La bonaccia di Dylan Thomas

Antonio Scavone

Lie still, sleep becalmed, sufferer with the wound / In the throat, burning and turning. All night afloat /On the silent sea we have heard the sound / That came from the wound wrapped in the salt sheet.

 

La bonaccia di Dylan Thomas

 

Lie still, sleep becalmed

Lie still, sleep becalmed, sufferer with the wound
In the throat, burning and turning. All night afloat
On the silent sea we have heard the sound
That came from the wound wrapped in the salt sheet.

Under the mile off moon we trembled listening
To the sea sound flowing like blood from the loud wound
And when the salt sheet broke in a storm of singing
The voices of all the drowned swam on the wind.

Open a pathway trough the slow sad sail,
Throw wide to the wind the gates of the wandering boat
For my voyage to begin to the end of my wound,
We heard the sea soung sing, we saw the salt sheet tell.
Lie still, sleep becalmed, hide the mouth in the throat,
Or we shall obey, and ride with you through the drowned.

 

     Dylan Thomas era un uomo esagerato e fu anche un poeta esagerato. Gallese, alcolista (morì nel ’53 a New York per un attacco di delirium tremens) fu definito poeta delle immagini, poeta cinematografico, poeta naturistico-paesaggistico (in omaggio agli ambienti del suo Galles), radicale, anarcoide fino agli esiti estremi della sua breve vita (trentanove anni), quasi avesse voluto sprofondare e sperdersi nelle storie di dissoluzione e distacco che evocava.
     Fu indubbiamente tutto questo, fu giudicato poeta disperato e maledetto ma non si curava di contraddire quanto appariva di sé al pubblico in termini di ridondanza, di fascino o di antipatia. Pur mostrandosi come “personaggio” scorbutico e provocatore, demistificando usi e costumi non solo letterari degli anni ’30 e ’40, non barattò e non banalizzò né la sua indole né la sua poetica in fiacche o faconde leggende o nel viatico di un rabberciato “punitore di se stesso”.
     Col volto gonfiato dall’alcool, pingue come può esserlo un contadino imbolsito dall’accidia, Dylan Thomas componeva e scomponeva le sue immagini e il suo tracciato lirico come se fossero stati predisposti da altri, con puntiglio da revisori, e fosse toccato impietosamente solo a lui ordinarne un percorso sostenibile, tanto facile quanto impervio, per realizzare ardite contrapposizioni di senso che risultavano alla lettura graffianti e illuminanti, tetre e sorgive. Le figure della natura si scontrano nei “dettagli” (come ha suggerito Renzo S.Crivelli nell’Introduzione al volume “Poesie raccolte dall’autore”, Einaudi, 2002), si rimescolano negli azzardi e nelle estrapolazioni: Dylan Thomas arriva persino a decontestualizzare l’ordito che aveva accuratamente, ferinamente, manipolato e organizzato e la sua poesia si fa tutt’uno con lo slancio e il distacco, la passione e il cinismo, la realtà e l’ignoto.

     Rileggiamo questa lirica nella mirabile traduzione di Ariodante Marianni, scomparso nel 2007:

 

“Resta immobile, dormi nella bonaccia, o tu che soffri
Con una piaga in gola, bruciando e rigirandoti.
Tutta la notte a galla sopra il tacito mare udimmo il suono
Della ferita avvolta nel lenzuolo salato.

Sotto la luna oltre un miglio tremavano ascoltando
Il rombo del mare fluire come sangue dalla piaga sonora,
E quando il lenzuolo salato proruppe in un uragano di canti
Le voci di tutti gli annegati nuotarono nel vento.

Apri un varco nella lenta, nella lugubre vela,
Schiudi al vento le porte del vascello vagante
Perché inizi il mio viaggio verso la fine della mia ferita,
Intonò il rombo del mare, disse il lenzuolo salato.
Resta immobile, dormi nella bonaccia, nascondi in gola la bocca,
O dovremo obbedire, e cavalcare con te fra gli annegati.”

