheranno e interpreteranno il messaggio di una lirica con gli strumenti raffinati della voce ma saranno sempre i poeti, pur con vocine querule ed esitanti, a spiegarne il senso, a dettarne correttamente le regole dell’appercezione. Come gli aedi omerici o i trovatori medioevali, i poeti restano i custodi dei loro versi, come sacerdoti di un rito da conservare intatto e ugualmente contaminabile, indicandone peraltro – anche qui segretamente – le chiavi di lettura per sciogliere misteri ed enigmi, per scomporre i segni primari, renderli compatibili con le attese dei lettori e dei critici e poi ancora ricompattarli in un’altra dimensione di fruizione che rivelerà l’impulso originario della creazione. Come dire che il testo poetico aspirava già in fase di scrittura e con l’impostazione di un ritmo da far esplodere, ad un mega-segno testuale che vibra e si dilata per scavalcare persino il messaggio culturale che pure si prefigge, per imprimersi sulla pagina e nella coscienza del lettore come un testo “di là da venire”, come un iper-testo, un’accresciuta implosione della sua energia (l’Ipersonetto di Andrea Zanzotto, le frammentazioni di Nanni Cagnone, i ritmi andanti di Milo De Angelis, i puntigli stilistici di Valerio Magrelli, le parole di recupero di Francesco Marotta).
     La scrittura poetica si ritaglia uno spazio autonomo nel paradigma letterario di un popolo e di una cultura, assume talora forme di esasperante capziosità, si reitera in moduli spesso sovrabbondanti di soli-vaniloquio ma resta pur sempre, anche nell’asciuttezza di un solo verso, la misura più ostica e immediata di riscoprire e seguire un’idea. Attilio Zanichelli ha scritto ne “La cosa chiamata poesia”: La cosa più temibile perché non si vede
non è più che un segno sulla carta, l’ombra
della vita
.
     La poesia ci propone ombre, impronte, fantasmi e noi lettori riconosciamo in queste immagini i tratti possibili dei nostri destini, della nostra lirica volontà di essere.

***

20 pensieri riguardo “Filosofia dello scrivere (VII)”

  1. Argomentazioni talmente sottili e convincenti, illuminate e illuminanti, da commuovere.
    Per essermi trovata esposta a simili domande, e averne trovato qui molte risposte, il mio grazie a entrambi.

  2. Ringrazio Cristina e Aureliano per i loro commenti. Ad Aureliano devo dire che, ereticamente, com’è mio costume, avevo “di proposito” lasciato questo chiamiamolo lapsus: certo che L’IPERSONETTO è di Andrea Zanzotto! Volevo sondare non tanto l’attendibilità dei lettori o dei commentatori quanto l’attenzione e mi fa piacere riconoscere che il mio lapsus indotto abbia creato da sé un anticorpo autentico ed efficace. Chiedo dunque venia per questa provocazione eretica (un po’ velenosa) ma la poesia dei poeti citati – e le argomentazioni come rileva Cristina – restano più importanti anche di una scheda critica.

    Antonio

    (post-scriptum discreto: Francesco Marotta è stato correttamente citato… Un abbraccio, Francesco!)

  3. Esatto!
    Caro Antonio, che dio (o chi per lui) ti benedica!

    Perdonatemi questo piccolo eccesso di enfasi, ma non avete idea del tempo che ho speso leggendo e rileggendo e rimuginando sul testo di Stefano Guglielmin (https://rebstein.wordpress.com/2010/01/09/poesia-e-presente/). E poi arriva questo.

    Innanzi tutto: grazie ad Antonio Scavone e Francesco per quanto ho appena potuto leggere. Grazie davvero.

    Poi, mi piacerebbe collegarmi alle riflessioni che facevamo sul pezzo di Guglielmin, sperando di leggere altri interessanti pareri, giudizi ed opinioni.

    in uno degli ultimi commenti al post linkato, ho parlato di “forma”. Ed ecco che arriva Scavone che me ne parla. Sempre nel commento, individuavo nella forma la difficoltà maggiore dell’esprimere quel “altro-da-me” che intravedo, quel conflitto con la realtà rinnegata che vivo. Esprimevo l’esigenza che ho di mettere nero su bianco il luogo che ho appena individuato e la frustrazione che deriva dal non riuscirci davvero o per nulla.

