Il libro dei doni – Capitolo VII, 3

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Nadia AGUSTONI   Luca ARIANO   Ivano MUGNAINI
Anna MALFAIERA   Roberto SANESI   Margherita RIMI
Marina PIZZI   Adriano PADUA

 

Il libro dei doni – Capitolo VII, 3

 


Nadia AGUSTONI
[da: Taccuino nero, 2009]

 

     lavoro dell’alba

Lavoro dell’alba, shock mattutino
l’aspettare, tenere l’attesa che è acino maturo,
confondersi al quadrare dell’ora
far su le cose con gesto grezzo e grande
che t’impari quel che è creato
t’impari un sonetto di silenzi
prima del rumore delle ferramenta
che esplodono quando ti maciulla il costato l’ingranaggio
e tu sei arnese che pensa e non pensa ch’è presto ancora
e tardi farai anche alla tua veglia

che hai un sonno vivo
un sonno di redenzioni e d’innocenza
dove ti tocca nascere
ma nasci appena un po’ e bambina
che avrà neanche parola neanche l’asciugarsi del pianto
né un angelo infermo che si biasima.

 

     lavoro della sera

Quel che la sera comincia lascia presso le case
fa cigolare dalle porte venir giù dal buio dal sonno
che non è solo stanchezza ma si tiene alle cose
frugale e forte forzando a far su le vocine di dentro.
Si spifferano all’aria i segreti i ricordi le paure
l’assenza di pause in quel fare magnifico e desto
che agli altri ti consegna senza realtà né inizio e fine
strozzato il senno il danno come a una soglia chiusa
col tempo dentro e fuori a fare toc.

 

     costruire castelli di sabbia

Ci tocca pazientare…
è un vespro lentissimo nei sogni
costruire castelli di sabbia e abitarli
sentire che trabocca dalla pelle una pelle più dura…

Agito le parole fino a invocarne un ritorno felice
dicendo in maniera scaramantica nomi d’incantesimi
abracadabra o quelli di una conta che il pensiero riafferra
pimpì oselì sota ol pe del taolì… (*)

Nel prato c’è un pizzico di sole che pizzica la rete,
in rettangoli il giorno tramonta, vien fuori un grido sul tardi
che schianta gli altri suoni e la notte ci imbocca d’aria
mostra stelle vere, una dolcezza incurabile…

(*) inizio di una conta dei bambini in dialetto bergamasco.

 

     storia del cane

Scherziamo sul dolore e l’averlo nella testa…
c’è un coltello magico per incidere i dolori
sono le parole della quiete non dette
l’uno due e tre contati per finta
perché al via ci siamo, ma c’è il trucco.

Lo stesso succede al cane che si lancia
e trova la catena sulla fine e non prende niente
né capisce perché c’è chi ride passando
e chi ha paura di una rabbia sperduta
dell’occhio che afferra un limbo.

 

     quando andremo lontano

Scommettiamo che il tempo farà ritorno a casa
come noi, avrà lancette nuove d’orologio, una clessidra,
la meridiana a lato della piazza e ci dirà fischiettandoli
nomi e verbi quando andremo lontano e a tutte le stazioni
un fazzoletto su qualche balcone ci chiamerà indietro
quando senza parlare sentivamo parlare d’amore
chi viveva l’amore…

Ma siamo chiusi nel nostro contrario, abbiamo spaventi
grandi e grandi illusioni, andiamo senza cammino girovolando
e divenuti acrobati scambiamo le nuvole più pigre
per quelli tra i simili che han la testa grave, pensiero di sé soltanto
e mai sapranno che scherzo è il destino, che burla, che grassa
idiozia…

Perché niente viene dal basso o dall’alto, ma da idee,
come i piccoli maestri che qualcuno tirò in ballo
a guerra partigiana cominciata e andavano sulle montagne
e sognavano loro e noi sogniamo ancora questa scemenza
di un mondo migliore, di gente che ama la gente…

 

     preghiera

Stasera la grandine c’ha sorpreso
ha fermato il tempo delle macchine e la calura,
il buio cavalca le finestre, i corridoi, le tettoie in lamiera
e un ramo staccato all’alberello
sta in mezzo al naufragio delle cose
e la fionda dell’aria

fa quasi silenzio

I panni stesi in un cortile oltre il muro
son finiti come bandierine un po’ ovunque
e li raccogliamo sventolandoli come dei Robinson
riparando un cavo, spostando una cassa
urlandoci uno sputo di grazia
e di grazie.

