Nel solo ordine riconosciuto

Liliana Zinetti

Passano nell’aria
come uccelli sconvolti.
A volte, equilibristi goffi,
su fili di luce oscillano inquieti.
Guardano il futuro
con i nostri occhi.
Sono stati corpi, caldi
di carne e sangue.
Sono stati occhi e sguardi.
Fiamme spente, ora, alberi di fumo.

Ospiti congedati,
insistenti tornano
bussano alla porta
chiedono cos’hanno lasciato.

Un libro intenso, tragico, eppure carico di pietas e in-canto. Poesie in bilico tra smarrimento e desiderio, che dietro una forza drammatica celano invece un atto d’amore verso la bellezza, verso la realtà di questo nostro tempo buio e meraviglioso. «Nella misura dei passi un volo / possibile tra i segni dell’accadere». Ai temi alti e duri della vita e della morte, del congedo e dell’assenza, la Zinetti rivolge uno sguardo diretto che non cerca consolazione, («Non so dirti questa discesa, solo, la poesia non salva, / un graffio / nel bianco, dire sono / sempre dubitando, o banalmente / dire vivo quando scrivo, mentre / la pioggia cancella / un paesaggio che mai sarà casa»), e tuttavia è alla pietà, alla memoria che spetta l’ultima parola, in una luce soffusa e calda, «se lingua è questa traccia di sangue amara / che accende fiammiferi / al soffio del buio».
Ecco dunque quel «solo ordine riconosciuto» invocato nel titolo: essere nel tempo, essere uomini che passano e si disperdono miti dove l’esistere autentico è semplice e feriale: allora lo sguardo lucido e urgente della Zinetti si ferma sulla «materia povera» delle nostre vite, osservandole nella loro opaca eppure eroica dignità quotidiana («Tornavi fiero, nei giorni buoni, / con un mucchietto inerte / di becchi, zampine e ali: / Poi alla fame dei passeri / sul suolo gelato d’inverno / sbriciolavi il pane»). E dove le parole sembrano scritte vicino alla morte, ecco apparire improvvise rinascite, barlumi, terre felici. (Corrado Benigni)

 

Liliana Zinetti, Nel solo ordine riconosciuto
(Forlì, Casa Editrice L’Arcolaio, “Fuori Collana”, 2009)

 

Sappiamo l’autunno, eppure
scriviamo poesie sulla lamina delle foglie.
Servirebbe un posto dove stare, un piccolo
momento perfetto, una mosca cieca da grandi
con le mani sugli occhi e, tra le dita,
la risata del sole.

Servirebbe non pensare allo scricchiolio
delle cose, al cedimento di ossa e profili.
Vedi, qualcosa passa (ed è già perduto)
senza aver avuto un nome.

Vita che ci regala albe e sogni e oscurità
la ruggine di chiavi che non aprono le porte
e vetri scagliati d’improvviso.

Il ragazzo si è gettato dal terzo piano.

(Un Dio distratto/un’accelerazione di molecole?)

L’hanno portato via a sirene spente
nell’aria chiara di aprile.

Hanno pulito il sangue, tutto
era come prima
solo gli alberi
andavano come pensieri nel vento.

*

Questo cielo sparpagliato nel marzo
tocco cilestrino sul verde
– ma senza peso,
come cosa mai udita –
accende il bianco di ogni colore,
vena d’inverno esplosa
al grido delle radici.
E si allontana il paesaggio, si sfa
la trama consueta, asperità
di sassi, linguaggio
muto. L’immobilità delle cose
cede all’esattezza di un nome,
si piega alla mano,
un alfabeto nuovo
protende nel nulla
il palmo di un invisibile ramo.

*

La luce che tarda,
il momento in cui cade
sul grigio dell’asfalto, trasmuta
nella brina dei mattini.
Tra il muschio nero della notte
e i gesti esitanti dei fiori
è l’angolo cieco
dove tacciono i colori
dove aghi di ghiaccio ricuciono
i luoghi dell’ombra, i vestiti
degli inverni
e dolente s’inarca il discrimine
di una distesa scurissima di voci
tra le parole e il niente.

