Quaderni di Rebstein (XV)


Quaderni di RebStein
XV. Gennaio 2010


Lorenzo PITTALUGA

 

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Lorenzo Pittaluga – L’enigma della voce, I, 1992-1994
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9 pensieri riguardo “Quaderni di Rebstein (XV)”

  1. “dove batte un nome”. per tempo ritrovato, o trovato appena come fosse una piccola sovversione all’oblio impossibile delle cose stesse, un libro da viaggio e da ritorno, una sospensione in e es. punto cardinale, cuore. grazie francesco, grazie marco. g

  2. Grazie a te, Giampaolo. Un “libro da viaggio e da ritorno” è una bella definizione per la poesia di Lorenzo, che è molto più varia, molteplice, amorosa, ricca, e piena di utopie e speranza di quanto non lo fosse stato in vita l’autore stesso, segnato dalla sofferenza. A volte sono le parole che diventano il grande sollievo, la grande maschera. Che vivono per noi, al nostro posto.
    Marco

  3. Quando l’io si spezza in mille schegge di dolore e le istanze dell’es lo annientano e lo spingono verso una lacerazione che sembra improbabile anche a un rattoppo, per fortuna, a volte, interviene la poesia, una poesia che era già dentro e che ha trovato i canali giusti per esprimersi.
    Lorenzo ne ha fatto la sua compagna più cara; a nulla serve chiedersi i molti perchè che l’hanno interrotta perchè, in effetti, non è stata mai interrotta se ora vive attraverso le pagine di questo nuovo quaderno che custodirò con molta cura.

    grazie Marco, grazie Francesco

    jolanda

  4. Grazie, Jolanda. E’ superfluo aggiungere che nessuna poesia importante si interrompe, nel corso del tempo, perché sono i suoi lettori a crearla ogni volta e a custodirla con la cura necessaria. L’atto della lettura non renderà mai vera una poesia che non lo è, ma di certo renderà giustizia a quelle parole che restano fra di noi. Chi ha amato Paul Celam, come è accaduto a me, continua ad amarlo, anche molti anni dopo averlo scoperto, ma in modo diverso, con delle “varianti” di lettura che ci restituiscono altre facce dell’autore. Quello che accade con i veri classici, da Loepardi a Yeats, può e e deve accadere anche con i classici della poesia contemporanea. Fino ad arrivare alle ultimissime generazioni, se lo sguardo critico è in grado di reggere e comprendere le differenze, al di là delle ridicole agiografie. Un caso del genere è quelo di Cristina Annino, la cui voce sulfurea e spiazzante è oggi molto chiara, anche perché è stata chiarificata da alcuni volumi recenti. In assenza dei quali non sarebbe stato facile capire il suo percorso. I libri di poesia contemporanea diventano troppo spesso dei pezzi unici per collezionisti della loro privata ossessione, talismani privi di un dio.
    Marco

  5. Lorenzo Pittaluga, Anna Cascella Luciani, Cristina Annino (soprattutto nelle sue prime prove), Calogero, Adriano Spatola, sicuramente altre voci che in questo momento mi sfuggono… rappresentano ciò che dico da tempo, che la storia della poesia italiana va riscritta, che si allargano sempre di più le falle in quanto è stato scritto dagli anni 70 in poi in sede critica. C’è un salto generazionale di attenzione verso certe voci che ha dell’incredibile. Oggi i trentenni, che spesso non sanno neppure di cosa stiamo parlando (non tutti, è ovvio) hanno le unghie affilate, coltivano gli orti presso editori che per lo più sono semplici “stampatori”, mentre le grandi e classiche case editrici vanno di conserva, da tempo non osano più, la poesia è per loro fuori commercio. Nemmeno i poeti acquistano i libri di poesia, si aspettano di riceverli in regalo. Se così non fosse ogni libretto pubblicato, vista la quantità di “poeti” presenti nel nostro paese, sarebbe un best-seller! Per forza diventiamo collezionisti di certe opere, caro Marco, certi libretti usciti alla macchia in poche copie ce li teniamo ben stretti, li teniamo distanti dalle tarme, realmente e metaforicamente. Anche Celan, quanto credi che sia venduto e letto? Vorrei vedere i tabulati dell’Einaudi e della Mondadori! E questo vale per Stevens, per Laughlin, e chissà per quanti altri… Di nomi ce ne sarebbero da fare, nel bene e nel male, io non avrei certo timore di farli… alla mia età, e con il mio “piccolo passato” di poeta, pensate che abbia dei problemi? Nel mio primo libriccino, uscito nell’era preistorica, c’era una prefazione in versi di Franco Cavallo (altro poeta e “produttore” di poesia e riviste grandissimo che bisogna assolutamente recuperare) in cui se sparava a zero sull’establishment poetico di quel periodo: lui mi avvisò, guarda che se lo pubblichiamo ti chiuderai molte porte… Ebbene, fu pubblicato, si chiusero molte porte, ma se ne aprirono altre. Che mi fecero conoscere quanto oggi sembra perduto.
    Saluti cari…
    elio

  6. Hai perfettamente ragione, Elio, e la storia dell’ultima poesia italiana andrebbe riscritta. Ciò che manca non sono i poeti, neppure giovanissimi – Cattaneo e Pittaluga sono due pur tragici esempi di questo -: mancano i critici, docili a un’idea dominante che ripete da decenni solo cinque o sei nomi (alcuni di quei nomi, in quanto eretici, si sono autoeliminati; altri, in quanto manieristi, si sono aggiunti.) La mancanza di serietà e di forza di questa critica (con tre o quattro luminose eccezioni) ha permesso alla poesia epigonica e superflua di veleggiare indisturbata. La dimora e Blanc de ta nuque, con l’attenzione a poeti realmente importanti, sono forse i due luoghi migliori in cui poter recuperare un senso vero della poesia italiana, lontani sia dalla noia di uno sperimentalismo senza vita che dalla banalità di un io lirico-biografico che non ha nulla da dire. Dovessi avere voglia di scrivere ancora di poeti, andrei a rendere visita a Marotta e Guglielmin.
    Un abbraccio, Marco

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