    Scavone dice che “Nella poesia c’è sicuramente un che di istintivo, di sovra-strutturale o di naïf “, e posso sicuramente concordare. Però il “peso, ritmo, canto (…) la lunghezza del verso (il piede, le sillabe, la rima), la struttura compositiva (il sonetto, la stanza, la canzone) o modulare (la terzina, la sestina, l’ottava), la scansione imposta dal respiro di chi scrive versi sul respiro di chi poi li leggerà (e quindi il ritmo stabilito da assonanze, enjambement, grammelot linguistici)” tutto mi sembrano tranne che naif.

    Detto questo, la mia domanda è: oltre all’istintivo ed al sovra-strutturale, esistono degli elementi “tecnici” del fare poesia che vanno appresi? Un pittore, per poter dipingere, deve conoscere almeno i colori primari e le tecniche basilari per poterli stendere e mescolare. Ovvio, c’è la sperimentazione. Ma c’è anche un punto di partenza?

    Per non rischiare di essere frainteso: non sto cercando di sapere se esiste un Manuale su come diventare poeti. Sto solo cercando di capire quale sia la direzione migliore per “canalizzare” le mie energie di “poeta della domenica”.

    Luigi

  4. Antonio, quello che tu scrivi (tutto quello che tu scrivi) ha una linearità, una logica, una fluidità, invidiabili.
    Hai spiegato e chiarito quello che spesso appare come un annoso dilemma, [già, perché leggendo in giro riviste poetiche, blog, prefazioni di libri, …, sembra quasi che dare collocazione, descrizione, definizione al “concetto poesia”, sia impresa sempre più ardua e impossibile] senza ricorrere a strabilinati citazioni per conferire “autorevolezza” e dignità di già accertato ed appurato alla tua analisi che, con la maestria della semplicità, si svolge logica e piacevolmente disarmante.

    e quindi grazie!

  5. L’approccio critico alla scrittura (in questo caso alla scrittura lirica, cioè alla poesia) è o può essere esemplarmente complesso: è nient’altro che una conoscenza o una disponibilità a conoscere che cos’è un testo (lirico o no) e, possibimente, quali sono le “impalcature” sulle quali si regge e per le quali intende “mostrarsi”. C’è quindi un approccio metodologico che tiene conto, intrinsecamente, dei propri sistemi conoscitivi (un critico letterario stabilisce, grossomodo, i metodi d’indagine e le risultanze poetiche che si prefigge di far emergere) e c’è un approccio semiologico (o strutturalistico propriamente detto) che prova a contestualizzare tutto quanto, nella poesia, appare occasionale-estraneo-alieno tanto dalla realtà di coloro che leggono quanto dalla realtà (o percezione della realtà) di coloro che scrivono poesia.

    Parimenti ci può essere, in fase di scrittura, un momento o segmento fortuito (e quindi naif) e un momento o segmento per così dire assoluto, nel quale e per il quale il poeta consolida e cristallizza le sue parole, le sue immagini, le sue peregrinazioni tematiche ed emozionali. In questo senso, il poeta affronta la prova più devastante della sua scrittura e della sua arte: cosa privilegiare? continuare a poetare o no? riconoscersi in una sola poesia o completare la fatica di un’odissea che non si conclude mai?

    La poesia è sicuramente ricerca formale ma dove la riconosciamo questa sofferta agnizione? In un verso, una parola lunga, nella punteggiatura? La poesia è anche e sicuramente ricerca tematica ed è comunque riflesso dell’epoca e della società… E’ dunque labirintica la percezione della poesia? Sembrerebbe di sì ma in questi labirinti riusciamo sempre a trovare la via d’uscita ma riusciamo anche a trovare la via d’entrata, cioè la poesia ci appaga anche se ci sconvolge e ci disorienta.

    No, Luigi (grazie della “benedizione”) per fortuna non c’è un manuale del “bravo poeta”: ogni poeta se lo scrive da solo il proprio manuale.