 

     ci si stanca a vivere

Ci si stanca a vivere e a fare il dovere nostro
ma tra fili, campetti e marcite
l’arbusto sbuca nel cortile, colma di luce
è la luce, una speranza spinosa eguale all’ortica
ci lascia immaginare il futuro e ci segue la sirena
industriale come degli Ulisse con i tappi di plastica
nelle orecchie e calzari di ferro e passi roboanti.

 

     i fatti spogli

Ma è difficile tenersi all’abbaglio
succedono a noi le cose i fatti spogli,
a un corpo cui l’ombra si fa callosa
e c’è il disturbo degli occhi
il loro ammaestrarsi a vedere soltanto
l’ovvio…

Diventiamo soli e inventiamo
di stare in disparte, di non sapere niente,
perché niente collima con l’orda dei no
come se un’altra sostanza ci facesse umani
ma è lo stesso dirlo o lasciar perdere…

L’archeologia industriale ricostruirà
il gesto intero della vita,
ma non la brama del gesto,
non il morso nella carne, il contemplare
lo spazio…

 

***

 


Luca ARIANO
[da: Contratto a termine, 2008, inedito]

 

Genti dolorose

“che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto”

(Dante, Inf., III)

Gli occhiali scuri la mattina presto
per Patrizio sono uno scudo alla sabbia
della notte, all’ansia d’un passo autunnale.
Ti porti sempre la tua aria di sagra
e ravioli d’oca ma quel giro di giostra
un po’ stantio l’hai lasciato lì.
I palazzoni delle periferie non sono poi
così diversi nella Metropoli e in quei piani
s’intrecciano note suonate male e l’odore
umido del vento quasi non si sente più.
Teresa per mano ti porta nel suo molo di pescatori,
in una di quelle navi dove è salita,
dove si sentivano le grida di mercato e reti
ancora da sciogliere; parla e ti racconta
la sua storia di piazze e sotto la campana
di strade vuote e rintocchi di lacrime
sono i graffi della lunga notte.
Don Gigi nel suo oratorio di quartiere
un po’ di teste le aveva cambiate tra biglietti
anonimi e giornali bruciati ma solo nell’ombra
d’uno sparo le sue preghiere durano l’attimo
d’una notizia alla radio e le stanze si gonfiano
di paura un’altra giornata.

 

*

 

Eserciti s’affrontano ai limes sguarniti:
orde depredano tra burocrati e ministri
da Basso Evo e dal balcone si sente
la canzone dell’eroe del Rione
benedetto la domenica in confessione.
Il tuo naso semita – forse traccia cromosomica
d’un altra epoca – è il passo di braccianti
da masseria a masseria
quando i briganti aspettavano i Piemontesi
al bivio; le tue mani pulite hanno dita
d’artigiano a risuolare scarpe.
Teresa oggi è chiusa in casa con quel tempo
che non sai più che stagione è:
“Mira mira” il battello che costeggia le isole
con gli ultimi spruzzi di sole
ed è tempo di migrar come bufale
a pascolare su discariche.
Accanto alle scuole in via Toscana dell’Eridania
è rimasto solo lo scheletro e siringhe
tra l’erba dove domani si sposeranno.
Una dose la puoi comprare al Parco Ferrari
e t’immagini un’azione della banda Corbari
prima dell’ultima rappresaglia gridando “W l’Italia!”

 

*

 

In quella casa Teresa ha trascorso
stagioni – quando hai gli occhi spensierati,
ma le generazioni passano
e delle onde sugli scogli rimane un po’ di sale
a erodere il tempo d’un tuffo.
Fiulin le conosce bene quelle case,
lui che ancora gioca con l’Enrico,
stanotte in riva all’Enza con la gola trepidante
e calzoni stirati dal vento d’una promessa
non ancora mantenuta.
L’Emilio una domenica a Milano senza partite,
nell’imponente silenzio di San Siro
tra cani scodinzolanti e stoviglie della festa,
a svuotare scatoloni come prima d’un ritorno.
L’Andrea voterà socialista – forse per tradizione:
suo padre commosso
a fischiare l’Internazionale
che nemmeno una lira avrebbe preso negli anni Ottanta.
Guido è rimasto comunista per quarant’anni
anche quando suo fratello Paolo
non è più tornato dalle valli
e il Maresciallo Tito era un altro sogno
da riporre in cantina.
Sicuramente lui c’era quando han bruciato
Giordano Bruno: ha filmato tutto
col videofonino e lo puoi scaricare su you tube
ma per le scene piccanti lo trovi su you porn.

