Tutto di là

Adelelmo Ruggieri

Dunque avevo pagato. Ma quando si soddisfa un debito con generi diversi da quelli convenuti, è difficile fare il conguaglio dei valori.

(Dolores Prato,
Scottature,
Quodlibet,
Macerata, 1996)

 

Adelelmo Ruggieri, Tutto di là (inedito, 2009)

 

Dolores

Febbraio 2009. Quaranta minuti per arrivare da casa alla Misericordia, dove passa la corriera, sono davvero tanti, ma era notte pesta, e piovigginava pure fitto. È vero, mi sono fermato al bar, ma quaranta minuti restano tanti. Non è poi così grande la mia città. Perché andavo così piano? E, in verità, avrei potuto farmi accompagnare, ma ho preferito andare così a Treia, la città dove nacque, nel 1892, Dolores Prato, l’autrice di “Giù la piazza non c’è nessuno”.
     Treia è città, non paese. Fu Pio VI a elevarla al rango di città, e allora Treia gli alzò un monumento in mezzo alla piazza: “librato nell’aria – scrive Dolores –; in bronzo il suo ritratto a mezzo busto; il resto pietra, slancio, luce; sta alto nello spazio come un gigantesco ostensorio e per fondo non potrà mai avere che il cielo”. Lo fece Andrea Vici, maestro di fontane e di chiese.
     La casa dello zio prete dove visse Dolores, da cinque anni a dieci, non è tanto lontana dall’ostensorio svettante, e non lontano è il Convento delle Visitandine, dove Dolores – abbandonata dalla madre, non riconosciuta dal padre – stette fino a diciotto anni, e del quale ci racconta in “Scottature”.
     Siamo venuti qui tre giorni fa, appena sabato scorso. Siamo stati diverse ore. L’ultima tappa al cimitero per lasciare due gerbere sulla tomba di Dolores, che gli amici Ines e Filippo Ferrari hanno voluto innalzarle con il volto in bronzo di lei scolpito da Giuseppe Mazzullo.
     Ma all’uscita dal Camposanto era pronta una sgradevole sorpresa: la macchina recalcitra, recalcitra ancora, e infine tracolla su di se’.
     Adesso è lunedì. Sto andando a riprenderla, o meglio sto portando le chiavi ad Adriano, il meccanico. Scioccamente non le lasciai da qualche parte sabato scorso. Ma non scioccamente m’informai su chi poteva ripararla, e mi feci dare il suo numero di telefono.
     Sto sulla corriera che da Fermo va a Macerata, da lì con un’altra corriera andrò a Treia. Sono circa le 07:00. Siamo arrivati intanto a Monte San Giusto. Qui, a Santa Maria della Pietà, c’è una pala magnifica di Lorenzo Lotto: ‘La Crocifissione’. Perfino la cornice venne realizzata su disegno dello stesso Lotto. Il dipinto occupa pressochè per l’intero la parete absidale. Credo che una cosa come questa non è in tanti posti che accade: un piccolo ma immenso sfondo dipinto, e perfino incorciato da chi lo dipinse.
     Sulla corriera da Macerata per Treia delle 8:00 chiedo all’autista se sa dov’è l’officina dove devo recarmi. Mi dice che è sulla strada, un po’ prima di Treia. Mi dice che mi fermerà lì davanti. Lo guardo incredulo, non mi sembra possibile così tanta fortuna. La strada è quella che costeggia verso ovest il Potenza. Con me, in viaggio verso Treia, ci sono quattro ragazzi diversamente abili che stanno andando in un centro di accoglienza diurna. Poi ci sono due ragazzi di colore con i loro borsoni stipati di cose da vendere, chissaddove e chissà per conto di chi. Poi ci sono io che vado a riprendermi la macchina. Il cielo ha schiarito. Fra un po’ saremo a Treia. L’officina dista un chilometro dal paese, e forse ce la farà Adriano a ridarmi la macchina nel primo pomeriggio. Io vagherò per Treia intanto.
     Treia. Mattino. Sto facendo la ripida salita Dante Alighieri. A due metri da me c’è una anziana signora che cammina lentissima. Mi fermo. L’aspetto. Le chiedo: Dove si entra nel paese? E lei mi fa: Lassù, c’è una porta, è solo un po’ di metri. I metri sono molti. Treia è lunga in una direzione e corta nell’altra. Ma ecco qui la porta. È Porta Garibaldi. Poco più avanti sul fianco destro è la casa dove visse Dolores. La casa è a due piani bassi, intonacata grigio. Tre finestre prospettano sulla via. In breve a salire si arriva nella piazza.
     Non c’è nessuno, stamattina, in piazza. Ma questo è solo un modo dire perché qualcuno c’è in verità, in questo momento, oltre a me; c’è una bambina che corre felice di qua e di là. Sua madre non le è distante. E la bambina che corre felice non è certo una evocazione ad arte di Dolores.

