Prima che si faccia sera

Uroš Zupan

Il mio primo libro di un poeta sloveno, regalo di un’amica, s’intitolava ‘Reka’, che vuole dire ‘fiume’. Nella quarta di copertina una foto dell’autore, lo sguardo più sofferente che altro, i capelli radi ma lunghi. Ho conosciuto, poi, Uroš Zupan (Trbovlje, 1963), traendone dagli incontri – rari ma intensi – la sensazione di una persona ironica e pacata, amante della vita tranquilla e delle contraddizioni che la tranquillità (apparente) comporta.
La poesia di Zupan è stata accolta in Slovenia, agli inizi degli anni Novanta, come un punto di svolta soprattutto per il suo legame con la poesia statunitense (l’esempio-guida è William Carlos Williams) e per una certa ‘de-ermetizzazione’ del poetare, l’uso di un linguaggio non metaforico, semplice, e di versi particolarmente lunghi. Tra neorealismo, postsimbolismo, intimismo (spesso ritorna il tema della nostalgia per il paese natale), Zupan non manca di usare ironia ed elementi grotteschi, una strategia con la quale il soggetto poetico stringe una sorta di alleanza con il lettore. Un esempio? Occhio agli scoiattoli che avete attorno. (Michele Obit)

 

Testi di Uroš Zupan
(traduzione di Michele Obit)

 

Vrt, Bach

Tu ni smrti. Vse oblike se le pretakajo druga
v drugo. Vse plava in lebdi. Ko zaprem oči,
vidim makadam, ki leti v nebo. Akacije se
razdajajo s svojimi sencami, razsipajo belilo
vonja. Češnje jim odgovarjajo z druge strani
vrta, z zunanjega roba dneva. Njihova govorica
bo kmalu postala rdeča. Pročelja sivorjavih hiš
z gorečimi okni kot mnogoustni velikani jedo
popoldansko sonce. Rumeni bagerji do obglodali
hrib. Majhen sem. Božam majhno muco, nižjo
od majske trave. Slišim glasove ljudi, ki vstopajo
in izstopajo iz hiše za mano. Ko gredo noter, jih
ližeta tema in hlad, ko se vrnejo nazaj ven, se
nanje usuje sončni prah. Španski bezeg ločuje
naš vrt od ceste, ločuje naš vrt od sveta. Samo
razdrobljeni glasovi in razrezane sence prihajajo v
njegovo notranjost. Vsi me kličejo po imenu in
polagajo roke na mojo glavo. Ne poznam še besed –
Jeza, Strah, Sovraštvo, Bolečina, Odhod. Ne poznam
Prostorov za njihovim zvokom. Ničesar ne poznam,
le ta vrt, neskončen lučaj oči, ki merijo svet.
Če se uležem na hrbet, vidim oblake. Če previdno
diham,se oblaki spreminjajo. Zdaj so: letalo,
pasja glava, konj, ovca, dlani prinašalke snega.
Zdaj plujemo skupaj. Sedem morij in devet
gričev je do prve reke in zadnje doline. Nikoli
konec vrta. Nikoli konec sveta. V sobi vseh ur,
na križišču vseh dni gori večna luč ali pa
ena sama sveča. Vseeno je. Na notranji meji zlata
se obračajo strani prihodnosti. Ker sem majhen,
jih ne znam brati. Ker sem majhen, se mirno
plazim pod veko Časa. Vrata v luč so na stežaj
odprta, tapecirana in mehka. Nikogar ne udarijo,
nikogar ne zavrnejo. Ležim in gledam in neslišno
diham. Vrt se bo vsak hip spremenil v oblak. Tako
lahko najdlje traja v arhivu neba.