 

*

 

Ogni benedetta mattina all’Emilio
tocca insegnare a quei ragazzi in bomber
e stivali d’oca – figli della buona borghesia,
ancora freschi di spedizioni punitive
a schiacciar le zecche ubriachi di birra
la sera ai Navigli.
Se lo ricorda Luciano che giocava a scuola
con lui, ora tifa Lazio e l’ha riconosciuto
manganellare in una rissa.
Suo nonno era sceso in Piazza Principe
fino a Piazza De Ferrari e Tambroni
“L’abbiamo cacciato noi!”
Ora ha il sorriso d’un dolce vecchietto
di forti rughe ma con la Volante Rossa
non c’era da scherzare… “Se non era per il Partito
li sistemavamo ben bene!”
E la faccia di quel bambino sorridente in una foto
scolorita sarà il truce polso d’un dittatore
morto nel suo letto in tarda età.
Teresa coi suoi occhi di febbre danza di tosse
ma dal lucernaio della mansarda la nebbia
mescola le case come un brano d’opera
cantato in altre stagioni d’antiche radio.

 

*

 

Stessa stazione un anno dopo,
sala d’aspetto a sfogliare giornali;
un operaio interinale suicida:
lascia moglie e figli.
Teresa volta un’altra pagina
prima dell’ansia d’un volo interrotto nella nebbia.
L’Enrico – che la sua storia pare uscita
da un film d’Almodovar… da una canzone
di sorcini – vorrebbe una zingarata d’altri tempi,
tra campi come quando le risaie si riempivano;
non rimane che l’Emilio con la sua spoglia casa
tra lo scalo merci e il silenzio dei marmi.
Stasera guarderà una tribuna politica
prima di due passi in Duomo per i cent’anni
della sua Beneamata.
Fiulin si ricorda la pioggia a Senigallia,
con tua nonna già vittima dell’osteoporosi
e quel cancro che soffiava da Casale
non troppo lontano.
C’era un sole d’autunno a Barceloneta
tra mura sfarinate di vecchi pescatori:
non è roba da turisti, tapas in quel bar
dove ancora ritrovi le facce di quartiere
incartapecorite dal sale e dai gas

 

***

 


Ivano MUGNAINI
[da: Inadeguato all’eterno, 2008]

 

     Inadeguato all’eterno

Se le braccia spalancate
della ragazza nuda
avranno la pietà del miele
selvatico, se il suo sorriso
enigmatico, sconosciuto e impuro
ti darà la certezza del corpo
e del cuore, senza cercare
niente di più, ora, del battito
delle tempie e del fuoco del sudore,
avrai il dono scabro, essenziale,
di un attimo: l’istante leggero e violento
in cui ti senti vivo,
seppure fragile, sporco,
inadeguato all’eterno.

 

     Per sbaglio, per errore

“Ho ricevuto la vita come una ferita”,
scriveva Lautréamont. “Voglio che il Creatore
ne contempli, in ogni ora della sua eternità,
il crepaccio spalancato”.
E’ morto all’età di ventiquattro anni, Lautréamont.
Eppure ha sentito la forza, nel respiro della carne
lacerata, di sfidare l’eterno, la vita, facendo
sentire il suono, l’attimo del fiato umano,
all’immenso, all’infinito.
E’ questo, forse, il patto tacito, l’impegno,
il contratto non scritto firmato da ognuno
all’atto di nascere. Ma intanto, mentre penso
al sorriso di trionfo del poeta esanime
sul bianco del suo letto, mi chiedo se
davvero, io, ora, con qualcuna in più
sulla pelle e nella mente delle sue
ventiquattro primavere ormai lontane,
riesco davvero a vedere, a percepire
la polvere e il sangue della voragine
del suo soffrire.
E se lui, per qualche mirabile acrobazia
del tempo, potrà mai scorgere l’ombra
aerea, deformata, ribaltata, del mio abisso.
Soprattutto mi chiedo se io stesso, e lui,
e qualunque altro misero, pulsante microcosmo,
siamo visibili, come la Muraglia Cinese,
almeno come un minuscolo solco, una riga
nell’azzurro del Cosmo, da lassù, dalle vette
siderali dell’eterno.
Ma forse la domanda contiene già in sé
la muta risposta. O forse Lautréamont
continua, cantando, ad avere ragione:
riceve la ferita senza rabbia,
senza sorpresa, finendo per lasciare
a bocca spalancata lo sguardo insondabile
che afferra la lama.
Mostrando il crepaccio con orgoglio,
come un frutto rosso, come un figlio.
Volendogli bene, in fondo. Senza temere
per niente, come un Adamo spaurito, stordito,
ancora caldo dell’erba divenuta paglia del giaciglio,
di avere stretto a sé con le braccia e con il cuore
la pelle calda di donna o di serpente
solamente per sbaglio, per errore.

