Quaderni delle Officine (VI)

quaderno part_ b_nQuaderni delle Officine
VI. Febbraio 2010

Enzo Campi

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Enzo Campi – Ou est l’île?
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32 pensieri su “Quaderni delle Officine (VI)”

  1. Un quaderno bellissimo, un percorso gestazionale dall’origine alla continuazione di sé nell’altro/a, qualcosa in più dell’amore, un attraversamento esistenziale, un percorso comune, terreno e spirituale, una semina di vita che sembra tendere la mano e sfiorare il vuoto nella sua pienezza, sgomenta nella domanda.

    (grazie fm per questo ennesimo, bellissimo regalo)

    *
    parole dalle parole, per Enzo (lui lo sa già)

    Fame nel crampo del ventre
    sete nell’arsura del sen(s)o.
    .
    Limpido ruscello tra le rocce
    fino al mio letto la tua mano
    d’acqua dilata l’incertezza,
    che lenta scorre il turbamento
    al nodo palustre della vita
    – foglie secche tra le fronde
    l’esili dita nell’inganno della notte. –
    mi fosti sogno, miraggio, es_pressione
    p-a-r-o-l-a (sei) –
    assente –
    nell’imago scolorita
    del frutto spezzato del tuo seme.
    .
    Me nella sete
    me nell’assenza di battito
    al vacuo pugno della carne.
    .
    Ora so che la luce non m’appartiene
    nel gesto incauto d’una vanità
    che non mi specchia
    eppure in me riflette
    l’eco d’ogni miseria.
    .
    Ambizione –
    lambirti la riva
    nella risacca amara
    del verbo alla frusta –
    .
    Non fui io gesto
    né parto
    o coagulo di sangue
    non fui ventre
    né letto inerme
    di fertile pastura
    o paludosa melma
    al bosco eletto
    d’aggrovigliata mangrovia,
    radice d’un “perché”
    brandito contro il fato
    -iniquo- nell’effimero
    monologo esangue
    del vento al tempo
    quando insegue la tua ombra.
    .
    – Cantami –
    Casta inopportuna
    deflorata prigioniera dell’Io votato
    all’improprio appartenersi al vuoto
    – e giungerai
    (Lo soffia impertinente il vento)
    ellisse d’un tramonto
    ad incidere nell’incavo dell’ora
    la rosa tagliente di silicio
    prima che l’ultimo fiato
    arda il tempo del nostro esilio.

  2. Complimenti a Enzo, di cui apprezzo la produzione poetica in generale.
    Un abbraccio a Francesco, Natàlia e allo stesso Enzo.
    A presto,
    Gianfranco

  3. quasi imbarazzato, grazie Natàlia.
    grazie a Gianfranco per l’attenzione.
    e, soprattutto, grazie a Francesco la cui generosità mi ha permesso di essere di nuovo qui a breve distanza di tempo dal precedente post.

  4. “(lo soffia impertinente il vento)
    ellisse di un tramonto..”
    Che per Enzo Campi non verrà..
    Paradigma..di albe luminose il Tramonto lirico, profondo,
    misurato e s-misurato.
    E Francesco non sbaglia i suoi Centri…
    Grazie ad entrambi, di cuore e di mente.
    Con infinita ammirazione e affettuosa riconoscenza.
    Marlene

  5. Enzo, potresti spiegare quale ruolo gioca (se pure esiste) l’omofonia “ou/où” nel superamento della “contraddizione” messa in scena e attraversata dal Récit jabesiano?

    E poi: il rapporto tra “soggettività pensante” (il) e totalità (île) è sempre riconducibile, completamente, alla “dialetticità circolare” tra le polarità “io” / “tu”?

    Secondo me, in queste due “questioni”, in particolare, si gioca il “senso” della tua (ri)elaborazione e della tua ricerca sulla “diffrazione” – quale elemento costitutivo di ogni itinerario teso a sondare l’inesprimibile che precede e segue l’unità.

    Tieni presente, comunque, che, per quanto attiene alla prima domanda, penso quasi esclusivamente al “materiale semantico” che si addensa nei due termini: tra ciò che “congiunge/oppone” e l’incolmabile misura della delocazione – dell’interrogazione come distanza.

    Complimenti, in ogni caso, per questa meraviglia di “Libro della restituzione dei margini”.

    fm

  6. Ho letto ieri sera tardi, senza riuscire a commentare, ma su un lavoro così almeno i complimenti non possono mancare. Grazie Enzo.