*

Hanno occhi scuri, i fondali.
L’incresparsi della luce
illude il colore della superficie.
Si deve stare attenti, non guardare
al fondo. Si deve andare lievi sull’acqua
con le domande che bruciano le dita.
Raccogliere la luce
per i momenti con il capo tra le mani
per il magma di pupille
che s’invera nei tagli, per il loro
venire sottile, senza corpo.
Loro stanno nei giorni
colando invisibili umori,
cercano carezze, cercano pane.
Può l’esattezza di una parola
la cesura di un verso
scalfire l’orrore?
Serve un ordine, un ordine
al grido degli orizzonti.
Ci si deve appoggiare al cielo, tenerlo
fermo con le mani.
Tenere le distanze, fermare
i passi e ridere con l’erba.
Vivere recisi.
Gridarla sottovoce
questa pena.

*

Abbiamo visto le cose, le case
passavano con le vie e le stagioni,
passavano i palazzi e le fabbriche
e i volti, anche gli alberi
venivano alle rive
con un’ansia nera di radici,
veniva alla porta il torrente
e c’erano volti nell’acqua
assieme a sterpi e ramaglie.
Noi li vedevamo, gonfi nell’urlo.
Passavano gli astri e i cieli. I colori
e i volti si scioglievano in ombre,
entravano nel buio.
Le distanze straripavano di voci,
di continuo migravano gli uccelli
con i becchi pieni di ore.

Abbiamo abitato uno specchio.
Asciugato lacrime, raccolto
ogni battito, ogni gesto. Niente
è andato disperso.
Abbiamo respirato la notte, scritto
parole fino al crollo di tutti gli alfabeti
sfiniti dal peso di ogni sguardo sfiorato.

Poi ci siamo guardati il niente delle mani.

*

Questo darsi da fare delle stelle
per rischiarare la notte.
Non ci riguarda, chini sulla terra,
assorti nei passi. I mattini
e l’ora rotolati sull’erba.
Rovistiamo tra nomi, indizi,
orizzonti di terra
(considera il fiore, il crollo
dei petali).
Qualcuno va senza pensieri nell’aria.
E l’aria si apre, lo accoglie,
lo fa suo.

*

Gli uccelli si sono chiamati per tutto il giorno,
sono andati sgombrando il cielo
di voli e traiettorie, stretto nel becco
il segreto. Insonne, urto gli spigoli
di tutte le domande.
E un rumore di vetri affila
la lama della luna, precipitano
nell’emorragia di stagioni
le vene degl’inverni. Quel qualcosa di noi,
fiato di bestie macellate
nel mattatoio di una luce
che scoperchia le tombe e
dissemina polvere di fiori,
alza mani dure nella notte
chiede la sfera perfetta nell’esatto silenzio.
Gli stormi sono bruciati nel rogo delle stelle.
Una piuma volteggia
si posa
pesa.

Cose così, nel solo ordine riconosciuto:
saracinesche e siepi, ossa.

*

Qualcosa di incompiuto straccia i giorni
come foglie dagli alberi, spegne
il guizzo della rosa.
Ho ascoltato la lingua
incarcerata dei morti, quel silenzio
a cui diamo parole e voce
per non sentirne il passo leggero
al fianco, l’urto dei confini,
questo andare nell’inaccaduto
come profili scoloriti dall’aria.
Così le sere di lampioni e neve,
fioca luce a ripetere il bianco
a frugare gli ossari bianchissimi
il taglio spiovente dei tetti.
Il greto aspro e lo scricchiolio
di passi sulla ghiaia
fino all’urto dell’acqua sulla bocca
al nome che mi cerca.

*

Mi cerca un tempo inquieto.
Giungono qui le morti, lo spavento
dei volti girati nel buio, le fotografie
cadute dalle cornici.
Viviamo a testa china, controvento.
I colori sotto la corteccia di una luce
avara, invernale, e sguardi
usurati dai ritorni.

Avanzo con cautela
perché si muovono veloci gli alberi
trascrivono nella carne
le cose fuggite dai nomi.

Imparo un tempo diverso, il tempo
della pietra, la paziente
geometria degli alberi
in un’attesa che ferma il volo
pietrifica l’ala sbarrata nell’azzurro.
Trattengo quel che posso: un’acqua leggera,
un suono, le corse dei viali.

La mano scrive nel buio
ciò che sta sospeso e trema.

***

24 pensieri su “Nel solo ordine riconosciuto”

  1. Sguardo che davvero “non cerca consolazione” per riprendere quanto sopra dice Corrado Benigni.

    “Vedi, qualcosa passa (ed è già perduto)
    senza aver avuto un nome.”