 

     L’eterno ritorno del dolore

Non so cosa necessiterebbe, oggi
per strapparmi a me stesso;
forse una poesia ben scritta, letta
in una stanza chiusa mentre attendo
che si liberi la via che conduce
alla vita. Una poesia che faccia piangere,
e ridere, che faccia comprendere,
come un cieco nel buio, lo stipite, l’angolo
appuntito nello stomaco, il mobile antico,
di mogano, che non avrebbe dovuto
trovarsi lì. Una poesia che mi stende
sul letto, placido e perso, come un pensiero,
un ricordo, sicuro di essere nudo e morto,
seppure dotato di troppo respiro e coperto
da strati prudenti di cotone e fustagno.
Un verso, come un sasso che ferisce
e lacera la mano ma muove di onde
nuove e lucenti lo stagno del tempo,
del mondo. Una frase d’amore spietato,
banale, quasi da romanzo d’appendice,
che mi faccia alzare di scatto, folle
come non mai, ancora innamorato,
senza scampo e senza limite, felice
di andare a testa nuda a mezzogiorno,
ubriaco di sole, come un ramarro,
come un rospo, come un dio beffardo,
imperfetto, ignaro, mai come adesso,
dell’eterno ritorno del dolore.

 

     Non un alito d’aria

     Non un alito d’aria, un guizzo, uno scarto
di tempo. Anche il lago sullo sfondo, sarcastico,
stupendo, è un dipinto di autore manierista.
Navigano, sull’acqua e nella testa, vele di carta
e fustagno, orrore immobile, certezza del nulla
che scivola lento verso la sponda.
     Ma ripetono, tenaci, i poeti riuniti in schiera
compatta di lettura, in una formula, un’invocazione
ad un dio muto, scontento, una delle loro parole
preferite: “vento – vento – vento”.
     Rido, amaro, della loro patetica fiducia. Ma un alito
reale, spettina, ora, la fronte. Forse è chimera, vana
impressione. Ma anche le foglie fremono assieme
al cuore, perfino il lago si increspa. La vita ritrova
se stessa nella parola. E perdersi nella gabbia
della sua magia è annegare la mente in acque
profonde, o annegare il corpo, semplicemente,
l’attimo in cui l’esistere ritrova suono e fiato,
la voce sognata di un vento che soffia, lacera
e carezza, veramente.

 

     La stazione

Giunto in anticipo di fronte
a questa stazione, fermo, immobile,
senza aspettare alcun treno, non vorrei,
stavolta, che arrivasse alla mente
una poesia.
Vorrei che da quella porta rugginosa
dell’atrio uscisse trafelata la carne
imperfetta di te, accesa, sudata,
rossa di vita di follia.
O, almeno,
su quel vetro polveroso e mezzo frantumato
vorrei la pace assurda di un riflesso
di sole di cui non conosco l’origine
né il senso. La quiete afosa, la luce
ironica, fatale, del silenzio.

 

***

 


Anna MALFAIERA
[da: Il più considerevole, 1993]

 

Il più considerevole

Leggero persistente mi piace il segno
che s’impone tra tanti libero. Mi piace
quando aggregato cosciente produce
la cosa pensata scritta. Azione
in senso straordinario in armonia
con le intenzioni calco e suono
il segno incede s’inoltra si combina
recede o vaga incerto. Mia meta
quotidiana avanti indietro rigetto
dell’aldiqua dell’aldilà investita
dagli utensili dal cibo dalla polpa
del frutto marcito. Mio riscontro
io e il segno che emerge autonomo.
Mi stupisce se origina e sopravanza
una risoluzione ragionata mi riduce
se appena si evidenzia un soffio contrario
lo scombina lo consegna al vuoto fantasma
invariato sibilo lacerante lacerato.