    A Francesco: sempre più belli i Quaderni.

  7. Francesco,
    fermo restando che spiegare e spiegarsi (e qui spiegar-si vale anche e soprattutto come piegamento e dispiegamento) non è sempre facile per chi scrive le proprie cose tenendo sempre conto del peso e del pensiero, del peso del pensiero e del pensiero del peso ( non fermiamoci all’accezione somatica e estendiamo l’indagine, per così dire, all’accezione “somantica”).
    Il peso è l’eredità. Eredità delle origini, di una orinarietà, di una fonte alla quale ritornare per sfamarsi con quell’humus in cui abbiamo mosso i primi passi, in cui abbiamo conosciuto i primi singulti, in cui siamo entrati in contatto con i primi spasmi.
    Il pensiero di siffatto peso non è affatto pesante.
    È essenzialmente leggero, direi quasi aereo e areale (l’arealità, secondo la lezione nancyana, è “una realtà tenue, leggera, sospesa: quella della distanza che localizza un corpo o che è in un corpo”).
    Ed è in questa leggerezza areale che bisogna praticare i limiti (margini, bordature, cornici, iscrizioni, inscrizioni).
    È in questa arealità – paradossalmente palpabile – che “ci si” pratica al limite (mise en abyme, delocazione, disappropriazione).
    Si potrebbe dire che, per celebrare questo porsi al limite ci sia bisogno di straordinarietà e di eccedenze: una super-vista (per vedere oltre e dentro le cose; l’occhio cieco derridiano ne è l’esempio), un super-udito (per porsi all’ascolto della “voce” delle cose), una super-predisposizione al “contatto”, ecc.
    In questo “super” si situa l’eccedenza.
    Soffermiamoci solo un attimo su questo termine.
    Usato come prefisso ci permette di traslare nei lidi del “super-amento”.

    Chi supera chi?
    Io(Il) / Tu(Ile)?
    Noi (Il+Ile) / Noi (Ile+Il)?

    Cosa supera cosa?
    Unità (illusione, perdita) / molteplicità (urgenza, consapevolezza)?
    Punto fermo (île, terra, finitezza) / totalità (oceano, distesa, infinità)?

    Ci si può superare (es-posizione, es-tensione) rientrando in sé?
    E se per rientrare fosse necessario uscire?
    Disappropriarsi per meglio riappropriarsi?
    Forse, ma non solo.
    Il compito può risultare più agevole se ci si riappropria non come unità ma come coppia

    “Il lanciò la pietra ai piedi di Ile e dissse: ti vivo disconoscendomi in te.
    Ile raccolse la pietra e rispose: solo attraversandomi potrai attraversarti.
    Entrarono l’uno nell’altra e la pietra si disgregò.”

    Detto questo facciamo un passo indietro.

    Nel récit jabesiano “Il” e “Ile” sono, secondo una possibile accezione, essenzialmente la parte maschile e la parte femminile di un’unità.
    L’oceano e l’isola sono la distesa mobile e il punto immobile, la totalità infinita/instabile e il punto finito/stabile.
    In poche parole: una doppia coppia di opposti alla ricerca di una risoluzione (ma tutti sappiamo che in Jabès qualsiasi idea di risoluzione si apre a una nuova interrogazione) metafisica che possa permettere l’erranza (transito, attraversamento) tra esterno e interno, tra smisurato e infinitesimo.

    In Blanchot “il”, per potersi determinare (ma anche per ribadire la propria indeterminatezza di fondo) prende, per così dire, in prestito la “plurarità” (ils) che gli appartiene di diritto (per dirlo alla Derrida, che è a lui dovuta).

    In Derrida l’île è, forse, la chora (terra, madre, nutrice, ricettacolo, porta-impronte) ove rientrare in contatto con quelli che lui chiama “ tutti i «per» che ci implorano in segreto” (“i padri ciechi”), ovvero con quella che prima abbiamo definito fonte. Cioè con una sorta di sorgente, con quell’originarietà perduta e che si delinea sempre più come un’urgenza metafisico/esistenziale.
    Nella (de)figurazione derridiana tutto verte sul “due”, sul paio, sulla coppia.
    Ed è anche per questo che, nella mia île, ci si pratica sempre all’insegna del “due”. O, meglio ancora, del due volte due.

