Nel lusso e nell’incuria

Fernanda Ferraresso

Da quando scrivo non faccio che guadare segni, guardo i disegni di quei miei parenti preistorici, padre e madre in un solo graffio dentro il mio corpo e dentro lo sguardo. E’ per questo che dico di vedere: vi-deo, un colpo d’occhio, un corpo sotto il corpo della vista e me, che m’incerchio di parole da d-ire, indi-canto il labirinto, il misterioso tempio, l’empio mio ubbidire alla carne, opera operata dal dio, di-retto sconosciuto verso in cui mi riverso senza sapere, senza minuta opera munita d’intelletto, separata memoria del crimine, io, figlio del dio che scopre la sua carne (a)belante, casa del trasloco, fuori da un cerchio senza centro.
Mutabile, temporale, soggetto è il divenire, l’essere il gioco di altri se stessi che si mostrano nel mondo, l’essere è questo lasciarsi mostrare negli eventi.

Fernanda Ferraresso, Nel lusso e nell’incuria, 1990-2010 (inedito)

La madia di Maya

Sono nata dentro il vol(t)o di mia madre
sono cresciuta dentro un v(u)oto di esistenza
me ne stavo distesa tra gli oscuri
movimenti delle labbra
dove la notte inven(t)a la parola
nel latte   me ne stavo rinchiusa
in uno dei suoi   insostenibili silenzi
ero   un alito     del suo respiro
acce(s)so di ali e zampe di uccelli
tempo che lei ha soffiato in me
dal suo al mio sangue.
Ora sto per strada
dentro la pietra di ogni cosa
pietraparola   focaia
senza posizione
composta e traguardata
da organi e sensi
dentro questo mio oscuro universo
di circuiti   affetti
da paura e fantasmi che mi navigano in corpo
senza essere che     sangue
una sequenza inesausta di battute voci
di un sole che si accende e si spegne
i n f e s t a   di passioni.
Ombre         solo figure
un movimento in cui mi perdo.

*

Tra le stanze nella casa
una esplosione
di sogni e desideri che non trovano sfogo nella vita quotidiana
un destino, una vocazione o una condanna.
Attitudine al congedo.

Tre stanze stipate di parole e pioggia    vento
rinchiuse in carte e date
cartoline dalla frontiera
vecchie cartelle di disegni.
Io vivo qui  da tempo
mi abito   mi vesto   di me stessa   tesso
una casa intorno un soffitto di clessidre
pesci nell’acquaio in mezzo ai piatti da portata.
Peschiere e  chiatte da carico
animati banchi del mare
per sbarcare le lune
nel branco della fame. Quel lunario senza fascino
fatto di suoni che strusciano per terra i passi
consumano la casa  il  suolo dei sogni
e svuotano   la madia
dei perché   mai più pronunciati.

d i v i s i

le due metà della storia
il prima della madia e delle stoviglie
le voci consumate nella toppa

della porta di casa mi è rimasto solo un suono aspro
coricato tra le polveri e le prime luci degli affetti
Mi ammalai di tempo

per questo decisi di tingermi i polpastrelli
e percorsi i muri
sfiorii i petali di tutti i girasoli

ne feci colonie votive e preghiere mai pronunciate.
Nelle sillabe di queste litanie    oltraggioso
mi scosse  improvviso il  sisma di un nuovo giorno

dentro le ossa fu finalmente chiaro
e r o s e   tutte le mie antiche giornate
si fece leggenda

l’abbandono.

Ombre sole

densità dei vuoti
cose che restano affisse
respiri
le correnti dei venti
la stagionale migrazione dei viventi
dei     vinti.
Diresti che niente     di fatto
ha una radice così forte quanto l’ombra
e      ci disegna        tutti.
Chiavi  codici  tempi  timbri  ritmi
segnature della voce e del pensiero che ci autoimpone
i livelli della sua ignoranza.
Tutto è ciò che non sa: tutto
regolarmente resta
il diviso      oscuro   metro del nostro costruire
case della migranza
corpo nella mutazione delle cose
il gesso nel calco
calce nell’anonima    edizione che  redige e pubblica
il canone e la costante variazione.
L’inizio ancora la fine.