    Auguri per il libro. Un saluto

  2. sto leggendo, trovo molte vie che anch’io pratico, molti elementi in comune e non so se sia dovuto alla strada, al praticare la strada, intesa nel suo senso più completo o se sia il tempo, che ci ha portato a maturare certi frutti. Una poesia da percorrere a piedi scalzi, come quando si scende al fiume e sotto la pianta del piede si percepisce il movimento di ogni cosa,ancora prima di arrivare all’acqua. Grazie,ferni

  3. di una umanità china (immagine che si ripete in liriche diverse),
    torta, piegata, quando non addirittura spezzata (“Il ragazzo si è gettato dal terzo piano”),

    cmq attirata dalla propria gravità esistenziale a terra
    ( “gli orizzonti sono di terra” e per provare a stare su “Ci si deve appoggiare al cielo”);
    una terra dove l’umano scava (e qui non è detto che chi cerca trova)
    una terra che dall’umano si allontana,

    perché il movimento in queste liriche appartiene solo alla natura, (per es. agli alberi, all’acqua, agli uccelli, agli astri, ai cieli, finanche all’ ” emorragia di stagioni”)
    una natura che si muove anche nel grido,
    mentre quello delll’umano è “sottovoce” o con “l’urto dell’acqua” a tappare la bocca.

    Forse qualcuno tenta o gli riesce il volo ( “Qualcuno va senza pensieri nell’aria” ma quando ciò accade: “l’aria lo fa suo”, il che risulta un passaggio in altro se penso al ragazzo del terzo piano della I lirica)

    meglio al volo forse la mano (la scrittura), almeno nel felicissimo attimo nel quale ” “L’immobilità delle cose /cede all’esattezza di un nome,”
    quando “”un alfabeto nuovo / protende nel nulla/il palmo di un invisibile ramo.”
    In questa metamorfosi – di natura-, da palmo a ramo per un alfabeto “nuovo”! il senso dello scavo
    (e quindi della scrittura intesa come traccia che scava sulla carta o sulla pietra, eh torno al neolitico eh! :), ecc…).

    questa la mia lettura (lungo una geometria davvero di spezzate, a partire da alberi come matite, poi confini, lame, lampioni, tagli, tetti, ossa, grida come lo spezzarsi di voce, viali, distanze, cornici, profilo d’ali …; pochi i cerchi, forse le radici d’alberi, qualche moto nei fluidi, ivi compreso il gonfio dell’urlo)

    ciao

  4. Grazie, Margherita (come al solito).

    Il tentativo della Zinetti di “naturalizzare” l’esistente risponde a una logica tutta interiore/interiorizzata, visto che la sostanza delle “proiezioni” nell’aperto ha una chiara matrice psichica: l’ordine, infatti, è quello di chi ha saputo (ri)condurre/sperimentare il senso di quella operazione prima di tutto negli specchi della propria interiorità – azzerandola e, per ciò stesso, predisponendo/si/la, attraverso la scrittura, testo dopo testo, ad una nominazione primigenia, archetipica, nella quale le cose si mostrano col loro primo volto.

    Il libro è di ottima fattura, per molti versi anche superiore, stilisticamente, alla pur pregevole opera che l’ha preceduto.
    Penso, in virtù del fatto che ho avuto l’opportunità di seguirne quasi tutto il percorso, che l’autrice debba continuare su questa strada, liberandosi di quell’ultimo legame che la trattiene dal far parlare il “primo volto” con la sua “prima lingua”: un legame che si traduce, in qualche testo, in un refe deciso da una troppo marcata aggettivazione – che è sempre frutto della “nostra” rappresentazione, non mai dell’alfabeto natale delle cose.

    Come lei stessa ben dice in una intervista, non bisogna temere l’oscurità: quella è tutta nella mente di chi cerca nella poesia una “sicurezza”, una “conferma”, qualcosa che la poesia, in sé, non è tenuta a dare – almeno nelle “forme” di chi si attende da essa una qualche risposta, di qualsivoglia tipo e finalità: la poesia è “conoscenza altra” – svela ciò che vuole, non quello che ci aspettiamo: quello che ci aspettiamo, è già sotto i nostri occhi – ma manca, e mancherà sempre, del “riflesso” che solo permette di ascoltare quanta e quale luce si nasconde in ogni ombra, in ogni oscurità.