 

Il giardino, Bach

Qui non vi è morte. Tutte le forme fluiscono una
nell’altra. Tutto galleggia ed aleggia. Quando chiudo gli occhi
vedo il macadam che vola in cielo. Le acacie
si prodigano con le proprie ombre, spargono il bianco
profumo. Rispondono i ciliegi dall’altro lato
del giardino, dal margine esterno del giorno. La loro voce
tra poco sarà rossa. Le facciate delle case grigio ruggine
dalle finestre ardenti come giganti a più bocche divorano
il sole del pomeriggio. Le gialle escavatrici hanno corroso
i monti. Mi sento piccolo. Carezzo la gattina, più bassa
dell’erba di maggio. Sento voci di persone che entrano
ed escono dalla casa alle mie spalle. Quando vanno dentro
le lambisce il buio ed il freddo, quando tornano fuori su di loro
si sparge la polvere di stelle. Una pianta di lillà divide
il nostro giardino dalla strada, il nostro giardino dal mondo. Solo
tormentate voci ed ombre tagliate giungono
al suo interno. Tutti mi chiamano per nome e
appoggiano le mani sul mio capo. Non conosco ancora le parole –
Rabbia, Paura, Odio, Dolore, Partenza. Non conosco
i Luoghi che stanno dietro il loro suono. Nulla conosco,
solo questo giardino, infinito sguardo di occhi a misurare il mondo.
Se mi sdraio di schiena, vedo le nuvole. Se respiro
con prudenza, le nuvole cambiano forma. Ora sono: un aereo,
la testa di un cane, un cavallo, una pecora, delle mani colme di neve.
Ora navighiamo assieme. Sette mari e nove
colli sino al primo fiume ed all’ultima valle. Mai
la fine del giardino. Mai la fin del mondo. Nella stanza di tutte le ore,
nell’incrocio di tutti i giorni, arde la luce eterna o solo
una candela. Fa lo stesso. Nell’oro, nei suoi limiti interiori,
si rivoltano le pagine del futuro. Poiché sono piccolo
non so leggere. Poiché sono piccolo mi muovo
lentamente sotto la palpebra del tempo. Stanno spalancate le porte
che danno alla luce, rivestite e morbide. Non colpiscono nessuno,
nessuno fanno tornare indietro. Sdraiato, osservo e impercettibilmente]
respiro. Questo giardino in qualsiasi momento diventerà una nuvola. Così]
più a lungo potrà durare nell’archivio del cielo.

 

*

 

Traktoristi so največji filozofi

Vsaka hiša ima svojo veverico.
Svetle hiše imajo temne veverice
z belimi trebuščki. Temne hiše
lisičje rjave veverice. Ko temne
veverice pobesnijo, preganjajo rjave
veverice, ki cvileče skačejo iz tombole
v tombolo. Vsak avto ima svojo
veverico. Včasih celo vsak sedež
v njem. Na nekaterih sedita
tudi po dve veverici, ki se držita
za tačke, ker ju je strah. Vsakemu
šotoru pripada sled veverice,
ki je zavohala palačinke,
vsakim sanjam vsaj en odtis
veveričje tačke na oddaljeni zvezdi.
Spoznal sem veverico, ki je
preplavala Rokavski preliv.
Rekla je: «Bilo je težko. Zaloge
lešnikov in izotoničnih napitkov
mi je zmanjkalo že na polovici poti.
Valovi so mi namočili rep.
Neprestano me je vleklo v podzemlje.«
Videl sem veverico, večjo od Eifflovega
stolpa. Povzročala je zastoje v prometu.
Ni imela nobene hiše. Ni hodila v
šolo. Morala je spati v morju.
Pokrivala se je z nebom.
Bral sem o veverici, ki je bila
na plastični operaciji. Najbolj od vsega
si je želela, da bi jo klicali – bejba.
Slišal sem za veverico, ki se je
obnašala kot mati samohranilka.
Njen bivši mož je bil traktorist.
Jedel je makrobiotsko hrano, se kopal v
vodnjaku mladosti in poslušal Bachove fuge.
Traktoristi so največji filozofi, zato
jim pripada največ veveric. Nikoli
se na izgubljajo na jasnovidnih avenijah
in v nedostopni glasbi. Poleti sedijo
na druidskih kamnih, pijejo v
senci pivo in si zastavljajo vprašanja
kot: »Kakšna je veveričja narava?«.
Ko lebdijo v zraku, se vedejo
kot črni angeli, ki bi radi postali
veverice. Oblaki sladkorne pene
takrat najbolj intenzivno padajo
na njihova krhka življenja.