 

     È la storia o l’esperienza di un naufragio o la sua rappresentazione onirica? È lo spettacolo di un evento estremo, percepito come reale e possibile, o la dilatazione lirica di un’intima e devastante premonizione che snatura o accentua il simbolismo d’una metafora? Come altri poeti che si soffermano a “raccontare” l’irrealtà dell’io, anche Dylan Thomas indugiava sulle pause di un’epifania ricercata (la scena primordiale di un evento tragico) ma non si affossava nell’accettazione passiva di un prodigio o di una sciagura, non cristallizzava il suo sguardo in una muta e reticente ovvietà di osservatore.
     C’è uno scontro, un andirivieni di sensazioni e di certezze in questa lirica: il poeta registra quanto vede o immagina e reagisce con una virulenza diremmo compassionevole alle sorti di “quei” naviganti che, indecisi sul da farsi, aspettano da imbelli e forse imbecilli lo sviluppo degli eventi. Ma allora di quale naufragio ci parla Dylan Thomas? Di quello vero, oggettivo che coglie e punisce marinai improvvisati o di quello, altrettanto implacabile, che annega e affonda propositi soltanto abbozzati, energie debolmente aizzate da una smania di riscatto?
     Sono tutt’e due, senz’altro, e sono anche altri i naufragi: Dylan Thomas è spettatore e attore (come tutti i poeti, del resto) di quello che vede e di ciò che scrive: è sul ponte del vascello che si inabissa ed è sulla riva che fa da platea al naufragio, è sull’acqua che appesantisce le vele (il lenzuolo salato) ed è nel destino di chi non sceglie comode fughe (“Perché inizi il mio viaggio verso la fine della mia ferita”). L’attenzione del poeta – e il suo sguardo severo – non premia e non invoglia abbandoni o idealità spicciole: impregna di sé (di un ego smisurato, dovremmo dire, tentato da un’affabulazione visionaria) tutto ciò che lo circonda, ciò che lo scuote e lo rinforza senza mai disarmarlo, senza mai cedere alla retorica del lamento (“complaint”).
     Eppure la linea di confine che il poeta gallese traccia tra realtà e finzione è sottile, talvolta labile, come se non fosse rilevante quanto è detto nel sonetto ma, piuttosto, a cosa voglia segretamente, enigmaticamente alludere. Un poeta parla e “straparla” sempre di sé, è fin troppo ovvio, ma in questa lirica Dylan Thomas compie una sorta di “summa esistenziale” (in anticipo sui tempi e sulle filosofie dei tempi) tra l’impegno politico genericamente inteso, l’utopia emotivamente inseguita, l’ispirazione sedotta dal canto (pensiamo alla “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge) e, per finire, la tensione intellettuale che divide e reintegra l’unità poetica della scrittura (che ritroviamo nel suo “Ritratto dell’autore da cucciolo”).
     È una bonaccia difficile da intendere, questa di Dylan Thomas: la rappresentazione della natura (la notte, la luna, il mare, il vascello, le vele) e degli uomini (il sangue, le voci, i canti, gli annegati) stridono tra di loro, si fronteggiano e si combattono pur sapendo già all’inizio chi prevarrà e, tuttavia, l’atteggiamento del poeta (la registrazione febbrile degli eventi e delle circostanze) resta integro, lucido, inconfondibile.
     Thomas dispone in crescendo lo sviluppo delle situazioni che illustra ma aveva già anticipato l’excursus nel primo verso (“Resta immobile, dormi nella bonaccia”) e lo ripete nel penultimo configurando davvero un’immagine plastica, vivente, di un naufragio reale ed epocale, di un evento che spezza vite e coscienze ma che si prefigge di recuperare una “naturalezza” disadorna e gelida nel contrasto con un’intellettualità tronfia e astratta. Stiamo dalle parti del cinismo di tanta poesia inglese degli anni tra le due guerre (T.S. Eliot, Auden, Spender) ma la bonaccia di Dylan Thomas allevia per quanto è possibile pericoli ancora maggiori: non li enfatizza e non li risolve (i poeti sanno come cautelarsi da un deficit di autocontrollo), ma li presenta empaticamente con le risorse ancestrali del vivere e del sopravvivere (“O dovremo obbedire, e cavalcare con te fra gli annegati”). La bonaccia, sembra dirci il poeta gallese, pur nella sua insidiosa fissità, è più agevole di una vorticosa risacca.
     Questo sonetto non solo ci ricorda un poeta “esagerato” ma ci aiuta a comprendere quanto di estremo e inconfessabile riempie la nostra esistenza e quanto, poi, con un afflato di maniera, riusciamo a rimuovere inseguendo salvezze fortuite e illusorie. Ci riporta alla terra, Dylan Thomas, in quest’illustrazione marina di una sciagura e ci consegna una testimonianza sofferta e ardua, indisciplinata eppure rigorosa di un’eclettica malìa dell’essere, dell’essere poeta e cantore.