    fm

  5. Sento una profonda partecipazione di Liliana, come una pelle che oscilla
    continuamente tra il corpo e la mente, tra la cosapevolezza e il desiderio,
    cercando quasi disperatamente, di riconoscere l’ordine di se stessi dentro la vita e le cose che ci circondano. A volte, si aggettiva molto, per troppa
    paura, per condividere maggiormente, nel tentativo di spiegar/e/si gli
    accadimenti. Per questo penso che Liliana, sia un’autrice che lotta con le parole e mi aspetto presto che alcune di esse cadano, mostrandoci
    maggiormente, ciò che già si sente.
    vincenzo celli

  6. “Gli uccelli si sono chiamati per tutto il giorno,
    sono andati sgombrando il cielo
    di voli e traiettorie, stretto nel becco
    il segreto”

    “(considera il fiore, il crollo
    dei petali)”

    Di Liliana amo questa compartecipazione, direi questa com-passione con le speci del creato, questo suo cantico di creature che sa farsi carico, nelle stupende metafore, del tempo ostile in cui siamo, stiamo tutti un po’ sperduti:

    “Mi cerca un tempo inquieto.
    Giungono qui le morti, lo spavento
    dei volti girati nel buio, le fotografie
    cadute dalle cornici”

    di questo tempo che abbandona la nudità oscura delle cornici, nudità che fu cara immagine, culto e altare di memorie; ma Liliana ha in dono la sacralità di una Eva cui sarebbe bastato solo contemplarla, quella mela, accarezzare la biscia, stare fra le foglie e l’erba, ricca di ciò che davvero conta, chiuso nello scrigno del costato.
    Con affetto. Fabio

  7. A tutti, Nadia Ferni Sebastiano Margherita Vincenzo Mauro Fabio, grazie per essersi soffermati, per l’attenzione.
    A Francesco (già dal nome non posso che volergli bene, lui sa perchè) un grazie un poco più grande :) e spero di riuscire a far tesoro della sua indicazione sull’aggettivazione sovrabbondante , notata anche da Vincenzo.
    Mi ha ricordato quel che mi disse un poeta, un grande poeta, tempo fa. Mi disse di non aver paura dell’oscurità… forse sarà la mia sovrabbondanza del sentire, ma spesso sento questa esigenza di accumulo di nomi che fatico a controllare. Come se l’accumulo fosse la cura per non disperdermi.
    Ma questo è un discorso che ha a che fare con l’inconscio, non con la poesia, vabbé. Mentre Margherita e Vincenzo e Ferni e Fabio (che mi ha quasi commosso:) e naturalmente Francesco (nomi, sovrabbondanza, elenchi) hanno lasciato delle considerazioni critiche puntuali, ancorché molto benevole :)
    Un saluto affettuoso a Mauro, della scuderia L’Arcolaio :) e a tutti – Francesco grazie
    ciao
    liliana

  8. Le mie parole sono farfalle insanguinate.
    Hanno la reticenza del dubbio
    il bianco della neve
    sono passi a ritroso verso il silenzio
    pagine di un libro sfogliato dal vento.
    Le mie parole sono mani sui muri
    culla di fragili lune d’inverno.

    Così scrive Liliana nella prima poesia del suo libro. Un libro intenso, tutto teso alla ricerca del “posto dove stare” (il silenzio, “stare come una pietra quieta”), a descrivere quel “qualcosa” di indefinito e incompiuto che stride, i conti che non tornano… quasi mai.
    Una pena gridata sottovoce, un urlo strozzato, ma perfettamente udibile, al di là dei suoni, riconoscibile.
    Un libro che ho apprezzato molto.
    Un caro saluto

    Stefania C.

  9. Un libro che ordinerò e leggerò, perchè il percorso di Liliana mi è sempre sembrato denso e significativo. Mi fa piacere vederne un nuovo passo, e questi testi sono vivi e veri. Grazie.

    Francesco t.

  10. mi scuso per il parziale OT…
    ma vorrei approfittare di questa occasione per chiedere a Liliana Zinetti la cortesia di scioglermi un dubbio, che non riesco a dirimere da solo, causa la “dispersione del mio archivio” – il dubbio è questo: per caso lei conosce quella squisitissima persona che è Sergio Pagliaroli, di Villa di Serio, e con lui ha pubblicato dei lavori in dialetto bergamasco, di cui ho ancora il nitido ricordo per il finissimo trattamento di tale idioma?

