Un giorno le parole non ci saranno più

James Sacré

Mais s’ils se montrent nus, les corps,
Autant que la pierre ou des pentes cultivées,
Sont un secret continué.

 

Ma se nudi si mostrano, i corpi,
Come la pietra o i pendii coltivati,
Sono un segreto che continua.

 

 

 

 

Le désir échappe à mon poème

à Mohammed Kacimi

En repassant par des paysages déjà parcourus
A cause que de la lumière manque, temps gris,
L’éclat de pierres noires sur les pentes pétries de chaleur
N’est plus rien qu’une étendue de caillasse terne.
Entre Alnif et Tazzarine
Dans le piedmont sud du djebel Sarho.

Sijilmassa aussi a quasiment disparu
On n’entend plus que des mots.
Il y a des formes qui s’enferment dans les sables.

Ce désir est un désert.

 

A cause d’une peinture on est,
Autant que dans l’horizon où les yeux te portent,
Avec des couleurs de terre et de pierre:
La main touche au temps.

Le paysage construit
Des formes d’en allées ou de présence humaines
Tissus grands gestes, ou si les corps sont nus?
Quelque chose d’organique avive les couleurs.

Mais s’ils se montrent nus, les corps,
Autant que la pierre ou des pentes cultivées,
Sont un secret continué.

 

Je suis revenu avec plusieurs pierres.
Je les ramasse à cause du temps qu’il fait,
A cause que soudain
Je me sens bien dans un paysage qui n’a pas de fond
Ou parmi quelques buissons bas de verdure qui sèche.

Tout à l’heure, un mur de maison
Avec de grands dessins bâclés, feuillages de maïs
En blanc sali sur l’ocre du pisé.
Pas loin de Tioute. La pierre que j’ai ramassée
Elle est verte. La palmeraie de Tioute, pas loin.

La couleur et le bon poids de la pierre
Maintenant là, chez moi.
J’ai quoi transporté dans mon bagage de voyageur
Sinon ce poème, ses mots qui désirent?
A cause d’une pierre, à cause
D’un peu de temps vécu dans la campagne autour.

Les mots qui ne savent pas. Le mot désir
Qui n’a rien dit.

 

Imagine-t-on toujours ce qu’on voit ?
Le mur là devant, son crépi rouge et par endroits rose;
La pluie, ou la plus fine lumière un soir
En avive les salissures. Vois-tu

La forme d’un corps qui s’en va? S’est-il montré nu?

A quoi voudrais-tu toucher?
A son sexe de crépi défait,
A son visage muet?

Les yeux toujours, gestes qui désirent,
Touchent dans ce qui s’en va.
On imagine. On ne sait pas.

 

Un jour le visage du peintre n’est plus là.
Ni sa main parmi des matières, des couleurs.
Je pense à l’atelier vide, à des paroles qu’il m’a données
Qu’en a-t-on fait dans le temps continué?

De grandes peintures couleur de roche et de terres nues
Sont comme étendues sous les bleus ou les orages du plus
large ciel
Entre «Les Vieux Marocains» et l’horizon le plus au loin.

On va comme un corps dans la solitude
Jusqu’où disparaîtra le désir.

Un jour les mots ne seront plus là.

 

 

Un giorno le parole non ci saranno più
(Traduzione di Lucetta Frisa)

Il desiderio sfugge alla mia poesia

a Mohammed Kacimi

 

Attraversando i luoghi già attraversati
Con la luce che un po’ manca, il cielo grigio
Il rotolio di pietre nere sui pendii impastati di caldo
Non è altro che una scialba distesa ghiaiosa.
Tra Alnif e Tazzarine
A sud del fondo valle del djebel Sarhro.

Anche Sijilmassa è quasi scomparsa.
Solo si sentono delle parole.
Ci sono forme che si chiudono nelle sabbie.

Questo desiderio è un deserto.

 

Grazie a un dipinto
Come sull’orizzonte dove ti portano gli occhi
Si sta con i colori della terra e della pietra:
La mano tocca il tempo.

Il paesaggio crea
Forme di dissolvenza e di presenza umane
Ha intessuto ampi gesti, e se i corpi sono nudi?
Qualcosa di organico ravviva i colori.

Ma se si mostrano nudi, i corpi,
Così come la pietra o i pendii coltivati,
Sono un segreto che continua.

 

Sono tornato con molte pietre
Le raccolgo a causa del tempo che fa
Perché all’improvviso
Mi sento bene in un paesaggio senza fondo
O tra qualche basso cespuglio d’erba secca.

Tra poco, un muro di casa
In grandi abbozzi di disegni, foglie di mais
In un bianco sporcato sull’ocra dell’impasto.
Non lontano da Tioute. La pietra che ho raccolto
E’ verde. Il palmeto di Tioute non è lontano.

