Seconda persona singolare

Stefania Crozzoletti

pensami albero piegato
con poco vento

le foglie che cadranno
sulla tua esile figura

ti faranno da scudo –
esorcismi
contro le tempeste

Poesie inedite (2009)

 

guarda le sagome delle nostre incapacità, la mia faccia
che vorrei spigolosa, su una carcassa di filo spinato
mi raggiungi appagato, ti fermi e chiedi di essere tenuto

io non so come stare, con questa morbida dote

nel millenovecentonovantacinque ci siamo mondati le anime
tu scansavi il tuo buio, io spalancavo le porte a inventate croci
uno sull’altra ad annullarci, Hansel e Gretel nella casa elettrica
                                                                        di marzapane

vicini di casa, destini diversi

il tuo dimora nel grande cuore, nelle immense rosse radici
il mio nello scorrere e sbandare senza volere
nelle parole che descrivono distanze, appese nell’armadio

che si apre quando non ci sei, o dormi

 

*

 

Policlinico

Il policlinico alle otto di mattina
ha occhi smarriti e gambe malferme

I dolori sotto spirito sono grumi di anime
aggrappate con le unghie alla terra

Cammino attraverso
(un’ora sola mi vorrei) quieta
a due metri di distanza dal caldo
e dal troppo freddo
dai palazzi di un quartiere piantato
ai margini di una città bulimica
ostaggio di terreni edificabili

Il medico mi dice che sono peggiorata
non è grave
sono in perfetta sintonia con il pianeta

Sotto le nuvole scure e grasse
non sono più estranea

 

*

 

I’ve been looking so long at these pictures of you
That I almost believe that they’re real
I’ve been living so long with my pictures of you
That I almost believe that the pictures are all I can feel

(The Cure, Pictures of you)

Seconda Persona Singolare

Segui l’immagine di te che attraversi
paesaggi
          idee – macchine
                       pezzi – persone
di questo cadente reale

Avanzi avvolta da nebulose e bolle
di vuoto come pornografiche vetrine
[o è acqua così trasparente da sembrare
                                                            niente]
Sordo questo avanzare, non è rumore
e sorda e muta sei tu che non apri il corpo
non conosci i passi
          non sai ballare

Fosse un pianeta di silenzio, questo,
riusciresti ad emettere suoni primordiali
segnali di comprensione
                   sapresti riciclare meglio
                               ingannandola per poco
                   la confusione che torna
sempre torna

 

*

 

Ci prova ad attaccarsi
come la morte
questa bugiarda
santità senza cuore

[mi difendo]
sputo dalla terrazza
del mondo su preghiere
tossiche

[cattiva ragazza]
accompagno teste
a sbattere contro i muri
parole ad ogni costo
e facce esibite sempre

[anch’io.senza cuore]
rido degli altri
piango per me stessa
poi
il contrario

 

*

 

a Bianca

Sei stata il mio assenso ai giorni imperfetti
(scuoti la testa – sono poesie tristi)

*

credi non è (non è questa) ferita di madre
ma scoppio muto di incerte mancanze
cielo disegnato da una antica promessa
ora pallida ombra – erosa
dai continui assalti – la forza che viene meno
il magro raccolto – i falsi volti

*

eppure c’è stato un tempo buono
con domande e risposte
indifferente al mondo più grande
ricordavo sussurri e canti – costruivo

*

ora mi raggiungi – mi superi

pensami albero piegato con poco vento
le foglie che cadranno sulla tua esile figura
ti faranno da scudo – esorcismi contro le tempeste

 

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Immagine: Elio Copetti, Mela, 2009.
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***

 

Da: Prima vita (2009)

 

Prima vita (Fara, 2009) è titolo complessivo ed incipit, e sorprende: non va infatti intesa in quanto primizia, vita come prima scelta, bensì quale conseguenza della resa alla vita ordinaria, ad essere parte, come bene scrive Francesco Tomada in prefazione, “di una struttura sociale molto più grande di lei”, sotto il segno dell’integrazione. Eppure, sottotraccia, brulica la spinta a deviare, almeno a livello interiore e ad elaborare strategie di sopravvivenza, usando la leva dell’ironia e dell’autoironia. L’originalità si gioca nell’attrito tra i due livelli e nella capacità di farci sentire che il gioco che ne deriva è lasco, oscillazione in cui stare. La poesia che scrive la Crozzoletti occupa questo spazio, tra ciò che lei è per necessità (madre, moglie, lavoratrice) e ciò che avrebbe potuto essere (punk, ladra, intellettuale). Nessuna delle due dimensione è praticabile senza dolore; per fortuna che nel loro punto di contatto si apre appunto una crepa, un lasco – come nei pedali delle vecchie biciclette – dove il tempo smette di avanzare e tutto può essere ripensato, detto come se fosse per la prima volta. La prima vita è la poesia nata sotto il peso della solita vita e della vita non praticata, è la poesia in quanto pratica insolita dello slancio vitale.
(Stefano Guglielmin)