    Se sto operando nei miei cattivi ricordi uno scambio di persona, mi perdoni – e chieda pure al padrone di casa di concellare questo mio intervento

  11. Non ho lasciato i dati obbligatori e il mio precedente commento è svanito nel nulla. Colpa mia!
    Ringrazio di cuore l’amico Francesco che sempre ospita i libri del mio Arcolaio! La sua riflessione critica è acuta e sottile: mi piacerebbe postarla sul sito della casa editrice. Lo stesso discorso vale per il pregevole spunto di Margherita Ealla. Con entrambi mi complimento.
    Saluto e ringrazio tutti gli intervenuti -vedo, fra gli altri, il mio magnifico Mauro Germani!-
    Gratitudine esprimo per Corrado Benigni che ha efficacemente introdotto “Nel solo ordine riconosciuto”. Corrado è un autore che mi piacerebbe avere in catalogo. Lo abbraccio!
    Infine, un abbraccio profondo e affettuoso va alla mia cara Liliana, il cui libro sta veramente abbagliando un gran numero di persone, in virtù della sua bellezza!

    Vostro Gianfranco

  12. Caro Gianfranco, cominciano ad essere veramente tanti gli autori che vorremmo avere entrambi tra i propri, a cominciare dalla bravissima Liliana che ti invidio molto! E mi fa un piacere immenso vedere che le mie passioni [perché di questo si tratta, quando si edita poesia, o no?] sono condivise -sempre- dagli autori/amici che ho già servito [perché di questo “ “ “ , anche se è un termine un po’ desueto]: solo in questo post Nadia, Francesco T, l’insostituibile padrone di casa Francesco M, un colosso, Fabio Franzin.. E Fabiano Alborghetti ha scritto una sentita recensione proprio a questo libro di Liliana sul numero in uscita delle Voci della Luna. E’ una cosa che si sente, questo flusso di empatia, e mi riempie di gioia, mi conforta nelle scelte fin qui fatte con la riprova di quelle che avrei voluto fare. E questo mi ti rende ancora di più vicino, amico (anziché concorrente, e tanto meno ‘rivale’). Mi ha colpito molto, e rafforzato la mia stima, l’averti trovato a Sasso Marconi a festeggiare l’en plein dei tuoi autori (in questo caso anche un po’ miei) all’ultimo Premio Giorgi: Giovanni Turra Zan, Silvia Comoglio e Roberto Ceccarini, primo, seconda e terzo nella sezione Cantiere. In tanti anni sei il primo editore che ci ha onorati (è il termine giusto) della sua presenza. Buon lavoro, quindi, a te e a tutti i nostri compagni di avventura.

  13. Altri autori e persone che stimo….ringrazio e mi aggancio al commento di Fabrizio per sottolineare che sono le persone come lui, come Gianfranco e Francesco che fanno bene alla poesia, questa cenerentola dei giorni nostri, così necessaria alla vita.

    Sergio Pagliaroli, sicuro, l’ho conosciuto molti anni fa, ma ci siamo persi per la strada. Ho un suo libro e libri di alcuni autori della casa editrice, ma non ho mai pubblicato con lui (era un tempo diverso, non c’era tempo per la poesia) . Mi farebbe piacere rivederlo e chissà…

    Un caro saluto
    liliana

  14. Mi unisco a voi con la stessa stima sia per la poesia di Liliana che per lei, persona sempre pacata – una presenza discreta eppure capace di mediare un linguaggio efficace e luminoso.

    Bello anche il passaggio di fabrizio che sa sempre accogliere e favorire scambio e arricchimento di cui la poesia -e non solo- ha grande bisogno.

    ciao a tutti.

  15. Dico sempre che un blog di luce come questo ha non solo il potere di rendere visibile una parola, di farne intravvedere l’incisività e la necessità, come da questi -pochi- umanissimi scintillanti(aggettivazione qui non ridondante) testi di Liliana, che ho la fortuna di conoscere di persona, ma soprattutto di far sentire netta l’esigenza d’ avere questo suo libro accanto, essere riscaldati dalle sue fiaccole, poterle riaccenderle . E’ questo che farò. che invito a fare.
    grazie di viverescrivere, Liliana. bello leggervi qui su di lei, Francesco e meravigliosi ospiti tutti

  16. ” Abbiamo abitato uno specchio.
    Asciugato lacrime, raccolto
    ogni battito, ogni gesto. Niente
    è andato disperso.
    Abbiamo respirato la notte, scritto
    parole fino al crollo di tutti gli alfabeti
    sfiniti dal peso di ogni sguardo sfiorato.