 

Ermal

Aprile 2009.
Si chiama Ermal questo giovane che mi è davanti sul treno che corre verso Bari.
Ermal vuole dire “vento della montagna”.
Il ragazzo sta tornando a Valona dopo tre anni di soggiorno in Italia.
I genitori sono due anni e mezzo che non li vede.
Sta tornando per sempre in Albania.
Qui ci tornerà, mi dice, ma da turista, specie a Perugia.
“È bellissima Perugia a primavera”.
Ha 22 anni Ermal.
Il suo nome fu il cugino di tre anni a darglielo.
A un certo punto arrivò il bimbetto e disse: Mio cugino si deve chiamare Ermal.
E tutto questo perché si chiamava così un altro bimbetto il quale stava molto simpatico al cugino di Ermal, che intanto stava nascendo.
A casa lo aspettano i genitori e sua sorella e suo fratello più giovani di lui.
Parla bene l’italiano.
“Lo capisco bene e lo leggo bene ma non lo scrivo”.
“Un italiano basta che lo guardi in faccia e capisci il senso delle parole”.
Mah, ho i miei dubbi, gli dico.
Viveva a Perugia fino a ieri
Lavorava come cameriere.
“Ho fatto anche l’edile”.
“La primavera è bellissima a Perugia”, ripete, come fosse un souvenir in forma di refrain da portarsi in Albania.
La conversazione è cadenzata da lunghe pause.
Ora sto per chiedergli quanto ci vuole a una famiglia di quattro persone per vivere in Albania.
“Se la casa è la loro e spendono adagio con 300 euro ce la fai”.
“Se fai l’edile e lavori per conto tuo ogni mese 300 euro li fai”.
“Se lavori per gli altri fai 200 euro”.
“Però questi sono dati vecchi di un po’ di anni fa”.
A un certo punto gli chiedo se crede.
Ermal mi dice di sì.
“Ma quando ero giovane non conoscevo quei valori ”
“Ora, invece, li pratico”.
Gli domando se ricorda a memoria una poesia albanese.
Mi dice di no, ma poi mi dice che ricorda due poeti: Naim Frashëri e Lasgush Poradeci.
Di Poradeci ricorda che c’è una poesia dedicata al lago di Ohri.
Dice che è bellissima.
Gli chiedo che cos’è che ha amato di più dell’Italia.
“L’esperienza di vita”.
“Ho cercato la donna giusta anche”.
“Un tipo romantico”.
“La storia perfetta”.
“La cosa che ti lascia tracce, segni sul cuore”.
E della politica che ne pensi?
“La politica è sbagliata”.
Solo qui?
“No, dappertutto”.
“Sopra ci sono sempre quelli che vogliono tutto”.
Ora c’è un lungo silenzio nella conversazione.
Poi Ermal prende a parlare della storia albanese.
Mi dice cose molto circostanziate che io non faccio in tempo ad annotare.
Ora gli domando che cosa devo vedere se andrò in Albania.
“Le lagune di Lura”.
“E poi vieni a Valona a vedere la montagna piena di alberi”.
Intanto Ermal continua a schizzare sul mio quaderno la cartina dell’Albania, con tutte le sue città principali e i laghi, e segna i posti di cui mi parla.
“Sentivo sempre vuoto nel torace”.
“E’ in Italia che ho scoperto la religione”.
“Mi dicevo che quel vuoto era la mancanza della mia famiglia”.
“No, non era questo”.
“Avevo vuoto nel torace”.
“Non credevo, era questo”.
“Io ora so le cose che mi fanno male”.
“Pregare ogni giorno mi allontana dalle cose che mi fanno male”.
Ora Ermal sta dicendo: “Il modo di fare di un albanese è rude molte volte, sai perché?”.
No, e come potrei?
“Il suo cuore delle volte è spezzato”.
“Era sempre guerra da noi”.
Ora Ermal mi sta donando, in ricordo di questo incontro, una banconota da 200 lek.
Io gli dico di no, che non fa niente. Che ricorderò sicuramente la sua persona e le sue parole.
Lui mi dice: “Non è per questo che devi prenderla”.
Devi, che parola, gli dico io.
“Ti prego, è un dono che mi fai”.
Non riesco a capire minimamente cosa vuole dirmi.
Ma poi guardo la mano che tiene la banconata.
È impassibile.
Come di marmo.