 

PRIMA VITA

D’accordo mi arrendo:
accetto di vivere
la prima esistenza che viene

proseguo stonata
con l’inutile forza che mi contraddistingue
gratto i muri tanto per fare

meglio che essere
assolutamente contemplativa

guardo le stelle

e non trovo significati
guai ad essere beatamente infelici

 

TRE VITE

Ho avuto tre vite
Una di beata
inconsapevole essenza
slegata dal resto
appartenente a tutto
La stessa vita che ora
vedo nei passi di danza
di mia figlia

Poi una vita
con dolori che smembrano
il cuore
La durezza del mondo
lo stridore dei passi
voler diventare
voler rimanere
Vietato esistere
per il gusto
E le ansie vomitate
addosso ad amici
di buona volontà
con l’ottimo supporto
di cure artificiali

L’ultimo pezzo di strada
lo percorro cercando
una casa
tra corse, soste e bestemmie
Cinque marce
eternamente in anticipo
Uniche soste previste
per infarti o tumori

La casa è sempre
un isolato più avanti
o si trova in una via
già percorsa

 

A TU PER TU CON LA POESIA

Allora, anima bella,
giochiamo con le parole
o con i significati?
Uniamo
ondeggianti vorticose
frasi sensuali
spremiamo il verbo
ricamiamo i pronomi
o seguiamo il sentiero in pianura
consegnando al pensiero il suo
ruolo filosofo?
Troviamo un nome
o sondiamo l’essenza?

Mettiamo tutto nel
corpo frullatore
troviamo l’interruttore nella
testa
mescoliamo frasi anima ironia
dolore rabbia comprensione
e dal vulcano facciamo uscire
una piccola perla
che ci faccia sentire
immeritatamente speciali

 

(NON SONO UN) POETA

Se volgo lo sguardo al cielo
non vedo soffici cuscini
dove gli Dei posano
mollemente il capo

Vedo nuvole

Non vergo sonetti
non torturo le rime
il nuovo verso inizia
se lo decreta il respiro

Seguo il ritmo
dello stomaco
non sono intrattabile
ossuta canuta dannata
non declamo versi
al calar del sole

La mia biblioteca
una parata di colori
orizzontali verticali diagonali,
dimensioni, buoni consigli
criteri certamente
poco letterari

Non sono un poeta
mi limito a spazzare
di tanto in tanto l’anima
occupo uno spazio ridotto
poco più di vaso di fiori
poco meno di un cassonetto

 

FEMMINILE TOMBALE

Dovrei essere tutto
invece non so che essere
una cosa alla volta
La capacità di sovrapporre i ruoli
propria del mondo femminile
in me diventa
calca di apparenti strati leggeri
ammasso di pietre
praticamente una tomba

 

ROCAMBOLESCA FUGA

Il mio cuore codardo non scapperà
saltando dalla finestra
ma scaverà col cucchiaio la galleria
portandosi appresso tutto
l’utile amore
la sterile rabbia
l’eccessiva disistima
e il fardello sarà così ingombrante
che sarà subito intercettato

fermato al primo
posto di blocco

 

***

34 pensieri su “Seconda persona singolare”

  1. In questo post trovo un bellissimo disegno di Elio Copetti abbinato alla poesia di Stefania, che per me – lo dico spassionatamente – rappresenta una delle più belle esperienze e letture poetiche tra le contemporanee.
    stima ed affetto infiniti. un abbraccio.

  2. Come ho avuto modo di dire in altro luogo, la poesia di Stefania mi mette in difficoltà. La leggo e non la apprezzo, tranne che per alcuni slanci ben riusciti. La rifiuto conscinconsciamente. C’è troppa realtà nei suoi versi, troppa rassegnazione senza speranza. La possibilità è stata sostituita dall’ironia che Stefania fa su se stessa e sui suoi moti di ribellione. Un’autoironia che taglia le gambe a qualsiasi fuga. Mi sembra ovvio che il mio non è un giudizio sullo stile o un appunto oggettivo (non ne sarei all’altezza). La mia è solo una opinione che deriva dal mio modo di vivere la poesia, quando la leggo così come quando la scrivo, che credo stia agli antipodi rispetto al modo di vivere la poesia che ha Stefania.