Tutto il resto

ombre    sole.

Nella gabbia e nel limite

nella topologia della città anima(ta)
toponomastica di uno sguardo
so(g)no fermo sul segno    lasciato
lascito di un’ombra     forse
la scritta di una vita    sta
il dove dentro la parola dove
r i p o s a
un nome.
Nella pietra quasi con forza
strappato ad una storia
in mezzo alle altre
un alito nello stormo
si alza
gesto ferito da  eco
segno che nessuno aspettava
sogno che non si attraversa e non fa
ritorno nel colpo di vento
solo evento premuto nella lapide
di una strada sul margine
isola nel quaderno delle case
avanti e dopo   l’epoca del mancato presagio
sotto la tenda    mercato  di un’antichissima razza
a cui poco, ormai, si attiene il desiderio
nell’arco di un cosmo interrotto, interdetto
in  i t i n e r a r i   senza capi né colli
indumenti muniti di un corpo unti di sesso venduto
per vicoli e spazi  palazzi
di laico sollecito il lecito libertinaggio
reticolo d’altri
giudici impudichi giudizi  senza guscio
senza mandorla da mangiare.

Il gusto sta sotto

la lingua carne smantellata imbrattata di carta
e congiuntura congiurata.
Se ancora fosse
nuda la  voce e il corpo
aperto dentro la mano
m a d i a
dio
se  fosse    carne che si canta    nel battesimo dei suoni
nel silenzio del mio starti dentro. Vento
divento un movimento
tra i vecchissimi tuoi fianchi
oliva che spreme la sua notte
nell’olio benedetto del piacere.

*

Un memorario
la vita e l’orizzonte che si chiude dentro
l’odore di ogni istante.
Si avvicina si fa
il tuo corpo
e di te in te brucia intero
divorando l’universo si de-compone in ogni cosa
la veranda è il tavolo il legno il chiodo la carta
la polvere e la cera. E’ l’acqua
di una sera fattasi buia presto il giro
di una maniglia che non si sarebbe mai più sentito
giù a precipizio
fa resistenza tra gli altri ricordi.
Inoculato dolore quasi ne sento l’odore
nell’erba in cui cadesti l’odore dell’altra
vita in cui affondasti
lontano, dentro di me.
Il soffitto era caduto ma tu non ricordavi.
Il cielo era alla fine
alla fine era entrato in quella stanza
insieme alle lenzuola e alle tue parole senza più un senso.
Aveva vissuto la tua morte ed era rimasta lì
appesa al filo una sottilissima speranza divisa
lei e me un niente invisibile in tutta quell’acqua
pianto e frantumi di specchio
stoviglie e valige sulle assi bruciate le scintille la vita
riposta oltre quei muri e rivelato in una lontananza inquieta
stupore e desiderio
deposto nei cassetti e negli armadi la trama:

mai più.

Nel lusso e nell’incuria

Nel lusso e nell’incuria
nazioni e nozioni
case
case
e poi ancora
case e case
un sacco di strade e cose sparse
sicuramente sperse in quei nodi
senza orizzonte chiusi
rinchiusi in matasse di serpi arse
periferie di città e regioni
nazioni di ragioni
testi di disumanazione e ferocia.
Stanze di raccolta
in serie ciò che non serve ciò che si rifà
come una riga di scrittura radiata
cancellata e poi di seguito annerita:
sillabe senza domande.
Una resa disarmante l’eccesso
l’accesso a quelle
forniture di macerie
vernici di oscuro e vertici
di agonia dei soli chiusi dentro
anelli di una specie disarmata
in matrimoni avariati dal consumo
di sesso e vita a cottimo i rimossi sogni
racconti estirpati da stazioni locali      pensieri
stanze amare in cui ci si fa
l’amore in posizioni ambigue in quotidiani inferni
atrio in cui si abita la morte già
grande soglia spoglia porta della casa.
Senza scampo la cancrenosa
malattia: l’incurabile vivere
un tempo mortale
nell’arco della penombra e
ora riflesso dell’oscurità del corpo
questa carne in cui si spillano concetti
gli arditi aforismi pensieri svolti sì in linguaggi
ma nudi e senza incanto
solo macerie e macellate ossa
d’altro fatto di una sabbia
antica frode che strappa quel poco che resta
che brilla la vita in un solo
r e s p i r o.
Là dove stava in gabbia
intrappolato luogo
il corpo non è più.