    Le scuole, le citazioni, le definizioni – cara Natàlia – possono anche dare un contributo da sussidiario, direi, ma pur nella magnificenza delle attribuzioni critiche che si autoconferiscono, di solito lasciano il tempo che trovano e la poesia, come sai, non ha tempo da lasciare ma da occupare, riempire, esprimere. Un poeta (come uno scrittore) scrive “su” altri poeti, parla “di” altri poeti, “discretamente” cita altri poeti. Per concludere, e non embri esaustivo e cinico, ci sono poeti che scrivono belle poesie e ci sono poi poeti. Tutti quelli che scrivono poesie ambiscono giustamente a poetare: la fatica, la dedizione e i sacrifici per tener fede a questa ambizione (e pertanto ad esprimere) sono, fra i tanti, gli obiettivi o le angosce di chi scrive poesia.

    Un caro saluto a Luigi e a Natàlia e scusate questa risposta lunga.

    Antonio

  6. Dice il saggio: “Mai dare a Giudici ciò che è di Zanzotto”. E sia, almeno per questa volta.

    Ma: svelato l’arcano (complimenti ad Aureliano! – anche se, purtroppo per lui, e nonostante la rima, non vince niente), finita la festa?

    Non credo. L’experimentum sarà ripetuto quando meno ve lo aspettate. Quindi: nessun dorma!

    Un saluto a tutti (i concorrenti).

    fm

    p.s.

    Perché il “quìsss”?
    Semplice. Vista la crisi dei lit-blog, alla quale non riesce a porre argine nemmeno la super inflazione di video (il magazzino di youtube è quasi vuoto, ormai: si spera tutti nel prossimo sanremo!), abbiamo pensato di rivitalizzare l’ambiente con questa ori(gi)nalissima “genialata”. Noi veniamo dalla scuola del buon vecchio (?) Màic, in fondo…

  7. Non c’è che dire. Antonio riesce a sintetizzare con chiarezza e con impeto le caratteristiche formali e interne della poesia, dal vuoto bianco della pagina a metodi, strategie, strutture, desideri del fare poetico. Leggiamo e rileggiamo questo testo, per imparare. Invito Francesco a fare un Quaderno con tutti gli interventi di Antonio, che accrescono ancora di più il loro senso se letti tutti insieme. Si sta creando, nella Dimora, una specie di famiglia con pensieri ed emozioni che si incrociano nello stesso senso.
    Grazie, Marco

  8. Come al solito, Antonio, un’altra slpendida pagina da custodire nello scrigno colmo di parole preziose che questa Dimora elargisce a piene mani. Ringrazio, quindi, anche Francesco e attendo la fine della seconda parte del PDF per poter stampare il tutto in unico volume.

    Chi scrive versi, sia esso poeta o amante della poesia, dovrebbe far tesoro di questa pagina, scritta con la levità, la chiarezza, competenza e generosità verso il lettore. caratteristiche, queste, che Antonio non risparmia anche qiuando i suoi testi sono di altra natura, racconti, testi teatrali di notevole spessore letterario e umano.

    Questo testo mi ha riconciliata con il mio personale credo nella poesia.
    Come se, Antonio, scrivendo per tutti, in qualche modo sia riuscito a cogliere anche il mio bisogno-luce su un argomento che ultimamente si stava oscurando.
    Le sue riflessioni sono già risposte ai molti interrogativi che, per onestà, tutti dovremmo porci quando ci accingiamo a coprire parte di quella pagina bianca che tanto ci esalta o ci angoscia o ci trascina.
    Il poeta, la poesia, il verso, il canto, il ruolo del poeta, il talento, la passione, tutto ciò che ruota o aleggia intorno a una poesia.
    Temi che necessiterebbero di ulteriori commenti ma poichè sono stati espressi dall’Autore in modo chiaro ed elegante, credo che la cosa che mi sento di dire è che sono d’accordo con tutto ciò che ho letto e che mi sono molto intenerita quando hai parlato delle vocine querule dei poeti nell’atto di leggere i propri versi.

    E’ vero, Antonio, credo che quel fiato di cui parli, sia condizione primaria per dare respiro alla poesia, respiro che solo il poeta può modulare in sintonia con i suoi personalissimi tempi dell’anima o del sogno vagheggiato da trasformare in luminose visioni o travagliati e dolorosi canti.