    Però, e mi ripeto, leggo Tre vite o Rocambolesca fuga ed inizio a pensare se la mia non sia codardia.

    Luigi

  3. i bimbi stanno facendo un gran chiasso, quello del venerdì sera, e ho sonno arretrato e non vedo l’ora di andare a letto, e mia moglie mi interrompe, a buon diritto, con aneddoti gustosi della sua giornata, eppure questa lettura mi aggancia allo schermo

    solo una “critica” alla Crozzoletti: ma perché dobbiamo sempre pensare che la poesia è quell’ameba là, con la testa fra le nuvole e gli sguardi languenti dei simposi accademici, e non invece questa che leggo? Io su questo tema non sono più accondiscendente a fare ironia o autoironia: poesia non è quella. E’ questa che ho appena letto. Prima di guadagnare il letto… Oggi è stata una giornata fortunata!

  4. penso che attraversare corsie di ospedali riuscendo ancora a cantare, rovistare nel fondo delle relazioni, compresa quella con se stessi, e trovare passaggi da percorrere, da praticare nonostante tutto, nonostante il male,l’indifferenza, la realtà della crudezza di questo e di ogni altro tempo,ante-cedente al nostro delle piccole o grandi barbarie, sia un atto di generosità che solo nella nazione di poesia (non nozione) si può trovare, come un farmaco-veleno, tratto di un fitto-ne(l) buio della vita, che ancora ci salva. Grazie,ferni

  5. Ho letto Prima vita e mi è piaciuto, per l’ironia e la leggerezza pensosa, per quel qualcosa che nella poesia di Stefania mi corrisponde, quasi una sorellanza nell’essere in un tempo condiviso “accetto di vivere/ la prima esistenza che viene” e
    ancora “e non trovo significati/guai ad essere beatamente infelici”

    E ritrovo in questi inediti lo sguardo limpido del fanciullino che credo Stefania porti in sè, prezioso – seppur con il disincanto dell’età adulta, dei fatti della vita che nella sua poesia indaga con cuore e intelligenza.

    E brava, Stefania della “poesia onesta” (lei lo sa:) un abbraccio
    liliana

  6. Ottima poesia. Violenta, dura, talvolta spietata.
    Non conoscevo Stefania e allora, ancora una volta, grazie a lei e Francesco.
    Marco

  7. Ti ringrazio di cuore, Francesco, per l’ospitalità e l’attenzione. Sono davvero onorata di trovarmi in questa Dimora a cui sono molto legata. E’ un posto speciale, questo.

    Ringrazio tutti coloro che sono passati, che si sono soffermati.

    @ Gianni: grazie, sai quanto apprezzi la tua scrittura… sono contenta per il tuo libro, manca poco mi pare…

    @ Alessandra: stima e affetto sono ricambiati, alla grande!

    @ Natàlia: bravissima, generosa, instancabile, riesci a contagiarmi con il tuo entusiasmo (compito non facile…). Sei preziosa.

    @ Luigi B.: le tue osservazioni mi hanno fatto pensare. Mi sono chiesta come mi comporto io di fronte ad una poesia che non “sento” vicina, anzi diametralmente opposta. Capita di non trovarsi a proprio agio di fronte a poetiche diverse da quelle che ci coinvolgono immediatamente. A me è successo, a tutti penso. Quando mi è capitato, ho buttato la mia chiave, ne ho provate altre. Con difficoltà, mi sono avvicinata a testi che non riuscivo all’inizio ad apprezzare. Testi che mi hanno chiesto tanto, ma che alla fine mi hanno dato di più. Una grande soddisfazione.
    Per altri invece non c’è stato niente da fare, qualche volta per i miei limiti (non ho molte chiavi nel mazzo), altre – penso – perché si è diversi e basta.
    Ho letto alcune tue poesie su Poetarum Silva: probabilmente sì, il tuo modo di vivere la poesia è differente dal mio. Per me questa è una ricchezza. Un tuo testo l’ho apprezzato in modo particolare, spero non ti dispiaccia :-)
    Poi, sai, io rifiuto la guerra, la violenza, il razzismo… la poesia no, non la rifiuto, anche se “diversa”. Al massimo la sento irrimediabilmente distante.
    grazie per la lettura… e per il “però”.

    @ Mario: “ma perché dobbiamo pensare che la poesia è quell’ameba là, con la testa fra le nuvole e gli sguardi languenti dei simposi accademici, e non invece questa che leggo?”. Messaggio ricevuto. Fortunata io per queste tue parole.