    Poi ci siamo guardati il niente delle mani.”

    Jabès diceva: “La mano è avvenire”.
    Perché?
    Forse perché senza una mano non ci sarebbe memoria da tramandare e da trasfigurare.
    Forse perché ogni penna, per espletare la sua funzione, sottende una mano.
    In quel “niente” la mano ci racconta dei gesti compiuti e di quelli ancora da fare.
    Il niente di quella mano, ri-esponendo e ri-configurando i tempi che hanno preceduto qualsiasi illusione di “immediato”, si fa portavoce di quell’urgenza che permette il passaggio dall’inconscio al conscio ( o quantomeno all’illusione di una consapevolezza; del resto la poesia è “missione dell’incompiuto” e la sfida più grande, per una mano poetica, è quella di rendersi conscia dell’impossibilità di una fine).
    In tal senso la mano è anche memoria del futuro.
    Un futuro, per così dire, da ri-naturalizzare, anche all’insegna di quelli che la stessa Zinetti definisce “sguardi usurati dai ritorni”.
    Se per Blanchot il “ritorno” è una “esigenza”, ecco che in questi versi si respira, per così dire a pieni polmoni, l’altalenante andirivieni dei balzi in avanti e dei tuffi all’indietro.
    Ed è per questo, forse, che l’ “ordine riconosciuto” vive (o sopravvive) di quel disordine atavicamente precostituito ove attingere, a piene mani, una sorta di linfa.
    Che la linfa sia dolce o amara (ma anche insapore) è cosa di poco conto.
    Ci si può permettere una degustazione anche mettendo al lavoro il solo senso della vista, e magari –rinnovando l’incompiuta elegia di quella mano – concedersi il lusso di immaginare un inchiostro ancora fresco da toccare.
    In questi versi, almeno a tratti, l’inchiostro sembra rendersi palpabile.
    Può capitare di sostare in un “angolo cieco”, rendersi prossimo all’ “asperità dei sassi” e quantificare il “peso di una piuma”.
    Ma ciò che conta non è il peso, ma il pensiero del peso, quell’innata predisposizione a interrogarsi sul vissuto (sia quello còlto che quello “mancato”) e sulle sue possibilità di propagazione verso un orizzonte che è, e rimane, sempre da definire (ri-definire).
    Sia nella vita che nella morte, sia nella luce che nell’ombra.
    Il “niente” di questa mano tracima il senza-fine di una fine che si rende inafferrabile ponendosi sempre un passo al di là della propria portata.

  17. scusate la latitanza, ma ho due piccole bussole gentili che sì, mi indicano una direzione felice , ma pure pesano sul tempo a disposizione.

    Grazie a Iole, Annamaria ed Enzo per l’ascolto.
    La lettura di Enzo è interessante, ma tutti indistintamente ringrazio per essersi fermati e soffermati

    un saluto e un ringraziamento particolari a Francesco
    buona vita
    liliana

  18. Abbraccio tutti gli intervenuti a questo bel salotto del nostro Francesco Marotta. Voglio indirizzare un abbraccio particolare all’amico Fabrizio Bianchi, una persona che ho veramente nel cuore per il modo elegante con cui si muove nel mondo della poesia e dell’umano sentire. Sono io ad essere onorato, caro Fabrizio. Auguro alla tua carriera di poeta e di editore tutto il bene possibile.
    Veramente con affetto.
    Tuo Gianfranco

  19. Poesie che ho molto molto apprezzato. Bravissima Liliana Zinetti che ho cominciato a conoscere e ad esserne coinvolta- aimé, solo da poco.
    lucetta

  20. Grazie Lucetta. Mi imbarazza un poco il bravissima, ci sono autori decisamente più bravi di me, ma fa bene sentirselo dire, aiuta l’insicurezza.
    Lo stesso vale per Ivan, grazie.
    buona vita
    liliana

    un saluto a Francesco, che oggi è a Bergamo con Nadia Agustoni, brava poeta bergamasca (campanilismo sfacciato, sì! :) che presenta il suo Taccuino Nero, libro che consiglio caldamente . Presentazione a cui purtroppo non potrò essere presente.

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