Pagine d’arte

Rosa Pierno

Camille Saint-Jacques, Breve storia dell’arte contemporanea, Edizioni Pagine d’Arte, Svizzera, 2009.

E’ davvero singolare questa breve storia dell’arte contemporanea, scritta da Camille Saint-Jacques, poiché se è vero che è breve – e già è difficile costipare un argomento così complesso in un centinaio di pagine – è anche vero che se si parte da episodi periferici e insignificanti, allora tale modalità di perlustrazione comincia a farsi davvero intrigante. A partire dall’episodio delle puntine, intercorso tra Picasso e Bresson, e da quello della storia dei dazi doganali, in cui è incorso Brancusi, si comprende che il taglio dell’opera è decisamente leggiadro quanto originalmente fondato. Nonostante, poi, appunto, l’argomento sia dei più ostici e dibattuti al tempo stesso, dei più spinosi e frequentati: la definizione dell’arte contemporanea. Giacché non si dà vera storia dell’arte contemporanea senza la costruzione di una modalità di lettura, senza la costruzione di un passaggio, fosse pure accidentato e in bilico, che consenta d’affrontare la matassa, di tenerne almeno fra le mani i bandoli, ancorché il nodo continui irrefrenabilmente a stringersi. Seguire, dunque, Camille Saint-Jacques lungo questi disboscamenti, osservando i procedimenti con i quali affila i suoi strumenti critici e i modi inusitati che sceglie per fronteggiare la materia vale già come motivo per apprezzarne la lettura. Sebbene, poi si rimanga ammirati dalla naturalezza con la quale effettivamente Camille riesca a redigere in così risicato spazio una storia che apre di fatto dinanzi ai nostri occhi una visione di luminosa chiarezza.
Fulcro, o meglio spartiacque è l’idea che l’atteggiamento nei confronti della tecnica abbia divaricato nel contemporaneo due modi di fare e di vivere l’arte. E’ a questo punto che diventa chiarissimo che gli episodici predellini dai quali Camille punta i piedi per meglio individuare gli elementi fondanti che entrano nella definizione artistica dell’arte contemporanea, sono, appunto, dei pretesti, ma ci fanno anche comprendere che Camille si tiene saldamente ancorato alla materia, alla ricezione, ai valori visivi e tattili, senza i quali, anche in una definizione di arte che ne rifugge, non si avrebbero le coordinate per investigarla e per comprenderla. Lucente e opaco, ruvido e levigato, e ancora, formale e informale, oscuro e chiaro: si dispiegano le ragioni dell’allargamento della definizione dell’arte, del tentativo di inglobare in essa ciò che proviene dall’arte popolare, dai disegni dei bambini o degli incolti, dell’arte esotica, dai folli, di tutto ciò che è lontano, straniero e irragionevole. Di recuperare l’inesperienza, la mancanza di tecnica accademica “per arrivare a un linguaggio sempre più vicino all’esperienza umana, libero da quelle convenzioni accademiche che sono la prospettiva, le regole di proporzioni anatomiche, il chiaroscuro, ecc.”.
E, se la partita dell’arte che qui si dispiega si gioca tutta sul versante della tecnica e sulle contraddizioni da essa innescate, esse sono ulteriormente complicate da un nuovo ingresso sulla scena dell’arte: il pubblico. Infatti, con la disponibilità di maggiore tempo libero e per l’aumento del livello di istruzione, il pubblico è di fatto non solo il fruitore, ma il ricettore attivo di una modalità di fare arte in cui anche la mancanza di tecnica e di inesperienza divengono un elemento caratterizzante (si pensi a Duchamp e a Warhol). Se la scuola del Bahaus ha contribuito ad abbattere il muro tra creazione individuale e creazione collettiva, se l’arte concettuale ha adeguato il “discorso alla forma piuttosto che la capacità dell’artista di creare lui stesso quella forma”, non ultimo suo elemento caratterizzante è il non pretendere di rivelare una verità universale: attraverso la molteplicità delle sue forme (fotografia, video, installazioni, performance, persino recupero dell’antico e del tribale, ecc.), l’arte contemporanea fa dell’eterogeneità la sua forza poiché esprime pratiche tutte contemporaneamente valide che si confrontano reciprocamente e che esprimono la molteplicità delle esperienze.
Con Saint-Jacques ci rendiamo conto che quello che abbiamo attraversato come un gradevole ruscello è in realtà il fiume in piena del periglioso e illimitato campo artistico attuale, nel quale siamo immersi e di cui è sempre difficilissimo padroneggiare i fattori costituenti. La lettura di Saint-Jacques illumina di fatto, risolvendola, l’ingarbugliata matassa e ci consente di comprendere, come si beve un bicchier d’acqua, che a volte ciò di cui sembra impossibile parlare può di fatto essere oggetto di un breve limpido discorso.