 

***

25 pensieri riguardo “La bonaccia di Dylan Thomas”

  1. forse di fronte a certe cose non c’è che il silenzio:
    DT “esagerato”? Ma, rispetto a chi? rispetto a cosa?
    maurizio

    1. Se fai un piccolo sforzo e vai oltre il primo rigo del testo, ci sono tanti altri “aggettivi” interessanti… Io sono già al dodicesimo, e sto meditando su “scorbutico”: ma, scorbutico con chi?

      fm

  2. Mi sono sempre chiesta quale fosse il confine, nel poeta, tra realtà e visionarietà, quale il modo giusto per delimitare questo confine per un approccio “tranquillo” con i versi che raccontano, spesso per immagini e metafore, a volte di non facile decifrazione. Ma, forse, il confine è solo una sbavatura dilatata al massimo di cui neanche il poeta, quando scrive, si rende conto. E la grandezza di un poeta probabilmente si racchiude anche in questa alchimia che lo svuota della realtà pur raccontandola, oppure che lo faccia viaggiare in un mondo tutto suo, fatto di sogni o visioni spesso premonitori, in un io che si tende come un elastico e gli consente di andare e tornare, fra realtà e visione, proprio dove la necessità e l’ispirazione del momento decidano che vada.

    Tu, Antonio, ormai mi ripeto, con la chiarezza che solo i Grandi sanno avere e dare, ci hai consegnato una pagina che non può non motivarci a riflessioni e sul significato del bellissimo sonetto che ci hai presentato, e sulle aspettative della vita in genere.

    Cos’è mai un poeta se non riesce a smuovere anche la terra più ostile per farci ,quantomeno, intravedere l’humus sotterraneo che la nutre?.

    Grazie, dunque, per questa Bonaccia. Assieme a te e aDylan Thomas mi sono trovata coinvolta in un naufragio dell’anima per poi riemergere dai flutti e guagnare la riva, con fatica,sì, ma con più consapevolezza.

    un grande abbraccio di cuore per te e per francesco, regista impareggiabile di questa sua Dimora.

    jolanda

  3. Non ricordavo questa splendida poesia di Dylan Thomas. Ottima inquadratura critica. “Cavalcare con te fra gli annegati”, Bonaccia pericolosa, come sempre lo è la poesia. Non lo diceva Dieter Schlesak nel titolo del suo libro: “Poesia, malattia pericolosa”?
    Un abbraccio ad Antonio e Francesco.
    Marco

    1. Marco, ci sono molte tracce “dylaniate” anche nei testi di L.P.
      Se il timer non è impazzito, come tutto il resto, il post, con annesso “quaderno”, dovrebbe uscire domani mattina.

