Repertorio delle voci (VII)

Franca Mancinelli

è il carnefice che ti alza presto
ti spella via dal buio, ti scuoia
le coperte, ti scorta in corridoi
scavati dentro il ghiaccio
dove altri corrono levando
un segno di saluto, uno specchietto

mentre la luce ci manovra
come ciechi nella sera.

 

Franca Mancinelli, Inediti
(da: Ghaphie n. 46, dicembre 2009)

 

ci sono secchi sparsi nella stanza
i tuoi quaderni vuoti.
Lo sai che torneranno, insistenti
a frantumarti come infiltrazioni
ma piangi pure e impara
dalle grondaie colme, acquasantiere
custodi di saliva
sulla porta dove ognuno
si medica le mani.

 

*

 

come ogni goccia cadendo comanda
suona quest’arco spezzato sui polsi
specchio sporco di nubi
sul grigio della strada, resti
duplicati sui resti
d’un fuoco che rideva
dentro gli animali e gli alberi.

 

*

 

fluendo verso l’ultima brace
che indora e muove
ogni più lunga custodia e guardia
lentamente la sera camminare
poi dibattersi e dormire insanguinati
come pesci tirati a riva.

 

*

 

è il carnefice che ti alza presto
ti spella via dal buio, ti scuoia
le coperte, ti scorta in corridoi
scavati dentro il ghiaccio
dove altri corrono levando
un segno di saluto, uno specchietto

mentre la luce ci manovra
come ciechi nella sera.

 

*

 

anche se mostri un viso
regolare come un documento
e in territori ostili passi
la dogana, oltre il sonno
e i sempre increspati
confini del suo regno
ti disfi e ti corrompi come il cibo
fresco che resta fuori dal frigo.

 

*

 

l’acqua toglie il dolore, l’odore
di selvaggina addosso,
sapone per non essere più
carne predata, inumidita
nella saliva d’altri: assottigliarsi
e sempre più nel rito
fino ad avere bianca
la pelle, persa
l’ultima scoria come un’ostia.

 

*

 

come formiche rosse velenose
discendevano in te salivano
per una cupa crepa della terra
trovandoti nel viso
una ciotola buona.

 

*

 

scorze dove dirama
la gioia in rughe,
cuore da cova, e queste
mani che non chiudono, che restano
nei cardini come
dilatando una preghiera;
eppure con fiducia le intreccio
accarezzando mento.

 

*

 

darò minimi baci di sutura
medicherò le crepe con saliva
sarò sbucciata e dolce
ai denti. Ogni mattino
ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò innocui aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

 

*

 

spegnersi come vecchie tv
la sera insieme all’ultimo lampo
di fosforo negli occhi
e tutto abbandonare alla corrente
al grande formicolio che porta
e toglie scorie, e cerchi
che si compiono dal letto
alla cucina come quando
tracciando si cancella
e un bagliore ci ritrae
fermi e sfumati via.

 

*

 

sugli occhi rinserrati le formiche
al posto delle ciglia. Intorno tutti
composti nelle cifre
di un telegramma; questo
leggibile del modo di restare,
con le mani annodate mentre
passa la fiamma e una per una
le viti girate. Contare
per tre volte figlio, una nipote,
quattro parenti, ripetere questo
anello che le resta.

 

*

 

ridono anche senza figli
selvatici come alberi che danno
frutti agli uccelli, con gli occhi buchi
umidi nella terra:
abbiamo già cresciuto molti semi
la notte guardando
le vene illuminate della valle.

 

*

 

quanto tempo contieni
ora che sei d’ambra
e lo vorresti, forse
insetto fisso, caduto
in te, immerso
nel tuo corpo di luce
e invece dici: «presto tutto
si verserà, non avrò specchi».

