Il bosco di Robert Graves

Antonio Sabino

 

 

 

 

IL BOSCO DI ROBERT GRAVES

Alessandro Magno e la prima guerra mondiale

Nel secondo volume del Dizionario della Letteratura Mondiale del ‘900, Edizioni Paoline, Roma 1980, nella scheda dedicata a Robert Graves si legge che il poeta morì nel 1975, mentre altrove, ad esempio nelle alette posteriori di alcune delle edizioni italiane dei testi del medesimo autore o in repertori biografici viene indicato il 1985, così anche sulla semplice lapide a Deya, o ancora viene riportato il 1986. Secondo il cieco molosso amministrativo Robert von Ranke Graves morì il 7 dicembre 1985, all’età di 90 anni, 6 mesi e 7 giorni; si potrebbe ipotizzare che l’errore riscontrato nel Dizionario delle Edizioni Paoline sia stato indotto dal fatto che l’ultimo importante libro di Graves, i Collected Poems, risale al 1975. Per parte mia, davanti a questo bivio tra 1975 e 1985, dubito di entrambe le date, o meglio, penso che entrambe le date siano veritiere, giacchè viviamo giusto il tempo di un attimo e quello che, al nostro occhio, appare il prosieguo della giornata è un’altra vita; l’esperienza che ci trasciniamo dietro, il fumoso sapere acquisito, può illuderci che quelli del giorno dopo siamo ancora noi, ma in realtà non lo siamo, semplicemente è una manifestazione del nostro patrimonio interiore, patrimonio che già abbiamo in parte con noi al momento di quella nascita sancita burocraticamente e che si amplia o si contrae ad ogni rinascita. Ritengo che il celebre Robert Graves sia morto nel 1975 rendendo il dovuto al meno noto tenente colonnello Robert Graves, quest’ultimo morto nel Luglio del 1916, quando uno shrapnel lo ferì mortalmente al petto nel bosco di Mametz, nei primi giorni della battaglia della Somme; a questo sfortunato ragazzo il prolifico autore doveva molto di più di quanto si è creduto in passato come si dirà poi. La famiglia del giovane venne informata dall’esercito dell’avvenuto decesso e il necrologio di Graves comparve sul Times. Tra il 1916 e il 1917 un certo Robert Graves diede alle stampe una raccolta di poesie, Over the Brazier (1916), seguito da Goliath and David (1917) e Fairies and Fusiliers (1917) riscuotendo fin dall’inizio l’attenzione degli studiosi. Seguirono molte altre opere, dove, a volte, Robert Graves dava mostra di conoscere tratti della biografia del suo omonimo predecessore, immedesimandosi completamente in lui, citando episodi della sua infanzia e ripescando nella memoria ovvero inventando a piene mani, dato che ogni memoria è solo una rielaborazione mitologica di una favola che ci raccontiamo giorno per giorno: la stessa ripetitività degli episodi dimostra che l’atto del ricordare, del ritornare ad interrogare il cuore (cor, cordis), è più simile ad un atto di fede che ad un atto di ragione. A proposito dell’ultimo Graves, quello che semplificando potremmo definire macroscopicamente il terzo Graves, Jorge Luis Borges ricorda, all’interno del suo Atlas (1985), due visite fatte a Deya, sull’isola di Maiorca. L’uomo che vide nel 1981 stentava a riconoscere chi aveva intorno, ma l’uomo che vide poi, quel giorno del 1982, il Graves che viveva nutrito maternamente per mano della moglie, era poco più che un’ombra, totalmente indifferente a chi gli si presentava davanti, accudito ogni istante: era un’altra persona, non aveva memoria né del soldato di Sua Maesta impegnato nel fango francese, né dello scrittore e poeta, d’altro canto è logico dato che, come è riportato nel Dizionario delle Edizioni Paoline, era in realtà già morto da almeno otto anni. Molto opportunamente Borges in Atlas cita, a ricordo del poeta, una poesia che vede per protagonista Alessandro Magno. In questa poesia Graves, il Graves di quel momento, immagina (o vede) Alessandro Magno che, nel 323 a. C., invece di morire come tradizione e diceria vogliono, si addentra in un bosco perdendo completamente il senso dell’orientamento. Alessandro giunge così ad un accampamento nuovo e viene arruolato dai Mongoli, combattendo per anni e anni, oramai immemore di se stesso, fino al giorno del soldo quando, riconoscendosi nel profilo di una moneta che aveva fatto coniare per celebrare la vittoria di Arbela, rammenta d’essere stato un tempo, lui o un altro come lui, Alessandro il Macedone. Il breve ricordo di Borges si chiude con un riferimento ad una poesia che, scrive, sarebbe degna per bellezza d’inventiva d’essere molto antica, mentre alle opere maggiori del poeta non è stato dato quasi alcuno spazio, tranne che per una citazione limitata al titolo del The White Goddess. L’elogio potrebbe parere poca cosa; se si considera la vasta bibliografia di Graves, la scelta di un singolo poema come summa della intera opera può apparire una operazione perlomeno insolita, se non indelicata o ingrata. Dubito che vi possa essere meschinità o mancanza di sensibilità da parte di un autore così attento, reputo sulla base dei dati in mio possesso che Borges stia operando in questo caso secondo una massima che amava molto: il non detto, il sottinteso è più efficace dell’esplicito. Massima che, d’altro canto, giustifica quegli esiti che sono la naturale sintesi di silenziosi monologhi interiori. Tentare di penetrare questo silenzio può sembrare irriguardoso, ma permette di costruire una sorta di dialogo impossibile con menti che, al di là di ogni retorica, persistono oltre la loro morte e aleggiano fuori e dentro la pagina.

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