    @ Morfy: grazie (mi sa che siamo vicine di casa, noi due)

    @ Ferni: grazie, con tutta la stima e l’affetto.

    @ Liliana: sorellanza, sì. Sai quanto ami la tua poesia, le tue parole mi fanno un grandissimo piacere.

    @ Marco: grazie di cuore per le parole di apprezzamento.

    Un caro saluto a tutti
    stefania

    1. Ciao Stefania,
      grazie per la risposta e per il tuo apprezzamento – non vedo perché dovrebbe dispiacermi!

      Credo di essermi espresso decisamente male affermando di non apprezzare la tua poesia. In effetti, rileggendomi suona davvero male e ti chiedo scusa se sono risultato offensivo senza intenzione. È che la tua poesia mi ha turbato parecchio. Come dicevo: c’è troppa realtà dentro e la cosa mi fa sentire “intrappolato” da ciò che cerco di fuggire continuamente, anche perchè l’ironia e l’umorismo non mi appartengono poi tanto. Quindi mi ritrovo senza strumenti di fronte ad un dato di fatto concreto: insostenibile. Però, e ci tengo che questo sia chiaro, tutto questo succede perché, come dici tu, è a me che manca la chiave. Il mio non voleva essere un giudizio sulla tua poesia o poetica, ma l’espressione di come io l’ho vissuta. È questa mia reazione alla tua poesia che mi spinge a pensare alla mia codardia. E per questo ti ringrazio.
      Luigi

  8. assolutamente d’accordo con mario bertasa: perché mai la poesia dovrebbe essere sempre qualcosa d’altro rispetto a quella che fa, per esempio, stefania? io ammiro di queste belle poesie la molta realtà, il molto umorismo, certi passaggi sapienti sui quali fuggevolmente la lettura si fa prosastica e dici: beh, forse qui si potrebbe cambiare qualcosa… ma immediatamente dopo, come se si fosse trattenuto il respiro, il ritmo, l’incontro tra i suoni, le parole, i significati torna a farsi poetico, addirittura lirico, e ti ritrovi appagato. ammiro la leggibilità e la trasparenza, lo spessore umano che vi è riversato senza aggressioni per il lettore. ecco un altro esempio di poesia che si sente sorella.
    grazie.

  9. Apprezzo molto la poesia di Stefania, proprio perchè è sincera, diretta. So che per qualcuno ciò potrebbe costituire un limite, ma al tempo stesso è la dimostrazione di una necessità che si fa parola senza, apparentemente, troppe mediazioni o costruzioni, ma con un grande coraggio.
    “L’autoironia che taglia le gambe a qualsiasi tentativo di fuga”, scriveva Luigi: mi sembra che nei nuovi testi che leggo questo aspetto sia meno marcato di prima, e che accanto all’espressività si sia consolidata una maggiore consapevolezza della forza delle parole.
    Stefania è un’autrice che dà già tanto, e potrà dare ancora di più, ne sono certo.
    Un caro saluto agli intervenuti, a Stefania e fm.

    Francesco t.

  10. Saluto e abbraccio Francesco, che conosce piuttosto bene il mio percorso, gli accidenti poetici e la mia tendenza (spesso eccessiva, Luigi ha ragione) ad usare l’ironia come uno scudo protettivo, una difesa. Quando ho riletto questi inediti, dopo un po’ che li avevo scritti, mi sono resa conto che l’ironia presente in alcuni testi di Prima Vita era venuta meno. Non so cosa significhi esattamente, so solo che mi sono sentita più esposta. Ma anche un poco più consapevole.

    Grazie infinite a lucypestifera e a Marco per la lettura e il commento.

    Un caro saluto a tutti, e ancora grazie a fm per avermi dato questa preziosa opportunità.

    stefania

  11. colpita dalla profonda sincerità-autenticità di questa poesia così nuda e disarmante. Sincerità espressa con la durezza ( e l’ironia) necessaria quando il “contenuto” è un vissuto emotivo come questo. “Una mise à nu” col ritmo dello stomaco, ma mai viscerale.
    Molto piaciute.
    Grazie a Francesco e a Stefano
    lucetta

  12. Grazie a tutti per i commenti.

    Trovo che gli inediti di Stefania abbiano “qualcosa” in più rispetto al libro d’esordio: in primis, un maggior controllo, anche formale, della materia e, sostanzialmente, una maggiore distanza rispetto al centro gravitazionale rappresentato da una matrice di chiara impronta autobiografica (inutile precisare che, nel mio vocabolario, l’aggettivo non ha nessuna connotazione “negativa”).