 

***

 

Nota critica di Manuel Cohen

Dopo l’esordio con Mala Kruna (Manni, San Cesario di Lecce, 2007), uno tra i più convincenti della nuova generazione poetica, anticipato e seguito da presenze significative in antologia: Nodo sottile 4 (Crocetti, Milano, 2004), Nodo sottile 5 (Le Lettere, Firenze, 2008), e Il miele del silenzio, antologia della giovane poesia italiana (a cura di G. Pontiggia, Interlinea, Novara 2009), Franca Mancinelli, nata a Fano nel 1981, presenta su ‘Graphie’ la suite da un lavoro in corso. Sono testi a struttura variata o informale, che ha per base l’endecasillabo, variabilmente ridotto a ottonario o settenario: generalmente versi liberi che non contemplano la rima, ma che si affidano al gusto di recursività per segmenti di suoni allitteranti e assillabanti, corrispondenze a garanzia di periodicità: ‘cupa crepa’, ‘specchio sporco’, ‘pelle persa’, ‘come ogni goccia cadendo comanda’, ‘ti scuoia / le coperte ti scorta in corridoi / scavati’, procedimenti tesi a una interiorizzazione del suono che impedisca un decorso verso la prosa. Siamo, d’altro canto, in presenza di versi-frasi monorematiche, raramente enjambé, tratto costitutivo della quiddità o stile dell’autrice… Non di rado gli incipit fanno ricorso a endecasillabi distesi, con immagini di movimento e accenni descrittivi di realtà: i secchi sparsi, l’acqua che cade, le formiche rosse, le formiche al posto delle ciglia, elementi che si fanno emblemi di una dimensione altra, dello sguardo e del pensiero. Come ha annotato Pontiggia, in quello che, fino ad ora, è il più acuto ritratto della Mancinelli, il movimento di questa poesia si affida a figure di significazione, a tropi, in prevalenza metafore, che ne denotano l’alto tasso di reticenza e figuralità, come pure alle figure di pensiero, similitudini, (qui se ne registrano 9), di originaria matrice sacroscritturale: come dire, un elemento connaturato e remoto, radice che rinvia a una pratica di oralità e pure di preghiera, o a una sua non confessata predisposizione. Ma conviene ripartire dal primo testo, ancillare ed emblematico di un procedere per immagini e metafore, in uno spazio circoscritto, la stanza, luogo fisico e topos della lirica occidentale, dove i secchi sparsi sono metafora di quaderni vuoti: la scena è liquida, i confini sono labili e un rapido spoglio dei lemmi rinvia al campo semantico dell’acqua (infiltrazioni, piangi, grondaie, acquasantiere) in un percorso di esperienza del dolore (le lacrime) e attraversamento di una soglia, la porta, e di senso lustrale che lenisce (la saliva). Dove il dato rilevante è di fiducia nella scrittura, che va accolto in chiave storica, non già historisch, bensì nel più complesso senso destinale, di geschichtlich. La lettura del testo singolo, come del lavoro di Franca Mancinelli nel suo complesso, rivela una fitta trama di coordinate fondamentali, e invarianti, tali da rendere concreta l’ipotesi dell’edificazione di un particolare canzoniere: movimenti reiterati o ritornanti , come ‘strappi e piccoli rinvii’, da un dentro a un fuori, o nella proiezione di rapporti interpersonali, nella disputa pronominale (io, tu, noi). Una poesia che ha per stigma il confino e lo sconfinamento fisico e ontologico (tra i lemmi, frequenti: custodia, guardia, porta, dogana, confini): le pareti della stanza, come dell’opera, e come del corpo, vivono simbioticamente con l’esterno, con la percezione corporale, fisica, e panica del paesaggio, pure in una pratica ustoria di rispecchiamento (specchio, è lemma ricorrente) e relativa registrazione di elementi di microcosmo: in questo senso, alcune parole chiave, wortmotiv, assurgono a correlativi oggettivi di una condizione: acqua, mare, luce, seme, arco, ago, formica, riverberando un destino nel transito, nel moto, come in un testo apparso in Nodo sottile 5: ‘Dirette al mare appena nate, le tartarughe, / scordato l’uovo e le macerie. / Qualcosa in noi respira / soltanto nel trasloco’.