 

*

 

Non rinuncio ritengo risolutiva
la mia determinazione a decidere libera
di ripartire quanto è necessario da quanto
limita il terreno accessibile delle immagini
illusorie che s’impegnano a vivere.
Nell’urto di tensioni contrastanti
mi oppongo al piano stratificato di evocazioni
nominali per affermare che persiste in me
un’attenzione vigile attiva indipendente
nella valutazione critica degli avvenimenti
un’energia di segno in posizione un intuito
che rompe lo schema accomodante dell’imposizione
forzata. Nella situazione la più minacciosa
l’idea terribile è che alcuni stiano
esercitandosi ad agire a nostro danno
senza chiedersi fin dove spingere quanto basta.
Soggetta ma non rassegnata scompiglio
il visibile di cui diffido le incidenze
impreviste che non coincidono. Coinvolgo
in espansione il grido ininterrotto che vaga
nell’aria notturno adagio di riflesso.

 

*

 

Accorre si affolla la comprensione
del mondo intero estremamente desiderata
quantità di esperienze motivate contrastanti
paralizzate che pure gemendo si amano
complementi che s’ingegnano ad essere
a resistere per riproporsi ogni volta
da capo instancabili movimenti da luogo
a luogo andante orchestrato di ricordi
evento favoloso raccontato fondamenta
che rendono il mondo articolato
espresso definito una comune parentela
il primo piano dell’approdo futuro.

 

*

 

Come edera d’un tronco annoso arroccata
vita cumulo ispessito di sotterranei
camminamenti fusioni di giorni e notti
innesti raffiche di stagioni inesauste
legami avvinghiati tenacemente resistenti.

 

*

 

Ispessisce il silenzio del giorno curvato
il silenzio che nel sonno si turba si tradisce
oppresso quasi grida richiamo afono diluito
nella memoria impregnata di presenze lontane
finalmente docili piume vaganti contese
alla corrente di gelo che mi incrocia.

 

*

 

Mi inquieta la paura lecita del fidarsi
o no considerando situazioni condizioni
affanno ed altro senza esagerare preme
con tatto molesto realizzato con talento
in una dinamica progressiva. Non so
se è casualità il meccanismo travolto
dal negativo di quanto non va o andrà
se l’ordine dell’universo esperto
risolve per sé la catastrofe glaciale.

 

***

 


Roberto SANESI
[da: Recitazione obbligata, 1981]

 

La messinscena di Fanes & Ananke

Dire non dire

dire non dire, dissimulare dicendo, spostare
il segno, il confine – per evitare (che cosa?);
dev’essere infatti per ragioni pratiche che esiste,
da qualche parte, una realtà prestabilita
questo mare ingabbiato dalla sabbia, dove le code
e le cannule e le chele si esibiscono, acrobate,
e appaiono e scompaiono nelle frane, recinto
dalle reti, dalle griglie, dal grigiotopo di questo
novembre di rancori, con la tetraggine e il resto,
che gli si addice, e tu che ti introduci
con alghe morte a parrucca, le labbra serrate,
mentre sto ancora pensando a che consigli dare
(come sarebbe, dicono, democrazia o amore)
sulla provocazione, fruscìo di ciottoli, scroscio
di rudezza, tenerezza della pietra,
e il macinarsi insieme del dubbio – dev’essere
per ragioni pratiche, senza dimenticarti, o magari fingendo,
che uno si mette in tasca la notte,
se l’appallottola, la strappa con le unghie non visto,
la tortura come un rosario arabo, non tanto
per passare il tempo, ma per adeguarsi al dolore,
per stabilire il luogo dell’addio (cosa ce ne facciamo
di un dito infilato nella sabbia, di un rimando),
con questo mare che sbatte, che rotola e sgretola,
e la pioggia di traverso, il va e vieni del dramma
di chi non riconosce né il suono né il senso

del dire, non dire, dissimulare, annegare, spostare
la fitta, la ferita, il girotondo delle dita fra i capelli,
per ritrovarsi un’immagine (sua, mia, di lei, ecc.)
che poi risulta prestabilita – cosa ce ne facciamo
dei rapporti, dei meriti, degli errori, dei nodi, dei paradigmi
di questa cosa splendida e idiota – nemmeno fosse la vita

(novembre 1976)

 