    Una “distanza” che è chiaro segno di “cammino”, di “apertura” e “relazione”: soprattutto, è “coscienza” che ogni apertura è frattura, scavo, oltranza nella faglia che si dischiude a ogni lacerazione del tessuto della pura rappresentazione, dell’ordine dato della visione.

    Credo che questa sia la strada, e che Stefania la stia percorrendo. Ed è una strada “sua”, che leggo tutta interna al suo sguardo e alla sua percezione del “fatto” poetico.

    :::

    Aggiungo una riflessione (la solita) di ordine generale, ma che nasce comunque dalla lettura dei commenti.

    Secondo me, bisogna smetterla, “assolutamente”, di avere “paura”: il lettore di muovere critiche ragionate ai testi che legge (io li pubblico, e ciò significa che, per ciò stesso, li ritengo interessanti; ma non significa affatto che il mio giudizio implicito sia la “verità” per tutti – anzi!); l’autore di sentirsi in qualche caso sminuito.

    Sono sempre convinto che un profluvio di commenti celebrativi (fondati molto spesso sul nulla) sia quanto di più deleterio possa accadere a un poeta, anche se può servire a rafforzare il suo amor proprio. Ma l’amor proprio non dà nessuna consapevolezza, soprattutto impedisce di percepire l’ostacolo che fa ombra alla perfetta ricezione, all’esterno e in se stessi, del timbro della propria voce.

    Il poeta, per “crescere”, ha bisogno di sollecitazioni critiche vere, serie. E come non è seria e vera la sua “paura” di essere criticato, allo stesso tempo non è seria e vera una critica che antepone al testo la “propria” idea di poesia. In ambedue i casi, la poesia e il testo sono (per loro stessa intrinseca natura e necessità) “altrove”.

    Un saluto a tutti.

    fm

    1. Mi sto chiedendo se, leggendo Stefania, io abbia anteposto al testo la mia idea di poesia – da cui la mia reazione “reattiva” ai suoi scritti. Qualcosa – lo dico davvero con sincerità – mi sfugge.
      Sarebbe importante per me, Francesco (e chiunque voglia contribuire, ovvio), se potessi aiutarmi a capire due cose:
      1. cosa intendi per “anteporre al testo la propria idea di poesia”;
      2. come credi vada affrontato un testo poetico (non necessariamente per una critica strutturata e formale).

      Riuscire a capire anche solo un poco di alcune di queste cose è per me prezioso: significherebbe riuscire a perdere il meno possibile di quanto si cerca di dirmi.
      Luigi

  13. Luigi, non era una critica rivolta a te in prima persona (anzi, ti ringrazio per aver espresso il tuo pensiero cercando di argomentare): stigmatizzavo, piuttosto, un malcostume sempre più diffuso nei blog, che mi sta procurando una nausea crescente verso la poesia in rete e tutto l’indotto, e che si può riassumere nella formuletta scema “mi piace/non mi piace, anche se/perché non è la mia poesia”. E mai uno/una che ci dica qual è la sua poesia, a quali requisiti dovrebbe rispondere la vera poesia, e, soprattutto, chi ha stabilito che quella, proprio quella, è la vera poesia.

    Mi sa tanto di dilettantismo da sottosviluppati (in)felici, di gente che, titoli e medaglie comprese, sta alla poesia come il primo totocutugno che passa sta alla musica dodecafonica.

    Un testo poetico, da solo, non dice niente, assolutamente niente, tranne la sensazione momentanea che suscita – ma quella, per quanto mi riguarda, può essere solo l’ante rem di un giudizio critico motivato, non sostituirvisi. Ecco perché, tranne poche eccezioni, e ben motivate, non pubblico mai la poesiola messa lì, tanto per fare il post e richiamare frotte di amici in estasi: è una pagliacciata, e basta.

    Voglio dire, molto semplicemente, che di fronte ai testi bisogna mettersi in ascolto, sentirne la risonanza profonda, lasciarli parlare, declinare le ragioni della loro necessità: e la loro necessità la si deduce, in buona parte, osservando il percorso stesso della scrittura, la capacità di chi scrive di saper dare quel corpo e quella forma al pensiero o alla rappresentazione che lo attraversa…

    Se, quando leggo un testo, mi metto a pensare a quello che per me dovrebbe essere (ecco l’anteporre di cui sopra), beh, qui potrei pubblicare solo me stesso. Nel testo si penetra: e se l’ascolto è dissonante, nel senso che al pensiero che guida la mano sul foglio non risponde, nel verso compiuto, nemmeno l’eco di quella intenzione, ebbene, quello è il momento esatto per iniziare ad esprimere un giudizio. Senza mai dimenticare che la nostra capacità di ascolto è soltanto una delle possibili ricezioni; che ciò che diciamo, nel bene e nel male, aggiunge solo una chiave – e spesso nemmeno adatta alla toppa -, al mazzo delle possibilità di significazione del testo.