 

***

20 pensieri su “Repertorio delle voci (VII)”

  1. solo una piccola riserva per l’intervento critico molto illuminante di Manuel Cohen: “una interiorizzazione del suono che impedisca un decorso verso la prosa”. Contesto quest’idea di “prosa” come ambito di rarefazione-abbassamento della sonorità, interiorizzata o meno, della parola

    per il resto ho apprezzato in questo lavoro di Franca Mancinelli (mi ero ripromesso di approcciare almeno, se non di approfondire, il suo “Mala Kruna”, ma è rimasto nel mucchi del “da fare”) un retrogusto di poesia provenzale, di certi artifici introdotti durante la vicenda artistica di quella tradizione, come quello di iniziare una strofa con la parola con cui si chiude la strofa precedente, o con un verso che contiene una parola già contenuta nell’ultimo della precedente… insomma, la fitta rete di rimandi lessicali-iconici presenti nel corpo del testo dei singoli componimenti, tra loro staccati eppure inanellati come variazioni strofiche di un’unica “canzone”-arco voltaico strutturale, mi induce a chiedere a Franca, sempre che voglia accogliere la sollecitazione, quanto peso effettivo abbia la lirica provenzale nel suo percorso

  2. Condivido la tesi della Canzone-Canzoniere. Una Canzone, debbo dire, all’interno della quale il “corpo” e la “materia” slittano ( o emergono) quasi volessero negarlo ( Il Canzoniere). L’emergenza della “materia” e dei segnali del corpo costruiscono una ramificata “seconda lingua”.

  3. non c’è molto da aggiungere a quanto detto da Cohen e Bertasa. Diciamo che trovo la poesia di Franca, che ho incontrato brevemente quando ha vinto il Premio Abbadia di S.Savino con Mala Kruna, molto consonante e confortante. Consonante per il vario e vasto bagaglio di strumenti, cultura, artifizi, ritmi, rimandi che mi ha sempre interessato in poesia; e proprio perciò confortante in una giovane che non ritiene, come tanti, che basti l’ispirazione, un pò di passione e qualche tributo al canone, ma crede evidentemente che la poesia abbia bisogno di essere pensata e “lavorata”, con la necessaria “fiducia nella scrittura” a cui accenna Cohen.

  4. Una voce giovane, ma decisamente interessante.
    Condivido in toto il commento di Giacomo, il quale mi ha anche chiarito, con il suo commento, un piccolo mistero dovuto alla mia disattenzione.
    liliana

  5. mi scuso per l’OT.
    sì, Giacomo, ma ti avevo scambiato per un altro !!! le vacanze che avevo appena fatto non è che mi avessero giovato un granché, direi
    ciao

  6. Grazie a tutti i lettori e agli intervenuti. Grazie di cuore a Francesco Marotta che si (pre)occupa di ospitare su questo bellissimo sito i miei interventi.

    @ GUIDO GARUFI
    Grazie al mio amico Guido Garufi che di canzonieri se ne intende! Sottoscrivo ogni tua parola. Due lingue, due piani e due letture che si intersecano di continuo e si confondono sempre semanticamente in Franca.

    @ GIACOMO CERRAI E LILIANA:
    Spero di riuscire a ‘chiudere’ i miei appunti su ‘Mala Kruna’ al più presto, e a offrirli in lettura. E’ vero: la Franca è molto attenta e rigorosa, so per certo che lavora ai testi con parsimonia e con cura enorme. Come è evidente che è molto fervida nelle letture e ricettiva. Ciò non di meno, ben oltre la letterarietà, la sua è una scrittura di rara autenticità. Le due cose si bilanciano e convivono molto naturalmente.

    @MARIO BERTASA:
    la tua riserva è legittima, come i rilievi che fai. Ci tengo a chiarire che non nutro pregiudizi di sorta nei confronti di scritture in prosa né di poesie che vanno incontro alla prosa ( me ne sono occupato in varie occasioni): quando accenno a procedimenti che impediscono un decorso verso la prosa, il verbo va accolto nella sua accezione più neutra. Sono effettivamente procedimenti linguistici e fonetici tipici della lirica (non a caso faccio poi riferimento al canzoniere) :l’interiorizzazione delle recursività sonore presenti pure nel libro ‘Mala Kruna’ tendono, mi sembra, a questo: ‘ il càvo intonacàto dèllo stomaco’ (che sembra foneticamente, mimeticamente, riprodurre la parte concava del corpo femminile… ad esempio ( in un contesto in cui nella parte concava è insita la natura, la verità, l’intimità inconfessabile di un’esistenza).