    Io, lo sai, non sono e non sarò mai un critico. Posso dirti che, leggendo una poesia, non conto le sillabe, non voglio sapere se…e perchè…
    Se mi arriva un pugno allo stomaco, ma proprio forte, allora, per me, è poesia.

    A te e francesco il mio abbraccio di bene, sempre.
    jolanda

  9. La pagina di un romanzo o di un racconto (a volte solo un passaggio, una frase) la memorizziamo, la eleggiamo a motto personale, a pietra miliare della nostra esperienza: con la poesia, invece, pur memorizzandola, vogliamo leggerla ad alta voce, vogliamo ascoltare la nostra voce che legge o rilegge quella poesia.

    Vogliamo farla nostra, certo, ma soprattutto vogliamo interpretarla recitandola: solo così avvertiamo la sensazione (spesso la certezza) di aver rifatto lo stesso percorso del poeta, di averlo accompagnato con discrezione e da lontano e di esserne leali e fedeli esecutori.

    La poesia, dunque, appartiene di più al dire e il dire è l’espressione forse più autentica del sentire cosa succede nelle nostre luci e nelle nostre ombre: luci e ombre che ci accompagnano con invadenza da vicino. La poesia, spesso, capovolge e ribalta distanze e atteggiamenti. Forse non ci renderà migliori, la poesia, ma di sicuro non ci ruba niente, tutt’altro.

    Ti abbraccio, Jolanda

    Antonio

  10. Ho trovato densissima e coinvolgente questa radiografia dell’essenza poesia di Antonio Schiavone. un’analisi chiara, fuori da ogni schema usurato e/o accademico, che offre un punto di vista generale per me fortemente condivisibile sulla complessità del fenomeno poesia. e in disordine provo ad agganciarmi a vari luoghi del tuo discorso, Antonio, assentendo energicamente alla tua definizione di: “poesia come esigenza insopprimibile, che tocca sia poeti per mestiere che per diletto”. quanto vero. da biologa annoto che, anche se non sufficientemente indagata, l’esigenza di espressione poetica fa parte del nostro patrimonio genetico ed è anche fenomeno antropologico che attraversa tutte le culture. la visionarietà è da sempre l’esigenza di elevarsi oltre il reale, verso mondi anche utopici più densi di senso. sono convinta che la poesia è esigenza affondata come grumo embrionale nell’interiorità di tutti e in tutti (compresi i poeti della domenica), essa tenta di affiorare e farsi parola. ma solo i veri poeti riescono a tradurla in parola memorabile. E tutti però, avendone in qualche modo la traccia ancestrale, sono in grado, se non di riprodurla, almeno di riconoscerla nella lettura o all’ascolto. il pugno nello stomaco di Jolanda non è che quel senso di estraniamento, di trasalimento, che si prova leggendo o ascoltando una parola che riconosciamo, quella sensazione che ci svela di essere molto vicini a quel nostro larvato ricordo inconscio e che ci fa dire al poeta: tu hai detto proprio quel che io sentivo e non ero capace di esprimere.
    Hai parlato poi, Antonio, e te ne ringrazio, dell’importanza della fatica del poeta nell’imprimere il proprio personalissimo andamento ritmico alla scrittura, nel curarne il suono, e hai detto dell’ oralità, di come sia necessario anche ascoltare i testi dalla voce del poeta. è anche questa una verità indiscutibile. Al poeta, anche inavvertitamente, succede di curare l’aspetto eufonico delle parole, scegliendo alcune aperture vocaliche, assonanze , e perfino pause, secondo il respiro del verso. e l’ascolto è necessario perché non abbiamo una grafica fonetica capace di esprimere tutta la gamma dei toni, del volume, la lunghezza delle pause, etc., tutti elementi che aggiungono senso al pensiero poetico e che solo l’autore è in grado di trasmettere. per questo il lavoro indispensabile sul ritmo non deve essere visto come al servizio di un esito performativo, ma necessario alla qualità comunicativa del testo, alla sua memorabilità. del resto la poesia nasce come arte melica, cioè come canto, dunque come un’esigenza forte di dispiegare il proprio sguardo alla vita e di comunicarlo. se ci riconosceremo in molti in quel canto, ed è quel che succede alla vera poesia, che supera ogni barriera geografica e culturale, quella parola resterà. universale e memorabile.
    da qui credo discenda l’utilità della riflessione sulla decisione di pubblicare di un autore, che dovrebbe farlo solo quando sente forte l’incisività della propria parola e ne ha verificato l’efficacia comunicativa attraverso numerose letture.
    Vorrei anche aggiungere una piccola osservazione sul diverso atteggiamento che hai così ben descritto, Antonio, tra narratore e poeta. Oltre alla “naturalità” dell’inclinazione a scrivere in poesia, vedo una particolare predilezione del poeta alla verticalità, alla voglia di essenziale, di rarefatto, da isolare con il suo lavoro assiduo di sottrazione, sebbene, come giustamente osservi, poesia nasce sempre dall’urto con la vita. nel narratore prevale invece la predilezione all’orizzontalità della narrazione, all’affabulazione descrittiva, al dettaglio necessario per rendere finezze psicologiche. e bellissima la tua sintesi: “dal narratore si vuole una storia, dal poeta un’illuminazione”. ancora grazie, Antonio, e scusa/scusate tutti questa –da insonne- voglia “insopprimibile”di aggiungere qualche pensiero all’argomento che più mi sta a cuore. bacchettatemi pure per la prolissità. Un caro saluto a Francesco,