*

E’ per assenza
che canto
e dico dentro
il taglio l’oscura ferita
il germe che semina sapienza
nel silenzio la terra
l’acqua senza strepito
senza altro crescere
che la perdita: ogni volta una luce.

Il tempo giusto

disse

e    quando è maturo
il nostro tempo
e quanto è il tempo che è nostro

da dove viene il momento esatto   e il tempo giusto
dove ci porta senza che si sappia la rotta
come fa il tempo a venire da noi

a trovarci con certezza
portandoci la dose d’amore
odio e rancore che serve per farci cambiare

per farci decidere di andarcene da qui
per un luogo che non ha più questo tempo.
Chi sarà mai il padrone del tempo

e dove è situato il suo regno
se è il regno di un dio
di un disperato o di un povero

non interessa saperlo
ciò che conta è attraversarlo
lasciandosi passare attraverso

ciò che ha importanza è non dargli l’importanza
cosicché questa vita duri esattamente il ciclo per essere
ciò che non si sapeva di potere.

*

Ho ancora un po’ di febbre
forse è la temperatura
che mi apre l’intelletto e
sento in frequenze insolite
le solite cose che si sentono dovunque.
I giornali sono fradici di notizie
che sono solo necrologi:
dai morti per le bombe
ai decapitati malcapitati lungo una strada periferica
o nel bersaglio del centro di una l/ama.
Apostrofi tra le re(l)azioni ormai s’immettono tra noi
sempre in uno snodo di tangenti
e spesso nemmeno un sibilo,un sussurro
un filo di voce mentre si consuma il suicidio
perché questo credo che accada:
si uccide l’altro per vedere se stessi morire
più di una volta.

*

                   “sta come il pesce
che ignora l’oceano
l’uomo nel tempo”

(Kobayashi Issa)

Le voglio mettere
un fuoco dentro
una brace

che bruci la gola e la lingua s’interri
in un eterno di parole friabili

legni della terra radici di cielo
rami bracci fiumi consacrati del dio mai conosciuto

linfa dello stesso mutevole corpo pane
che parla e che ride linfa che scrive

multiple parole senza classifica non merci
ordine o lignaggio linguaggio catena

parola nata per donarsi o bolo
incenerito nella soglia di un bacio

vicinanza domestica del dio che si fa lievito e crepita
divino esce dalla fronte

nasce dalla fonte nel battere del cuore
labirinto di innocenza e di destrezza grande

pronto a ferirsi morirsi e duro e durevole
quanto la pietra di una parola dura

o d i o

dio della guerra e della miseria
della sepoltura e della distanza

dio dell’oblio e della maschera
dell’oro delle fauci della bestia

scannata parola osannata e messa
a catenaccio nell’uscio di ogni casa

spersa là dove resto in ginocchio
esposta ai mille lumi di una sola sapienza

terra intorno all’asse disposta in quel fitto
campidoglio del cielo
dove la luce è sparsa.

All’orlo

quale è il peso
di cento passi?
Nella storia dell’uomo quale è il peso del suo?
Cento mille
milioni di uomini
passati
in una linea
la so(m)ma è
ieri
c o n c a v a d i s e g n i

TUTTO IL CIELO A PRECIPIZIO

in una pioggia l’infinità
dentro
la misura che sfugge
ancorata all’orlo del giorno e della notte
là dove il globulo occhio nel cosmo è solo
un pianetino tra i tanti
innumerevoli
soli.

Di tenebre la madre
e spoglia.