    Non mi sembra di aver invece parlato di ‘rarefazione’, che in Franca comunque non c’è: gli elementi esterni, esteriori, le datità sono ampiamente presenti e metabolizzate nei testi. Grazie.

  7. “Mala Kruna” è un libro attraversato da una fortissima “tensione allegorica”, che investe la struttura stessa (prima ancora della materia) dell’intero “poemetto”. Uno dei risultati più evidenti è l’estrema dinamicità del tessuto testuale: dall’architettura formale alle scelte lessicali – che quel “movimento” assecondano.

    In questi testi la “tensione” si allenta e la “rarefazione” – attraverso il sapiente alternarsi ricorsivo di tropi metaforici e similitudini – scava all’interno dei testi (più “raccolti” – quasi lo sguardo avesse bisogno di leggersi nell’oggetto) delle “pause riflessive” – vere e proprie radure a specchio dove pensiero e canto sono indistinguibili, e il senso è tutto nella “visione” di quell’inestricabile rovesciarsi (i due piani a cui accennavano, con altri riferimenti, Garufi e Cohen).

    Scrittura di altissima tessitura, in entrambi i casi, con – a mio parere – una maggiore “consapevolezza” e padronanza scritturale negli inediti – la cui diversa autonomia, rispetto al “disegno” che presiede alla composizione del primo libro, è una dichiarata disposizione al confronto con le “varianti” che ogni singolo testo genera – nel suo sporgere ben oltre il “margine” (non solo della “pagina”, ma del “canone”).

    fm

  8. Grazie di cuore a Francesco per avermi ospitato nella sua casa sospesa sulla rete; grazie per queste parole vicine e attente a lui, a Manuel e a tutti gli intervenuti. Putroppo questi sono giorni di numeri… di scrutini. Sono riuscita ora a strappare un momento, a trovare uno schermo collegato. Lascio depositare un po’ i pensieri, le cose che mi avete fatto venire in mente e rispondo appena posso chiudere i registri.
    a presto
    Franca

  9. Queste poesie di Franca Mancinelli mi sono piovute addosso come una vera manna dal cielo e faranno molto bene al “percorso poetico” che ho intrapreso. Le leggo da due giorni e devo dire che riescono a sconvolgermi con la stessa intensità tutte le volte. Questi versi possiedono un equilibrio tanto perfetto quanto instabile e sono il connubio perfetto di suono/realtà/parola/voce. Proprio per questo non perdono di potenza. Questi versi della Mancinelli sono, per quanto mi riguarda, quel raro esempio di poesia che evoca ma non spiega e di reinvenzione del linguaggio attraverso cui ciò che più si crede di conoscere viene in realtà scoperto ogni volta – scoperto nella sua duplice accezione di incontrare ed emergere.

    In questi versi di Franca Mancinelli credo di aver “scoperto”:

    il più straziante tramonto

    *
    fluendo verso l’ultima brace
    che indora e muove
    ogni più lunga custodia e guardia
    lentamente la sera camminare
    poi dibattersi e dormire insanguinati
    come pesci tirati a riva.
    *

    il più agghiacciante albeggiare

    *
    è il carnefice che ti alza presto
    ti spella via dal buio, ti scuoia
    le coperte, ti scorta in corridoi
    scavati dentro il ghiaccio
    dove altri corrono levando
    un segno di saluto, uno specchietto

    mentre la luce ci manovra
    come ciechi nella sera.
    *

    e la più cruda immagine della vita

    *
    anche se mostri un viso
    regolare come un documento
    e in territori ostili passi
    la dogana, oltre il sonno
    e i sempre increspati
    confini del suo regno
    ti disfi e ti corrompi come il cibo
    fresco che resta fuori dal frigo.
    *

    Questo senza tenere in considerazione i miei quaderni vuoti sparsi nella stanza come secchi ad attendere gocciolare parole dalla grondaia/acquasantiera.

    Credo che, nel mio piccolo, ci scriverò su (ovviamente facendo riferimento a tutte le fonti coinvolte).

    Davvero una bella lettura
    Luigi

    P.S.: piccolo OT – Francesco, ti ho scritto (te lo dico solo perché l’ultima volta non arrivavano le mail).