 

I trattoristi sono i più grandi filosofi

Ogni casa ha il proprio scoiattolo.
Le case luminose hanno scoiattoli scuri
con dei bianchi pancini. Le case scure
scoiattoli marroni come volpi. Quando
gli scoiattoli scuri s’arrabbiano, scacciano
gli scoiattoli marroni, che guaendo saltano
tombolando. Ogni auto ha il proprio
scoiattolo. A volte persino ogni sedile.
Su certi sedili possono starci
anche due scoiattoli che si tengono
per le zampette, perché hanno paura. Ad ogni
tenda corrisponde l’orma di uno scoiattolo
che ha annusato la crêpe,
ad ogni sogno almeno l’impronta di una zampetta
di scoiattolo sulla stella più lontana.
Ho conosciuto uno scoiattolo che ha
attraversato a nuoto lo stretto della Manica.
Ha detto: «È stata dura. Le riserve
di noccioline e le bevande isotoniche
mi sono mancate già a metà strada.
Le onde m’inzuppavano la coda.
Di continuo venivo tirato sotto.»
Ho visto uno scoiattolo più grande
della torre Eiffel. Stava causando problemi al traffico.
Non aveva una casa. Non andava
a scuola. Doveva dormire nel mare.
Con il cielo, si ricopriva.
Ho letto di uno scoiattolo che si stava facendo
un’operazione plastica. Più di ogni altra cosa
desiderava che lo chiamassero – baby.
Ho sentito di una scoiattola che si
comportava come una ragazza madre.
Il suo ex uomo era un un trattorista.
Mangiava cibi macrobiotici, si bagnava
nel pozzo della giovinezza ed ascoltava le fughe di Bach.
I trattoristi sono i più grandi filosofi, per questo
gli toccano più scoiattoli. Non si perdono
mai nei viali penetranti
e nella musica inaccessibile. D’estate stan seduti
sulle pietre dei druidi, all’ombra
bevono birra e si pongono delle domande
come: «Qual è la natura dello scoiattolo?».
Quando si librano in aria, si vedono
come angeli neri a cui piacerebbe
diventare scoiattoli. Le nuvole di spuma zuccherosa
allora con più intensità cadono
sulle loro fragili esistenze.

 

*

 

Trbovlje, november

Več kot polovica
življenja se je spremenila
v črke in prah. V nežno
obiskovanje, ko se kri
oddalji od sebe
in popoldan počasi
izplava iz dnevnih zdrah.

Hiše so na svojih
mestih, le gozd je
podivjal. Obrazi
z ulice so potisnjeni
globoko v gube.
Dišeči dim nad
strehami se šopiri
kot staromodni pav.

Vrhovi hribov
izmenjujejo
sapo z oblaki. Sonce
se kaže in hkrati
dežuje. Zatajeni
jok potolaži,
a ničesar ne rešuje.

Nekje čaka prazna,
nezakurjena hiša.
Vrt, ki je svoje poletne
darove že zdavnaj razdal.
In glasba z radia,
ki površno govori,
o bitjih kot smo mi.

 

Trbovlje, novembre

Oltre la metà della
vita si è trasformata
in lettere e polvere. Nella delicata
frequentazione, quando il sangue
si allontana da sé
ed il pomeriggio lentamente
si libera dai litigi del giorno.

Le case stanno al loro
posto, il bosco solo si è
inselvatichito. I volti
delle vie hanno solchi
profondi sospinti.
Il fumo odoroso sui
tetti s’arruffa
come un pavone fuorimoda.

Le cime dei monti
scambiano
il fiato con le nuvole. Il sole
si mostra, e intanto
piove. Un pianto
nascosto consola,
ma nulla risolve.

Da qualche parte una casa,
vuota, non riscaldata, sta in attesa.
Un orto, che i suoi regali
estivi ha da tempo dispensato.
E la musica dalla radio
che sbrigativamente parla
di esseri, quali siamo noi.

 

*

 

Mesto, preden se znoči

Vztrajnost je poplačana. Potovanje,
ki je v slepeči svetlobi obljubljalo
tisoče srečanj, se zdaj strjuje v mirno točko
in pušča za sabo le drobne sledi.