    fm

  14. Grazie per le delucidazioni, Francesco.
    Mi sono sentito “chiamato in causa” però anche no. Nel senso che non ho inteso il tuo post come “richiamo” o “rimprovero” al mio, ma come uno stimolo ad una ulteriore riflessione da andare ad aggiungere alle altre che la poesia di Stefania ha generato. (Quando dico che mi ha turbato leggere i suoi versi, non sto facendo un’affermazione iperbolica). Tra l’altro, quando non so (o non sono sicuro di quello che so) chiedo, soprattutto quando mi trovo di fronte qualcuno che credo ne sappia molto più di me.
    Grazie mille! :)
    Luigi

  15. Il saperne “qualcosa in più” (che poi, sinceramente, non esiste) può solo riferirsi a un “fattore esperienziale” (anche e soprattutto in fatto di letture, se si vuole), ma poi – finita lì. Il vero “in più” nasce da una predisposizione all’apertura infinita, alla volontà di lasciarsi attraversare da tutto ciò che, in prima battuta, sembra non appartenerci. E’ quello il termine di confronto – non ne esistono altri.

    Ci sono interi universi scritturali da esplorare – un piacere che tanti *giovani* poeti si negano: fedeli alle quattro cianfrusaglie teoriche imparaticce sui testi che il *maestro* di turno (in genere un cattedratico) riteneva fondamentali per la loro scrittura.

    Come fai a individuarli?
    E’ la cosa più facile del mondo: fai un giro dei blog e blogghettini letterari e ne trovi a schiere, gli manca solo la divisa d’ordinanza: scrivono tutti le stesse cose (quelle che vuole la *gggente*) e nello stesso modo (tante sbiadite fotografie di un *reale* di cui, quando va bene, riescono appena a riprodurre la superficie omologata – linguaggio compreso).

    Se non ti va di perderci tempo (e fai bene), puoi incontrarli lo stesso: quando parlano di ciò che non condividono (secondo loro), ma che in effetti non capiscono, non ne hanno gli strumenti (secondo me), si riferiscono sempre agli *altri* – e senza mai fare un nome che sia uno.

    fm

    1. il maestro di banda del mio paese, Gazzaniga, il Mario Maffeis, grande musicista e schietto e appassionato promotore di cultura musicale e non solo, ogni tre per due faceva grandi sfuriate perché ai concerti che organizzava non vedeva mai comparire fra gli spettatori buona parte dei suonatori della banda: “Ma se non venite mai ad ascoltare gli altri, come fate ad andari in giro a dire di essere i primi della classe?” (lo dico anche perché la “banda” del mio paese, fucina di professionisti, vinse anni più tardi una discreta manciata di concorsi nazionali ed internazionali… Batti e ribatti, prima o poi il chiodo entra nella nostra dura corteccia cerebrale)

      alla tua lucida e dura analisi aggiungerei in ogni caso un fattore di merchandising: il mondo editoriale è troppo lusingato dalla prospettiva di costruirsi un pubblico attraverso le sottoscrizioni di quelle miriadi di poetinpectore disposti a versare oboli pur di vedersi ospitati in qualsiasi mercatino di alloro venduto a cassette in offerta 3×2.
      Il buon caporedattore de L’Eco di Bergamo, Gino Carrara, quando ci lavoravo, era famoso nel tagliare articoli per fare posto a elenchi di nominativi di partecipanti alla tal sagra, o alla tal manifestazione sportiva, o alla talaltra distribuzione di diplomi, “perché così si vanno a comprare il giornale”.
      Applicato il caso all’editoria di riviste poetiche, ciascuna col suo bravo blog che aiuta a creare ottime tappe intermedie del cursus honorum, se ne può trarre una bella allegoria.
      C’è chi ne elabora un sistema, perverso, e magari anche a partire da posizioni di ottimo e sagace critico di poesia (vuoi i nomi? ho avuto a che fare per via telefonica con gli allibratori di una grossa rivista poetica, e spero siano in buona fede quando ti propongono di crescere culturalmente leggendo i libri di pregio culturale che riceverai in omaggio all’atto della congrua iscrizione, o quando ti dicono che lo spirito della rivista è quello di un luogo di confronto aperto fra le varie migliaia di aderenti, perché un poeta non sopravvive nel suo piccolo guscio senza leggere quello che scrivono gli altri; la rivista è quella diretta da Elio Pecora, che come critico continuo a stimare, peraltro, e che sicuramente è lui pure in buona fede, nel selezionare ottimi testi di ottimi autori da mettere in cappello all’antologia delle migliaia di iscritti, sperando che subito dopo essersi riletti nel biancore delle pagine ben composte tipograficamente, vadano a leggere anche i maestri, così imparano come si fa poesia).
      Ma quando anch’io mi sento dire da uno stimatissimo libraio che sono un ottimo cliente, e solo perché compro quei libri che per me sono anche “oggetti di laboratorio”, devo davvero esserne lusingato? O forse compro solo perché scrivo? Potrei rifondare la mia poetica, iniziando a rispondere seriamente a quest’auto-domanda.