  10. Provo a rispondere e a raccogliere alcune delle sollecitazioni che mi avete dato.
    La poesia provenzale… sì, probabilmente. Non è una delle mie letture più frequenti, per quanto mi affascini molto la codificazione e lo spazio chiuso di quel mondo, la metafora dell’amore come chiave totalizzante dell’esperienza. Forse un poeta come Guido Cavalcanti, con il suo accento sulla forza devastante dell’amore, con la sua drammatizzazione delle passioni. Riguardo ai ritorni di alcune parole tra una poesia e l’altra… è vero che per me ogni testo è un frammento di un discorso più ampio che poi cerco di fare in un libro. L’ordine di questi inediti l’ho pensato, ma non so se resterà, se nel libro che sto iniziando a delineare salterà, verrà riformulato.
    Ho tempi di elaborazione molto lunghi, sia per i singoli testi sia per la costruzione del libro. Sposto le parole e le risistemo fino a che non sento che un verso può reggere, che potrebbe essere la parete di una stanza, di un luogo che può contenermi, in cui posso vivere. Un po’ come i gatti, quando con il muso si costruiscono la cuccia. Un verso deve reggermi, sopportare il peso del mio corpo, della mia vita. Quando penso ad una preghiera (io non ho fede) penso a questo: ad una parola a cui è affidato tutto, ad una pronuncia che ti salva. Con il mio primo libro questo lavoro di sillabazione l’ho fatto fino quasi alla rovina, all’autodistruzione (soprattutto nella prima parte, che ho riscritto anche troppe volte). E’ vero quello che scrive Francesco, in questi inediti la tensione è calata, la lotta che in me c’era tra il dire e il non dire, tra l’aprirsi e il barricarsi, si è fatta meno dura, più dolce forse. Per questo li ho guardati e li guardo ancora con un certo sospetto. E se la struttura di “Mala kruna” una volta trovata si è disegnata in me come necessaria, come inevitabile (perché affondata nella mia vita), quella di questi inediti che si stanno lentamente ordinando in un libro è più aperta, è vero; non ce l’hanno ancora un’architettura a cui obbedire, e non so se la troveranno (a parte questi piccoli rinvii che sembrano, a tratti, allinearli in un filo esile).
    Sento anch’io la tensione di cui parla Luigi tra equilibrio perfetto e instabilità: tutto quello che riesco a fermare è ad un passo dal crollo; il muro che sembra levigato e inaccessibile trema dentro nelle sue fratture, argina e si apre alla rovina.

  11. Grazie per il tuo intervento, Franca, che mi sembra chiarisca parecchio dei tuoi testi e del tuo approccio complessivo alla scrittura.

    Trovo particolarmente significativo il tuo rilievo sui “tempi lunghi” della composizione: in un’epoca dominata da gente che scrive una silloge alla settimana, il tuo “sostare” e procedere “con lentezza” è tutto valore aggiunto (alle ragioni della poesia, sicuramente).

    Solo una precisazione nel merito di quanto ho scritto nel precedente intervento. La dialettica fra “tensione” e “rarefazione” (volendo comparare questa sequenza di inediti a “Mala Kruna”) io la leggo come un evidente (ai miei occhi) fattore di crescita – il che è tutto dire, visto che ritengo il tuo libro d’esordio una delle opere migliori, in assoluto, lette negli ultimi tempi. La tensione è il movimento incessante che anima e rende oltremodo dinamica la materia poematica del libro (ma risponde a un disegno – fosse anche emerso a posteriori – a un’idea strutturale dell’opera comprensiva del corredo di tòpoi e rimandi variamente attraversati e metabolizzati); la rarefazione, invece, è un trattenere passo e respiro – fermi per un attimo nello spazio (la radura) che essi creano – in attesa dell’evento che i versi custodiscono all’insaputa delle parole: magari proprio del manifestarsi di quella “crepa” sul muro levigato (sonoro e segnico) che proietta l’intera costruzione nell’oltranza che essa stessa conteneva. Ed è in questa “sospensione” che il “corpo/vita” rende tutta la (in)cosciente complessità di essere tramite – strumento, cassa di risonanza – per l’epifania di sensi altri.