Dodici occhi

tutte le volte che il tuo sguardo acidulo mi
caracolla sui sensi
dodici occhi dalle fessure di pietra mi portano
giardini di malessere, violini, e una luce che sfrìgola
con un bisbiglio di mosche nell’ìncavo
fra pollice e indice, e lungo la schiena il soffitto
della mia resistenza precipita, tanto
che deliziosamente m’aspetto una specie di morte, sebbene
lo sguardo si rovesci, ogni volta, all’interno di te
fino a mettere in dubbio ogni sostanza, perfino
lo scricchiolìo del pensiero, non dico
il corpo, né le parole che a tratti, di scatto,
incautamente colpiscono, e allora ti vedo
solo con dita che annegano disgiunte, convolvoli
che s’attorcigliano a un’alba incolore,
mentre ridefinisci la luce accumulando frenetica ciottoli
e fiori, suoni, rimpianti, èlitre secche e rifiuti
nel punto in cui finalmente credevo di raggiungerti

 

Sonetto, al’ingannevole

Un calco d’aria. Attorno. E il freddo.
Ci puoi inserire un come, un quando.
Puoi dire io, tu… E spingere la porta
fino a schiacciare l’ombra. E’ ancora
un improbabile noi che vi s’annida:
la differenza, il fra, l’attimo acrobata, la
figura obliqua. Scava. Vi incontri
un forse corpulento, nòcciolo duro. Ora
ti strangola a memoria. Ti avverto.
Se ho visto correre attorno alle tue labbra
lo stercorario in amore, mentendo,
so che non mi ingannavo: era un cògito,
tenera falsa minuscola valanga
fra le chele vibranti di narciso.

 

La visita

           a Ugo Mulas

uno di questi giorni di malaugurio, un amico
curatore di zolle, di testi
settecenteschi, di teschi, una specie
di giardiniere se si potesse evitare l’immagine
di una natura ordinata, di zappatore
malinconico, bizzarro, essendo morto da tempo,
con un frammento di sfinge nell’occhio,
sbriciolando fra le dita la teca
di una crisalide, mi sono accorto
che era passato a trovarmi, assorto, pudicamente,
con qualche mormorìo, suppongo, a proposito
di ecpyrosis, kalùga, ragnarök, incerte
definizioni, come sempre, per quanto limpide,
e aggirando la colonna di legno col passero
nereggiante e gli ingranaggi ciondolanti ai fili
con la paura, ancora, di inciamparvi, di
provocare ondeggiamenti e tintinnii perversi,
mi ha lasciato una fotografia, un volo
vibrante d’ombre rannuvolate, quasi
un brandello di cielo picchiettato di macchie, di feci
sacre, e una fila di hermes, di stele immobili, una
sola col dito levato all’altezza delle labbra, il seno
granuloso, e un leone sul fondo, in prospettiva,
e così mi domando se questo mutamento di luce,
improvviso, non sia un indizio – di cosa
non saprei, ma in qualche punto la vita
sembra che ricominci a strisciare, come
un vermiciattolo allegro

 

Estuario

tre angelus a mano armata irrompono
da una porta girevole, il fango è un giardino,
la trattazione del tempo musicale
si arrende a soluzioni divergenti: il sigillo
con il quale negli occhi si conferma il buio
divarica l’erba selvatica, la zampa dell’airone
graffia le incrostazioni dell’ultimo naufragio,
il ciottolo muschiato risucchia le radici del tramonto
nei fumi densi dove si interroga il verde
sulla sua ritrosìa ad accettare il nero, e cioè
la verità presunta, tanto che una folata di sguardi
conclude in una ipsilon il suo artificio autunnale:
tutto identifica sempre il non identico in questo
estuario di pece, di pali, di ali, di ruggini e barattoli

 

***

 


Margherita RIMI
[da: La cura degli assenti, 2007]

 

La cura degli assenti

Ci sono cose
che tardano a venire
come figli attesi
nella notte

Che trovo ormai
di me

Meglio mettere qualcosa
in salvo
riprendere la cura
degli assenti

Coprirsi
del proprio corpo
alle gelate.

 

*

 

Sono spoglia anche di me
di questo calibro banale
dei miei chiodi
dei contrassegni sovrapposti
dalle parole

Non costruisco più su
cancellature avverse
Sono il grafico
bendato delle mie ginocchia.

 

*

 

E’ la memoria della mani calde
il vuoto degli assenti
le sere che non potevano aiutarci.

Di tutta l’impotenza
il posto delle cose
ferma
avanti
nel buio di uno stampo.

 

*

 

Non solo per nome

Non solo per nome
il corpo che mi spinge
Fuori di qui
facile il respiro

Il cuore non si stanca
non fa niente che
ci rassomiglia

Cominciamo a venire
ad uno ad uno
a incoraggiare il cambio
alla scomparsa
a prendere radici degli assenti.