  16. Luigi, come ti ho già detto, le tue osservazioni – dopo l’iniziale “irrigidimento” (caratteraccio, dicono qui a casa) – mi hanno fatto molto pensare. Credo di aver compreso il “turbamento”, le tue motivazioni.

    Francesco, le tue parole hanno aggiunto altri elementi – preziosissimi – alle mie riflessioni. “Saper leggere” la poesia… non è compito facile! Vuoi per inesperienza, vuoi per inadeguatezza, mi ritrovo spesso con un (modestissimo) giudizio critico in testa, che non riesco ad esprimere. O, peggio ancora, esprimo con un mi piace/non mi piace.
    So di dover lavorare molto in questo senso, ne sento l’esigenza. E’ un’esigenza che va di pari passo con il mio “cammino”, con la mia scrittura. Sto imparando… ci provo, e questo luogo mi aiuta molto.

    un caro saluto
    stefania

  17. @ Stefania: mah, io credo che tutti, dopo aver letto una poesia, pensano come prima cosa “mi piace/non mi piace” (in varie sfumature, ma il concetto è quello). La differenza, se credo di aver capito quel che dice Francesco, sta tra chi si ferma al mi piace/non mi piace e chi invece riesce ad argomentare/si il suo mi piace/non mi piace.

    @ Francesco: purtroppo non tutti i maestri sono Sanguineti, che dice ai suoi allievi “andate e scrivete altro”. Come credo di aver già avuto modo di dire in altre occasioni, il mondo della “poesia edita” è una torre d’avorio. Non solo non si apre agli altri poeti, ma nemmeno ai lettori da cui pure si può prendere/ricevere tanto (a parte durante quella specie di celebrazioni d’alto rango spesso noiose ed autoreferenziali). Leggevo un articolo molto interessante su Nazione Indiana (se trovo il link lo posto) dove si parlava di mancanza di un progetto nella editoria della poesia italiana. Io credo che un progetto manchi alla poesia ed ai poeti italiani in sé. Non vedo scambio, non vedo permeabilità, non vedo intenzione di comunicazione. Sembra come se la poesia serva a conservare il prestigio di chi l’ha scritta, singolarmente, proteggendone l’incomunicabilità che diventa “superiorità”. Ma a cosa serve un poeta che non dice niente a nessuno? Io voglio una poesia che mi dica qualcosa, non un discorso retorico scritto in versi. Preferisco una poesia che mi turbi piuttosto una che mi improfumi di allori. E, soprattutto, preferisco un poeta che mi parli piuttostouna che mi scriva. Ho l’impressione di essere di fronte a “fenomeni editoriali” (anche nella narrativa) piuttosto che a qualcuno che ha scelto di comunicare diversamente, sia nella forma che nei contenuti. Sintomo di tutto ciò può essere il fatto che i poeti che io conosco o sono tutti morti o non non sono mai stati pubblicati? È sicuramente legato alla mia poca esperienza di letture (era a questo che mi riferivo, certo) ed al mio ingresso nel “mondo della poesia” piuttosto recente, ma questo può essere anche sintomo del fatto che il “mondo della poesia” è sempre più distante e di difficile accesso. Sta di fatto che, a parte alcuni grandi nomi (Sanguineti, Zanzotto, Bellezza), non sarei in grado di compilare una antologia dei poeti contemporanei. A questo si aggiunge un’altra cosa: io personalmente sempre parto dal fatto che “non ne so abbastanza”. Di conseguenza, quando vedo un nome scritto su una copertina, sono portato a pensare che esso meriti quel posto. poi però leggo e non capisco se è a me che mancano gli strumenti per cogliere la grandezza di ciò che sto leggendo o se qualcuno prima di me si è sbagliato. C’è una grande confusione che ha portato ad un detrimento dell’ “autorevolezza della fonte” e costruire un percorso diventa sempre più difficile.
    Luigi