    Ai miei occhi di lettore questi testi parlano (anche) questa lingua. E forse la “mancanza” di un disegno è proprio “il” disegno che vai cercando, quello che ti si rivelerà a cose fatte.

    Ciao, grazie di essere qui.

    fm

  12. COME

    Un po’ di ore fa, quando ho letto queste poesie volevo lasciare un breve commento, volevo dire che sono molto belle queste poesie.
    Ma poi le ho rilette e le ho rilette ancora una volta, e poi ho letto il commento di Franca Mancinelli e ho pensato a due cose.
    La prima è che in nove di queste tredici poesie la similitudine resta esplicitata. Il “come” non viene, con un qualche artificio, eliso. Nove similitudini piene, delle quali due fanno da incipit della corrispondenti poesie, e tre da ‘ultimo verso’ delle corrispondenti.
    La seconda cosa sono le stesse parole che Franca ci dice: “(…) Sposto le parole e le risistemo fino a che non sento che un verso può reggere, che potrebbe essere la parete di una stanza, di un luogo che può contenermi, in cui posso vivere. (…) Un verso deve reggermi, sopportare il peso del mio corpo, della mia vita (…)” Ma proprio in coda alla sue annotazioni scrive: “(…) tutto quello che riesco a fermare è ad un passo dal crollo; il muro che sembra levigato e inaccessibile trema dentro nelle sue fratture, argina e si apre alla rovina.”
    Da una parte la poesia (ogni singola poesia) come insieme di versi-pareti tali da definire “una stanza” “in cui posso vivere”; dall’altra il timore che questa stessa stanza non regga.
    Ma “queste stanze” reggono. Eccome se reggono.
    Il riscontro del “come”, il riscontro fra due cose di cui una “dalle proprietà ben note” – un riscontro perseguito e ripetuto puntigliosamente – le sostiene queste poesie, “queste stanze” dove “poter vivere”.

    Un saluto caro
    Buon fine settimana
    Adelelmo

  13. Leggendo questi testi ho ripensato all’Unheimlich, al perturbante.
    Schelling, giocando un po’ col tedesco, diceva che l’Unheimlich è “tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto (heimlich), nascosto in casa (Heim) e che invece è affiorato”. Poi Freud avrebbe detto una cosa un po’ diversa, ma quel che mi interessa qui è che c’entra la ‘casa’ e ciò che la turba perché non domestico, estraneo, straniero, eppur stranamente simile, intimo, familiare.
    Anche in Mala kruna, se non sbaglio, tornano molto gli ambienti domestici, compreso il corpo con le sue metamorfosi: qui trovo più dominio del materiale espressivo, meno autobiografismo, meno ‘tensione’, forse, ma di certo non meno rigore – la voce, anzi, si è fatta implacabile, e matura abbastanza da dire con precisione tutta la “frantumazione”, registrare i punti di collasso.
    Lo scenario è fatto di interni (la stanza, la custodia, la cova, il frigo, il letto, il salotto), variamente invasi da una alterità “panica”, come dice Manuel, ma forse non proprio cosmica: la natura è minima (quella del selciato, del cortile) e brulicante; si avverte lo smottamento, l’infiltrazione, il definitivo affluire (corrompere?) di ‘altro’ verso se stessi.
    Questo ‘altro’, come suggerisce l’Unheimlich, è anche un po’ il sé che si è. Sopito, nascosto, inguardabile, ma parte di sé. E al contempo estraneità da sé con una funzione potentissima: quella di “vivere l’angoscia come strategia di potenziamento di sé” e “convertirla in energia creativa” (queste sono citazioni da Monica Farnetti). Questi versi dicono forza – creata, certo, attraverso l’impietoso sguardo dritto negli occhi di ciò che ammutolisce (se stessi allo specchio: riconoscersi altri / non riconoscersi perché scomposti dagli altri).
    La strategia più usata, come ben nota Adelelmo, è la similitudine, in uno splendido esempio di armonia tra figura e discorso: a ben guardare le figure (geometriche!) più usate in questa poesia sono l’arco e il cerchio (vedi l’arco spezzato sui polsi, il viso-ciotola, i cerchi dal letto, le mani annodate, l’anello, ecc.; penso anche alla ragazza-arco di Mala kruna, naturalmente), che ben concordano con l’arco impresso dalla figura (retorica) del comparare. Diversamente dalla metafora, che è fondazione di un nuovo oggetto, creazione, spesso, di un monstrum (penso per es. a Plath: “the moon is my mother…she is bald and wild”), la similitudine è la compresenza, è vedere le cose come sono quando sono messe vicine, come sentono, le une delle altre, la gravità, la spinta, la deformazione.
    Sì, l’immagine regna, ma rimane dominata; non eccede mai l’organizzazione di un soggetto che non smette di auto-prodursi in questo “modo di restare”, inesorabile nel guardarsi invadere, spellare, mangiarsi la faccia e, proprio per questo, forte.
    Insomma, testi bellissimi, davvero.