 

*

 

Non sollevare
il mio corpo
dalla mancanza
il viaggio è cominciato

Ci troveremo
nei nostri ingrandimenti
nello spargimento
di una giornata nana
Nel palco delle parole
a riprovarci un nome.

 

***

 


Marina PIZZI
[da: Dallo stesso altrove, 2008]

 

3.
Con servitù al seguito

fu che pianse un sillabario vuoto
un baricentro senza corpo
una camicia senza petto
una ciotola al cantone pel micio cieco.
fu che resse una baracca
in mezzo al lusso delle residenze
per farsi chiamare quando occorreva
il disguido delle giostre sulle tombe.

 

19.

travolto dall’ago come un bastione
la gola nel sopruso d’inghiottire
questo timone rinnegato
fatalità del muro.
liso il sudario liso il tuo respiro
avvolto nel progresso di svanire
sotto il bivacco vacuo, vacuo censire.
dove smargiasso il pane di creatura
non volle assumere un nesso di perdóno
né dopo né prima lo sguardo di reato.

 

25.

sono steccato e ti chiamo al mare
così come non senso l’abitudine
del bel tritume tutto intorno al lago
la frottola proclive della madre

 

31.

era così un’edera di fosso
la tua mansione di sparir dolore
dal costo del sudario
dal lutto di guardarsi
sperpero di penuria la grandezza
del ventre per far nascere comunque
un roditore dal petto della sfinge sapientona
così senza pietà un dottor felice
di falce e di semenza l’abbondanza

 

34.

tutto declinato il verbo dello scempio
questo boomerang di risacche
sotto il sopruso del nato
accaduto dal diverbio
biologico senza l’irenico salvifico.
fatua tregua il polline
del lirico guardare controluce
le nicchie finte dalla biro in uso
disegnate sul foglio così per resistenza.

 

42.

era un’oscurazione
una sintonia nera sul corpo di pianto
sulla pagana enfasi del vento
così cattivo da sbattere nidi
da far gridare un pettirosso sul selciato

 

55.

senza stupore è marcito il cielo
il cerchio del buon filosofo si è spezzato
sotto l’ingiuria del lume in eccedenza
la capienza della stiva è stata tutta
condotta al cimitero delle flotte,
tu mi arridi sorella eppure muori
sotto il mio sguardo di truppa che fa il mondo

 

60.

aspro dolente il sillabario tutto
di cartapesta quale
un dolente asperrimo rigo sotto
il prezzo dell’immagine più bella:
così sia detto il moto della fionda
quale un dispendio in pasto all’avventura
di qui guardarci nudi difetti
il grembo dell’acrobata

 

70.

a terra questo dolore a terra
che va a moria tettoia contro grandine
al lusso delle stasi. diluvia da presso:
è senza simbolo il perché di capire
il cardo saliscendi della ruota.
genuflesse sul selciato delle rocce
le lune piene le briose specole
nulle alla pésca di scavare il varo.

 

***

 


Adriano PADUA
[da: Buio (parole e ore della nuova morte), 2008, inedito]

 

-portami il corpo in salvo
stacca dal fondo l’ancora
lascia perdere l’anima adesso
mi succede
ho pensato a tornare
che non riesco a finire
che tu aspetti lo stesso

nei vicoli stretti
ho gia ucciso domani
una parte di me
che non c’è

se fumiamo
lo spettacolo d’odio
è in crescendo ma fuori
da noi ci riguarda
solo marginalmente

se dormiamo sul prato
del televisore
tutto questo mi basta
un pensiero sbagliato
deviato teatro di macabre scene
congegno nel quale
qualcosa funziona
non bene

 

*

 

-mi tengono in funzione
sia fatta
la loro volontà
la reazione

hanno coraggio
quando non mi torturano poichè
io sono questa serie
enorme di problemi

lo vedi da ogni gesto
dalle psicosi pericolose
penso a finire presto
quando assumo la vita la dose
mi consumo
in tutto un complesso di cose

 

*

 

-ma il paradiso perfetto
non batte più vicino
ti avevo avvertito
che è vario ed estremo
come un sentiero di cera
nella stanza immaginaria
che poi ti manca l’aria

ed è per questo
che certe volte devo stare solo
io l’unico invitato
morboso festeggiato
reclutato all’ assurdo ballo
costretto da quel giorno maledetto

ma anche domani
no che non sarò stanco di chi ho intorno
e mi traduce il mondo
mentre il mio sguardo è fisso
in questo cielo pietra
bianco e truce
che arretra
privo di luce