    annamaria

  11. Per “attrazione fatale” la poesia ha sempre stimolato sia quelli che la scrivono, sia quelli che ne scrivono: è una questione di universalità antropologica, di patrimonio genetico, di storia dell’io e di cultura del mondo, come preziosamente illustra e illumina Annamaria. Tra poeti e critici (come tra artisti o letterati e i loro critici) non c’è mai un rapporto chiaro e diretto: i poeti spesso blindano le loro percezioni e oscurano, non sempre per un vezzo capriccioso d’identità, le linee d’interpretazione dei loro testi. I critici, per conto loro, agiscono talora “per partito preso”: quando non sono accademici (e quindi insindacabili) sono familiari (e quindi insinceri). Si tratta allora di riconcepire un rapporto propositivo tra poeti e critici, di resuscitare una valenza socio-culturale della poesia a scapito, ahimé, di un exploit individuale e di recuperare su moduli e formule divulgative la necessità di un’introspezione critica, che sia anch’essa prototipo di una “buona salute” socio-culturale (che oggi, però, appare chimerica).

    I poeti, poi, dal canto loro (già, “dal canto loro”) continueranno a sconcertare prima se stessi e poi i lettori (qualcuno tergiversa, qualcuno arzigogola, quacuno imita) ma è da credere che terranno comunque fede all’impegno che hanno assunto con la loro poietica e la loro esistenza. E i critici faranno altrettanto: continueranno a profanare il labirinto dei segreti e degli enigmi (qualcuno travisa, qualcuno appiattisce, qualcuno discetta) ma, se si attrezzeranno di “strumenti critici” (vademecum di anni passati) conformi allo spirito dei tempi, è auspicabile che ad una generazione di poeti (non necessariamente sempre nuovi ed emergenti) ci sarà anche una generazione di critici (non necessariamente sempre ieratici o anodini).

    Capire, intuire il percorso di un poeta sarà sempre e solo un esercizio di stile o può diventare un manuale del saper leggere? Se dobbiamo imparare a leggere i poeti dobbiamo imparare a leggere, vorrei dire primitivamente, la poesia. L’oralità, la disposizione melica, l’insorgenza catartica, che il poeta costruisce e manifesta, sono le parole, i suoni, le sensazioni, le energie di cui abbiamo bisogno. A volte la nostra ricerca è positiva, a volte ci tiene sospesi, come in attesa. Questo significa che non smetteremo di parlare o di scrivere di poesia ma per farlo dobbiamo dare il tempo ai poeti di sorprendere la nostra pigrizia o il nostro abbandono sentimentale.