E l i d o
il vuoto
dei pensieri la vacua catena
precipita
nel lento suo andare asse
in una parete immobile nel cosmo.
Non semina di parole
né germi di tempo
sparge lungo il campo dell’ombra
tutto è irto rito nell’ eterno flusso
l’incrollabile periodo
senza passi un fiume senza traguardo
e sempre oceano l’oro senza luce nella bocca di caos.
Adagiata
agita terra candida d’ ossa antiche e premature gesta
bianco nel giorno
annoderanno genesi e tramonto
un velo
versi di incompiute parole
disposte fra le vene
negli usignoli del sangue
in tutti i luoghi
nel buio
inviolato dagli idoli.
Carta e menzogna sono solo ceneri
L’appartenenza
è l’anima scordata
la discesa di spine
il legno che brucia
in chi parte e in chi muore
crisantemi di cordoglio
segnano con la cenere
l’ade di altre albe nel cuore
e nel ventre
una spoglia
esistenza.
Vita va cullando
dei girasoli la tenebra e ancora
ci conforterà materna
nell’ombra
la sua soglia.

Metto

metto il fiore di sambuco
la scia di una stella che cade

una luna inebetita da troppa incatenata bellezza
Nei pinnacoli di pietra salvo il mio canto

la tua preghiera annido nel nodo di un dito

incido la vena che magistrale lo vive
schizzo la linfa e la vita

che in un rigo ci inscrive
Spezzo la penna

nella sua piccola fiocina spuntata
apro la lingua di un ovario e là

divaricata depongo il sale di ogni breve parola

il fango di diluvi
i terremoti di ogni schianto
il nero pece dell’ abbandono
la cantica del rosso che ci scuote
e
sull’ultima

papilla     isola

cava      nella bocca
fiorisco una centuria di dirupi e

silenzio

ultimo ricovero della bestia trafitta
incolta e pura.

“Benedictus qui venit in nomine Domini, Hosanna in excelsis”

Quando arrivasti dicesti che eri un profugo
dicesti che la tua storia è scritta dovunque
sulle strade della terra: ci sono segni e ci sono i passi
che sono i passi delle ombre, gente mai nata, gente senza storia.
Dicesti che nemmeno tu avevi una casa, nemmeno in te stesso.
E aggiungesti che bisogna annegarla la propria storia
nella storia di ogni altro, negare la propria luce per vivere
l’ombra intera l’unica parola su cui app(r)endere la vita.
Precipitarsi dall’ultimo scalino di ogni nome
sillaba per sillaba sfarinarne l’argilla
e rinascere in vece di un albero di una nuvola di una catena
solo per pronunciare l’essenza delle cose
soffiare nella fiamma e dentro la cera le impronte
nelle macerie le vecchie caste
e di nuovo precipitarsi dall’ultimo metro della propria ombra
nell’oscura gravità di un nume che forse è solo un io minore.

mi è capitato

di vedere uomini
trasformarsi in topi
e mi è capitato di vederli
banchettare tra loro
con la carne della loro specie
solo perché erano cavie
di altri animali ingordi
avidi e tenaci rapaci della peggior specie
ammalati di febbri antichissime
Nessuno era riuscito a estirpare quel vorace morbo
che ancora infetta la razza
e la lascia in preda alla sua sete
alla sua fame e alla sua svuotata presenza.
Sintomo di questa alienazione è la vitalità nel pretendere di porsi alla luce
in vista sotto i riflettori è il porgere il corpo perché
le ombre lo adattino alla cecità degli altri
di tutti quelli che lo guardano. E’ così che si propaga il contagio.
Ozio e noia
davanti ai mediatici culti
ai riti cui si sottopongono e le droghe
dalle più lievi alle più forti tra cui la detenzione di uno stupefacente
potere con cui erigersi sopra ogni altro fallo.
Parlamentare con questa specie non è possibile
e non è possibile cercare un luogo che non ne sia infetto.
Solo in sé chiusi in se stessi e in silenzio
senza rispondere ai loro continui richiami
forse il primato
decadrà
finirà il banchetto delle svendite globali.

Segni del cerchio

Avevo acceso i fuochi dentro i palmi
scritto nei piedi segno per segno i tuoi passi
accavallato le parole per farne un galoppo di rincorse.
Nella ragnatela dell’attesa avevo racchiuso le battute
rosse formiche operaie del cuore

Volevo accedere alla lucertola sepolta in un tuo sopracciglio aggrottato
staccare il chiodo di ogni dolore dalla co(r)da di ogni tua vertebra.
Vivevamo una stazione di intervalli
a sera il tramonto era la fatica di trovarci.