    La propagazione dell’incipit jabesiano consiste nel prendere un’unità duale “al maschile” (Il+Ile) e nel farla entrare in “contatto” con un’unità duale “al femminile” (Ile+Il).
    Così, sia Il che Ile mettono al lavoro le proprie componenti maschili e femminili in un gioco (vita?) a quattro che a sua volta entra in competizione (condivione) con un’altra doppia coppia: quella dei quattro elementi (terra- île, acqua-oceano, aria, fuoco).

    Penso alla “contraddizione” come alla riconciliazione degli opposti, come a una con-divisione (condividere le proprie “separazioni” non è forse il miglior risultato auspicabile in una “coppia” che pratica il limite e che si pratica sempre al limite delle proprie possibilità?).

    L’ île è il luogo della co-abitazione e della disappropriazione da ciò che si è (o che si crede di essere) per proiettarsi verso ciò da cui si proviene.

    “ou”, congiunzione, o, oppure, ossia, altrimenti.
    “où”, avverbio, dove, luogo.

    L’ “où” è il luogo dell’ “ou”, dell’altrimenti detto e fatto, della possibilità, del supplemento, il luogo ove mettere al lavoro l’erranza, il “dove” in cui ricercare il proprio aver-luogo.

    Non posso fare a meno di notare una rassomiglianza semantica/somantica con il du/dû derridiano, con ciò che è “di” o che proviene “da” e ciò che è “dovuto a”.
    C’è tutto un percorso comune, dalla congiunzione (Il e Ile, maschile e femminile, singolare e plurale, in un regime di con-divisione) al “luogo” originario e sorgivo, tra ciò che ci dovrebbe essere dovuto e ciò che è proprio del luogo e che dal luogo proviene.
    E questo percorso comune si nutre proprio dell’ennesimo “due”, dell’ennesima e solo apparente dicotomia : congiunzione/opposizione.

    I percorsi da compiere sono innumerevoli e vengono consumati anche all’insegna di rituali e di simboli: la “prima pietra” è quella che “inaugura” il gesto, che si erge a simbolo delle fondamenta su cui erigere la dimora (la nuova/antica dimora), la “chiara luce” trae origine sia dall’aria che dal fuoco (c’è “chiara luce” nel vento che spazza le impronte, che rimodella l’erranza dei “granelli di sabbia”; c’è chiara luce anche in “ciò che resta del fuoco”, nella cenere; e quindi c’è “chiara luce” anche nella cancellazione, nella dissoluzione), il “chicco di sale” che si fa solido, che diviene “terra” ma che proviene dall’acqua (il chicco di sale, in pratica, è l’oceano che diviene isola)ecc.

    In tal senso, la terra è dovuta (dû) al chicco di sale, la terra è l’altrimenti detto (ou) del chicco di sale. Diventando solido, il sale dona “sapore” alla terra (un altro supplemento: Il e Ile sono i chicchi di sale che donano sapore all’île?).
    Se gli occhi (i “due” occhi di ognuno dei due) di Il e Ile sono “occhi ciechi”, il sapore, l’odore, il tatto e l’udito sono peculiarità indispensabili per transitare e transitarsi, per riconoscersi e per disconoscersi.

    Il ventre (il “cavo”) di île è in gestazione.
    Per questo la permanenza (il percorso, l’erranza) di Il e Ile viene scandita nell’arco di 9 mesi.
    Il fine di Il e Ile è quello di farsi ri-partorire da île.

  8. Ti ringrazio, Enzo.

    In verità, la mia (doppia) “interrogazione” aveva natura sostanzialmente retorica – nel senso che molte delle tue affermazioni (in particolare per ciò che riguarda Derrida e Nancy) le avevo già “recuperate” in corso di lettura del testo e sintetizzate nel titolo con cui avevo chiuso il commento: tra il “margine” (l’apertura mortale) e l’oblio (la pagina bianca) si distende il percorso erratico della restituzione (il “ri-partorire”, come si evince chiaramente dalla tua intuizione). Resta l'(in)canto – la traccia del doppio, che insieme alla “vista” restituisce il “vuoto”, l’assenza che l’occhio cieco non può tacere (lo sguardo di fronte al quale l’occhio stesso soccombe – per rimanere nello specifico jabesiano).