    Un caro saluto ad Annamaria

    Antonio

  12. Concordo con gli ultimi commenti di Annamaria e Antonio, ai quali vorrei aggiungere questa mia riflessione tratta da “Vertigine e misura, appunti per la poesia contemporanea”: “La poesia è, per ogni poeta, la password di accesso al proprio mondo interiore. Ogni prospettiva è possibile all’interno di quella chiave: ribellismo, titanismo, autismo, lirismo, poesia civile. Il poeta nasce in un mondo traboccante di parole, già dette da altri prima di lui, e si muove in questo mare nagnum, in questa giungla verbale, usando una piccola lama, un coltellino, uno stilus. Sceglie ciò che gli piace, butta via ciò che non gli piace. Si ritaglia una strada, tanto non il solo a parlare. Si ingegna, affila i meccanismi, cerca di leggere tutti i libri e di imparare tutte le strategie. Alla fine si arrende al “cocente vuoto del testo”, indicato da Celan, ma non si arrende di fronte alla morte”.
    Ciao e grazie. Marco

  13. Caro Antonio
    parlare di poesia non è un’impresa semplice, oppure è solo più agevole da parte di chi possiede un bagaglio di letture ed esperienze letterarie piuttosto ampio come il tuo per l’appunto, che rende giustizia al genere con l’acume e la profondità della tua analisi.
    Secondo la mi modesta opinione, questo genere letterario è quello che più di ogni latro “parla” all’anima, all’Io e certamente anche alla parte più nascosta ed istintuale dell’essere umano; partendo dai grandi di tutti i tempi fino ai minori per poi giungere agli sconosciuti e a queli della Domenica, comunque la poesia vuole comunicare, creare un’empatia, una sorta di compenetrazione fisica con chi legge che sembra quasi un “violentare”: beh si… a volte per comunicare ai duri nell’animo bisogna “violentare” nel senso di scuotere le coscienze ( mi riferisco alle composizioni di sfondo sociale o sulle guerre ad esempio).
    Essa non racocnta, appunto, disvela, senza necessariamente esurire tutto il suo dire nella breve veste grafica; innerva di nuova linfa la psiche dell’uomo che è alla continua ricerca dei motivi per cui si stà compinedo questo trano percorso che è la vita; da che mondo e mondo viene quindi considerata come sacra, oracolare e con un che di mistero che ne costituisce il suo fascino.
    E’ purtroppo anche uno dei modi espressivi dela letteratura più difficile da spiegare e soprattutto da veicolare con tutta la complessità dei suoi contenuti, nel mondo scolastico.
    Ha le sue regole e ferree per di più, ma pochi le sanno rendere fruibili con esempi concreti, che possano coinvolgere e far rendere partecipi una platea sempre più ampia, in particolare id giovani.
    Infine, è vero che la poesia si dovrebbe gustare recitandola, però sono d’accordo solo in parte dal farla declamare dal poeta stesso: a parte le questioni di una brutta voce o di inflessioni particolari, che di sicuro sono adatte alla poesia vernacolare, probabilmente un poeta è restìo dal recitare le sue creazioni proprio perchè sente come quasi “messo in piazza” quel rapporto esclusivo e privato che invece vorrebbe instaurare solo col suo lettore.
    Un forte abbraccio mio caro amico

    Domenico

  14. Antonio carissimo,
    hai concluso la tua gentile risposta al mio commento dicendo che ” forse non ci renderà migliori, la poesia, ma di sicuro non ci ruba niente, tutt’altro. ”
    ho molto riflettuto su questa tua affermazione, ho letto con piacere gli altri interventi e relative risposte. l’argomento è troppo intrigante ed è più forte di me lasciarlo un po’ sospeso.

    il tuo pensiero mi trova concorde, so che viene da molto lontano, percorsi difficilmente colmabili, tuttavia credo che, forse nei suoi intenti incoffessati, il poeta, tra megalomania e sentita partecipazione, desidererebbe che i suoi versi potessero avere la forza di mutare gli animi, addirittura di mutare, a volte, non solo un percorso intimo nel lettore, ma addirittura il corso di eventi storicamente a lui presenti.
    Presunzione o illuminazione? disagio o consapevolezza?
    Eppure…eppure se scriviamo o leggiamo poesia non possiamo non anelare a una speranza di migliorare non solo noi stessi ma tentare, attraverso i versi, un recupero di umanità proprio dove l’avvertiamo carente.
    Compito arduo che tu hai già compreso, compito che, in ogni caso dovrebbe essere sempre perseguito e non mi riferisco solo alla poesia civile, perchè tutto, tutto e in tutto ci si può riconoscere e vivere il momento poetico con lo stesso palpito di un amore che è linfa vitale e mai scoramento anche quando i versi sono dolorosi e tanti poeti suicidi ancora ci stanno accanto.