 

Il conguaglio dei valori

Dicembre 2009.
È domenica. Sto viaggiando sulla 361 verso Treia. Stamattina ho riletto “Scottature” di Dolores Prato. “Scottature” è un racconto sicuramento specialissimo, l’unica opera non incompiuta di una scrittrice che avrebbe esordito quasi novantenne e sarebbe scomparsa tre anni dopo, nel 1983. Il racconto, autoedito a Roma nel 1967, brulica di figure.  Fra di loro, basilare, c’è quella del “vecchio zio prete che viveva nell’America del Sud”, il quale, “lontanissimo, perdeva sempre di più quel poco di diritto acquisito per avere pensato a me quando se ne era ricordato”. Di lui la protagonista non conserva che “un ricordo, un anello e una promessa”. E ora lei ha finito gli studi e desidera andare all’università e fra poco lascerà la clausura conventuale, “Ma ecco che arrivò una lettera dallo zio”.
     “Le sue lettere si erano fatte rarissime e mostravano i segni di una vecchiaia a lungo arginata, che sfociava spezzando e cancellando ciò che egli era stato”; “Ma si era ripreso per dirmi che cosa dovevo fare nella vita”; in questa lettera le dice tutto il da farsi: deve vendere l’anello e con il ricavato acquistare un passaggio di seconda classe “in una buona nave e andare da lui”, e lì avrebbe trovato la sua nuova vita.
     “Diceva che io non avrei avuto fortuna altro che attraversando il mare: nulla di qua dall’Oceano, tutto di là. Diceva che le stelle dell’emisfero australe erano eccezionalmente propizie a me, mentre quelle di questo emisfero terribilmente malefiche. Mi spiegava come io avessi un temperamento fatto per la vita e per la gioia, contrario all’isolamento e alla rinuncia.”
     Allora la protagonista di “Scottature”, Dolores, si siede “sui gradini tra i gerani, e avanti a me s’aperse una cosa tanto grande che cominciava con l’Oceano e finiva con la vita.” Ma, nonostante tutto questo, e non è certamente poco, e per quanto tutto in lei dica “SI”, ella non andrà.
     Non lo so perché sto tornando a Treia. Un po’ che è domenica, così mi divago tre ore. L’altro po’ è che ci devo tornare – devo, che parola -. Sento che queste tre pagine di diario stanno insieme, ma non sono io a tenerle insieme e, inoltre, sentire, si sa, è un verbo ingannevole come non pochi. Avvertire con la mente è meglio.
     Stamattina, oltre a rileggere “Scottature”, ho anche cercato il quaderno con dentro la banconota da 200 lek che mi diede Ermal. È dedicata a Naim Frasheri e riporta, in un cartiglio trapezio, un verso di una sua poesia che parla dei monti di Albania, e dei suoi alberi e dei fiori e dei fiumi, e il poeta pensa a loro “giorno e notte” con il suo “cuore pieno di desiderio e di fuoco”.
     Sto sulla 361, di qui a breve sarò a Treia. Sento – prego, avverto con la mente – che queste tre pagine di diario stanno insieme; ma so già che oggi capirò soltanto una frazione di questo mio sentimento e, a questo modo decurtata, essa avrà l’aspetto di un qualcosa che è all’inizio e che arriverà dove arriverà, ma portando con sé tutto quanto il prezzo – prego, lo scotto – di ciò che è stato.

 

***

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3 pensieri riguardo “Tutto di là”

  1. Un carissimo grazie a Francesco per avere tanto cordialmente ospitato queste pagine .
    Sì, un po’ è così, oppure esattamente così; stai lì, quasi per puro caso, e ciò che senti o vedi non ti sembra per nulla casuale; ma forse è che stai lì ‘per una coincidenza’, e appena dopo, in un baleno, ecco che il ‘caso’ acquista quasi forma di ‘necessità’. Forse è così, non so.
    Grazie a Orsola e grazie a Marco per le loro parole.
    Grazie a Manuel e un saluto da qui a Ermal
    Adelelmo

    ps
    Solo due parole in più su questa faccenda del “conguaglio dei valori”. Diversamente dalle sue compagne di collegio, chi avrebbe dovuto non pagava regolarmente la retta della protagonista di “Scottature”. Scrive allora Dolores Prato: “E’ vero che nessuno, apertamente, mi richiamava al debito, ma io lo sentivo lo stesso.” (…) “Intuivo questi conti che si facevano sulla mia vita e mi credevo in obbligo di saldarli. La mortificazione che ne derivava non sapevo allora come definirla, ma osservandone le cicatrici, sensibili anche adesso, penso che fossero scottature di terzo grado.”

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