Izginjajoči obrisi pred oknom, so kot
odpadki odvrženi v neizprosen poraz
dnevne luči: drevesa med slačenjem,
temno skladišče, avtomobili na parkiriščih,

droben pesek v vdolbinah na asfaltu in
na njem odtisi otroških rok. Um bo pred
počitkom vse to še enkrat pobožal in objel.

In zrak, ki se premika skozi temo, se bo še
vedno premikal, a ne bo se vedelo, ali se
premika kakor sanje, ali kot resničen zvok.

 

La città, prima che si faccia sera

La tenacia è ripagata. Il viaggio,
che nella cieca luce prometteva mille
e mille incontri, ora si coagula in un punto calmo
e lascia dietro a sé solo tracce sottili.

Volti sfuggenti davanti alle finestre, sono come
rifiuti gettati nell’inesorabile sconfitta
della luce del giorno: alberi che si spogliano,
un magazzino buio, le auto nei parcheggi,

la sabbia minuta negli incavi dell’asfalto e
su di esso le impronte di mani bambine. La mente prima
del riposo avrà ancora per tutto questo carezze e abbracci.

E l’aria, che si muove nell’oscurità, continuerà
a spostarsi, ma non si saprà se lo farà
come in un sogno, o un rumore che realmente esiste.

 

***

11 pensieri su “Prima che si faccia sera”

  1. Uno sguardo volutamente infantile sul mondo di un occhio che possiede una maturità “diversa”. Bisognerebbe che tutti condividessero questo sguardo (Qui non vi è morte. Tutte le forme fluiscono una/nell’altra), che ingenuamente si propone e non si impone.
    L

    1. Il fumo odoroso sui
      tetti s’arruffa
      come un pavone fuorimoda.

      quante volte ci si domanda – e ruota pure una risposta, una e mezza – l’ironia, la poesia stessa la invita e la scalda, e lei ne tempera lo sguardo come il temperino con la punta della matita

  2. Un’altra bellissima proposta di Michele Obit, da ringraziare, da ringraziare davvero.
    mi piacciono tutte, ma “Il giardino, Bach” in modo particolare, perché in esso c’è l’essenza della purezza, del ricordo che non conosce ancora “Rabbia, Paura, Odio, Dolore, Partenza”, nel quale ancora fuggire “Questo giardino in qualsiasi momento diventerà una nuvola.
    Così]
    più a lungo potrà durare nell’archivio del cielo.”

    una sintesi poetica mi pare di afferrare, in base alla presentazione che ne fa Obit e che ben ne evidenzia la fuga dall’ermetismo, a favore dell’immagine limpida, ben descritta, che si dice narrandosi, osservandosi tra le cose, nelle cose, alla ricerca dell’uomo così com’è, così semplicemente uomo tra le sue mura, nella natura, negli odori, che si intersecano altalenandosi nella nebbiolina appena sfumata del presente attraverso le istantànee del ricordo.

    davvero belle.
    grazie.

  3. Mi fa molto piacere trovare qui i versi di Zupan, che ho conosciuto una decina d’anni fa, grazie a Miha, e di cui ho sempre ammirato i versi. Un vero poeta, per me. Da conoscere assolutamente.

  4. Fantastico! Poesie che mi fanno pensare a quanto , quanto si può perdere se non si ama la poesia…
    Sempre un piacere venire nella dimora, qui davvero il tempo può sospendersi, per un momento e portarci in altri spazi
    liliana

  5. Quando si leggono poesie come Il giardino, Bach ci si rende conto del perché si cerca la Poesia: come venire investiti da un’aria di neve che entra nello stomaco porta via tutte le nebbie solleva il respiro fino a farti toccare il profilo della meraviglia che muove a un bene infinito.

    Molto.

  6. Concordo con gli amici che mi hanno preceduto nei commenti, e con quello che ha tradotto i testi di Zupan. La poesia slovena è come la sua terra: verde, orti, un terzo degli orti destinato ai fiori. E i fiori, poi, sbocciano così alti, belli, se chi li annaffia e li cura lo fa con amore e rispetto, una parte ai morti, una per il sorriso delle donne e una per la poesia.
    Un caro abbraccio. Fabio

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