Da qui ora fiorendo
la memoria accarezza il tuo sonno.
Dentro la tua assenza resto prossima e futura.

*

Ora che ho bisogno d’aria
ora che di silenzio ho bisogno per nutrire il corpo
cerco un’arpa che chiami dal fondo
frastornato dai rumori e dalle tante molestie
di sorgenti indigenti di piacere e vuote di sapere
una linfa nuova che svegli i fiori e le erbe
le tante voci dei venti
per rigenerarmi vivo nel corpo un corpo vivo.
E inizio da qui: nel cielo di quest’acqua
che rovescia il mondo
e mette ciò che non ha corpo in questa
terrina come un invaso d’anime.
Inizio da questi
rami che non intralciano i voli
nel cielo scivolano bassi al suono
di passi familiari e intorno si fanno stanze
aperte al viaggio.
Inizio ad ascoltare
ciò che canta senza mai smettere di arrendersi
al precipizio sull’orlo del tempo
in stagioni che mi rovesciano gli occhi
li interrano come bulbi in sostanze di meraviglia.

Mi sono scritta vite

fin dentro le ossa
ogni giorno ogni minuto cambio di vento
ogni parola e ogni colore
perché c’è stato un attimo un anno o una vita
in cui avevo perso la memoria
sfatta dentro qualcosa che non era me.
Mi ero allontanata e avevo fatto tana dentro un buio
di pietra di sonno pesante.
Stavo in basso
sotto terra in terra.
Ed è stato così
per un mo(vi)mento improvviso
che l’occhio si è riaperto
la bocca ha emesso un fiato
e
sono tornata di terra in terra
in me.

______________________________
Immagine: Agostino Arrivabene, Lumen cinereum, 2007.
______________________________

***

20 pensieri riguardo “Nel lusso e nell’incuria”

  1. Ti ringrazio moltissimo Francesco, per il lavoro di composizione e per la scelta che hai portato. La lettura attenta di qualcuno mette a fuoco cose che, a volte, sfuggono. Anche i refusi, ne ho trovato uno, in un testo qui pubblicato (in “Ora che ho bisogno d’aria”….: le tante voci dei venti e non: le tante voce dei venti). Capita, in testi che sono ancora in fase di revisione e di costruzione, e questo è abbastanza denso oltre che in revisione continua.
    Non so se ci saranno altre letture. TI RINGRAZIO PER LA TUA, in cui sento la condivisione per alcune idee che qui sono leggibili con chiarezza, almeno a me così pare. Con gratitudine,ferni

  2. Trovo che la poesia di Fernanda Ferraresso sia la scrittura di una vita, il vissuto interiore ed esteriore di una donna che canta la sua creatività con entusiasmo ed ironia. Il suono di un’ anima inquieta che si espande intorno a sé quasi a seminare energia e vigore. C’è un alone di rinnovamento, di salus che emana da questi versi che fanno pensare ad una divinità simile a Demetra o Proserpina, non saprei dire, ma comunque una dea dei due mondi: il sotterraneo ed il superiore, gli inferi ed il superno. Va spaziando la poetessa in luoghi privilegiati da cui attingere nuova linfa…

    Grazie Fernanda!

    Rosaria

    http://www.rosariadidonato.net

  3. sono labirinti che nascono dalle viscere, mappe inscritte sulla pelle, interstizi inaccessibili… paesaggi dell’anima ma anche un’anima che si fa universo fino a fondersi e tornare fango, il richiamo (vertigine) della terra.
    Versi che cadono come pioggia che si conficca nelle ossa.
    un caro saluto
    Abele

  4. Ci troviamo di fronte ad una poesia rara, dove in ogni testo vi sono più e più versi memorabili, incisi nel bianco da dita che sono ramificazioni del sentire più profondo. Grazie.

  5. tornerò a parlare di Fernanda, una donna-poeta che amo non solo per la sua arte, ma perché è vera e sincera e grande come persona prima di tutto.
    e la cosa che di lei davvero mi lascia senza fiato, è la capacità di esprimersi in pesia in modo naturale ed istintivo, come fosse la sua primaria lingua, la sua naturale fonte d’espressione… e lei lo sa!

    grazie Francesco, questo è un gran bel dono!