      Ciao, buona serata.

      fm

  4. Si può leggere la poesia pensando a se stessi (sono tanti a farlo e si appagano, tranne il poeta che non richiede e addirittura non tollera questa fruizione solitaria e in qualche modo apodittica) e si può leggere la poesia pensando al momento storico, alla complessità psico-culturale, alla corposità formale-tematica-biografica del poeta (timido o sfrontato sarà un conduttore televisivo semmai), cioè di quell’individuo che si è preso la briga e l’onere di “dire qualcosa” di nuovo, di strano, di diverso, di illuminante. Poveri i poeti che incontrano critici intimisti e popolareschi…

    E, d’altra parte, cos’è questa fastidiosa supponenza che i poeti snobisticamente ostentano quando occultano le fonti della loro ispirazione e, parimenti, propagandano il loro scrivere come una necessità assoluta che dovrebbe riguardare l’umanità intera nel tempo e nello spazio? Sarà una questione d’improntitudine, di mal riposto orgoglio o, come si è detto, di intolleranza. In altre parole, il poeta ci scarica addosso (come letame o seme) le sue insofferenze, le sue molestie, le idiosincrasie, le invettive e le esternazioni visionarie e noi lettori, fedeli come lacchè, dovremmo sorbircele perché sottomessi, perché non riusciamo anche noi a scrivere o non conosciamo il percorso estetico di lor signori poeti? A noialtri lettori, sia chiaro, non è dato di sapere e approfondire (questo tocca ai critici, tutt’al più): noi leggiamo una poesia, seguiamo un poeta semplicemente perché quella poesia ci è piaciuta e quel poeta ci intriga, basta, non c’è altro. Che senso ha spulciare negli anfratti della vita di un poeta? Magari cavarne pettegolezzi e leggende? Se quel tal poeta si ubriacava o si drogava, se la moglie si prostituiva o il figlio era autistico, se era stato picchiato dal padre o sedotto dalla balia, mandato in riformatorio oppure ospite assiduo delle galere – che ce ne viene a noi lettori? Questa sorta di curriculum riguarda la vita privata di ognuno di noi e quindi anche di un poeta, riguarda il temperamento, il carattere, l’indole di ognuno di noi e quindi anche di un poeta: sicché, di questo passo, saremmo tutti poeti?

    C’è del vero e del sacrosanto nelle suddette argomentazioni retoriche (surrettizie, ovviamente), ma ci si dimentica che la poesia non cerca mai il “vero” e il “sacrosanto” (forse non lo cercava neppure Clemente Rebora): la poesia ci pone davanti agli occhi situazioni, circostanze, immagini: restiamo stupiti da un verso di Tagore (noi che spiritualisti non siamo) come da un verso di Yeats (noi che cupi non vogliamo essere), ricordiamo con tenerezza Angiolo Silvio Novaro come, con prudenza, Rainer Maria Rilke. Eppure quando ci imbattiamo in voci che scuotono i nostri cardini d’appoggio (sicurezza, autostima, serenità) ci sentiamo percorsi da sgomento e inquietudine: ci sono poeti che sembrano “fatti apposta” per sconcertarci… e allora perché li leggiamo? Perché leggiamo Rimbaud che sembrava si compiacesse quando lo definivano “maudit”? Perché ci inerpichiamo nelle volute di senso di Apollinaire o negli ultimatum morali di Eluard o nelle peripezie di Jack Kerouac? Certo, ci sono poeti più “tranquilli” come René Char o Quasimodo ma davvero ci benedicono? Davvero ci lasciano rapiti e basiti nelle loro sintassi contorte e inusuali?