    Se questa era la prima intenzione (quella retorica di cui sopra), non ti nascondo che dietro c’era la volontà (se vuoi un po’ perversa, visto il mezzo) di “costringere” l’autore ad aprire le porte del suo laboratorio, a mostrar/lo/si in piena attività – perché fosse chiaro che l’improvvisazione (che in tanti tendono a celare dietro il velo di una molto presunta “ispirazione”) non fa poesia, non fa scrittura.

    Trovo poi molto interessante, almeno per quel che mi riguarda, le tue riflessioni sulla “luce” in quanto “traccia” della “cancellazione”: un tema sul quale sto lavorando da qualche anno.

    Su Blanchot – la “visione” come restituzione all’occhio dello sguardo che non può (con)tenere e (sop)portare – si aprirebbe un capitolo infinito…

    Ti lascio un’ultima riflessione: ritengo che sia possibile considerare il tuo “récit” come una “mise en scène” – più una dinamica e vorticante apertura (in senso “teatrale”), che una “sospensione-ricomposizione” delle dualità presenti nel testo. E uso l’aggettivo “teatrale” pensando alla accezione etimologica del sostantivo di provenienza, da una parte, e, dall’altra, all’uso che ne fa – ad esempio – il primo Bonnefoy (di cui mi sembra di ritrovare qua e là qualche traccia ben marcata): con la differenza – non di poco conto, visto che si riverbera sull’intera struttura – della sostituzione di un “movimento circolare” (l’acqua è un richiamo potente in questo senso, non fosse che per l’inesauribile molteplicità dei moti che genera – e in cui si ri-genera) alla ferrea, ineludibile, chiusura binaria – “ascensionale/discensionale” – della “terrestrità” (Y. B.).

    fm

  9. Francesco,
    sarebbe praticamente impossibile analizzare passo per passo tutto il percorso.
    La sospensione è anche nel “luogo” che è in sé sospeso.
    L’île è, in un certo senso, un luogo “spirituale” (anche se, per la regola delle riconciliazioni degli opposti, viene costantemente praticato all’insegna della fisicità) e quel soffio, quel vento che provoca dispersione e cancellazione ne rappresenta la “voce”.

    Il suo peso areale è a lei dovuto in quanto eccedenza.

    “Il fuoco covava sotto l’onda
    e l’acqua non era che segnali d’incendio;
    scandalosa opacità” (E. Jabès)

    Pensa se in un passo della mia île si potesse leggere di un oceano “al nero” che porta a riva coacervi di cenere. E che la “chiara luce” (al bianco) asciugando l’acqua permettesse ai chicchi di sale di nascere proprio da quella cenere.
    Non sarebbe forse un’eccedenza?
    Una situazione “al limite” che restituisce la possibile improbabilità del suo “accadersi” – questo perché qualsiasi accadimento accade in sé prima ancora di essere fomentato dai gesti di Il e Ile.
    Ed è questo il vero senso: Il e Ile sono preceduti da ciò verso cui tendono. Quell’origine cui vanno incontro è già presente in loro. Il e Ile si sforzano di creare una situazione ottimale che permetta loro di giungere , per così dire, “puri” alla meta.
    Ma ciò che loro compiono pre-esiste. I gesti rappresentano il peso, ma c’è un pensiero che precede e fomenta quel peso.

    L’île è insieme ospite e ospitata; è ospitata dall’oceano

    (vista dall’alto è un buco “al bianco”; bianco di luce; ma raffigura anche il “giorno” e, per certi versi, il “trauma” – ancora un supplemento: il trauma che nel gioco linguistico tra tedesco e italiano assume anche la valenza del “sogno” è riconducibile più al giorno che alla notte; un sogno “al bianco”: sia la “chiara luce” che la sabbia bianca) .

    L’île si erge in una distesa “al nero” (il nero dell’infinità, ma anche la “notte”).
    E ospita quest’utopica coppia che la ritiene depositaria di una verità o di una possibilità di verità.
    Per questo non è solo “sospesa”, ma si configura (riconfigura, sfigura) anche attraverso la simbologia del suo “cavo”.
    Da qui quella che tu definisci “vorticante apertura”.