  6. Premetto che ho letto in fretta e senza la doverosa tranquillita questi testi di Fernanda Ferraresso. Tuttavia, nonostante ciò, mi sembra che si tratti di versi molto interessanti, su cui conto di tornare con calma, in nome del rispetto che la scrittura merita.

  7. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, la scrittura di Fernanda Ferraresso riesce a toccare le parole dall’interno verso l’esterno come se volesse estirparne il cuore, o meglio: l’intestinità.
    Ma il “toucher” qui si estende in un doppio movimento. Al primo contatto consegue il contatto che il lettore non può esimersi di osare. In buona sostanza i versi di Fernanda toccano e si fanno toccare (si offrono come “dono” al contatto).
    Basta solo uno sguardo per far suonare come un campanello d’allarme. La corrente elettrica si propaga lungo le linee, da rigo a rigo, illuminando, una ad una, le singole lettere che si giustappongono con inusitate soluzioni di contiguità. Sì, contiguità: le lettere e le parole vivono in un regime di “prossimità elettiva” e sono destinate ad abitare la stessa dimora.
    Una dimora la cui soglia si presta ad essere attraversata (“stanze aperte al viaggio”).
    Una dimora dove si produce un infinito effetto di risonanza.
    Ad un approccio puramente letterale non è difficile notare come questi versi siano intrisi di suoni e sonorità (colpo di vento, fiato di terra, l’arpa che chiama dal fondo, il canto salvato dai pinnacoli di pietra, di battute voci, ecc.).
    Sonorità plurime figurate e sfigurate anche dall’espediente (ma conoscendo la sua scrittura parlerei di “urgenza” più che di espediente) linguistico e concettuale di mettere tra parentesi (en abyme) una singola lettera raddoppiando la valenza semantica della parola.
    Quest’urgenza produce risonanza, così come parlano e risuonano anche gli spazi bianchi, gli intervalli, o meglio: quelli che Nancy definirebbe “spaziamenti”.
    In questo bianco abbacinato e sovresposto c’è un “occhio cieco” (e Fernanda sa a cosa mi riferisco) che fibrilla e che vede oltre (e dentro) le cose.

    “Il gusto sta sotto

    la lingua carne smantellata imbrattata di carta
    e congiuntura congiurata.
    Se ancora fosse
    nuda la voce e il corpo
    aperto dentro la mano
    m a d i a
    dio
    se fosse carne che si canta nel battesimo dei suoni
    nel silenzio del mio starti dentro. Vento
    divento un movimento
    tra i vecchissimi tuoi fianchi
    oliva che spreme la sua notte
    nell’olio benedetto del piacere.”

  8. Grazie per i commenti e per il contributo di suggestioni e riflessioni che aggiungono alla lettura e alla comprensione dei testi.

    Si tratta di un’opera complessa e stratificata, un mosaico di finissima elaborazione dove ogni “segmento” contiene al suo interno il filo che permette di ricostruire, a partire da qualsiasi punto, il disegno complessivo dell’originale costruzione a cui dà vita.

    Ma, al di là del valore strettamente poetico, al di là della ragguardevole cifra stilistica e della capacità del poeta di strappare alle parole quel quid che eccedendo la norma le costringe sull’orlo della loro stessa possibilità di significazione, “Nel lusso e nell’incuria” ha una “esemplarità” tutta particolare, di matrice etica, che nasce proprio dal percorso di elaborazione e di costruzione dei testi.

    Ci troviamo, infatti, di fronte ad un lavoro incessante, ininterrotto, ad una ventennale opera di revisione condotta nel silenzio e nell’ombra, senza nessuna necessità o volontà di apparire a tutti i costi: un corpo a corpo con la parola alla fine del quale non c’è un solo verso, un solo accento, una sola pausa – parentesi, vuoto, spaziamento o arcatura che sia – che non risponda a una stringente, ineludile “necessità”.