    Maudit, wastrel, damned, angry… apposizioni, aggettivazioni, nick-name che si adattano per antonomasia alla letteratura inglese e americana: c’erano i poeti ubriaconi (Dylan Thomas e Malcolm Lowry), i poeti ossessionati dalla politica (Auden e Spender), i poeti dell’oggettivismo e del distacco e quelli dell’interiorità e del fideismo (T.S. Eliot, Pound), i poeti dell’ideologia e della fine della speranza (Brecht e Blas de Otero, Machado e Neruda), quelli che non credevano nel pessimismo (John Osborne e Alan Sillitoe) e quelli che non credevano nell’ottimismo (Harold Pinter e Edward Bond). Per tutti una florida critica di appendice ha coniato, per brevità, i termini “maledetto” o “esagerato” ma, parecchi secoli or sono, Terenzio aveva già definito l’heautontimorumenos (ripreso persino da Gozzano, che non era maledetto ma solo malvisto).

    Una maledizione o un’esagerazione che i poeti si trascinavano addosso, dentro, e per la quale non nutrivano nessun tipo di lusinga o attrazione per quanto andavano scrivendo se non per l’intolleranza dovuta ad una fruizione schematica e codina dei loro testi, delle loro poesie. I poeti inglesi, poi, degli anni ’30 e ’40 vivevano sulla loro pelle (corporea, esistenziale, epocale, storica) la decadenza del loro impero, lo smarrimento esistenziale di desideri e progetti, un’infausta vocazione all’insoddisfazione come la premonizione di una sconfitta senz’appello eppure, tra anarchia e tracollo, non smettevano di costruire e riedificare – loro che dissipavano se stessi negli eccessi – l’esile ma essenziale architettura di una riconversione degli animi. I poeti continuano a dissiparsi ancora oggi, per altre vie, altri modi, altre ricerche.

    Un’aderenza più coraggiosa alla letteratura, al di là dei suoi “miti” e “riti”, ristabilisce chiarezza e veridicità: la verosimiglianza non è necessaria. Anche Malcolm Lowry (anch’egli esagerato alcolista, morto per sincope nel ’57) ha parlato di una nave pericolante:

    “. . .
    Forse questa carretta rotola verso un domani
    Che incombe, sull’oceano, meno di quanto,
    sui marinai, il rancore. È, quella stella, sola,
    una stella d’amore? L’eterno è questa nave?
    E dove andiamo? Che la vita ci salvi!”.

    Per Dylan Thomas, come per altri poeti della sua generazione, sciagurati come lui, la visione di un disastro tendeva a un che di positivo, di positivo e difficile da captare, forse ad una brama di vivere (“Lust For Living”).

    Antonio

    [E ci risiamo con una risposta pedante…]

  5. Non potevi scrivere una chiosa più bella e appropriata alla riflessione che ci hai proposto nell’articolo.

    Merci mon ami, mon semblable, mon frère.

    fm

  6. Felicemente senza fiato, commossa quanto basta per non essere mielata, spero in altre pagine come questa, la precedente dedicata a Fortini, che possano essere accolte in un quaderno per le future generazioni, ma anche per quelle attuali, desiderose di sapere, sapienza e umanità.

    Ad Antonio e Francesco, miei Giganti nel cuore.

    jolanda

  7. Uno dei più grandi estimatori di Dylan Thomas è Bob Dylan tanto che ne ha accolto anche il nome. Entrambi sono artisti “esagerati”; entrambi segnano un’epoca con un linguaggio sonoro modernissimo ma che riecheggia anche antica sapienza: quella biblica, per esempio. Entrambi sono critici e ribelli nei confronti del loro tempo. Entrambi delineano immagini con fermezza e nitore perchè siano metafore del nuovo. Entrambi mostrano sogni e visioni senza rinnegare la vita, anzi erigendo balaustre alla speranza e sollevando lembi di futuro.
    Roberto Sanesi, curatore di una bella traduzione delle poesie di Dylan Thomas, per la collana LA FENICE, diretta da Attilio Bertolucci, scrive nell’introduzione: “…una voce nuova, selvaggia e purissima. …che ha prodotto la musica più individuale del nostro tempo”.

    Rosaria Di Donato

    Dylan Thomas, “Poesie”, trad. it. Roberto Sanesi (a c. di), Parma 1962.