  18. Luigi, il “mondo della poesia” – editoriale o virtuale che sia: ormai non c’è nessuna differenza in quanto agli “esiti” – è soltanto un’immensa latrina a cielo aperto (fatte salve piccole, “(in)significanti” eccezioni): un mare magnum di palta dove galleggiano migliaia di oscene isolette autoreferenziali, di nicchie (mai termine fu più appropriato, visto che sono abitate da cadaveri) identitarie, di rivistine e antologie per gli amici e gli amici degli amici, di osceni premi dove si elargisce denaro pubblico ai famigli e agli aggregati, di festival/letture/eventi dove di anno in anno si invitano e si riciclano sempre le stesse facce, tranne qualche rara new entry cooptata dopo lunga anticamera…

    “Costruire un percorso” significa amare la scrittura per sé, abituarsi a dimorare l’ombra, stare lontani il più possibile da quelle acque infette e da quelle finte luci, non aspettarsi niente se non il dialogo (possibile, ma sempre da inventare) con coloro che hanno scelto – deliberatamente – l’oblio e il silenzio pur di restare fuori da quel miserando circo, da quella sfilata di osceni narcisismi – singolari o di gruppo.

    C’è chi lo fa da una vita, e in quella “solitudine” ha saputo produrre opere di assoluto valore – amato e stimato da chi sa dove trovarla, quando cerca una scrittura non effimera. Tanto per intenderci: G. M., per me uno dei veri grandi poeti italiani contemporanei, non è mai comparso in rete, pubblica raramente e per piccole case editrici, se ne impippa di antologie, riviste, premi e quant’altro e va per la “sua” strada. L’unica. Il resto, tutto il resto, non sopravviverà alla polvere di chi lo produce.

    fm

  19. Sono d’accordo, ma la “solitudine” del poeta è anche quella del lettore/scrittore che voglia costruire un percorso. Se non hai nessuno che ti indichi la strada, non puoi che cercare di trovarla affidandoti al tuo “naso” ed al caso. Probabilmente mi fido poco di me stesso o delle quattro conoscenze (teoriche, non di personalità) che ho per non avere dubbi quando mi cimenti nel costruire la mia strada, il mio percorso. Però, quanto sarebbe più bello se ci fosse qualcuno che c’è stato prima a raccontarmi dove è stato per aiutarmi a capire dove è ancora possibile andare?
    Ho provato in concreto ad entrare in contatto concretamente con questo “mondo-versione.-ufficiale” che non mi ha sbattuto la porta in faccia perché non me l’ha proprio aperta. Ho provato virtualmente e non ho ricevuto risposta.
    Poi un giorno ho scoperto questo sito, dove vedo che un percorso è ancora possibile; Natalia mi ha fatto scoprire Poetarum, dove ho potuto entrare in contatto con una serie di realtà diversissime e interessanti, particolari; e da qui pochissime altre fonti (il blog di Guglielmin, per esempio) dove cerco quello che mi manca. Però tutto questo ha richiesto molto tempo, anni, e penso a tutto quanto ho perso mentre cercavo, mentre le linee conduttrici “ufficiali” erano una balla piuttosto che una utopia. Che responsabilità hanno, allora, i poeti in tutto questo (ammesso che ve ne siano)?
    E poi, senza nulla togliere alla Rete (“sputerei nel piatto in cui mangio”), non c’è paragone se messo a confronto con una boccia di vino, pane, salame e tutta la notte davanti e 10 persone sedute attorno ad un tavolaccio marrone.

    1. io aspetto te e la tua compagna con il vino, marito e figlio.
      non per fare poesia, ma perché la poesia è l’arte dell’incontro.
      un abbraccio, Luigi, la tua strada non la devi cercare negli altri, grandi o piccoli che siano, la strada viene da sé solo leggendo leggendo con il cuore in mano e la testa in bilico tra terra e cielo.
      bacio.

  20. Un passaggio per dire grazie (non l’ho fatto prima, presa dagli interventi che si susseguivano) a Lucetta Frisa, autrice che stimo davvero molto.
    Un caro saluto a tutti, un abbraccio e un grazie di cuore a Francesco.
    stefania

  21. Molto apprezzata Policlinico: quella familiarità/sintonia a contrario con il mondo, antipanica, da malattia, una malattia che al mondo rimanda, non separa: l’uomo ammala il mondo e il mondo ammala l’uomo. un nodo questo che non si dovrebbe dimenticare.

    un saluto,

    fabio

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