 

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E’ uscito il numero 14 della rivista “il libretto” edito da Pagine d’Arte. L’editoriale di Matteo Bianchi, descrivendo i testi e le immagini contenuti nella rivista d’arte, fondata più di 25 anni fa, funge da invito per conoscerla.

Editoriale

L’occhio in copertina suggerisce la rima fra topografia e fantasia che si legge nelle straordinarie immagini di paesaggi documentati e inventati dagli autori dei disegni e delle stampe olandesi del Cinque e Seicento, da Bruegel a Ruisadel. Lo stesso occhio, attraverso libri e stampe di varia epoca – da Dürer a Le Corbusier – ci accompagna alla scoperta della città intesa quale spazio per vivere e progetto culturale.

L’occhio di Caspar Wolf – nella sua metafora della cavità della grotta – apriva lo sguardo sulla pittura della natura al momento del Viaggio verso le Alpi compiuto con Valentina Anker che ora, in un suo nuovo libro, muove la ricerca dal romanticismo al simbolismo svizzero: l’attenzione della studiosa si rivolge sull’incrocio fra le diverse culture e sulle prospettive verso soluzioni astratte, espressive, surreali. Fra gli artisti trattati, Hodler, Vallotton, Segantini e Luigi Rossi.

Su velata malinconia, in tensione ideale si legge il profilo della modella in posa che apre l’Atlante di Luigi Rossi: il libro che mi è caro, come fosse una scatola magica, svela la varietà delle carte dell’artista che ha saputo raggiungere la semplicità. La casa museo in Capriasca custodisce opere e documenti del pittore, illustratore e educatore democratico che è stato Rossi, “elvetico, milanese, parigino”, artista sincero, colto e spontaneo.

Le nostre edizioni confermano un’identità aperta, nel segno del “federalismo culturale” di Denis de Rougemont, oggetto di un prossimo libro, e delle riflessioni di Paul Nizon che stiamo pubblicando per la prima volta in italiano: lo scrittore si sofferma sulle sue fonti, van Gogh e Walser. La relazione fra immagine e testo è una costante delle scelte di Pagine d’Arte: parole & figure, scrittori d’arte e artisti che scrivono. La collana sintomi, dopo gli scritti di Füssli e Nodier, pubblica l’inedita “decorazione simbolica” di Emile Gallé a cura di Luca Quattrocchi. E anche questo libretto funziona così per via degli scritti di Alberto Nessi e Francesco Giambonini che sono al di là della consueta critica d’arte.

Pagine d’Arte, ora anche in francese, pubblica libri di autori come Yves Bonnefoy, Michel Butor e Jean Louis Schefer; segue con passione la pittura di artisti come Geneviève Asse, Christian Bonnefoi, Alexandre Hollan, Fahrad Ostovani: scelte di qualità poetiche sicure, distanti dal rumore fastidioso delle mode… e in questo senso risuona la voce amica e lontana di due artisti scomparsi conosciuti a Milano: Vittorio Magnani, teso fra memoria e progetto e Giuseppe Guarino, pittore delle terre desolate di Eliot. Speriamo che le immagini di questi artisti restino vive al nostro sguardo per il bene che ci hanno saputo dare.

In prospettiva, e a breve distanza dalla relazione infinita fra arte e natura, il Collage: lingua e stile – per frammenti; e tanti altri progetti, in italiano e francese, fra i quali si distingue l’Enfer di Fautrier che è stato capace di tradurre in immagini forti la poetica di Baudelaire, Rimbaud e soprattutto di Dante.

 

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2 pensieri su “Pagine d’arte”

  1. Proprio grazie a “Pagine d’arte” ho potuto leggere la magnifica lezione di Fussli su “L’invenzione”!! Che poi ciò di cui è impossibile parlare nell’arte contemporanea sia detto ora in un piccolo libro non può che affascinarmi. Grazie della segnalazione.
    Marco

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