  8. L’alternativismo (se se così si può dire) degli artisti in genere, ed in particolare dei poeti è spesso un cliché dell’essere poeti o artisti piuttosto che una caratteristica precipua, peculiare di quella determinata persona oggetto della discussione. Un po’ come quando qualcuno muore era una brava persona, solare, amica fidata, così un artista è – quasi per atonomasia e spesso senza che egli lo sappia o ne sia a conoscenza – una persona alternativa. Alternativa alle persone comuni, che si distinguono per le caratteristiche simili che condividono. Quindi una persona “diversa”. Quindi ci sono artisti esagerati, scorbutici etc. Ma rispetto a chi? La domanda è buona e serve a far luce sulle ombre di “alternativismo” che certi artisti lasciano che gli si appiccichi addosso perchè è glamour, fa fico. Fa artista, appunto.
    Per Dylan Thomas tutto questo non può valere, per svariate ragioni. Perchè è un uomo nato con la prima guerra mondiale e morto con la fine della seconda; a quei tempi non c’era tempo per fare gli alternativi. C’era però sicuramente l’esigenza di essere diversi in coloro che ne avevano la sensibilità. DT era esagerato, ed anche scorbutico. Prima di tutto nei confronti di se stesso. Puritano ma non ortodosso, rubò le sue migliori ispirazioni (o aspirazioni?) al sacro tra una bottiglia di whisky e uno schiaffo alla moglie gelosa delle sue avventure extra matrimoniali. Ha scritto i suoi migliori pezzi immerso nel bel mezzo della natura del Galles metre i figli quasi morivano di polmonite, vivendo in una barca sgarrupata. DT è stato il contrappasso dantesco di se stesso e, successivamente, di tutta l’umanità, enorme ammasso di carne incelofanata nel suo paradosso. Un Dio di ossa e sague sceso non sulla terra, dove per sua sventura era già nato, ma nelle stesse ossa e sangue di cui era fatto, per poi risalire spiegando a tutti ciò di cui tutti erano (siamo) fatti.
    Una persona straordinaria con una “tecnica” poetica che, a modo suo, ha rivoluzionato i tempi morti da mezzo secolo a quella parte.

    “Una mia poesia abbisogna di una schiera di immagini perchè il suo fulcro è una schiera di immagini. Io creo una immagine – sebbene “creo” non sia la parola giusta; lascio piuttosto che una immagine “si crei” emotivamente dentro di me e poi applico ad essa quel tanto di potere critico e intellettuale di cui sono dotato; lascio che dia vita a un’altra immagine contraddittoria e che questa contraddica la prima; faccio, della terza immagine nata dalla congiunzione delle altre due, una quarta immagine contraddittoria e lascio che tutte cozzino insieme entro i limiti formali che mi sono imposto. Ciascuna immagine contiene in sé il germe della propria distruzione, e il mio metodo dialettico, così come lo intendo io, è un costante insorgere e spezzarsi delle immagini che emergono dal germe centrale, che allo stesso tempo è distruttivo e costruttivo”
    (H. Treece, Dylan Thomas: Dog among the Fairies, Benn, London, 1949)

    Questo è il modo in cui DT arrivava a scrivere le sue poesie. E quello in cui viveva.

    Prima che io bussassi

    Prima che io bussassi ed entrasse la carne,
    Con liquide nocche battute sul ventre,
    Io che ero informe come l’acqua
    Che formava il Giordano vicino alla mia casa
    ero fratello della figlia di Mnetha
    e sorella del verme generante.

    Io ch’ero sordo a primavera e estate,
    che non sapevo il nome della luna e del sole,
    Sentivo il tonfo sotto l’armatura
    Della mia carne, forma ancora fusa,
    Le stelle plumbee, il maglio piovoso
    che mio padre sferrava dalla cupola.