Il colore e il buon peso della pietra
Sono ora là, a casa mia.
Che cosa trasportai nel mio bagaglio
Se non la mia poesia, le sue parole desideranti?
Per una pietra, per
Quel poco tempo vissuto nella campagna intorno.

Le parole che non sanno. La parola desiderio
Che non ha detto nulla.

 

Immaginiamo sempre ciò che vediamo?
Il muro lì davanti, il suo intonaco rosso e in certi punti rosa;
La pioggia, o una sera la luce più sottile
Ne ravviva le macchie. Tu vedi
La forma di un corpo che va via? Sembrava nudo?

Che cosa vorresti toccare?
Il suo sesso di intonaco disfatto,
Il suo viso muto?

Gli occhi, sempre, gesti desideranti,
Toccano quello che se ne va.
Si immagina. Non si sa.

 

Un giorno il viso del pittore non c’è più
Neppure la sua mano, tra i materiali e i colori.
Penso all’atelier vuoto, a certe parole che m’ha dato:
Cosa ne abbiamo fatto nel tempo che continua?

Grandi dipinti color di roccia e di terre nude
Come distese sotto gli azzurri o i temporali di un cielo più vasto
Tra “Les Vieux Marocains” e il più lontano orizzonte.

Si va come un corpo in solitudine
Fin dove sparirà il desiderio.

Un giorno le parole non ci saranno più.

 

______________________________
Nota biobibliografica

James Sacré è nato nel 1939. Ha trascorso l’infanzia nella fattoria dei genitori nella Vandea. Ha lavorato come insegnante nel settore dell’agricoltura. Nel 1965 va a vivere negli Stati Uniti dove prosegue gli studi letterari (si laurea con una tesi sulla poesia francese della fine del XVI secolo). Insegna in un’università del Massachusetts soggiornando per lunghi periodi in Francia e viaggiando un po’ dappertutto, di preferenza in Italia e in Marocco. Ha pubblicato una quantità sterminata di libri di poesia con Seuil, Coeur élégie rouge, 1972 e Gallimard, Figures qui bougent un peu, 1978, con le edizioni André Dimanche e soprattutto con numerosi “piccoli editori”. Dal 2001 è’ tornato a vivere in Francia, a Montpellier.
Il presente testo, componimento finale dell’omonimo libro Le désir échappe à mon poème (Al Manar 2009), totalmente inedito in Italia, è dedicato a un amico scomparso – il pittore marocchino Mohammed Kacimi – autore dei disegni che corredano il libro. Ed è con le immagini della sua pittura che i versi di Sacré entrano in un rapporto quasi sinestesico.

______________________________

 

***

5 pensieri su “Un giorno le parole non ci saranno più”

  1. GRAZIE, Francesco, non finirò mai di ringraziarti per questa tua attività tanto preziosa e appassionata di scoperta e riproposta di autori importanti indipendentemente dal loro grado di popolarità e successo.
    Per chi lavora con passione e non ha nulla di monetario in cambio sapere che ci sei tu (come pochissimi altri) ad ascoltarlo, apprezzarlo, diffonderne l’ariosa fatica. Dato che di aria si tratta, di respiro, di ragione di esistenza e re-sistenza, che va a raggiungere l’universale ariosa Dissolvenza… Ma ci si sente molto meno soli ed è tutto quanto si possa oggi sperare.
    Hai trovato delle bellissime immagini di Kacimi, ti ringrazio anche da parte sua che, come sappiamo, non può farlo più.
    lucetta

  2. Grazie a te, Lucetta. La cosa “strana” (o forse no) è che autori del genere siano praticamente sconosciuti in Italia…

    Di Kacimi avevo visto delle opere in una mostra l’anno scorso, e mi aveva letteralmente affascinato. L’arte maghrebina contemporanea è davvero un universo tutto da esplorare.

    fm

  3. in questa poesia piuttosto visiva,
    ma nella quale i colori e i contorni fluttuano come oasi o chiusure, o ancora miraggi
    lle domande e i “desideri” in primis sono sfuggenti
    così come anche le parole che anzi, si determinano alla fine in sottrazione, quasi (si) negano: “la parole che non sanno”, “le parole non ci saranno più”

    in questa poesia, cioè nelle parti proposte, mi colpiscono i paesaggi corpi, in particolare questi versi:
    “Ma se si mostrano nudi, i corpi,
    Così come la pietra o i pendii coltivati,
    Sono un segreto che continua.”

    Grazie della proposta (Marotta) e della traduzione (Lucetta Frisa).
    ciao

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