 

*

 

-una carneficina
sarebbe il modo perfetto per risolvere
la causa del conflitto

ma io sono sereno
adesso che mi riempi di veleno
mi fa bene
voglio le vene piene
nel corpo mi si insinua
tu continua
e non ti preoccupare

curami nel sonno le paure
dopo cerca di correre ai ripari
mordimi e poi scordati
scompari

 

*

 

-tagliando il silenzio in due
colavano parole come lava
raggrumavano

i corpi in rima
con dedizione aspettavamo la mattina
mentre uno stato transitorio influenzava
ogni mia minima confusa sensazione

era strana la nostra attenzione
nei confronti dell’alba
ossessiva
morbosa

impossibile
nel frattempo
conservare qualcosa

 

*

 

-assimilo soltanto le eccezioni
sono l’anello debole
posso esclusivamente
combattere una guerra
sabotare
la pace ha le sue regole

il tuo voler restare nonostante
è un autodistruttivo narcisismo
devastante

della mia fame
sembra che ne hai bisogno come il pane
devi abitare questo luogo vuoto
anche se noi l’abbiamo raso al suolo

ultimamente non mi fermo mai
scusa davvero ma non ci riesco
e invece di pensare
chiamo a raccolta i mostri nel mio teschio

 

***

15 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo VII, 3”

  1. LO STILE ROBUSTO SE NON SUBLIME DI ANNA MALFAIERA
    (…)così, sarà sottile o tenue lo stile di Giulia Niccolai e di Mara Cini, florido se non ampio quello di Rosita Copioli, elastico ma resistente sarebbe quello della Malfaiera, mentre quello di Amelia Rosselli lo vedo a cavallo tra il sottile e il medio, oddìo non è “allegro” ma ha un ornatus grazioso, piuttosto intenso. Mariella Bettarini ha uno stile moderato, sempre dal lato del “melo”, come pianta, anche se lei vorrebbe, mi sembra ovvio, che fosse del tutto “cedro”. Anna Malfaiera sembra che faccia di tutto per moderare o, addirittura, nascondere uno stile robusto se non sublime.
    V.S.GAUDIO, da :”L’immaginario e la fenomenologia dell’Altro”, “La Battana” n.130, Rijeka ottobre- dicembre 1998:pag.59.

  2. LA PERSISTENTE INQUIETUDINE DEL SENSO IN ROBERTO SANESI
    “Non è casuale questo richiamo dell’antologia di Flavio Ermini(ANTE REM, Scritture di fine Novecento, Anterem edizioni, Verona 1998), in cui Roberto Sanesi è tra i poeti della quinta sezione, quella de “La persistenza del senso” in cui “proseguire nella ricerca di una lingua significa allestire la scena che possa accogliere l’inquietudine e il dubbio”. Questa è la poesia di Roberto Sanesi:”La parola si muove tra persistenza e mutevolezza della nominazione. E ne sopravanza la pienezza. Ricadendo così all’esterno della cosa. In onde non estinguibili. Dando luogo a un’altra lingua rispetto a quella del senso comune. L’unica che può giungere a sollevare lembi d’informulato. Una lingua in cui non si scorgono leggi, conseguenze, fondo. Né si distinguono radice ed erranza, silenzio e voce”.
    V.S.GAUDIO, da: J.A. PRUFROCK E LA PARABOLA DEL BIANCO, La doppia Stimmung con Roberto Sanesi e T.S.Eliot sull’oggetto che annega nel bianco che era, “Lunarionuovo”n.18, dicembre 2006, monografico su Roiberto Sanesi poeta e anglista.

  3. Grazie Fancesco una bella sorpresa scoperta per caso.
    In uno scambio di doni, è bello trovarsi ancora qui in buona “compagnia” e per questo ancora grazie.
    margherita rimi

  4. Grazie Francesco, leggo solo ora perchè sono stato una settimana in Spagna anche per presentare Pro/Testo.
    “Contratto a termine” è pronto, appena mi arrivano le copie ti farò avere il libro. Grazie ancora per la tua splendida prefazione.

    Un caro saluto

  5. Grazie mille Francesco, non vedo l’ora!Hai ragione, il nucleo più corposo l’ho pubblicato in anteprima proprio su questo blog che sai mi lusinga molto. Ci sentiamo presto allora.

    Un caro saluto

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