    Conobbi il messaggio dell’inverno,
    le frecce della grandine, la neve infantile,
    e il vento corteggiava mia sorella;
    il vento balzò in me, la rugiada infernale;
    le mie vene fluivano con il clima d’oriente;
    non generato conobbi il giorno e la notte.

    Ancora ingenerato, subii il martirio;
    il cavalletto dei sogni le mie ossa liliali
    attorcigliò in un vivo monogramma,
    la carne fu tagliata incrociare le linee
    di croci del patibolo sul fegato
    e le spine dei rovi nel cervello grondante,

    La mia gola ebbe sete prima della struttura
    di pelle e di vene intorno al pozzo
    dove parole e acqua formano una mistura
    che non fallisce finchè scorre il sangue;
    il mio cuore conobbe l’amore, il mio ventre la fame;
    sentii l’odore del verme nelle feci.

    E il tempo sospinse alla deriva
    o in fondo ai mari la mia creatura mortale
    avvisata della salata avventura
    di maree che mai toccano le rive.
    Io che ero ricco fui reso più ricco
    sorseggiando alla vite dei giorni.

    Nato di carne e spirito, non ero
    né spirito né uomo, ma un fantasma mortale.
    E fui abbattuto dalla piuma della morte.
    Io fui mortale fino all’ultimo
    lungo sospiro che recò a mio padre
    il messaggio del suo morente cristo.

    O voi che v’inchinate alla croce e all’altare,
    abbiate memoria di me e pietà di Colui
    che usò per armatura la mia carne e le ossa
    e usò doppiezza al grembo di mia madre.

    Sognai la mia genesi sarebbe un altro esempio, ma potrei passare tutta la notte a riportare nel commento l’intera raccolta tradotta da Ariodante Marianni.

    Bellissimo post su DT, grande poeta.
    Luigi

  9. @ Francesco

    Francesco, pas de quoi… si fa quel che si deve, amico mio.

    A Jolanda, a Marco, a Rosaria, a Luigi e a quelli che ameranno Dylan Thomas una condivisibile speranza di buona “navigazione”, che dev’essere per forza senza fine.

  10. A volte, di notte, all’improvviso

    io sono

    una ferita

    Di solito fuggo

    temo

    forse

    ne esca

    tutto il mio sangue

    Una volta sono stato

    suo compagno

    carezzandola

    Ora OutofSilence dice:

    per non morirne

    e sconosciuti per di più

    guarda

    bene

    fai la pace

    prima di fuggire.

    Bali, gennaio ’10

    …spero, all’altezza del dibattito critico in corso
    ciao

  11. Si sta veramente bene qui da voi.
    Tutto bello quello che ho finora letto, Il testo di questa pagina lo trovo straordinario.
    Non prendo parte al dibattito ma partecipo con grande interesse.
    grazie.

  12. Grazie a te, Cristina.

    Alcune “presenze” si avvertono, sempre e comunque, anche se non lasciano tracce scritte.

    Sono felice di averti tra i lettori del blog.

    fm

  13. a dylan th.

    Per favorire una qualsiasi metonimia
    tutte le figure mi sono letali amiche,
    ma quell’immagine intricata di Thomas
    le carte della Poesia ha un po’ sconvolto!

    Quanto tempo per ricucirmi le toppe arlecchine
    e il kaos benefico del gallese! Che dalla gola tracima
    visioni, alcools e parole e la lingua ha tradotto
    su ragnatele più cariate di un coma vegetale.

    Se ne andava goffo deambulando la mal’anima,
    come se il corpo una zavorra di terrori si portasse
    dietro ratti, ischemie e pallori rossogonfi – per celebrare
    sulle strade il suo etilico… precario guazzabuglio!

    Le farfalle-colombine del suo oceano seguivano una rotta
    lenta su questa maldestra zattera, e una sessa o un albero
    maestro scambiavano per tempesta vera… ma lui è tutto
    birrosa spuma… ventre di gonfie vele… ebbrezza malandrina!

    antonio sagredo

    Vermicino, 15 settembre 2008

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