    Ma anche il cavo non è univoco.
    Per giungere al cavo dell’isola, Il e Ile devono a loro volta praticarsi, durante il percorso, nei loro cavi, nelle loro aperture, nelle loro fisicità, nelle loro urgenze e nelle loro eccedenze.
    Quasi come se per giungere al “nulla” da cui provengono dovessero prodursi in un super-lavoro, come se per rinascere dovessero cancellarsi.
    In tal senso l’abbacinamento di un occhio cieco, la sovresposizione della “chiara luce” (l’anima?), il soffio del vento (lo spirito?) sono “gesti” (se vogliamo anche espedienti, per certi versi, ritualizzati e quindi teatralizzati – ma qui bisognerebbe estendere il discorso verso una certa “metafisica” del teatro) che mettono in scena la perdita, la dispersione, la cancellazione, il disconoscimento.
    Ma, se il fine è quello di farsi ri-partorire, tutti i gesti compiuti durante il percorso diventano produttivi, o almeno vengono idealizzati come tali.

  10. Estremamente interessante! Senz’altro da rileggere. Ammiro molto Enzo questo tuo poetico esplorare. Un caro saluto, Lucianna
    Un saluto affettuoso anche a Francesco

  11. Intanto ho scaricatio il file, lo leggerò con calma, troppi giorni senza pc , dovrò recuperare molto di quanto pubblicato da francesco.
    Comunque, i miei complimenti a Enzo, del quale avevo già letto, li faccio ugualmente.

    jolanda

  12. l’incastro di Il, Ile (spero che dall’avatar si veda)
    per una una “restituzione dei margini”(davvero definizione notevole!), che in prima battuta può essere letta come individuazione della dualità nell’uno insieme,

    con la congiunzione “e” che funge da occhio centro fuoco dello specchio
    (della simmetria centrale)
    così da restituire non ancora curvo
    (impossibile la quadratura del cerchio, e forse allora impossibile che la “diffrazione” della quale parla, e bene!, Marotta, possa restituire del tutto la “dialetticità circolare” tra le polarità “io” / “tu”)

    dicevo non ancora curvo e non colorato, ma appena abbozzato, un disegno che in questo momento accosto (certo un po’ tirato al limite :), ma la lettura dei commenti mi conduce fortemente) al simbolo dello yin yang:
    ” l’oceano, al nero /(notte e insieme inchiostro)” “di quel chiodo al bianco” (la parte yin)
    e viceversa
    un foro nero di pupilla sulla cornea bianca

    la parte yin che anche rappresenta l’occhio cieco (il buco bianco),cieco anche nel senso di volto all’interno, ma anche buco bianco come luce che abbaglia, come evoluzione da un nero che rigenera,
    la parte yang l’occhio che “vede”, anche se il buco nero attrae e ingoia qualsiasi cosa cada sul suo bordo.

    questo simbolo tralaltro dà conto dei due feti: il ile,
    due concavi-cavi che si stanno generando l’isola cerchio,dentro un amniotico,
    quel “chiaro” generativo (la pagina bianca, la sabbia, l’acqua ecc…)

    “Due, abbarbicati in uno.
    Due, abbarbicati nell’utopia dell’uno.”

    e mentre si generano nell’utero uno, anche si delineano reciprocamente
    il cordone cavo a svolgerlii, a dividerli.

    ciao

  13. un’ultima suggestione (anche questa un po’ tirata per i capelli, ma insomma mi è venuta e ti rendo partecipe)
    il maschio/femmina, l’occhio cieco, il limite dove ci si spinge e l’abbacinamento, il troppo bianco che tocca dunque il fondo cieco nero, le parole che vengono meno o acquisiscono un’oscurità (“profetica”?)
    “Ile, la folgore./Il, il folgorato.”
    “Homo est deus. Deus est homo.” “Ineludibile reversibilità ?” (se è una vera domanda, rispondo che no, io credo/temo l’entropia che azzera)
    quell’uroboro: ” Il cerca di mordersi la coda.”

    insomma, ho pensato a Tiresia.

    arriciao

  14. Fantastico !

    ‘Attraversarsi nell’attraversamento dell’altro.’
    Il est Ile. Ile est Il.
    … Mostra tutto
    ‘Il disse: il tuo corpo è una mappa.
    Da poro a poro le linee lungo le quali transitare e in cui transitarsi.
    Ile rispose: il tuo corpo è un libro di carne. Mi cibo di te leggendoti.’

    …il senso del sesso.

    Un ottimo lavoro. Grazie

    Saluti cari
    Rina Accardo

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