    forse tornerò, intanto un altro abbraccio
    jolanda

  15. ringrazio per il bel post e per i commenti. sto cercando di capire da dentro, non più da lettrice e basta, soprattutto sto cercando di orientarmi nella poesia contemporanea-contemporanea. mi sconcerta molto il tema della poesia che oggi viene molto pubblicamente letta e coniugata ad altre performance (più o meno) artistiche. lasciando stare l’antico più antico che c’è nel mondo occidentale, in cui la poesia nasce unicamente come oralità: se scendiamo un po’ i più con gli anni scorgiamo l’abitudine alle recitationes nella roma imperiale: indizio dunque di un trapasso, di una crisi della poesia stessa, che cercava una popolarità che le veniva negata. forse questa frequenza del reading, in una tendenziale indifferenza alla poesia, che non viene comprata e dunque non letta quanto il romanzo (sempre troppo poco anche per quest’ultimo), va interpretata come una decadenza?
    della poesia stessa, calo di inventio (sarei tentata di dire di sì)?
    dell’editoria, che è mercato più che mai?

    questa, tra tutte, è un’osservazione dolorosa, ma vera:
    Anche la poesia soffre dei mali antichi della scrittura di ogni tempo ed epoca: manierismi, virtuosismi, avanguardismi di ripiego o di lusinga ma le malattie letterarie si curano omeopaticamente: è la letterarietà che provvede autonomamente e criticamente a reggere il confronto del poeta con la sua realtà e con la realtà degli altri: il “poeta della domenica”, di solito, resta “spoetizzato” per il resto della settimana quando probabilmente si accorge che l’ispirazione è una meteora e che il poetare è prossimo all’inventare più che allo stupire.

    grazie ancora!

    lu

  16. Quanto fuoco sotto la cenere riaccende la poesia e quante poche faville lasciamo trasalire nel nostro angolo di riflessione o di dispersione! Possiamo pensare a poeti “indisturbati” (Ungaretti, Sinisgalli), o a poeti “civili” che sono civili anche quando affrontano temi quotidiani e ordinari (Saba, Gozzano) o a poeti che ci parlano da paesi diversi o lontani ma ci fanno sentire vicina una partecipazione o una precipitazione di un sentimento, o di un progetto ideologico (Neruda, Blas de Otero).

    Se la poesia è salvifica?, chiede Jolanda… (domanda a tranello)
    Alfonso Gatto ha scritto in “Colpa”:

    “Qualcosa nel mondo accadrà
    per colpa dei nostri pensieri,
    qualcosa nel mondo è accaduto
    di quel che fummo ieri”.

    Non so se i poeti si preoccupino di approntare terapie: certamente leggono i mali del vivere meglio di noi (in anticipo e in profondità) e, in qualche misura imperscrutabile, hanno vissuto quei mali sulle loro prospettive, per non dire sulla loro pelle (già detto: la senescenza precoce). Prospettive che riguardano il mercato – sicuramente, Lucy -, che riguardano per così dire le interfacce privilegiate tra i poeti e i giovani lettori – non è strano, Domenico, che i giovani si abbandonino a letture (i pochi che lo fanno) che aumentano le loro malinconie e i loro sogni impossibili? Lo spleen è sempre di moda tra gli avventizi.

    Intendiamoci, “carmina non dant panem” ma chi o quanti sono disposti ad attraversare – non necessariamente a comprare – le pagine di una silloge poetica? E’ un peccato che la poesia diventi o resti elitaria, nel bene come nel male, tra i ricchi e i privilegiati. Sono lontanissimi i tempi di Esenin, di Kavafis, di Pasolini e allora chiediamoci quanto siano vicini i tempi di un verso, di un verso contemporaneo di un poeta di oggi.

    Un caro saluto a Domenico, Jolanda e Lucy.

    Antonio

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