    Il cuore della poesia è tutto in quella necessità: e che il prodotto piaccia o meno, non sposta di un millimetro la sostanza del discorso (come, del resto, qualsiasi esplorazione critica potrebbe facilmente attestare).

    fm

  9. non sono brava a parlare a lungo, a volte mi si devono cavare le parole dalla bocca con le pinzette, fernanda le fa uscire piano e di propria spontanea volontà, leggere le sue parole, per me è d’immenso valore e bellezza…come una mano che mi porta a spasso nella magia.

    sei meravigliosa ferni.

    antonella

  10. leggo da tempo la poesia di Fernanda che mi ha catturato fin dall’inizio, lasciandomi senza fiato
    poi è arrivato il respiro poichè i suoi testi sono “respiro” vivo, sono fuoco acceso e rosso è il filo che li tiene o trattiene
    condivido il pensiero di Francesco circa la necessità come fulcro della sua poesia ed ancora l’immagine di Natàlia di donna-poeta, generosa, pronta alla vera condivisione, infaticabile fonte di doni

    elina

  11. Molto mi avete dato! Moltissimo. Ogni vostra riflessione e la vostra presenza ha fiorito in me una grande gioia: un intero prato, vivissimo di odori, suoni, luci, insetti,vento e per questo, in una sintesi che coltivo da quando ero bambina, dico che di fiordalisi mi è fiorita una primavera inattesa, un intenso azzurro nel rosso della piena, il fiume della passione, la vita in terra.
    In quel prato, fiore per fiore e azzurro su azzurro il mio grande grazie per tanta generosità a ciascuno di voi,così nitidi in me. Grazie, fernanda… in campo rosso.

  12. La poesia di Ferni è una vera sorpresa, ha una complessità labirintica e ardente, si sente lo spessore acquisito attraverso anni di lavoro, nessuna casualità, sembra sgorgata adesso ma è molto “lavorata”, come quei preziosi tessuti orientali che sono densi di figure,movenze e significati. Merita un’attenzione particolare.
    Sono molto contenta di leggerti qui, cara Ferni, e come sempre riconoscente a un “Anfitrione” del livello di Francesco che continuerò sempre a ringraziare
    lucetta

  13. E’ incredibile, Lucetta: la prima immagine che avevo scelto per il pdf era un disegno a mano riprodotto su un kilim!

    Magia delle risonanze!!!

    fm

  14. “il tempo giusto” è un testo straordinario — e non solo perché lo sento vicino alle mie corde — non che gli altri brani abbiano meno luce, ma ha il vigore lamapnte del condensato, del potente riepilogo, quanto gli altri al contrario segnano il passo di un lento disvelare (esagero, se tiro in ballo la gnosi?)

    anche “mi è capitato” ha vibrazioni che vanno al di là dell’invettiva politica, ha un respiro che non mi sembra esagerato definire “antropologico” sul tema delle relazioni di potere fra esseri umani – la chiusa profetica sul destino che la storia riserva ai tracontanti è in perfetta sintonia col mio pensiero

    inoltre sono contento di ritrovare, dopo tanto tempo, qualcuno che scrive con un’attenzione tutta speciale per gli spazi tra le parole, tra i fonemi

    grazie Francesco per la proposta di questa lettura!

  15. “un destino, una vocazione o una condanna…”

    un diario poetico denso e vibrante, che mi ha coinvolta ed emozionata.
    Sono stata colpita anch’io – in particolare – da “Il tempo giusto” (meravigliosa!), ho inserito questa poesia tra le “mie” poesie, quelle che sento affini al mio sentire, quelle da leggere e rileggere… e da ricopiare con cura.
    Mi accingo a scaricare il pdf, sicura di trovare altre perle.

    Complimenti sinceri a Fernanda, e un grazie a Francesco.

    Stefania

  16. sono a terra…il pc..mi ha lasciato! defunto! Scusate se non riesco a scrivere con frequenza e aringraziare tutti coloro che mi hanno dedicato il tempo della loro attenzione, è prezioso per me. Grazie a tutti, tutti voi.fernanda

  17. il tutto è stato già detto!
    poco ad-atta a i commenti, ti trovo qui e ti assorbo, le tue parole sono sempre fonte in movimento, per me!
    grazie, ferni!
    e un grazie a Francesco che ti ospita…e dilata la tua voce.
    api

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