    Un saluto caro,
    Renata

  14. Leggo questi inediti di Franca e sento il battere di un cuore nei polsi, fra i lacci di una prigionia senza nome, il sangue che percorre “le vene illuminate della valle”, e la valle, qui, è una poesia così densa di cose da farsi terreno profanato, custodia di solitudini e reliquie, di lacrime e preghiera. Ne sono incantato, coinvolto, e più che convinto.
    Saluto Franca, con profonda stima, e l’amico Manuel, con l’affetto che sa. Fabio

  15. grazie Fabio. Ti ricordo ad Urbino, in partenza per il lungo viaggio, e nelle parole di Manuel, dove torni.

    @Francesco: in effetti avevo ancora, dopo il mio primo libro, l’idea di una scrittura che dovesse liberarsi da una prigionia, essere conquistata con forza al silenzio. Ma la tensione in fondo non può durare, anche fisicamente: il corpo e i nervi hanno bisogno di riposo. E sono contenta che questo riposo, questo allentarsi abbiano trovato, come dici, una nuova forma, un modo diverso di aprirsi e di dire. Che non siano stati insomma, una vacanza, un abbassamento della guardia. Quando scrivevo “Mala kruna” avevo una materia che bruciava (me stessa, la mia carne); ora, attraversate certe ferite, temevo quasi che anche la ragione della mia poesia finisse.

    @Adelelmo: grazie per la tua lettura attenta, per il conto delle similitudini, che mi hanno fatto tornare in mente i tuoi passi contati in “Porta marina”. Quello che dici illumina le crepe, rinsalda. Ma la casa, come nell’ultima sezione di “Mala kruna”, per me non può che essere “un rudere”, un rifugio che resiste, non si sa per quanto, al crollo. Forse perché chiedo molto alla poesia, ma non le chiedo la vita: credo che uno dei pericoli più grandi sia proprio quello di rimanere uccisi dalla scrittura, di costruirsi lentamente un sepolcro.

    @Renata: Mi sembra molto bello e vero il riferimento che fai al “segreto che riaffiora”. Mala kruna ha ospitato questo, nel mio stupore e poi, nella mia gioia: i macigni che pensavo di dovere portare in me, l’indicibile e inaccettabile, ad un tratto, inaspettatamente, ha trovato una strada per essere detto, per essere attraversato. Mi denudavo e allo stesso tempo avevo un vestito; era la prima volta che provavo questa libertà, questa nuova possibilità di vita donata dalla scrittura. Il segreto che prima aveva il peso e la consistenza del piombo, probabilmente ora si è “rarefatto” (riprendo la lettura di Francesco), aleggia negli spazi, nelle stanze.
    Guardarsi allo specchio è vedersi morti, vedere la propria morte. Me lo hai fatto venire in mente tu; e c’è certo Pavese, con la sua poesia memorabile.
    Nella scomposizione di cui parli penso a Schiele, alle sue figure, a cui aveva accennato in un biglietto Enrico Capodaglio. … molto utile la riflessione sulla similitudine e la metafora. Tornerò a pensarci.
    Grazie di cuore per questa lettura
    Franca

  16. i commenti a questo post, caro Francesco, sono di una qualità rara. sono molto contento per Franca, e anche per quello che lei stessa ci ha scritto.

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